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Articoli filtrati per data: Tuesday, 05 Maggio 2020

Il musicista di Grup Yorum Ibrahim Gökçek a Istanbul nel 323° giorno ha messo fine al suo sciopero della fame. Come fanno sapere musicisti della band musicale Grup Yorum a Istanbul, il loro bassista Bassist Ibrahim Gökçek nel 323° giorno ha messo fine al suo sciopero della fame. I musicisti davanti alla „Casa della Resistenza“ nel quartiere di Küçükarmutlu di Istanbul hanno rilasciato una dichiarazione in merito.

La dichiarazione è stata fatta alla presenza di numerose note personalità, tra cui Hüda Kaya (HDP), Ali Şeker (CHP), Barış Atay (TIP), Gülseren Yoleri (IHD), Şebnem Korur Fincancı (TIHV), Elif Bulut (HDP), Ferhat Encü (HDP) e la musicista Pınar Aydınlar.

Ibrahim Gökçek con il suo sciopero della fame ha chiesto la revoca del divieto di concerti per il suo gruppo e la liberazione dei componenti di Grup Yorum incarcerati sulla base di false dichiarazioni. La sua collega della band Helin Bölek il 3 aprile scorso a Küçükarmutlu è morta in sciopero della fame.

Aggiornamento:

La componente di Grup Yorum Seher Adigüzel oggi ha fatto notare la situazione tuttora estremamente critica di Ibrahim Gökçek e ne ha attribuito la responsabilità al governo. Come motivazione per la conclusione dello sciopero della fame ha dichiarato: „La nostra resistenza ha conquistato una vittoria politica. La nostra voce si è sentita in tutto il mondo. Questa vittoria è stata possibile perché Grup Yorum non parla solo per sé, ma è la voce dei popoli della Turchia. Questo lo comunichiamo oggi. Sono in atto colloqui positivi. Al momento i nostri amici stanno chiedendo un permesso per un concerto all’ufficio del governatore. Spero in una risposta positiva. Ibrahim Gökçek interrompe la sua azione perché abbiamo ottenuto una vittoria politica. Tutti coloro che sono qui presenti hanno dichiarato di continuare a seguire i prossimi sviluppi.“

Poi la deputata HDP Hüda Kaya ha detto: „Nel nostro Pease nessuno deve essere emarginato per il suo pensiero e la sua ideologia. Il diritto alla musica non deve essere tagliato e la libertà di opinione non deve essere limitata. Noi promettiamo di assumerci la responsabilità fino a quando potrà svolgersi un concerto.“ Il deputato CHP di Istanbul Ali Şeker ha integrato: „Se qualcuno è pronto a morire per un concerto, in effetti per noi è una vergogna. Spero che Ibrahim guarisca presto.“

Şebnem Korur Fincancı, Presidente della Fondazione per i Diritti Umani in Turchia (TIHV) ha dichiarato: „Oggi abbiamo visto che la solidarietà può salvare vite. La decisione di Ibrahim Gökçek e di Grup Yorum come organizzazione per i diritti umani ci da speranza.“

I genitori di Ibrahim Gökçek hanno ringraziato tutti i sostenitori. Tüzün Gökçek ha detto: „Sapevo che mio figlio avrebbe vinto. Tra due giorni è il mio compleanno è il regalo più bello che io possa immaginare. Non lo dimenticherò per tutta la vita.“

Dopo gli interventi Ibrahim Gökçek è stato portato in ospedale in ambulanza. Le persone davanti alla „Casa della Resistenza“ lo hanno salutato con applausi.

Fonte: ANF

Da Rete KurdistanRete Kurdistan

Alleghiamo, tradotto sempre da Rete Kurdistan, questo articolo di Lower Class Magazine con una lettera di Ibrahim Gökçek in cui spiega la genesi della protesta.

 

Un musicista in digiuno fino alla morte: Ibrahim Gökcek

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Da 315 giorni (oggi 323 NdT) il socialista e musicista turco Ibrahim Gökcek è in uno sciopero della fame a tempo indeterminato. Documentiamo la traduzione di una lettera di Gökcek con un’introduzione dell’esperto di Turchia Nick Brauns. (27 aprile 2020)

»In un quartiere di baracche di Istanbul guardo fuori da una finestra con vista sul giardino. Se uscissi, un po’ più avanti potrei vedere il Bosforo. Ma sono in un letto. Ora peso 40 chili. Nelle mie gambe non c’è più abbastanza forza per reggere il mio corpo …« – così inizia la lettera del musicista Ibrahim Gökcek, arrivata al giornalista Can Dündar che vive in esilio a Berlino.

