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Articoli filtrati per data: Monday, 04 Maggio 2020

Lo avevano annunciato nei giorni scorsi ed è successo. Gli specializzandi e le specializzande delle scuole di medicina di Padova questa mattina hanno incrociato le braccia. Quasi tutte le scuole di medicina sono scese in sciopero con un'adesione del 71% garantendo però i servizi essenziali e le aree Covid.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, come si suol dire, sono state le dichiarazioni vergognose del Direttore Sanitario dell'Azienda Ospedaliera di Padova Daniele Donato che ha affermato che il contagio sarebbe stato favorito dal comportamento "poco prudente" degli specializzandi. Questi hanno prontamente risposto con un comunicato in cui evidenziano come, ancora una volta, invece di mettere sotto la lente il disinvestimento nella sanità pubblica, l'approssimazione con cui i vertici ospedalieri hanno affrontato la crisi, la mancanza di risorse, di lavoratori e di dispositivi di protezione, si continui a puntare il dito contro "l'ultima ruota del carro".

"È inaccettabile in un momento simile voler scaricare le responsabilità di interi blocchi della dirigenza sanitaria e politica del paese sulla proverbiale ultima ruota del carro. Fin dall’inizio dell’emergenza ci siamo trovati a dover lavorare senza linee guida chiare, spesso in mancanza dei dispositivi di protezione individuali idonei, senza adeguato addestramento nel loro utilizzo, abbiamo visto in molti casi stravolgere se non annullare l’attività formativa a cui avremmo diritto, pur continuando a pagare per la stessa, spesso siamo stati lasciati a casa, e infine, ciliegina sulla torta, ci vediamo accusare di essere noi i pericolosi untori responsabili di questa pandemia per via della nostra “vita sociale”." hanno affermato gli specializzandi e le specializzande di "Chi si cura di te? - Padova".

Gli specializzandi e le specializzande sono stati in tutta la penisola in prima fila nell'affrontare l'emergenza coronavirus, in situazioni in cui spesso le dirigenze ospedaliere rimanevano trincerate nella retroguardia come abbiamo riportato in diverse testimonianze. L'impegno di queste figure professionali (che in teoria dovrebbero condurre un percorso di formazione, ma in realtà si trovano a svolgere a tutti gli effetti le funzioni più dure della professione medica) non solo non è stato riconosciuto, ma sulle loro teste viene messo in atto il tentativo di scaricare i limiti sistemici della sanità italiana. La mobilitazione tra i "medici invisibili" si sta espandendo e stanno nascendo diverse esperienze di lotta all'interno dei reparti: solo la settimana scorsa avevamo ripreso l'appello degli specializzandi del Lazio che sono stati lasciati fuori dal bonus previsto dalla Regione per i medici che hanno affrontato la crisi Covid con la scusa che il loro contratto farebbe capo all'università. E' necessario supportare come non mai questi giovani medici che si sono battuti, loro malgrado, per mantenere in piedi un sistema sanitario al collasso, e che potrebbero essere linfa vitale per un cambiamento dentro la concezione di sanità che continua a mostrare tutti i suoi limiti tra aziendalizzazione, privatizzazioni e disinvestimento.

Qui l'iniziativa di solidarietà promossa da "Chi si cura di te?" in tutta Italia (molto interessante scorrere i commenti).

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(conferenza di Franco Piperno alla scuola di Bologna, il due d’aprile 2020)

Nel pericolo ciò che non uccide, salva.
W. Benjamin.

Di questi tempi, una riflessione, che non sia apologetica, sui saperi e le prassi scientifiche non può non riferirsi, prendendolo come dato fattuale di partenza, alla pandemia del CoronaVirus-19, che è in corso di svolgimento a livello planetario.
A scanso di omissioni e di ogni spiegazione in termini di complotto, rifiutando insomma le indignazioni facili e pur tuttavia mal riposte, bisogna subito dire che il Covid19 non è stato fabbricato direttamente dagli gnomi al servizio del Kapitale o unicamente dalla forsennata trasformazione capitalistica dell’agricoltura – a riprova basterà ricordare che la mutazione di microbi animali in agenti patogeni umani non è certo un processo nuovo e nemmeno recente: esso appare già nel neolitico, con l’invenzione dell’agricoltura, quando ha inizio la deforestazione per estendere le terre coltivabili e l’addomesticamento degli animali per farne bestie da soma o da macello; gli animali, a loro volta, hanno contraccambiato come meritavamo, ci hanno offerto più di un regalo avvelenato, virale appunto, a seconda della loro specie: così dobbiamo ringraziare i bovini per il morbillo e la tubercolosi, le anatre per l’influenza, i maiali per la tosse, le zanzare per la malaria e, forse, i cavalli per la verola, e ancora i topi per la peste e così via.
Detto altrimenti, la situazione che, nei giorni nei quali ci capita di vivere, è venuta via via emergendo a livello planetario, cioè di mercato mondiale, non è uno scontro di classe, strutturale, tra operai e capitale, una contraddizione specifica del modo di produzione capitalistico (esigenze di crescita della valorizzazione e del controllo dispotico sul lavoro vivo, smantellamento del settore industriale pubblico a favore del privato, unificazione del mercato mondiale, ecc.); no, essa è piuttosto il delinearsi di un  profondo conflitto tra natura umana e natura non-umana, tra la nostra specie e tutte le altre siano esse vegetali o animali.

