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Articoli filtrati per data: Wednesday, 06 Maggio 2020

Pubblichiamo la traduzione del testo Pandémie logistique. La crise sanitaire depuis les infrastructures du capitalisme avancé scritto da ACTA. Una lettura utile e puntuale sul paradossale statuto della logistica emerso con evidenza in questa crisi, il suo essere presentata al contempo come causa della diffusione pandemica e come sua possibile 'soluzione'. Nell'articolo si discutono inoltre i conflitti che si stanno producendo nel "settore" logistico (che in Francia impiega ormai un quarto della forza lavoro), nella loro rilevanza 'essenziale' sia dal punto di vista del capitale che da quello di classe. 

 

 

 

Ogni crisi - sia essa economica, politica o sanitaria - aggrava e rende visibili le strutture, le logiche profonde e le contraddizioni di una società data. In quello che stiamo vivendo, la logistica si sta affermando ancora una volta come campo strategico e come “tallone d'Achille” dell'economia globalizzata. Dai lavoratori nei magazzini catapultati in “prima linea” alle catene di fornitura globali che diffondono il virus, dagli aerei da carico che consegnano maschere dalla Cina agli scandali sanitari nei magazzini, il settore della logistica prende in prestito a turno l'immagine del salvatore e del colpevole. Al fine di individuare linee di analisi e prospettive di intervento politico, a metà marzo è stata avviata un'indagine collettiva, attraverso la creazione di un Gruppo di indagine logistica (GEL). Questo testo è la prima sintesi di un lavoro collettivo ancora in corso.

 

Pandemia just-in-time

 Più che mai, l'attuale crisi sanitaria mette in evidenza la “logisticizzazione” del mondo. La pandemia segue le rotte del commercio mondiale e fa parte di una generazione di virus la cui nocività non è tanto contenuta in nuove forme biologiche quanto in modalità accelerate di trasmissione e circolazione. Viaggiando su esseri viventi o oggetti, su camion, autobus, aerei o navi da carico, nei mercati, negli aeroporti e nelle metropoli, il Covid-19 si inserisce in ogni poro (e porto) delle economie globalizzate. Segnando le infrastrutture del capitalismo di un’impronta virale, esacerba e rende visibile la loro nocività.

La dipendenza fondamentale del capitalismo dalle infrastrutture logistiche globali ha provocato reazioni politiche contraddittorie, che inizialmente hanno consistito nel brandire la chiusura delle frontiere, come se la pandemia fosse sensibile ai riflessi nazionalistici. Ma i circuiti logistici hanno rapidamente superato questi vincoli. Per aggirare la chiusura delle frontiere tra Francia e Italia, ad esempio, il flusso di merci è stato deviato attraverso la Svizzera e il Lussemburgo, come testimoniano dai lavoratori.   

Molto rapidamente, i settori del trasporto merci e del magazzinaggio sono apparsi indispensabili per la riproduzione della società confinata, in particolare nel comparto alimentare e sanitario, e il settore ha colto l'occasione per rivendicare il glorioso status di “operatore di vitale importanza”. Il Segretario di Stato per l'economia digitale, Cédric O, si è addirittura fatto avanti, facendo eco alla retorica militaristica di Macron, paragonando il settore della logistica alle “retrovie” che devono “ tenere duro” e spingere i propri dipendenti a continuare a lavorare, accantonando rapidamente le preoccupazioni sulle condizioni di salute nei posti di lavoro. Peggio ancora, il ministro del Lavoro Muriel Pénicaud ha annunciato l’aumento del limite massimo dell'orario di lavoro giornaliero spostandolo fino a 12 ore e dell'orario di lavoro settimanale fino a 60 ore nei settori considerati come strategici, la logistica compresa[1]. Applicare questi ritmi infernali, fisicamente insostenibili per le attività di movimentazione, significa voler spezzare i corpi oltre che infettarli. Queste deroghe al codice del lavoro costituiscono anche una forma senza precedenti e molto preoccupante di estensione delle disposizioni dello stato di emergenza al mondo del lavoro. Avvertono del rischio di un'ondata disciplinare che, oltre all'aspetto poliziesco, conterrebbe anche un aspetto gestionale.

 

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Il virus del profitto

 Dal punto di vista delle imprese, questa importanza strategica in tempi di pandemia è apparsa da subito come un'opportunità per gli affari. All'inizio della crisi, la grande distribuzione ha tratto vantaggio dalla necessità di stoccare gli alimenti per le famiglie e di soddisfare le esigenze di approvvigionamento delle popolazioni confinate, in Francia come altrove[2]. Nelle riviste specializzate, la crisi sanitaria è stata quindi presentata come una manna dal cielo per le grandi aziende di logistica, con magazzini e centri di distribuzione che funzionavano “a pieno regime” per rifornire i supermercati o consegnare direttamente ai privati[3]. I principali gruppi di vendita al dettaglio hanno così accelerato la loro conversione all'e-commerce e alla consegna a domicilio, anche attraverso partnership con le principali piattaforme di consegna (Uber Eats e Deliveroo), suscettibili di diventare il modo di consumo privilegiato da una società sotto la minaccia costante di una crisi sanitaria.  

Poiché le attività logistiche sono molto sensibili alle variazioni economiche, il settore ha successivamente registrato un rallentamento generale, dovuto ad un cambiamento congiunturale dei modelli di consumo durante il confinamento. I leader della logistica del fresco, ad esempio, hanno annunciato perdite sostanziali, e il gruppo STEF ha persino cercato di compensare le perdite aumentando i prezzi dell'8,5%, prima di doversi ritirare sotto pressione dalla concorrenza. Nei magazzini del gruppo Carrefour i volumi movimentati sono diminuiti del 15% a metà aprile e il valore medio del pacco ha subito un forte calo, il che dimostra in modo evidente che gli acquisti si sono spostati verso i beni di prima necessità, come dimostrano anche i dati INSEE[4]. Più che le misure governative, è soprattutto questa reazione - di necessità, di cautela, ma che può anche essere definita politica - che ha messo un freno al settore della grande distribuzione.

Nel complesso, anche il commercio on-line sembra aver risentito della riduzione degli acquisti. Nelle prime rilevazioni effettuate a fine marzo dalla federazione di settore, tre quarti delle aziende hanno annunciato un calo dei volumi, talvolta significativo[5]. Solo i giganti dell'e-commerce e delle consegne - come Amazon, UPS e Fedex - sono riusciti a mantenere o addirittura ad aumentare i profitti nonostante la crisi. La prova è che queste multinazionali della logistica stanno reclutando e cercando di attirare lavoratori in tutto il mondo. In quella che sembra anche un'importante operazione di comunicazione, Amazon ha annunciato il reclutamento di 175.000 persone negli Stati Uniti in soli due mesi. Ma gli investitori hanno compreso il segnale, e le azioni Amazon sono rapidamente salite ai massimi storici[6].