Gökcek, che da 15 anni suona il basso nella popolare band di sinistra Grup Yorum, ha dovuto dettare queste righe a un compagno. Perché per scrivere, al musicista che si trova visibilmente alla soglia della morte, dopo quasi un anno di sciopero della fame mancano le forze. »La storia ci ha portati a questo giorno in cui rischiamo la morte per poter fare dei concerti«, spiega il bassista che con il suo rifiuto di assumere cibo lotta per una fine del divieto di concerti, la liberazione dei membri della band in carcere e la fine dei procedimenti penali contro la band.

Dalla sua fondazione nell’anno 1985 Grup Yorum ha prodotto 23 album con un’edizione complessiva di oltre due milioni di esemplari, a »concerti popolari« gratuiti, da ultimo nel 2015 sono accorsi fino a un milione di spettatori. Nelle loro canzoni, che oltre al turco cantano anche nelle lingue delle minoranze oppresse come curdo, arabo e las, la band lega la cultura popolare anatolica a pensieri socialisti. Grup Yorum con le sue canzoni da voce a lavoratori metalmeccanici in sciopero e a minatori centinaia di metri sotto terra, così come agli abitanti di metropoli della Turchia occidentale che vivono nella miseria, ai prigionieri politici murati vivi nelle carceri, alle madri di chi è stato ammazzato dalla polizia o a attivisti caduti nel digiuno fino alla morte, ai combattenti della guerriglia e a attiviste e attivisti socialisti in clandestinità. Le loro canzoni risuonano per rivoluzionari assassinati così come nei matrimoni aleviti. La band ha già suonato anche alla Conferenza Rosa-Luxemburg di junge Welt e in grandi concerti contro il razzismo in Germania. »Abbiamo cantato le canzoni degli oppressi in Anatolia e nel mondo«, scrive Gökcek. Ma questo in Turchia è già considerato »terrorismo«.

Di repressione Grup Yorum ha dovuto soffrire fin dalla sua fondazione. Le sue musiciste e i suoi musicisti che spesso cambiano, sono stati ricoperti di processi, messi in carcere, torturati o spinti all’esilio. Ma grazie alla grande popolarità della band molto oltre l’ambiente della sinistra radicale, lo Stato, nonostante tute le angherie, non ha avuto il coraggio di mettere del tutto a tacere la band. Questo è cambiato durante lo stato di emergenza che il governo AKP ha proclamato nell’estate 2016 dopo il fallito golpe. Il governo ha usato poteri straordinari per procedere non solo contro il Movimento conservatore-religioso Gülen al quale è stata attribuita la responsabilità del golpe, ma anche contro la sinistra radicale e il movimento curdo. Ora i nomi dei componenti della band Grup Yorum si sono ritrovati su una lista di terroristi. Sono accusati di appartenenza al militante »Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo« (DHKP-C). »Il chitarrista che cinque anni fa ha dato un concerto davanti a un milione di persone, improvvisamente si è trasformato in un ›terrorista ricercato sul quale era stata messa una taglia‹«, scrive Gökcek. Anche in Germania, dove vivono in esilio alcuni dei componenti ricercati di Grup Yorum, da allora si è inasprita la repressione contro la band. Nella conferenza semestrale dei Ministri degli Interi del Bund e dei Länder si è discusso più volte come poter imporre un divieto di apparizione in pubblico a livello a nazionale. Da ultimo il 24 novembre 2019 a Colonia è stato vietato un concerto perché lì secondo le autorità per la tutela dello Stato si voleva fare propaganda per il DHKP-C, vietato anche in Germania. Funzionarie e funzionari della Federazione Anatolica legale, condannati a lunghe pene detentive in base all’articolo sul terrorismo 129b del codice penale, sono stati accusati dell’organizzazione di concerti di Grup Yorum come prova di una presunta attività di quadri nel DHKP-C.