A ben vedere, infatti, il manifestarsi sempre più frequente di un’attività microbica – che vive, per così dire, in latenza nelle specie animali ma che evolve in pandemie una volta che fa il salto di specie impiantandosi nel corpo umano – rende evidente come la questione dei mutamenti climatici e quella della pandemia siano due aspetti temporali della stessa questione: la prima appare solo nel lungo periodo la seconda invece nel breve.
Infatti, sia detto per chiarezza: la pandemia non è il portato dei selvatici, che sarebbero infestati da microbi patogeni mortali, in agguato, pronti a infettarci. La grande maggioranza dei microbi impiantati nei selvatici vivono come ospiti graditi e non fanno alcun male.
Le cose cambiano radicalmente, e precipitano verso la tragedia epocale quando la deforestazione, la cementificazione, l’urbanizzazione sfrenata creano le condizioni per le quali questi microbi vengono in contatto col corpo umano; e alcuni tra di essi si ritrovano a loro agio e vi si adattano.

Tra le specie che sono in pericolo per via della attività antropica vi sono molte piante medicinali e numerosi animali che per secoli hanno fornito agli esseri umani la base stessa dell’attività farmaceutica.
Le specie che riescono a sopravvivere lo fanno adattandosi negli spazi ristretti lasciati loro dalla attività antropica; ma così aumenta la probabilità di contatti ravvicinati e ripetuti, col risultato di facilitare il passaggio dei microbi nel nostro corpo, dove, da esseri innocui, si trasformano spesso in agenti patogeni mortali.

A titolo d’esempio, riportiamo l’Odissea del Pipistrello nella ricostruzione di Sonia Shah: l’abbattimento della foresta costringe il pipistrello a spostare la sua dimora sul melo o sul pero di un giardino o di una cascina; un essere umano ingerisce della saliva del pipistrello, mordendo un frutto che n’è ricoperto; oppure tentando di scacciare e di uccidere questo visitatore inopportuno si espone così ai microbi che si annidano nei tessuti dell’animale.
È proprio in questo modo che una moltitudine di virus, di cui il pipistrello è portatore sano, riesce a infettare centinaia di esseri umani.
Questo è quel che è accaduto per Ebola, ma anche per Nipah o Marburg. Il fenomeno è noto come «salto della barriera di specie». Anche se questo salto non avviene molto spesso, la sua frequenza è comunque sufficiente per permettere ai microbi ospitati nei tessuti del pipistrello d’adattarsi all’organismo umano, per poi evolvere fino al punto di divenire patogeni.

Il minaccioso emergere nel corso dell’ultimo secolo di fenomeni pandemici non è provocato solo dalla distruzione degli habitat delle specie selvatiche; ancor di più dalla loro sostituzione con i dispositivi dell’allevamento industriale. In queste aree, equivalenti complessivamente a tutto il continente africano, la specie umana, per soddisfare la sua fame di carne, alleva delle specie destinate alla macellazione: milioni di bestie, in spazi minimi, una sull’altra, trascorrono la loro breve vita forzate all’ingrasso, private di ogni sensualità, in attesa d’essere abbattute, senza mai aver veramente vissuto.
Si tratta di un dispositivo ideale per permettere ai microbi di mutarsi in agenti patogeni mortali.
Così, delle specie, che in natura non sarebbero mai entrate in contatto, si incastrano, l’una accanto all’altra: i microbi si trovano facilitati a passare dall’una all’altra. Questo è quel che è accaduto nei primi anni 2000, col coronavirus responsabile della epidemia di sindrome respiratoria acuta severa ‘SRAS ); e questo o un fenomeno analogo potrebbe essere all’origine del coronavirus clandestino, il Covid-19, che assedia in questi mesi i luoghi dove abitano gli umani.