Nonostante il rallentamento degli affari dovuto alla chiusura di ristoranti e ai licenziamenti, anche la logistica urbana del “capitalismo di piattaforma” potrebbe essere un grande vincitore della crisi a lungo termine, estendendo la sua quota di mercato abituale ad altri tipi di servizi e a partnership pubblico-privato. Uber Eats, Deliveroo e gli altri giganti della gig economy si limitano a inviare e-mail ai rider - che assumono il rischio che i clienti non vogliono correre - per ricordare loro le misure igieniche di una “consegna senza contatto” di fatto impossibile da realizzare. All'altro capo della catena, ai ristoranti utilizzatori vengono offerte commissioni più basse come incentivo per entrare nel mercato. Negli Stati Uniti, Uber e Lyft stanno cercando di trarre vantaggio dal trasporto di persone vulnerabili e di beni sanitari sviluppando applicazioni specifiche (Uber Health e LyftUp) mentre DoorDash è diventato partner con la città di New York per consegnare cibo agli “studenti fragili”. Da parte europea, Deliveroo, JustEat e Uber sarebbero in trattative con il governo britannico per sviluppare servizi di consegna per gli anziani e le persone vulnerabili.

Anche la logistica farmaceutica è tra i principali beneficiari dell'emergenza sanitaria. Le enormi esigenze attuali di questi prodotti stanno creando succosi mercati pubblici e privati per i quali sono in corso guerre commerciali tra i grandi gruppi che controllano questo mercato. Di fronte alla carenza di maschere in particolare, il governo ha fatto appello alle tentacolari reti di subappalto di queste multinazionali, sperando di compensare così le sue tardive reazioni. Affidandosi dapprima a gruppi logistici farmaceutici, come il leader europeo EHDH, si è poi rivolta - in modo relativamente caotico - alle filiali privatizzate di gruppi pubblici e in particolare a Geodis, la filiale logistica della SNCF[7]. Pubblicizzata come la soluzione miracolo, la realizzazione di un “ponte aereo” con la Cina - attraverso gli aerei cargo Antonov e per un milione di euro per unità di volo - sembra soprattutto una corsa a capofitto, un tuffo ancora più profondo nei meccanismi che sono proprio alla radice della crisi.

In ogni sotto-segmento del settore sembra allora prendere forma una nuova fase di concentrazione delle attività e dei profitti nelle mani di pochi grandi operatori. Come dopo la crisi finanziaria del 2008, si sta assistendo a fallimenti a cascata tra la miriade di piccoli subappaltatori di trasporto su cui le multinazionali fanno leva. A ciò potrebbero seguire massicce acquisizioni da parte di grandi gruppi, accompagnate da ristrutturazioni, ondate di licenziamenti e un'intensificazione generale del lavoro. Il prezzo della crisi sarà pagato in ultima analisi dai lavoratori del settore, sotto forma di regimi di sfruttamento più duri.

 

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I precari del flusso

 La gestione capitalistica della pandemia mette in luce la centralità di un intero mondo di lavoro il cui salario è inversamente proporzionale all'utilità sociale. Da un lato della catena logistica, naturalmente, ci sono le cassiere: incaricate di garantire la continuità delle vendite queste sono, insieme ai rider, tra le più esposte al contagio. Ma la “prima linea” è composta anche da circa 800.000 operai della logistica, la maggior parte dei quali lavora in magazzini situati alla periferia di grandi aree urbane. Più del 80% di questi lavoratori sono uomini, la maggior parte dei quali sono razzializzati. Contando le 550.000 persone che lavorano nel trasporto merci (via camion, furgoni, biciclette o scooter), sono più di 1,3 milioni i lavoratori che operano quotidianamente alla circolazione delle merci, cioè più del 25% degli operai in Francia oggi, contro solo il 16% negli anni '80.

La logistica è stata a lungo un settore segnato dalla precarietà del lavoro e un fronte di sperimentazione di tutte le forme atipiche di contratto e di elusione del diritto del lavoro. Mentre nei magazzini la forza lavoro è talvolta in maggioranza interinale, nel trasporto una parte crescente del “proletariato delle strade” è lavoratore autonomo (artigiano, autotrasportatore) o lavoratore distaccato. Inoltre, negli ultimi 10 anni, si è assistito ad un crescente utilizzo di varie forme di contratti a tempo indeterminato degradati, come i “gruppi di datori di lavoro”, e dall'inizio dell'epidemia, al lancio di una piattaforma per la condivisione dei dipendenti attraverso il prestito di lavoro.

La crisi sanitaria mette in evidenza ed esacerba le condizioni di lavoro e di occupazione di questi lavoratori dei servizi. Per garantire la continuità del commercio e soprattutto per sostituire, in via precauzionale, i dipendenti in malattia o in congedo, le multinazionali della logistica cercano di attirare la manodopera resa disponibile dal calo di attività in altri settori[8]. Le agenzie di lavoro interinale nei grandi centri urbani stanno vedendo un'esplosione della domanda per i centri logistici di Amazon o per le compagnie di corriere multinazionali. Allo stesso modo, le piattaforme si appoggiano in larga misura sulla manodopera migrante, che opera affittando conti da terzi, che non ha accesso al magro sostegno finanziario eccezionale dello Stato, e che quindi non ha altra scelta se non quella di continuare a lavorare.

Per i lavoratori interinali della logistica, che spesso lavorano senza protezione, il “diritto di ritiro” è solo teorico. Al contrario, sono costretti a nascondere eventuali debolezze fisiche per non essere esclusi dai canali di reclutamento. Oltre a un lavoro già difficile e patogeno, si aggiunge oggi anche la paura del contagio, spostandosi da un posto di lavoro all'altro o maneggiando oggetti attraverso i quali il virus può passare. È questa diffusione a cascata del rischio di contaminazione che ha portato alla morte di un lavoratore temporaneo infettato da Covid-19 nel magazzino Fedex di Roissynel magazzino Fedex di Roissy e quella di un lavoratore temporaneo che lavorava come agente di rampa all'aeroporto di Roissy. Fino al 15 marzo, quest'ultimo scaricava “navi da carico provenienti dalla Cina, fino a 5 al giorno, senza guanti, senza maschera, senza protezione”. Il 2 aprile, diverse agenzie di lavoro interinale hanno ritirato i loro dipendenti dal sito Fedex a seguito di un avviso formale dell'ispettorato del lavoro, un lavoratore interinale ha riassunto il dilemma affrontato da questi lavoratori precari: “o hai il Covid o muori di fame”[9].