Gökcek è stato arrestato nel febbraio 2019 insieme alla cantante Helin Bölek, in una delle complessive nove retate di polizia nel centro culturale Idil della band a Istanbul. Il loro sciopero della fame iniziato in carcere, i due musicisti dopo il loro rilascio nel febbraio 2020 lo hanno trasformato in un »digiuno fino alla morte«. Nel cosiddetto digiuno fino alla morte (turco: Ölüm Orucu) i partecipanti assumono solo acqua in cui sono stati sciolti sale e zucchero, così come in alcuni casi preparati a base di vitamina B per poter continuare a ragionare lucidamente. Il 4 aprile la musicista 28enne Bölek è morta come conseguenza del digiuno fino alla morte. La polizia ha attaccato perfino la celebrazione funebre del giorno successivo nel quartiere povero di Istanbul con gas lacrimogeni. »Ho preso in consegna la bandiera«, scrive Gökcek sulla morte della sua compagna e alla fine assicura che »restando attaccato alla vita continuerò la mia marcia verso la morte fino a quando le nostre richieste saranno accettate«.

Sostegno a queste richieste arriva da deputate e deputati del Partito Democratico dei Popoli (HDP) di sinistra, radicato soprattutto tra curdi, che tuttavia deve esso stesso combattere con una massiccia repressione, così come dalla Federazione Giovanile dei Partito Popolare Repubblicano kemalista. Ma fuori da alcuni quartieri poveri di Istanbul di impronta alevita, gli scioperi della fame politici attualmente trovano poca attenzione da parte della popolazione in balia della dilagante pandemia da coronavirus. Così venerdì è morto il prigioniero politico Mustafa Kocak dopo 296 giorni in sciopero della fame nel carcere di Sakran a Izmir. Il 28enne, condannato all’ergastolo unicamente in base alle dichiarazioni di un testimone chiave perché come presunto membro del DHKP-C avrebbe procurato armi per un sequestro in un tribunale di un pubblico ministero che nell’azione ha perso la vita, aveva lottato in vano per un nuovo processo. Ma simili appelli allo stato di diritto non trovano ascolto nell’AKP che ha esplicitamente escluso le decine di migliaia di prigionieri politici nella sua amnistia decisa la scorsa settimana a causa della pandemia da coronavirus, mentre killer fascisti della Mafia sono stati liberati.

Che restando attaccato alla vita continuerò la mia marcia verso la morte” – Lettera di Ibrahim Gökcek

In un quartiere di baracche di Istanbul guardo fuori da una finestra con vista sul giardino. Se uscissi, un po’ più avanti potrei vedere il Bosforo. Ma sono in un letto. Ora peso 40 chili. Nelle mie gambe non c’è più abbastanza forza per reggere il mio corpo. Il Bosforo al momento posso solo immaginarlo.

Sono sul palco. La mia chitarra al collo, con la mia cintura preferita con lo stemma stellato… Davanti a me ci sono centinaia di migliaia di persone. Con i pugni alzati cantano »Bella Ciao«. La mia mano che batte sulle corde sembra la mano più abile del mondo …

Questi due racconti sono reali… Entrambi sono mie, sono nostre realtà. Perché io vivo in Turchia e sono membro di un gruppo che fa musica politica. Di conseguenza la mia storia è solo un riflesso della grande storia della mia patria… Attualmente non mangio da 310 giorni. Diciamo, »mi esprimo attraverso la mia fame«. Oppure: »Mi hanno tolto il mio basso. Per esprimermi ho reso il mio corpo uno strumento.«

Io sono Ibrahim Gökcek … Da 15 anni suono il basso per Grup Yorum. Yorum, fondato 35 anni fa da quattro studenti, ha una storia turbolenta, come la Turchia. Questa storia ci ha portati a questi giorni in cui rischiamo la morte per poter fare dei concerti.

Una dei componenti della nostra band, la mia amata compagna Helin Bölek, l’abbiamo sepolta nel 288° giorno di digiuno fino alla morte. Ho preso in consegna la bandiera. Voi direte: »Per cosa muoiono i membri di un gruppo musicale? Perché preferiscono un metodo come il digiuno fino alla morte che incute paura alle persone?«

La nostra risposta sta nella realtà per la quale Helin ha sacrificato la sua vita all’età di 28 anni e io ho accettato giorno per giorno una lunga infermità.