Una digressione tecnica

Si usa dire, quando si descrive la riproduzione allargata di una moltitudine di virus, che si tratta di una crescita esponenziale in funzione del tempo. Si intende con questa espressione descrivere quantitativamente una situazione dove, per esempio, posta uguale a 100 la popolazione iniziale, un tasso di crescita del 7% dopo una unità di tempo – sia essa un giorno, un mese o forse più – comporta che la popolazione sia divenuta 107. Alla fine di una altra unità di tempo l’incremento del 7% non sarà sulla popolazione iniziale ma sul nuovo valore ovvero su 107; e così via.
Per capire come il processo esponenziale funziona si può ricorrere, per coloro che hanno una scarsa familiarità con le matematiche, a una ragionevole approssimazione, la cosiddetta «legge del settanta» che può essere così enunciata: se il tasso di crescita è X per cento, la popolazione iniziale raddoppierà dopo 70/X unità di tempo. Così al 10% il raddoppio avverrà dopo sette unità di tempo; al 6% in circa dodici unità temporali; e continuerà a raddoppiare ogni sette anni o ogni dodici, a seconda del tasso di  crescita.
La crescita esponenziale non può durare per sempre, altrimenti di raddoppio in raddoppio diventerebbe infinita, e l’infinito è un concetto illusorio, sia per il senso comune che per la matematica.
Infatti, poiché la crescita avviene in un ambiente ( uno spazio-tempo di dimensioni finite) la crescita si nutre dell’energia contenuta in questo ambiente, energia essa stessa finita e quindi destinata a esaurirsi.
Detto altrimenti, nell’ambiente dove si svolge la crescita, a causa di questa stessa crescita, si sviluppano fenomeni, detti in gergo non lineari, che contrastano la crescita, la ridimensionano fino a spegnerla.
Per esempio, nel caso dei virus, la crescita della popolazione dei patogeni ha luogo fino a quando ci sono dei tessuti da infettare; una volta che il contagio ha coinvolto quasi tutti i corpi a disposizione, la crescita della moltitudine dei virus si contrae, diviene una decrescita esponenziale, fino a spegnersi o quasi.

Qui sarà bene ricordare che il fenomeno della crescita accelerata o esponenziale non è una esclusività né dei virus né dei batteri né dei microbi più in generale. Tutte le specie, animali o vegetali che siano, attraversano periodi di crescita e così come di decrescita accelerata.
In particolare, l’umanità, l’animale uomo, si trova in una fase di crescita esponenziale; a far data, grosso modo, dal XVI secolo; e destinata, secondo i demografi, a toccare il suo picco a metà di questo millennio – eravamo un miliardo a mal contare nel Rinascimento, siamo ora con buona approssimazione oltre sette miliardi, saremo più o meno dieci miliardi alla fine del XXV secolo – microbi e catastrofi cosmiche permettendo.
Ma forse quel che è intellettualmente più intrigante quando si esaminano le crescite esponenziali, non sono tanto quelle che si svolgono secondo la maestà della «antica e onnipossente natura-non-umana»; piuttosto quelle che caratterizzano fenomeni inventati di sana pianta dagli esseri umani, quelle riconducibili senza residui alla socialità della nostra natura.
Ve ne sono molte, in ogni caso assai più di quel che ci si potrebbe aspettare, vista la sproporzione tra uomo e natura.
A questo proposito, è il caso di ricordare in particolare un dispositivo economico-politico che regola segretamente l’abisso delle nostre emozioni, ma al quale siamo talmente assuefatti da rimuoverne, a livello di senso comune, pressoché ogni consapevolezza del suo esistere.
Ci riferiamo al dispositivo del denaro nella forma dell’interesse composto. In breve si tratta di questo: se dispongo di una somma di 100 euro (o l’equivalente in dollari o sterline o rubli, ecc.) esistono dei luoghi pubblici, noti come banche, dove posso recarmi per concordare di quanto verrà incrementata la mia somma iniziale anno dopo anno senza che io debba in nessun modo curarmi della cosa. Così, se l’interesse composto che mi viene accordato è del 6% in 100 anni si raddoppierà un po’ più di otto volte ovvero diverrà quasi 26.000 euro, o dollari o rubli. È l’interesse composto, il denaro che compie miracoli: non unità di conto né di scambio ma il denaro che produce denaro, il denaro nella sua terza determinazione, per dirla con Marx.
In quanto interesse composto il denaro trascura il presente e promuove una sorta di dittatura del futuro: piuttosto che dare 100 euro a mia nipote perché li spenda oggi conviene vincolarli per qualcosa che non esiste, per quando sarà divenuta ella stessa nonna.

Secondo Sohn-Rethel, l’interesse composto compare in Lidia subito dopo l’invenzione del denaro e il superamento del baratto con lo scambio mercantile.
Per secoli, tuttavia, la pratica dell’interesse composto è stata ritenuta peccaminosa e bollata come usura; ad esempio, in Occidente, fino al basso Medioevo, era lecita solo per le comunità non-cristiane.
Poi, all’inizio del Rinascimento, a Firenze, nasce la «banca», ovvero quel dispositivo che promuove l’epoca moderna proprio legalizzando l’usura e assicurandone la diffusione nel continente europeo.

Insomma, possiamo concludere che l’interesse composto è una sorta di virus virtuale che, entrato per tempo nelle nostre vite, fa anche più male di quello reale.