Al contrario, per le aziende che stanno subendo un rallentamento dell'attività, il lavoro interinale ha permesso di sbarazzarsi di gran parte della forza lavoro senza alcun costo. Assunte con contratti settimanali, queste decine di migliaia di lavoratori non sono in realtà oggetto di misure di lavoro a orario ridotto e devono accontentarsi di prestazioni indebolite dalle successive riforme dell'assicurazione per la disoccupazione[10]. Tuttavia, i dipendenti stabili non vengono risparmiati: in un settore in cui i premi di produttività e gli straordinari possono rappresentare fino a un quarto dello stipendio, il passaggio al lavoro a orario ridotto comporta spesso perdite di reddito mensili di circa 500 euro.

 

 

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Resistenze sanitarie in magazzino

L'esperienza di chi ha un lavoro precario è solo una lente d'ingrandimento delle condizioni di lavoro ordinarie in tutto il settore. In molti magazzini non vengono rispettate le regole sanitarie di base. E in tempi di pandemia più che mai da quando mancano le maschere, i guanti e il gel. I colli arrivano da ogni parte, circolano di mano in mano, come gli strumenti di lavoro. Alcuni porti di carico richiedono la collaborazione di più persone e, sulle linee di smistamento, il lavoro viene svolto a prossimità. Nelle filiali del gruppo logistico farmaceutico EHDH, ad esempio, la mancanza di dispositivi di protezione è evidente, mentre sulle piattaforme circolano pacchetti pieni di maschere. A Eurotranspharma i casi si stanno moltiplicando ed è solo a seguito di interruzioni e pressioni da parte delle delegazioni sindacali che è stata effettuata una pulizia completa dei locali e dei camion, e che la direzione ha fornito maschere e gel in quantità sufficiente.

Le testimonianze in magazzino dimostrano che in realtà, in molti casi, sono i dipendenti stessi a mettere in campo i mezzi individuali e collettivi per proteggere se stessi (e noi). Nei luoghi di lavoro in cui sono presenti sindacati combattivi, i rappresentanti dei lavoratori sono spesso i primi a rendersi conto dell'entità del pericolo. Coloro che sono abituati a gestire i pacchi provenienti dalla Cina e da tutto il mondo si sono resi conto prima di tutti che il virus era molto più vicino di quanto pensassimo e che loro stessi erano già stati esposti. Prima che venissero attuate le misure di confinamento, e mentre i media presentavano il virus come lontano, avevano già dato l'allarme chiedendo incontri d'emergenza con la direzione. Per lo più provenienti dai quartieri popolari, questi precursori sono gli stessi che vengono sistematicamente accusati di “comportamenti incivili” dai media mainstream e da gran parte della classe politica.

In diversi magazzini, sono i lavoratori con contratto a tempo indeterminato che si sono impegnati a distribuire le attrezzature sanitarie, in modo che anche i lavoratori temporanei potessero beneficiarne. Nel magazzino del Gruppo Geodis a Gennevilliers, all'inizio della crisi non sono stati forniti dispositivi di protezione, costringendo le squadre sindacali a organizzare da sole la distribuzione di maschere, attingendo alle scorte accumulate per proteggersi dai gas lacrimogeni durante le manifestazioni. Per giunta, la società si è aggiudicata uno dei principali contratti per il trasporto delle maschere FFP2 pagate dallo Stato francese. Solo il 17 marzo, quando un dipendente ha avuto una sofferenza respiratoria su una banchina di carico, è risultato positivo alla Covid-19 ed è stato ricoverato in ospedale per una settimana in gravi condizioni, la direzione ha preso provvedimenti significativi. Sotto la pressione del sindacato, questa piattaforma, che non fornisce alcun bene di base, è stata finalmente rallentata, in quanto i dipendenti hanno potuto far valere il loro diritto al lavoro a orario ridotto.

Di norma, quando questi lavoratori sono costretti a danneggiare la loro salute, lo fanno per provvedere a sé stessi e alle loro famiglie. Ma con la pandemia, la contraddizione tra salute e profitti è spinta al limite. La conservazione dei corpi (propri e dei propri cari) diventa allora una possibile fonte di conflitto e di rifiuto del lavoro. Molti dipendenti hanno spiegato di andare al lavoro con una “bolla nello stomaco” e di tornare a casa con questa ansia, temendo di contaminare le persone con cui vivono, a volte anziane. In assenza di una struttura sindacale che controlli il livello di protezione - come avviene nella stragrande maggioranza del settore - si sono moltiplicate le forme di assenteismo o di rifiuto del lavoro. I tassi di assenteismo sono esplosi, superando il 50% in alcuni siti. In molte aziende, questo è in netto contrasto con il management, che è in telelavoro e invia messaggi di incoraggiamento ai lavoratori via e-mail.

Di fronte ai rischi che incorrono questi lavoratori, il governo “invita” semplicemente le aziende a pagare un premio esente da imposte, lasciato alla discrezione del datore di lavoro, sullo stesso modello proposto in risposta al movimento Gilets Jaunes. Questa politica di bonus casuali sembra essere l'unica risposta del governo alla precarietà. Diversi sindacalisti locali hanno già rifiutato le irrisorie somme loro offerte in cambio di un rischio mortale. Nei gruppi logistici farmaceutici come EHDH, si parla di un centinaio di euro, in condizioni di presenza continuativa. Chi ha dovuto prendersi un giorno di ferie per occuparsi dei figli o per assistere i genitori non sarebbe quindi interessato. Un evento raro: a Clermont-Ferrand, 80 lavoratori temporanei di una piattaforma Auchan, supportati da 200 nuovi dipendenti, hanno lasciato il lavoro quando il direttore del cantiere ha annunciato che non ci sarebbe stato alcun bonus per loro.

Il raggiungimento di un livello di protezione soddisfacente comporterebbe in ogni caso una profonda trasformazione dell'organizzazione del lavoro, che rimane impensabile per i datori di lavoro, anche in tempi di crisi sanitaria. Nella maggior parte dei siti logistici, solo la chiusura o una drastica riduzione dei volumi gestiti può davvero proteggere i dipendenti. Per mantenere i livelli di produzione, il management si affida all'incertezza causata dalla mancanza di test. Quando compaiono i sintomi, i lavoratori si ritirano o vengono rimandati a casa senza informare il resto del personale. Molti funzionari sindacali spiegano che essi stessi devono svolgere indagini per identificare i rischi, in un lasso di tempo che aumenta il pericolo. È solo quando si esercitano pressioni che la direzione reagisce finalmente, temendo scandali mediatici o attacchi legali in caso di situazioni gravi. La stessa direzione di Amazon è stata costretta a riconoscere la sua impreparazione e le numerose “lacune” nell'attuazione delle misure di protezione[11]. Le testimonianze dei dipendenti hanno poi attestato un vero e proprio pericolo, in particolare nel magazzino di Brétigny-sur-Orge, dove all'inizio di aprile si sono verificati 4 casi accertati di Covid-19, tra cui una persona in coma. Su un montaggio di video amatoriali, possiamo vedere i dipendenti ammassati all'ingresso del magazzino dopo aver preso i mezzi pubblici affollati.