Siamo nati dalla lotta per i diritti e le libertà condotta dopo il 1980. Abbiamo pubblicato 23 album che hanno unito la cultura popolare a pensieri socialisti. I numeri delle vendite dei nostri album complessivamente hanno superato i due milioni. Abbiamo cantato le canzoni degli oppressi in Anatolia e nel mondo. Tutto ciò che hanno vissuto coloro che in questo Paese hanno rivendicato i loro diritti, oppositori che aspiravano a un Paese libero e democratico, lo abbiamo vissuto anche noi che abbiamo cantato le loro canzoni: siamo stati messi in stato di fermo, arrestati, i nostri concerti sono stati vietati, la polizia ha assaltato il nostro centro culturale e distrutto i nostri strumenti. E per la prima volta nella Turchia dell’AKP siamo stati inseriti nella lista dei »terroristi ricercati« e è stata messa una taglia sulle nostre teste.

Oggi proprio per via di queste circostanze, di cui sospetto che in vuoi suscitino stupore, rifiuto di mangiare. Perché nonostante il premio che è stato messo sulla mia testa, non mi sento affatto un terrorista.

La ragione per la quale siamo stati inseriti nella »lista dei terroristi« è la seguente: nelle nostre canzoni raccontiamo di minatori che devono lavorare sette piani sotto terra, dei lavoratori che sono stati assassinati per gli omicidi sul lavoro, dei rivoluzionari uccisi durante la tortura, dei villaggi di cui viene distrutta la natura, degli intellettuali che sono stati bruciati, delle persone nelle baraccopoli le cui case sono state abbattute, del popolo curdo che viene oppresso e di coloro che oppongono resistenza. E dire tutto questo in Turchia viene definito »terrorismo«.

Negli ultimi 30 anni in cui il socialismo è stato screditato in tutto il mondo, coloro che credevano che un’arte del genere non avesse destinatari, si sbagliavano: noi abbiamo organizzato il concerto a pagamento più grande che nella storia della Turchia sia mai stato fatto da musicisti di origine turca. In quel giorno nello stadio Inönü a Istanbul, 55.000 persone hanno cantato canzoni rivoluzionarie come da una sola bocca. E io sul palco ho accompagnato con un basso questo coro di 55.000 persone. All’ultimo dei nostri concerti gratuiti »Una Turchia indipendente« invece, c’era quasi un milione di persone. Per quattro anni consecutivi abbiamo avuto intellettuali e musicisti di origine turca come ospiti sul nostro palco. In un concerto è apparsa perfino Joan Baez con una chitarra che la polizia aveva distrutto quando aveva assaltato il nostro centro culturale.

Grup Yorum in ogni fase di governo è stato esposto a rappresaglie. Ma dopo che è cresciuta l’oppressione contro tutti i ceti della Turchia, giornalisti, intellettuali e accademici, a seguito dello stato di emergenza proclamato dall’AKP nel 2016, ci è diventato chiaro che una fase brutta aspettava anche noi. Una mattina quando ci siamo svegliati, abbiamo visto i nomi di sei componenti di Grup Yorum su una lista di terroristi. Anch’io ero in quella lista. Il chitarrista che cinque anni fa ha dato un concerto davanti a un milione di persone, improvvisamente si trasformava in un »terrorista ricercato sul quale c’è una taglia«.

Con la crisi che si va inasprendo, l’AKP al governo ha rincarato la dose di questi attacchi, attaccato masse più ampie. Dopo la pubblicazione della lista, il nostro centro culturale in due anni è stato assaltato per nove volte dalla polizia. Quasi tutti i nostri componenti man mano sono stati arrestati. Si è arrivati perfino al punto che fuori non ci fosse più nessun componente di Grup Yorum. Per questo noi, per poter fare dei concerti, abbiamo dovuto sia superare il divieto sia trovare persone che suonassero. Per questo abbiamo organizzato concerti su Internet con i giovani che abbiamo formato nei nostri cori popolari. Inoltre abbiamo pubblicato comunicati stampa e organizzato raccolte di firme contro gli attacchi.

Ma la repressione non ha smesso. In una retata contro il nostro centro culturale nel febbraio 2019 anch’io sono stato arrestato. Nel maggio 2019 poi con le nostre richieste che venisse »revocato il divieto di fare concerti, liberati i componenti arrestati del gruppo e fermati i processi contro di loro, i nostri nomi tolti dalle liste di terroristi« siamo entrati in sciopero della fame. Successivamente Helin Bölek e io, insieme abbiamo trasformato la nostra azione in un digiuno fino alla morte. Questo significava che non avremmo smesso di soffrire la fame fino a quando saranno accettate le nostre richieste. Anche se questo dovesse significare la morte…

Mentre i nostri processi andavano avanti, Helin e io siamo stati rilasciati. Ma il governo ha ignorato le nostre richieste anche se il popolo si era interessato a noi e nonostante gli ostinati sforzi di intellettuali, artisti e deputati. Helin aveva detto ai deputati che erano andati a trovarla: »Dovete prometterci un concerto, allora metterò fine al digiuno fino alla morte.« Questo non lo hanno fatto. È stato anche impedito che il suo funerale avesse luogo secondo il suo testamento.