La pandemia e i saperi esperti


La pandemia globale è, come scrive Alain Supiot, un «fatto sociale totale», un fenomeno che scuote l’intera società e le sue istituzioni.
Il tentativo di comprenderlo richiede preliminarmente di non decomporlo secondo lo spettro dei saperi (biologico, geografico, storico, economico, giuridico, demografico, politico, psicologico, economico e via dividendo ) perché solo con una appercezione totale riusciamo a coglierne l’essenziale.
A fronte di un fatto sociale totale i saperi scientifici non possono limitarsi a spiegare il fenomeno ma devono porre sotto indagine anche coloro che l’osservano nonché i risultati dell’ osservazione.
Interrogarsi sui propri limiti, e quindi sulle proprie responsabilità, non è una abitudine diffusa tra gli esperti, tra coloro che si suppone possiedano i saperi scientifici. Il mettersi in dubbio – che è la vera attitudine scientifica – diviene un esercizio sempre più difficile da quando, con la modernità, coloro che hanno il potere economico politico, non potendo più fondare l’esercizio di questo potere sull’autorità religiosa, pretendono di amministrare scientificamente gli uomini come se fossero delle cose.
È così accaduto che diversi saperi esperti o «scienze», come la biologia o l’economia o il diritto, nel corso degli ultimi due secoli, siano divenute dei riferimenti normativi volti a indirizzare il potere politico e a ristrutturare l’ordine giuridico.
L’attuale «stato d’eccezione», come ha osservato Giorgio Agamben, offre una descrizione qualche po’ paradossaledello situazione presente : il governo agisce legittimato da un «comitato tecnico scientifico» e restringe drasticamente quella che è la libertà elementare fondamentale, la libertà di muovere il corpo; la corte costituzionale da parte sua tace su questa plateale violazione della costituzione repubblicana.
Quando la scienza diviene fondamento del vero non solo permette al potere politico di scaricarsi delle responsabilità che gli competono ma finisce con lo svolgere il ruolo che apparteneva precedentemente alla religione, divenendo scientismo ovvero secondo il caso biologismo, economicismo e così via.
Già a partire dal XX secolo si è affermata la tendenza, tanto nel modo di produzione capitalistico come in quello detto socialistico, a fondare le istituzioni sulla scienza piuttosto che a fondare la libertà dell’attività scientifica, sulle istituzioni.
Il risultato è un «governo dei numeri» che rappresenta gli uomini e le società come esseri programmabili, sottoponibili a esperimenti.

Un governo siffatto è per sua natura estraneo e nemico delle pratiche democratiche che subordinano il diritto alla diversità e imprevedibilità dell’esperienza sociale.
Come scrive Supiot, ogni malato ha della sua malattia un’esperienza che il suo medico non ha.
Il più umile tra coloro che lavorano in contatto diretto con le persone, per circoscrivere e alleviare la loro sofferenza, ha un’esperienza della pandemia in corso che di sicuro manca a coloro che lavorano solo sui numeri e su ciò che è virtuale.
Ecco allora che il virus, produttore non annunciato di un fatto sociale totale, svolge la sua opera buona rimettendo in discussione la legittimità delle disuguaglianze che strutturano la divisione del lavoro, o la previdenza sociale o i sevizi pubblici. Perché, a ben vedere, un ospedale non è un’azienda.
Così, per un momento almeno, la crisi squarcia l’illusione economista secondo la quale il lavoro umano non è altro che una merce, sia pure particolare; e il suo valore è stabilito, in ultima analisi, dal mercato.

Ma v’è di più: la pandemia mette in luce una l’organizzazione della sanità strutturata non attraverso i luoghi, con servizi che tengano conto della specificità territoriali; ma tramite una rete di ospedali allocati per lo più nei capoluoghi, ospedali pubblici e privati, gestiti come una catena d’aziende. All’interno di queste aziende, quasi sempre in dissesto, il lavoro dei medici è parcellizzato secondo le svariate specializzazioni medicali.
Il malato entra in contatto con i servizi sanitari di solito tramite il cosiddetto «medico di base» che ha il compito di individuare le patologie del malato e indirizzarlo verso gli specialisti che operano per la gran parte negli ospedali.
Il risultato di una simile sanità è che nessuno si occupa del malato – che fino a prova contraria è un essere unitario, composto di mente e corpo – e tutti curano le malattie… senza spesso venirne a capo.
Il medico di base è, a vero dire, un burocrate, più o meno cortese: si limita, dopo aver interrogato distrattamente il malato, senza mai smettere di conversare al telefono con altri suoi pazienti o amici vari, a redigere una breve anamnesi, dove, in buona sostanza, vengono indicati i nomi degli specialisti che dovranno occuparsi del malato: tra una settimana quando va bene oppure un mese o forse più.
Se il medico di base è un burocrate, gli specialisti certo non lo sono: essi infatti appartengono a quella categoria di lavoratori, creata dal modo di produzione capitalistico, che «sanno tutto su niente». Come gli operai della fabbrica fordista, sono degli «idioti specializzatiu; e.g. conoscono il funzionamento della rotola in ogni dettaglio ma ignorano o quasi le articolazioni dell’alluce. Fach-Idiot, così li chiamavano gli studenti tedeschi nelle assemblee del ’68.