Il 14 aprile, una decisione del tribunale ha dato l'impressione che l'attuale tragedia sanitaria venisse affrontata in modo adeguato. Il tribunale di Nanterre ha ordinato ad Amazon di attuare misure di protezione per questi dipendenti e di limitare la sua attività ai soli prodotti essenziali. Due giorni dopo, la multinazionale ha annunciato la chiusura dei suoi principali magazzini francesi fino al 5 maggio. Se la notizia è sorprendente, va ricordato innanzitutto che Amazon è ben lungi dal rappresentare il settore della logistica e che migliaia di magazzini rimangono aperti. Come accade ormai da diversi anni, Amazon funge da schermo, un facile bersaglio mediatico che alla fine scagiona tutti gli altri. Amazon ha reagito prontamente annunciando che le sue consegne sarebbero state mantenute. Il gruppo si affiderà infatti ai suoi magazzini all'estero - come già fa in caso di scioperocome già fa in caso di sciopero - e alla rete di subfornitura tentacolare che utilizza già in tempi normali[12]. Conosciuta per essere sempre all'avanguardia nell'innovazione nel campo dello sfruttamento dei lavoratori, la multinazionale sta così inventando il dumping sanitario nel bel mezzo di una pandemia.

 

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Ciò che è essenziale

La questione di cosa è essenziale e cosa non lo è sottolinea soprattutto l'assunzione di rischi differenziati a cui sono esposte le diverse categorie di lavoratori. A livello nazionale, molti governi affermano costantemente che la produzione è limitata alle sole attività "essenziali". Ma questo limite è eminentemente politico. In Italia, dove si sono verificati scioperi spontanei o organizzati in molti magazzini del Nord per chiedere misure di sicurezza, l'intero settore della logistica è incluso nell'elenco dei settori essenziali pubblicato dal Governo il 22 marzo. Non importa se si tratta di cibo o di scarpe di marca. Analogamente in Francia, i supermercati rimangono aperti e continuano a vendere elettrodomestici o attrezzature ad alta tecnologia, trascinando a monte l'intera catena logistica per la fornitura di questi prodotti. Per ridurre l'attività, tuttavia, sarebbe sufficiente disattivare una linea di codice nel software gestionale, il codice “non alimentare”, ad esempio, come già fanno i grandi gruppi in risposta ai grandi scioperi.

Ancora una volta, il caso Amazon ha dato vita a tutta una drammaturgia di stato e di giustizia di fronte alla società recalcitrante. Fin dai primi momenti di contenimento, Amazon ha giocato sulla vaghezza promettendo di limitare la sua attività ai soli “beni alimentari e casalinghi”, una categoria inventata da zero ed espandibile a piacimento. A seguito del procedimento avviato da Sud-Commerce presso il tribunale di Nanterre, il tribunale ha ordinato alla multinazionale di limitare la propria attività alla "preparazione e spedizione di ordini di prodotti alimentari, prodotti per l'igiene e prodotti medicali". Mentre questa decisione è stata confermata in appello, con una sentenza senza precedenti, il tribunale di Versailles ha comunque ampliato l'elenco dei prodotti interessati, aggiungendovi attrezzature high-tech e informatiche, considerandole "indispensabili per il telelavoro". Così i lavoratori devono lavorare a rischio, in modo che i dirigenti lavorino con protezione, una sorta di serpente (capitalista) che si morde la coda.

Queste contraddizioni mostrano a che punto le grandi aziende antepongono la produzione alla salute dei dipendenti e delle loro famiglie. Sono in linea con quelle del governo, che ha adottato un tono marziale - di protezione e di unità nazionale - mentre evoca molto rapidamente un ritorno alla "guerra economica" che dovrà ancora essere combattuta. I dirigenti dei principali gruppi logistici non esitano ad utilizzare questo supporto incondizionato, spiegando ai rappresentanti del personale che lo Stato li sta costringendo a continuare l'attività, come abbiamo sentito da Amazon, Geodis o EHDH. Il significato di questo discorso è chiaro: non si può proteggere tutti, bisogna fare sacrifici per l'economia. Il fatto che i dipendenti del settore metallurgico e logistico si siano mobilitati in Italia con lo slogan "non siamo carne da cannone" è indicazione della consapevolezza dell'ipocrisia dietro alle richieste di mantenere la produzione.

È quindi verso i modi di produzione - e non verso i modi di consumo - che deve essere indirizzata la riflessione su ciò che è essenziale o meno. Le accuse a seguito di ordini per sextoys o smalto per unghie, avanzate dai principali media, sono un buon esempio dell'ambiguità di questo discorso. Hanno un'evidente carica morale, orientata inoltre alla sessualità, con il pretesto di proteggere le persone. In realtà, è solo quando si stabilisce un rapporto di forza all'interno delle imprese, o dall'esterno ma verso l'azienda, che si possono ottenere delle limitazioni alla produzione e alla circolazione. In altre parole, non prendendo di mira il comportamento dei consumatori, ma l'organizzazione produttiva nel suo complesso. Il caso della Lombardia ci mostra quanto siano fondamentali queste lotte, perché oggi sappiamo che la regione è duramente colpita a causa della densità del suo tessuto industriale e urbano... e perché le fabbriche hanno chiuso troppo tardi o continuano a funzionare.

 

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Verso il corpo a corpo

Se da un lato le catene di approvvigionamento globali vengono designate per il ruolo che svolgono nella diffusione della pandemia, dall'altro sono paradossalmente bollate come salvagenti per la sopravvivenza in tempi di confinamento. Questi salvagenti sono a volte inoperanti, considerando la difficoltà che le economie occidentali hanno ad ottenere abbastanza maschere dall'Asia. Ci sono poche possibilità che queste "scappatoie logistiche" - individuate dallo stesso Macron - si risolvano dopo la crisi, e c'è motivo di temere la prossima fase di concentrazione-ristrutturazione del settore, del tipo che da 40 anni sta degradando le modalità di organizzazione e di lavoro a tutti i livelli della catena logistica, dal magazziniere al rider.