Ora Helin è in un cimitero di Istanbul in un abito da sposa bianco. La stanza accanto a me ora è vuota. Io invece non so dove andrà il mio viaggio dopo questo letto nel quale da un po’ di tempo conduco la mia vita, se nella guerra che viene combattuta nel mio corpo vincerà la morte o la vita. La cosa più potente che so rispetto a questa guerra, è che restando attaccato alla vita continuerò la mia marcia verso la morte fino a quando le nostre richieste saranno accettate.

# La lettera è stata pubblicata per la prima volta dal quotidiano junge Welt

# Fonte dell’immagine: Twitter @freegrupyorum

da Lower Class Magazine

 

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Una nuova ondata di proteste sta attraversando il Libano in questi giorni: nonostante le misure imposte dal governo per il contenimento dell’epidemia di COVID-19 (quali coprifuoco notturno, chiusura dei confini e dello spazio aereo e della maggior parte degli esercizi commerciali, adesso in progressiva riapertura), centinaia di libanesi sono scesi in piazza la scorsa settimana per protestare contro il carovita e per denunciare le condizioni economiche ormai insostenibili in cui si trovano migliaia di persone (si stima, infatti, che la popolazione sotto la soglia di povertà relativa abbia raggiunto circa il 30%).

La ripresa delle manifestazioni antigovernative non rappresenta certo un fuoriprogramma ma si inserisce in un continuum di proteste iniziate circa sette mesi fa: dal 17 ottobre 2019 la popolazione libanese non ha mai smesso di scendere nelle strade per denunciare la corruzione di una classe politica che rappresenta sempre meno il suo elettorato e sempre di più i suoi interessi e le cui politiche neoliberali di privatizzazione hanno portato diverse famiglie e giovani sul lastrico. La nomina, a gennaio, dell’esecutivo guidato da Hassan Diab, definito da più parti “tecnico-politico” ma che di fatto si appoggia e rimane legato all’asse sciita-cristiano uscito vincitore dalle scorse elezioni (tenutesi a Maggio 2018) e rappresentato principalmente da Hezbollah e dal Movimento Patriottico Libero dell’attuale presidente Michel Aoun, non ha sortito gli effetti sperati ma ha trascinato ed esacerbato, invece, una situazione economica, finanziaria e politica già in piena crisi.

Alla decisione del governo – presa a metà febbraio – di non pagare la prima rata di 1,2 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico (equivalente al 170% del PIL) e al conseguente annuncio – per la prima volta nella storia del Libano – del default finanziario si è aggiunta, qualche giorno dopo, l’ombra di un potenziale disastro sanitario derivante dalla diffusione del coronavirus nelle aree urbane così come nei numerosi campi profughi – formali e informali – che ospitano ancora centinaia di migliaia di sfollati siriani e palestinesi. Con la scusa di un’imminente catastrofe in agguato legata alla diffusione incontrollata del virus e all’inadeguatezza del sistema sanitario nazionale (non solo carente a livello strutturale ma anche quasi tutto privatizzato e dunque sostanzialmente inaccessibile per la maggior parte della popolazione), il governo libanese ha quindi smantellato a Beirut e in altre città minori tutti i presidi antigovernativi che erano nati in autunno per permettere la sanificazione delle aree, mettendo al bando qualsiasi assembramento o manifestazione.

Se, a Beirut, le demolizioni dei presidi della “thawra” (“la rivoluzione”) non hanno causato forti reazioni da parte della società civile se non la promessa di ritornare a protestare di fronte al Parlamento e al palazzo del governo una volta superata l’emergenza sanitaria, così non è stato a Tripoli, seconda città più grande del Libano situata alle porte di una delle regioni più povere del paese, l’Akkar.  Qui, le imposizioni del governo rispetto all’auto-isolamento e confinamento, insieme alla chiusura degli esercizi commerciali, si sono scontrate con un’impossibilità concreta, per la popolazione, di seguire tali dettami, se non a rischio concreto di morire di fame, prima che di coronavirus.