Infine, per ultima ma non ultima, una considerazione: grazie alla pandemia in corso ecco mostrarsi senza più veli lo spreco e l’inefficienza nella quale versa l’industria e in particolare la ricerca farmaceutica.
Nel mondo, oltre che per fame, sono milioni gli esseri umani, in primo luogo i bambini, che muoiono a causa di malattie, epidemie, pandemie per le quali da tempo si sono trovati in Occidente gli antidoti, i rimedi, i vaccini in grado, quando non di guarire almeno arginare il contagio e dispensare le cure.
Centinaia di milioni di esseri umani continuano a morire di vaiolo, morbillo, influenza, poliomielite, tubercolosi e via elencando perché l’industria farmaceutica realizza profitti enormemente maggiori occupandosi della ricerca e della produzione di farmaci per i ricchi – come i trapianti di organi o le demenze senili o le creme per colorare e poi sbiancare il viso, ecc. – di quanto possa conseguirne producendo medicine per le malattie banali, quelle che affliggono l’immensa platea dei poveri.

Infatti, pressoché smantellati i piccoli laboratori di ricerca che operavano nell’università, solo la grande industria farmaceutica è in grado di gestire un piano di ricerca sistematica sui vaccini — piano reso tanto più urgente dalla previsione, condivisa dalla stragrande maggioranza dei ricercatori, sull’inevitabile apparire di nuovi microbi patogeni nella misura in cui la popolazione umana continuerà ad aumentare – senza considerare il ritorno di virus già apparsi e poi precipitati allo stato di latenza in attesa di riemergere.
Questa strapotere dell’industria farmaceutica è poi garantito dalle regole che disciplinano il regime dei brevetti.
Il brevetto è un dispositivo regolato per la prima volta dal senato dellaVenezia rinascimentale per assicurare la diffusione delle scoperte, e.g. quelle relative alla lavorazione del vetro, tradizionalmente custodite in segreto. Brevettando la sua invenzione, l’artigiano la possiede legalmente, i.e. ha diritto a venderla, e questo diritto ne garantisce la circolazione.
Ai nostri giorni, nell’industria farmaceutica, assistiamo a un rovesciamento paradossale della funzione originaria del brevetto, rovesciamento che si risolve in una vera e propria beffa: il brevetto viene acquistato e per così dire secretato, messo in mora, per evitare che la scoperta porti alla produzione di un nuovo farmaco magari più efficace; e come tale in grado di competere con successo con dei prodotti che la stessa industria che compera il brevetto ha già immesso nel mercato.

Il corona virus e l’individuo sociale: che fare?


Non v’è dubbio che questi primi mesi dell’anno 2020 segnano una tragica cesura tra «il prima e il dopo». Niente sarà come prima, si sente dire in giro non senza un abissale malessere.
Quasi se il virus, con il suo diffondersi esponenziale sull’intero pianeta, avesse stracciato per sempre il velo che, a far data almeno dalla modernità, ha ricoperto il «reale», nascondendolo.
Agli occhi di centinaia di milioni di donne e uomini il progresso, la civilizzazione, appare essere una manifestazione ideologica, di falsa coscienza che ha portato le nostre società sull’orlo del baratro, propriamente della morte collettiva.
Val la pena ribadire che questa tragedia epocale non è il portato inatteso dello scontro tra operai e padroni, e neppure una conseguenza esclusiva dell’industrializzazione, sia essa capitalistica o socialistica.
Qui è all’opera una contraddizione originaria, totale, forse insanabile: quella tra uomo e natura.
Secoli di progresso hanno conseguito una colonizzazione delle coscienze, una mentalità posseduta dalla vanità consumatrice; dove la misura del benessere umano avviene  in termini di crescita esponenziale della produzione; mentre i luoghi, la diversità dei luoghi, abitati da animali e piante, sono divenuti sedi commerciali, punti di vendita omogenizzati e ingoiati dal mercato globale; e, d’altro canto, lo sviluppo della conoscenza si trova ormai subordinato alla necessità dell’industria di creare nuove merci per evitare la saturazione dei mercati.
Nel mondo contemporaneo, soprattutto nei paesi più ricchi, l’essere umano perdendo il contatto con la sua animalità, sembra essere fuoriuscito dai suoi limiti e trascorrere la vita privandosi del suo stesso corpo, in una realtà virtuale.
Ora la storia mostra con ogni evidenza che l’uomo ha bisogno di aderire all’animalità, al corpo.
Questa bisogno d’adesione spiega perfino la capacità di seduzione esercitata in origine dalla scienza moderna; e ancora oggi, in Asia e in Africa, costituisce gran parte della potenza, intellettualmente attrattiva, delle religioni tradizionali.
A contrario, è proprio l’abbandono di questo contatto la causa principale di quella «angoscia inutile» nella quale sembrano menare la vita i cittadini delle società dette avanzate.
Infatti, quando si perde il rapporto con il reale, i soli criteri valoriali in grado di dare continuità all’attività intellettuale sono il «cambiamento» e il «nuovo». Ma se risulta ovvio come questi siano elementi indispensabili, altrettanto ovvio è che, se divengono unici, come accade ai nostri giorni, essi risultano catastrofici per la vita sociale: perché allora finiscono ciecamente col valorizzare per poi svalorizzare qualsiasi cosa.
Così, sia detto per inciso, quegli intellettuali che s’appassionano per le sorti dell’Africa dovrebbero farsi carico non solo di «esportare» le nostre numerose verità ma anche di «importare» qualcuna di quelle che si coltivano in quel continente; una delle quali potrebbe appunto essere il senso del reale, il rapporto con l’animalità degli umani.
Rispetto alla modernità, l’epoca nella quale siamo appena entrati, grazie al CoronaVirus, richiede un soggetto collettivo costruito sulla scal non già della nazione o della classe sociale bensì sulla dimensione della specie.
Bisogna riconoscere che il movimento ambientalista ha, per parte sua – in una certa misura, e sia pure senza riuscire a evitare le ingenuità del catastrofismo – posto la questione dell’animalità, del reale, dei luoghi: il rapporto cioè tra tutte le forme di vita che abitano il pianeta Terra.