Sia a livello aziendale, statale o internazionale, è soprattutto l'incapacità delle istituzioni capitalistiche a gestire la crisi sanitaria che è evidente. Il mondo della gestione e i suoi avatar governativi non hanno, nei loro sistemi di pensiero, strumenti adeguati a una situazione che esige innanzitutto la tutela dei corpi. Nei magazzini, il virus si aggiunge alla lombalgia, ai disturbi muscoloscheletrici e ad altre patologie del gesto ripetuto all'infinito. A volte vi si accumula, come nel caso dei fattori di co-morbilità - come l'insufficienza cardiaca e polmonare o il diabete - che notoriamente colpiscono più frequentemente le classi popolari, proprio a causa delle condizioni di lavoro e di vita.

Va sottolineato il ruolo salutare svolto dai lavoratori che hanno saputo prendere in mano la situazione in queste enormi e drammatiche lacune. In alcuni casi si può ritenere che siano stati gli attivisti sindacali ad assumere la gestione sanitaria dei magazzini, garantendo la distribuzione dei dispositivi di protezione e monitorando l'attuazione delle misure sanitarie. Questa affermazione di un potere autonomo in fabbrica ricorda anche quanto osservato negli ospedali, con le équipe mediche che sostituiscono una gestione obsoleta. Quando questo potere non può essere espresso, per mancanza di organizzazione collettiva, le forme di elusione o di rifiuto del lavoro, sia attraverso la disoccupazione che attraverso l'interruzione del lavoro, sono altrettanto decisive e vitali nell'ambiente pandemico.

Contrariamente alle insinuazioni dei media e ai discorsi politici sulla “prima linea” - che equiparano i lavoratori dei servizi a dei soldati, vittime involontarie di una guerra che hanno subito - molti lavoratori hanno così occupato e continuano ad occupare un posto centrale nella resistenza al virus. Hanno quindi fatto affidamento su forme di solidarietà e di aiuto reciproco e su un potere sociale che preesisteva alla crisi ma che ne è stato rafforzato. Attraverso le loro posizioni nel processo produttivo e riproduttivo, al centro del flusso di pacchi o di malati, hanno anticipato ciò che i governi stessi non volevano vedere.  

Nella continuità del movimento incompiuto contro la riforma delle pensioni, l'autodifesa sanitaria del mondo del lavoro riafferma il rifiuto di sacrificare la salute sull'altare dell'economia. Suggerisce un'apertura di possibilità nelle lotte a venire, orientata contro uno dei principali attacchi del capitalismo, quello che colpisce direttamente i corpi e il vivente. Con la certezza ormai comprovata di una capacità autonoma e di una forza popolare in grado di farsi carico di ciò che non può essere delegato alla governance neoliberale.

 

 

 

Note:

[1]A queste deroghe si aggiungono la possibilità di far lavorare la domenica, l'estensione del periodo minimo di riposo da 9 a 11 ore, l'estensione del lavoro notturno da 8 a 12 ore al giorno e la possibilità di imporre fino a 6 giorni di ferie retribuite con un solo giorno di anticipo (rispetto alle 4 settimane iniziali).

[2]Nell'ultima settimana di febbraio, Carrefour, Leclerc e Lidl hanno visto le loro vendite aumentare di oltre il 6%. L'utilizzo della consegna a domicilio è aumentato del 74%, contro il 13% dei drive-through (Fonte MoneyVox, 09/03/2020).

[3]“Ouest France” del 14 marzo, “Usine Nouvelle” del 18 marzo.

[4]Nel suo esame congiuntura della congiuntura economica del 9 aprile 2020, l'INSEE ha stimato che i consumi delle famiglie sono diminuiti complessivamente di un terzo. I consumi dei prodotti manifatturieri sono diminuiti del 38% e quelli dei servizi del 33%.

[5]Tre quarti delle aziende intervistate dalla Federazione delle vendite a distanza hanno dichiarato di aver registrato un calo delle vendite dal 15 marzo (Fonte: Fevad, 30 marzo 2020).

[6]Durante le prime settimane di lockdown, l'azione di Amazon ha registrato tre storiche sessioni di record a Wall Street. Il titolo ha guadagnato circa il 30% dall'inizio dell'anno, mentre l'indice Dow Jones è sceso del 18% nello stesso periodo, a causa della crisi del coronavirus. Il 1° maggio, in risposta alla nascente mobilitazione nel settore dell'e-commerce negli Stati Uniti, il gruppo ha annunciato che avrebbe investito tutti i profitti del trimestre (aprile-maggio-giugno) per rafforzare le misure di sicurezza nei propri magazzini. Questa decisione ha fatto scendere il prezzo del titolo del 5%, percentuale che rimane relativamente bassa rispetto all'impatto politico e mediatico di una multinazionale che dichiara di essere all'avanguardia nella tutela della salute, o addirittura in grado di superare l'azione del governo.

[7]Laure Brenas, CEO del CSP (Centre Spécialités Pharmaceutiques, una filiale di EHDH) ha dichiarato, leggermente offesa: "Ci hanno chiesto la nostra disponibilità, poi abbiamo saputo che avevano deciso di passare per Geodis senza consultarci" (Fonte Libération, 25/03/2020).

[8]Médiapart: “Il lavoro sotto epidemia: Per i lavoratori interinali, le crepe sono profonde”, di Mathilde Goanec, 21/03/2020.

[9]Dichiarazione di Souad, un interinale di Fedex, pubblicata da AFP il 08/04/2020.

[10]In risposta alla crisi, il governo ha anche annunciato il rinvio a settembre della seconda parte della sua riforma dell'assicurazione per la disoccupazione, che mira ad inasprire le condizioni di compensazione dei lavoratori precari.

[11]Come rivela la registrazione pirata di un incontro a distanza con i sindacati, trasmessa da Mediapart il 21/03/2020. L'estratto mostra anche come il management abbia inizialmente utilizzato il discorso del governo per giustificare il mantenimento dell'attività.

[12]Nel criticare il modello Amazon, è importante includere il fatto che la multinazionale si affida a un'enorme rete di subappalto che coinvolge una molteplicità di attori: aziende pubbliche come La Poste e la sua filiale Chronopost, filiali privatizzate di SCNF come Geodis, grandi gruppi logistici come TNT, Fedex o XPO, nonché un gran numero di PMI nel settore dei trasporti e delle consegne.

 

Informazioni aggiuntive

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Oggi La Stampa ci informa sull’avanzamento della grana Salbertrand. Lo scandalo era scoppiato a novembre quando i geniacci di TELT si erano accorti che il terreno scelto per la fabbrica dei conci del tunnel di base è… pieno di amianto. Un grosso guaio, come scrivevamo su queste pagine a novembre, che andrà certamente ad impattare sulla tabella di marcia del progetto, nonostante le rassicurazioni che vengono dal quartiere generale sitav (ma d’altronde che credibilità può avere un promotore che non già per due volte non è nemmeno riuscito a spendere i finanziamenti europei in tempo talmente aveva accumulato ritardo nei lavori?!).