Tripoli, città a maggioranza sunnita e feudo dell’ex Primo Ministro Saad Hariri e dei suoi alleati, si era già contraddistinta in questi mesi in quanto roccaforte delle proteste, proprio a causa della sua condizione marginale che ne ha portato l’esclusione dalle politiche nazionali (in questo il Libano si conferma infatti molto Beirut-centrica, soprattutto se si pensa al settore finanziario e alla circolazione di capitale straniero) e teatro di scandali politici legati a corruzione e nepotismo (definito in arabo con il nome di wasta). In autunno, le immagini della piazza principale, Sahet al-Nour, gremita di gente avevano fatto il giro del paese e avevano rappresentato un esempio di resistenza e richiesta di un cambiamento reale, a partire dalle fasce più vulnerabili della popolazione.

Ed è proprio la rabbia di queste persone, le più emarginate e la cui voce è stata totalmente ignorata in questi ultimi mesi, che è esplosa il 27 Aprile in quella stessa piazza che è diventata teatro di scontri fra manifestanti e reparti dell’esercito, i quali non hanno esitato a fare un uso sconsiderato della forza anche attraverso l’utilizzo proiettili veri, uno dei quali ha ucciso il ventiseienne Fawaz Fouad al-Samman, il primo martire della “rivoluzione della fame” (Fawaz non è, tuttavia, la prima vittima di questa lunga ondata di proteste, che conta almeno altri quattro morti in condizioni analoghe ma mai per confronto diretto con forze di polizia o esercito). Se fino ad ora il governo aveva impiegato principalmente forze di polizia per gestire i blocchi stradali e gli assembramenti spontanei, gli ultimi avvenimenti di Tripoli mostrano come non si faccia invece scrupoli, nel momento in cui le critiche al sistema politico corrotto si fanno più forti, nel reprimere il dissenso a suon di carri armati e sparatorie in centro città nel nome di una presunta sicurezza nazionale legata all’emergenza sanitaria.

La ripresa delle proteste a Tripoli e il relativo successo delle misure di prevenzione dal coronavirus hanno spinto, inoltre, diverse centinaia di persone a scendere in strada anche in altre zone: dalla Valle della Beqaa a Sidone (dove sono state vandalizzate diverse filiali bancarie come successo a Tripoli), fino a Nabatieh, storico feudo di Hezbollah, dove le proteste hanno mantenuto, per adesso, un carattere pacifico. Anche a Beirut, diverse centinaia di persone hanno ripreso a manifestare di fronte alla sede della Banca Centrale e scandire slogan contro i “padroni borghesi dalla pancia piena”.

In occasione del Primo Maggio, numerose persone hanno manifestato in tutto il Libano per denunciare, ancora una volta, l’elevato tasso di disoccupazione giovanile (che in alcune aree, come Tripoli, si attesta al 60%) e l’inflazione altissima che ha raggiunto la Lira Libanese, che fino a qualche mese fa veniva cambiata con il dollaro secondo un tasso di 1500 LBP:1 USD ma che è triplicato in questi ultimi mesi (da ottobre, inoltre, le banche hanno imposto un limite per i prelievi in dollari, adesso praticamente bloccati dall’assenza di circolazione della valuta nel paese). Domenica 3 Maggio, una grande e partecipata manifestazione ha attraversato le strade di Tripoli per commemorare Fawaz Fouad al-Samman, numerose sono state le persone che si sono spostate da Beirut e da altre aree del Libano per portare la loro solidarietà e marciare accanto ai loro concittadini.

E mentre nelle piazze si urla a gran voce il dissenso popolare e si cerca di costruire un’alternativa reale a quello che è ormai considerato come un sistema politico corrotto e in mano alle banche, nei palazzi del potere si iniziano a discutere piani di riforme lacrime e sangue richiedendo l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, a quanto pare già pronto da mesi a fornire i suoi servizi al paese dei cedri. Nel richiedere l’aiuto del FMI, il premier Hassan Diab si è rivolto ai libanesi parlando di “una svolta per il futuro del paese”, una prospettiva che, tuttavia, sembra rosea solo ai suoi occhi e a quelli dei politici che lo circondano.

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