A ben vedere, un tale soggetto esiste da tempo. Ad esempio, Marx lo chiama individuo sociale» e lo caratterizza in quanto «portatore di una coscienza enorme, una coscienza all’altezza della specie».
Questo soggetto non agisce nella prospettiva della presa del potere politico ma in quella, di per sé più mite, dove mezzo e fine si convertono l’uno nell’altro: il mutamento delle abitudini di vita e la riconciliazione con la natura non umana.
Si potrebbe dire che la strategia spontanea dell’individuo sociale sia riconoscere i suoi stessi limiti in quanto appunto limiti della specie; mentre il principio d’individuazione che lo caratterizza lo porta ad agire, in una società come la nostra incentrata sul virtuale, per gesti simbolici.
C’è da aspettarsi che i primi tra questi gesti saranno quelli rivolti agli animali e in particolare ai mammiferi, per via della prossimità di specie.

Forse dopo un censimento, luogo per luogo, degli allevamenti industriali, ci ritroveremo, in migliaia, ad abbattere i recinti di questi stabilimenti della vergogna, per  liberare mucche e buoi ammucchiati gli uni sugli altri – in fondo si tratta di nostri parenti, sia pure alla lontana; insomma poco meno di cugine e cugini.

Da orestescalzone.wordpress.com

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Continuiamo con le interviste [Sulla prima linea] pubblicando questa interessante conversazione con un'infermiera di alcune settimane fa. Particolarmente significativa la risposta sui limiti già presenti nella sanità prima dell'emergenza Covid. Una riflessione a tutto tondo sul ruolo della cura, sulla distanza tra salute e sanità per come è intensa oggi e sul paradigma di "medicina difensiva". Buona lettura!

Qui le precedenti puntate:

 

Prima puntata: Intervista dalla terapia intensiva

Seconda puntata: «Ci sono una serie di limiti e problemi che questo sistema ha sempre avuto»

Terza puntata: Voci dalla corsia, tampone sì tampone no

Quarta puntata: Cosa vuol dire lavorare in una USCA?

Che lavoro fai, che formazione hai? Fino all’inizio di marzo eseguivo i prelievi di sangue a domicilio per un laboratorio privato (convenzionato). Ho studiato tra il 2008 e il 2012 infermieristica e tra il 2013 e il 2017 ostetricia. Sono due lauree triennali, come le altre professioni sanitarie (fisioterapista, terapista occupazionale, educatore professionale...).  

In che condizioni state lavorando in questo momento? In queste settimane non sto lavorando e non so se continuerò una volta finito il periodo emergenziale. Non ho un contratto con il laboratorio: si suppone (ma non mi hanno chiesto mai nulla) che io abbia la partita iva e svolga quindi questo lavoro come libera professionista; in realtà non è il laboratorio a pagarmi le prestazioni, è direttamente la persona a cui faccio il prelievo che mi paga 10euro. Di fatto lavoro in nero, una cosa abbastanza insolita per queste professioni che al massimo usano il nero per arrotondare. Più prelievi faccio più guadagno. Lavoro con un’altra collega e la media del nostro guadagno è 500euro a testa. Non ho mai voluto aprire una partita iva perché aspetto i concorsi per lavorare nel pubblico (più per convinzione); inoltre avere una partita iva come ostetrica significherebbe versare, a prescindere dal guadagno, una cifra di circa 3000euro alla cassa commercianti (un’anomalia tutta italiana!), averla come infermiera significherebbe pagare i contributi alla cassa previdenziale degli infermieri. Con questo lavoro di prelievi a domicilio finirei per usare il guadagno di più di sei mesi per pagare la partita iva, un’assicurazione, e l’iscrizione a entrambi gli albi professionali.  

 

Appena iniziavano le misure di contenimento del contagio in tutta Italia mi sono posta il problema se il laboratorio avesse i dispositivi di protezione individuale da darmi. Come ormai tutti sanno, gli operatori possono essere dei veri e propri vettori, quindi andare di casa in casa senza dispositivi o comunque inadeguati, non mi sembrava un comportamento giusto nei confronti delle persone a cui faccio i prelievi. Inoltre lavorando in nero, nella remota ipotesi di sviluppare i sintomi del covid, nemmeno sarei stata coperta dall’Inail (visto che di infortunio biologico si tratterebbe).  