Dopo i sudori freddi dell’autunno, le cose sembrano essersi infine sbloccate. Dall’articolo de La Stampa apprendiamo che i lavori di smaltimento dei rifiuti amiantiferi sui 16mila metri quadri dell’area sono stati affidati alla Noldem spa, gigante della bonifica con sede a Venaria, coinvolta già nel 2005, tra l’altro, nell’inchiesta sui reati ambientali legati all’ex zona industriale spina 4 sulla Dora (scavo riempito con detriti contaminati invece che puliti).

La questione rimane sempre: chi paga per questo costo non preventivato nel progetto? Il terreno su cui si trovano i detriti è di proprietà comunale ma era stato concesso per 20 anni all’Itinera spa. È proprio la partecipata del gruppo Gavio che ha stoccato i materiali pericolosi – frutto di un precedente scavo – a Salbertrand, fregandosene poi altamente della loro sorte nonostante ingiunzioni della magistratura e sequestri della guardia di finanza. Grazie al TAV però, dopo anni di rinvii la Itinera non dovrà più accollarsi i costi di messa in sicurezza. A pulire la polvere (d’amianto) nascosta sotto il tappeto ci penserà direttamente TELT, ossia tutti noi visto che il promotore dell’opera è un’azienda a capitale pubblico.

Non è bellissimo? Ci sembra una rappresentazione plastica del sistema TAV: quando c’è da incassare per gli appalti i profitti sono privati, quando c’è da tirar fuori i soldi per le bonifiche i costi sono pubblici. Costi, per altro, ancora ignoti visto che TELT continua a rifiutare di comunicare quanto andrà a pesare sulle nostre tasche l’intervento di rimozione di rifiuti… alla faccia della trasparenza!

Da notav.info

Per approfondire: Salbertrand: la menzogna del TAV in alta valle

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Il virus del lavorismo è tra noi.  

Di Corisco

Riaprire a tutti i costi, ripartire, rimettere in moto la macchina della produzione, garantire la competitività. Qualcuno, tra i soliti noti, ha persino fatto parlare i morti per assicurarsi che la retorica della ripartenza diventi un imperativo morale, più che una decisione politica.  

L’orizzonte catastrofico che solo un mese fa guardavamo con inquietudine nella speranza di continuare a osservarlo da lontano, reinventando le nostre vite e convivendo con l’epidemia, rappresenta ormai il nostro presente e il nostro futuro a tempo indeterminato.  

L’indefinitezza di questa situazione, inevitabilmente, spinge molti a considerare la necessità di un’occupazione come la priorità assoluta, anche a scapito della propria salute. In questa pulsione, che ci induce a voler aggirare le restrizioni per superare l’immobilismo in cui siamo costretti, convergono tanti fattori, tante necessità, ma soprattutto tante storie di vita.  

La poca chiarezza delle informazioni che ci vengono somministrate a ritmo incessante ogni giorno ha ormai polarizzato il dibattito pubblico, tra gli irriducibili della clausura e i partigiani della libera uscita. Responsabilità collettive contro libertà individuali, apologia del controllo contro autodeterminazione.  

Un dibattito che, su entrambe le sponde, conosce i suoi pro e i suoi contro, almeno credo. Ma è un dibattito a cui si aggrappano, come api sul polline (anche se sarebbe più corretto chiamare in causa le meno eleganti mosche), gli specialisti della politica. Così va avanti il circo di cui si nutre la spettacolarizzazione mediatica della crisi: il partito del restoacasismo trasforma i suoi adepti in sceriffi fanatici del controllo sociale e gli esponenti del riapritismo trovano spazi inediti per insinuare il dubbio sulla legittimità scientifica del distanziamento.  

Che si tratti di barricarci in casa pattugliati giorno e notte da un drone o che ci venga lasciata la libertà di ricongiungerci con il rischio di contagiarci vicendevolmente – e quindi di morire, la decisione sul rientro a lavoro sembra unanime. La supposizione, all’apparenza, è logica: senza lavoro niente reddito, quel poco che lo Stato poteva dare è stato dato e le cosiddette mansioni “indispensabili” da sole non sono sufficienti a garantire la crescita.  

Nel frattempo il leviatano dell’economia globale ha conosciuto un blocco parziale, o quantomeno un rallentamento, che fino a oggi non sarebbe stato immaginabile nemmeno con lo scoppio di una guerra planetaria. Un’interruzione dei flussi, del movimento e delle frenesia che caratterizzano le nostre vite da così tanto tempo che non riusciamo quasi a immaginare come possa essere altrimenti.  

A molti, magari inconsciamente, sarà forse balenata l’idea che quello che facevamo prima non sia, alla fine dei conti, così indispensabile?  

Non è certo il tempo di recitare l’elogio funebre del capitalismo, e forse nemmeno di quel realismo capitalista descritto da Mark Fisher come il dispositivo che ci permette di immaginare la fine del mondo ma non la fine dell’accumulazione e dello sfruttamento. Magari, però, proprio ora che la prove generali per l’apocalisse sembrano entrare nel vivo della rappresentazione, possiamo soffermarci sulla nostra immaginazione e domandarci se sia possibile, timidamente, tratteggiare un’idea di futuro che non sia solo la cannibalizzazione reciproca sulle ceneri dell’antropocene.  

Certo, in queste condizioni fare un’apologia del tempo ritrovato o della riconquista degli spazi privati suona come un elogio del privilegio. In questo momento chi può permettersi anche solo il lusso di pensarsi oltre il sistema di produzione di cui tutti siamo, consapevolmente o meno, degli ingranaggi?    

Io stesso ritengo che in questo momento la priorità sia quella di rivendicare a gran voce le condizioni più idonee per affrontare la tempesta mentre il deserto della pandemia avanza inesorabilmente davanti a noi. Tra queste ci sono senz’altro le tutele per chi è costretto a lavorare nei luoghi del contagio, e per chi è costretto a lavorare in generale a stretto contatto con altre persone. Ma anche la richiesta di un reddito di base universale e garantito, ora che gli strumenti per la sua estensione esistono e devono essere rafforzati.  

Ma il punto non è questo.  