Perciò posso solo raccontare a grandi linee come è cambiato il lavoro in queste settimane. Al laboratorio sono aumentate le richieste di prelievi domiciliari perché le ASL hanno iniziato a procrastinare o annullare appuntamenti di esami ritenuti non essenziali (prelievi, elettrocardiogrammi, ecografie)... quella domanda viene in parte assolta dal privato che quindi ci sta guadagnando, anche solo in termini di pubblicità e accaparramento di "clienti".  

Come è stata gestita l’emergenza? Essendo un laboratorio privato, le misure messe in atto sono state propaganda di presunta affidabilità di igiene e sicurezza più che reale gestione e contenimento del contagio. Prima sono arrivati dei dispenser di amuchina con tanto di sagoma cartonata pubblicitaria, poi dispenser di fazzoletti monouso, a cui si sono aggiunti cartelli informativi diversi ogni giorno (raccomandazioni sul lavaggio delle mani, hashtag #noi ci siamo e ci prendiamo cura di te, rassicurazioni ai “clienti” sul mantenimento inalterato degli orari e delle attività di laboratorio oltre che l'implementazione dei servizi a domicilio), per passare a nuove disposizioni su come effettuare le normali procedure "secondo le indicazioni per la gestione dell’emergenza sanitaria" (più per risparmiare presidi -guanti/telini/disinfettanti- che rafforzare le conoscenze sulla trasmissione del virus), e finire con comunicazioni sull’affidabilità del laboratorio in merito a sistemi di sanificazione ambientale (pubblicità ingannevole a tutti gli effetti).  

Come è stato riorganizzato il tuo lavoro? Fino a prima dell’emergenza, la segreteria prendeva gli appuntamenti dei prelievi domiciliari e a fine giornata inviava a noi l’elenco. Iniziata l’emergenza, quando abbiamo sollevato il problema dei dispositivi di protezione (che comunque mi venivano chiesti dalle persone a cui dovevo fare il prelievo) è stato imposto ai segretari di annotarsi soltanto il numero di telefono per far sì che noi ci occupassimo di un triage telefonico. A noi quindi la responsabilità di annullare o differire un prelievo qualora la persona avesse sintomi indicativi di un’infezione da coronavirus. Sono stati inoltre sospesi tutti quei tamponi la cui procedura di raccolta comporterebbe un rischio, per chi la esegue, di venire a contatto con il virus (tamponi oculari, naso e oro-faringei, esami su espettorato, ecc). Dubito sia stata una scelta di tutela del lavoratore (altrimenti non lavorerei come lavoro/lavoravo), forse più la tendenza del privato a puntare, adesso più che mai, su quelle fette redditizie -le patologie croniche- di un sistema sanitario nazionale che le sta tralasciando perchè deve fare fronte all'emergenza delle terapie intensive e alla creazione di reparti solo covid. In pratica, meglio accaparrarsi un cardiopatico come "cliente" a cui stanno saltando le visite alle ASL o agli ospedali, che un malato covid che farebbe guadagnare giusto il costo del tampone. Di fatto riempiono un vuoto sul territorio, offrendo vicinanza alle persone che hanno bisogno di una risposta sanitaria adesso, pubblica o privata che sia, che esula dall'emergenza in atto.    

Quali sono le condizioni di lavoro che hai individuato come dei limiti già prima dell’emergenza covid e che si ripercuotono nella gestione attuale?  A questa domanda posso rispondere in maniera più teorica che pratica, perlomeno non basata sulla pratica attuale che appunto non sto svolgendo. Nel senso che, personalmente, per le esperienze lavorative pregresse, posso dire che fin dall’inizio dell'università non mi veniva facile collocarmi in un sistema sanitario basato unicamente sull’ospedale. I tirocinii che ho fatto (ho totalizzato oltre 6 anni di tirocinio tra entrambe le lauree, -lavoro non pagato!) sono stati esclusivamente svolti in ambito ospedaliero. Ambito interioriorizzato dalla maggioranza degli operatori sanitari come l’unico possibile. Questo perché siamo immersi in un modo di vedere la salute come qualcosa di cui occuparsi quando questa inizia ad avere problemi, se non più tardi, a problema avanzato. Da qui la delega totale al medico (o comunque il sistema medico-operatori-medicine-diagnostica ecc, in ogni caso “ospedale”), che comporta quindi i due aspetti opposti: fiducia sconfinata ma anche sospetto che non si facciano le cose giuste. Il primo provoca banalmente un senso di onnipotenza (specie nella classe medica, ma anche in tutte le altre visto che il paziente è in fondo alla piramide gerarchica), il secondo provoca la cosiddetta “medicina difensiva”, ossia una serie di atti medici –non sempre appropriati, giustificabili, efficaci- per ridurre la possibilità di denunce da parte dei pazienti. Io credo, e me ne sono convinta soprattutto con il lavoro di ostetrica, che se non c’è un rapporto di conoscenza e fiducia verso l’operatore sanitario e al contempo un processo di “empowerment”-”empoderamiento-(in italiano non esiste!!) della persona, la medicina e tutto il processo di cura, vanno a farsi benedire in termini di migliori risultati auspicabili. Ho faticato a laurearmi in ostetricia perché il periodo di tirocinio in sala parto è stato uno dei più sofferti dal punto di vista umano che abbia mai trascorso. Non si parla molto di "violenza ostetrica", ma se si capisce questo concetto non è difficile allargarlo all’intero ospedale. Basta pensare che il parto è come l’atto sessuale perché coinvolge tutti quegli ormoni che si liberano in casi di tranquillità, sicurezza, intimità... Partorire in ospedale impedisce quasi a priori queste condizioni: essere assistiti da estranei in luogo estraneo, magari in una condizione di poca fiducia in sé stessi, nel proprio corpo, nelle proprie competenze, quasi sempre porta a esiti meno positivi di chi, a parità di situazione, gli viene data la possibilità di viverla in condizioni migliori (di conoscenza degli operatori, del luogo, di ciò che accadrà). Per tornare al discorso della medicina difensiva, l’ambito ostetrico-ginecologico è quello più esposto a denunce e le assicurazioni dei ginecologici sono quelle più costose. 