Il punto è che dopo avere trovato un breve, fugace, momento per ripensare a noi, ai nostri corpi e alla nostra salute durante il lockdown, abbiamo forse anche la possibilità di ritagliarci uno spazio per ripensare al mondo in cui ci viene imposto di tornare a vivere (e, purtroppo, a morire). In questo spazio credo sia necessario ricominciare a ipotizzare un rifiuto del lavoro che non sia solo una strategia di contrattazione, ma una rivendicazione complessiva.  

Se guardiamo al capitalismo come ideologia - o come spirito, secondo la definizione di Weber - prima che come a un sistema economico, ci rendiamo conto di come rappresenti un apparato indubbiamente efficace nel farci trovare delle forti motivazioni di carattere morale che ci spingono ad aderire ad esso. Non solo, ma il terzo spirito del capitalismo - quello in cui viviamo, secondo i sociologi Boltanski e Chiapello – ci avrebbe finalmente indotto a interiorizzare le giustificazioni sulla presunta necessità del suo ordine. Ciascuno di noi, in pratica, concretizza su di sé e sugli altri quei dispositivi coercitivi che sembrano rendere lo sviluppo capitalistico razionale e, soprattutto, ineluttabile

Di ciò è esempio tutta la fatica quotidiana che, in quarantena, spendiamo nella manutenzione dei nostri corpi-macchina. Se dimostrare la necessità di andare a fare una corsa al parco è diventata una blasfemia, sembra invece un obbligo tenersi in allenamento quotidiano tra le mura di casa seguendo corsi on-line di ogni genere di disciplina. A ciò si uniscono – con intensità e violenza differente in base al genere - i peggiori meccanismi di auto-colpevolizzazione e stigma-social, se anche solo per un attimo pensiamo che non sia necessario depilarsi o ci dimentichiamo di prepararci alla prova costume nonostante la basse probabilità di vedere il mare quest’estate. 

La retorica lavorista è, a mio avviso, uno degli strumenti indispensabili in questo processo. Rappresenta, infatti, un assunto talmente incontestabile da non sembrare più quello che invece è realmente: un ricatto. Il fatto che la pandemia abbia disvelato, in buona sostanza, l’assoluta inconsistenza di gran parte dei nostri lavori, non ha messo però in crisi la “costrizione silenziosa” del ricatto lavorativo (vale a dire “o lavori o non mangi”), così come descritta dal Gruppo Krisis nel Manifesto contro il lavoro del 2003.  

Moltissime persone, anche al di fuori delle cerchie di Confindustria o dei partiti politici a favore del “ritorno alla normalità” (tutti), vedono ancora il lavoro come l’unica possibilità di riscatto – o in questo caso, di sopravvivenza – a cui aggrapparsi. Anche il tam-tam sui social network che, nelle scorse settimane, invitava la popolazione a scendere in strada per “riprendersi la libertà”, aveva come sottofondo la partitura stonata del lavorismo.  

“Io oggi non festeggio la Costituzione perché il primo articolo dice che l’Italia è un paese fondato sul lavoro, ma oggi a lavoro non ci posso andare”. È l’incipit di uno dei tanti video di protesta che, il 25 aprile, hanno invaso i gruppi e le chat di quelle persone che, sentendosi abbandonate dallo Stato, invocano una protesta di massa che porti all’allentamento del lockdown. Anche in questo caso è evidente come una pulsione più libertaria – e in un certo senso comprensibile – legata alla volontà di riprendere le relazioni sociali e lasciarsi alle spalle la fase più acuta dalla pandemia, si sia saldata al discorso della ripartenza economica, finendo per catalizzare buona parte della narrazione padronale sul “ritorno alla normalità”.  

Sempre il Gruppo Krisis, nel suo Manifesto, faceva notare come l’Italia, nonostante vanti una certa tradizione di resistenza al lavoro, rappresenti nella realtà un vero e proprio laboratorio di tecniche di dominazione sociale legate all’imposizione del lavoro. La grande diffusione di forme di occupazione “atipiche”, come il lavoro autonomo, unite a una disoccupazione molto elevata e alla diffusione endemica del lavoro nero, rendono infatti il nostro paese un’avanguardia nello smantellamento del tradizionale rapporto tra produzione e salario. La maggiore autonomia dei lavoratori e delle lavoratrici rappresenta, in buona sostanza, una maggiore propensione all’autosfruttamento dovuta all’interiorizzazione dell’obbligo lavorativo. In un contesto come quello attuale, dove l’impoverimento generale aumenta di pari passo con il prolungamento dell’epidemia, sembra quasi inevitabile un rafforzamento di questa logica di auto-valorizzazione immediata.  

È sufficiente, allo stesso tempo, derubricare le legittime preoccupazioni di milioni di persone a un semplice prurito lavorista? Certo che no. All’interno di queste pulsioni, di questi conflitti – per ora - a bassa intensità, si racchiude in potenza la spinta a rifiutare un modello di sviluppo che non prevede altro orizzonte al di fuori dello sfruttamento più bieco. La nostra subalternità allo sviluppo del capitale è ormai pressoché totale, interiorizzata in ogni nostro gesto, in ogni nostra azione, anche quando vorremmo che queste servissero a liberarci dal suo giogo.  

Antonio Gramsci sosteneva che i subalterni subiscono sempre l’iniziativa dei dominanti, anche quando si ribellano, a meno che non riescano a sviluppare un’iniziativa autonoma che permetta loro di combattere per contendere l’egemonia ai propri oppressori. Trascurare i movimenti spontanei dei gruppi subalterni aprirebbe invece alla reazione, a meno che non si trovi il modo di fornire una “direzione consapevole” a queste mobilitazioni. In buona sostanza, se ci sembra facile derubricare i conflitti che animano sempre più persone nel nostro paese a un’inveterata logica “da bottegai”, o alla recrudescenza di pruriti conservatori (entrambe cose presenti, non c’è dubbio), si rischia forse di perdere la possibilità di intavolare un processo di riscatto sociale che vada oltre la logica del lavoro e delle sue dinamiche di costrizione.  

Parliamoci chiaro: la questione cruciale dei prossimi mesi, a livello economico e sociale, si gioca sulla materialità dei bisogni e sulla necessità di tirare avanti, in un modo o nell’altro. Lo spazio per le utopie e per i discorsi di ampio respiro sembrerebbe, allora, molto ristretto per non dire inesistente. Ma è proprio qui che, a mio modo di vedere, si può provare a combattere una battaglia più articolata e complessiva. Quando ci si troverà a lottare per rivendicare più welfare e maggiori diritti sui luoghi di lavoro, si dovrebbe provare ad affiancare un refrain che sottintenda la sottrazione totale e irreversibile al ricatto del lavoro. In un certo senso, a una logica rivendicativa più classica, e sostanziata dalla necessità di vivere dignitosamente senza pagare i costi della crisi, va intervallato un ritornello che ribalti la logica del ricatto lavorista e lo scagli nella direzione opposta: “ora che abbiamo i mezzi per campare, possiamo iniziare a pensare a come vivere senza lavorare”.  

La forza di questa assunzione di prospettiva non potrà che risiedere nella riscoperta di una nuova forma di convivenza, collettiva e mutualistica, che sottragga forza all’ideologia dell’individuo contrapposto agli altri individui. Il dibattito transfemminista ha evidenziato come la logica dei “lavori indispensabili” non serva ad altro se non a rafforzare la declinazione sessista e razzista di alcune mansioni, in primo luogo del lavoro di cura. Nell’ambito della riproduzione sociale, infatti, è molto chiaro che non è continuando a lottare per un miglioramento delle condizioni di lavoro che si sconfiggerà il dominio patriarcale sul quale si regge il presupposto dell’esistenza di “attività femminili”, senza le quali la società del lavoro non potrebbe esistere. La soluzione, allora, non può che essere la sottrazione, un rifiuto totale e inderogabile del lavoro tout court.  

L’autorganizzazione che si sta strutturando nei quartieri delle nostre città e nei nostri paesi, con la nascita di gruppi per la spesa solidare e l’assistenza alle persone più deboli, è un altro tassello di questa possibilità alla quale dobbiamo aprirci. Riscoprire i legami di solidarietà, lo spirito di comunità e la possibilità di instaurare nuove relazioni al di fuori dello sfruttamento e della messa a valore. Il primo passo fare ciò, però, è prendere coraggio per dire quello che ci sembra il concetto più lontano dalla materialità delle nostre vite.  

Non torneremo a lavorare, perché il lavoro è il problema. 

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Un gruppo mercenario ha tentato un’incursione armata in Venezuela per destabilizzare, creare violenza e attentare contro membri del Governo.

Il Governo del Venezuela ha informato che questa domenica la Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB), insieme alle Forze d’Azione Speciali (FAES) della Polizia Nazionale Bolivariana, hanno neutralizzato l’incursione, denominata “operazione Gedeón”, di un gruppo armato che voleva infiltrarsi nel paese dal mare.

Denominata ufficialmente “Operazione Negro Primero”, le forze di sicurezza venezuelane hanno informato della morte di otto persone, tra le quali uno dei dirigenti dell’incursione, Robert Colina Ibarra, alias Pantera, così come dell’arresto di altre due persone.

Il ministro di Interni, Giustizia e Pace del Venezuela, Nestor Reverol, ha rivelato che sono stati sequestrati anche dieci fucili, una pistola Glock 9 millimetri, due mitragliatrici AFAG, sei veicoli terrestri tipo pick-up, una lancia con due motori fuoribordo, due quaderni con i dettagli della violenta operazione, telefoni satellitari, documenti d’identità, uniformi, un elmetto con la bandiera statunitense, e caricatori di cartucce di differenti calibri.

Responsabili statunitensi e venezuelani che hanno pianificato la fallita incursione armata attraverso le coste cominciano ad apparire e ad assumerne la paternità. Questi mercenari coinvolgono direttamente la Colombia. Signori del governo di Duque: non si può occultare il sole con un dito.

In cosa è consistita l’incursione armata?

Il gruppo armato, proveniente dalla Colombia, aveva previsto di realizzare un incursione marittima mediante lance veloci attraverso le coste di Macuto, stato di La Guaira (nord), con l’obiettivo di creare destabilizzazione, assassinare membri del Governo venezuelano e fare un colpo di stato, come ha affermato Colina Ibarra in un video che circolerebbe nelle reti sociali

Chi sono implicati?

Al comando del gruppo armato si trovava Colina Ibarra, così come il disertore, Javier Nieto Quintero e l’ex soldato statunitense, Jordan Goudreau, che sarebbe a capo dell’addestramento di tre accampamenti di disertori della FANB, e coordinati dal golpista Clíver Alcalá Cordones.

Chi è Robert Colina Ibarra, alias Pantera?

Colina Ibarra dirigeva l’accampamento d’addestramento numero 3, nella località di Riohacha (nord della Colombia), ed è un altro degli implicati nell’operazione di infiltrazione di un arsenale militare in territorio venezuelano, frustrato lo scorso 23 marzo dalla Polizia stradale colombiana.

Il capo di questa operazione era il golpista Alcalá Cordones, che ha riconosciuto che alias Pantera era un suo uomo di fiducia per questo tipo di azioni contro il Governo venezuelano.

Come sono implicati la  Colombia e gli USA?

In varie occasioni, il vicepresidente settoriale venezuelano delle Comunicazioni, Jorge Rodríguez, ha denunciato di fronte all’opinione pubblica internazionale che in Colombia ci sono tre accampamenti “dove sono addestrati mercenari per mettere in opera piani contro il Venezuela”.

Allo stesso modo, lo stesso Alcalá Cordones ha affermato alla radio colombiana WRadio che il contratto per l’acquisto dell’arsenale militare sequestrato lo scorso marzo è stato effettuato con agenzie degli Stati Uniti (USA) e a conoscenza della Colombia.

Inoltre, ha parlato anche di un piano per creare destabilizzazione in Venezuela e al quale partecipava il deputato dell’opposizione autoproclamatosi presidente, Juan Guaidó, che ne sarebbe l’autore.

Il golpista ha affermato che si progettava un colpo di stato contro il presidente Nicolás Maduro, e che al suddetto contratto ha partecipato anche il consigliere politico Juan José (J.J.) Rendón, insieme ad altri coinvolti.

Da parte loro, le autorità colombiane hanno negato il proprio coinvolgimento nella nuova aggressione contro il Venezuela affermando che “si tratta di un’accusa infondata, che cerca di compromettere il Governo della Colombia in una trama speculativa”.

Allo stesso tempo, in giorni recenti, il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha affermato che continueranno a far pressione sul Governo venezuelano, sanzionandolo e bloccandolo illegalmente, e non ha scartato di riaprire l’Ambasciata del suo paese quando ci sarà un cambio delle autorità.

La prima «operazione Gedeón» in Venezuela

Fu un’operazione militare avvenuta il 15 gennaio 2018 nella parrocchia di El Junquito, nella quale fu disarticolato il gruppo armato guidato da Óscar Pérez, legato ad una cellula terrorista, dopo che aveva attaccato il Tribunale Supremo di Giustizia di questo paese nel 2017, così come il furto di armi nel Forte di Paramacay.

All’operazione parteciparono varie forze di sicurezza venezuelane, come il FAES, la GNB e la Polizia Nazionale Bolivariana (PNB).

4 maggio 2020

Resumen Latinoamericano

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

 

 

 

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