Questi che identifico come limiti (una medicina più medicalizzata e molto meno umana, molto meno sincera e trasparente che tende sempre a infantilizzare la persona ma si nasconde dietro i "consensi informati", una medicina supertecnologica che si dimentica dei problemi di base da cui derivano poi i problemi da affrontare tecnologicamente), credo si ripercuotano nella gestione attuale. Da quel poco che vedo e sento da qualche collega, l’emergenza viene gestita esclusivamente dall’ospedale in termini di assistenza superavanzata e, o la và o la spacca, l’ospedale avrà fatto la sua parte. In generale, non mi riferisco a questi giorni, credo che se le persone fossero abituate a vedere l’ospedale per quello che è concretamente, forse prenderebbero decisioni diverse sulla propria salute. Sembra che si scopra adesso che in ospedale uno dei grandi problemi sono le infezioni nosocomiali, quelle derivate dall’assistenza (dagli operatori, ma che sono frutto dell’organizzazione del lavoro non necessariamente di imperizia o negligenza). Un anno, quando lavoravo in un reparto di medicina e nefrologia (quindi persone con degenze mediamente lunghe) di piu di 40 ricoverati, abbiamo avuto una serie di casi di clostridium, un’infezione che provoca soprattutto diarrea, che va gestita con l’isolamento perché si trasmette per contatto. La persone positive aumentavano di giorno in giorno, ma dove ricercare le cause se non nel fatto che eravamo in due infermiere per 40 persone, senza o quasi dispositivi di protezione, senza chiare indicazioni su come si gestisce una situazione simile al di là delle conoscenze e competenze personali? Oggi siamo davanti a una situazione in cui non aiutano i farmaci e non aiuta la risposta immunitaria del singolo,  ma tutto il resto? Tra gli operatori sanitari chi si è ammalato, i più, sono stati i medici di base e gli operatori al di fuori delle terapie intensive, a riprova che se hai gli strumenti adeguati, procedure chiare che tutti eseguono, e sopratutto personale in gran numero, non ci sarebbero tutti questi effetti collaterali che si stanno verificando e che stanno pagando gli operatori, le persone e i propri cari, in termini emotivi e di salute. 

Cosa pensi della narrazione di medici e infermieri in quanto eroi? [Di che supporti necessitate e cosa vi viene offerto (a livello psicologico, fisico ..) ?]Su cosa penso di questi termini di eroismo, dedizione, vocazione, ho scritto nel testo che si è pubblicato. Derivano da una visione militaresca mista all'eredità religiosa che è all'origine di questi lavori come li conosciamo ora (dal medico condotto al medico di guerra, dalla croce rossa alle infermiere suore). A parte la mia personale difficoltà a vedere il mio ruolo collocato in una gerarchia, con il lavoro dell'ostetrica e l'approfondimento dell'ambito della gravidanza, ho rafforzato l'idea che scrivevo prima: la cura è un processo continuo tra entrambe le parti, la delega ("ti faccio partorire" vs "assisto il tuo parto") è dannosa. Sarebbe la prevenzione, il lavoro sul terriorio, magari casa per casa, comunità per comunità, in cui gran parte dei miei colleghi sanitari dovrebbe trovare lavoro, e ritenerlo un lavoro utile, entusiasmante, e apprezzabile tanto quanto saper impostare un respiratore, pompe infusioni, strumentare operazioni chirurgiche, soccorrere un incidente stradale a sirene spiegate. La formazione universitaria è una minuscola infarinatura del lavoro, questi lavori si imparano sul campo, e si presuppone che sul campo ci siano persone che come te hanno imparato e vogliono condividere il sapere perchè è solo così che tutti si lavora al meglio. Purtroppo per mia esperienza di tutti quegli anni di tirocinio non è stato così, e io questo lo imputo al fatto che finchè il sistema della medicina è questa roba qua, gerarchica e militare, si riproducono soprusi e angherie, non certo buone pratiche di condivisione per quanto sia evidente che ne gioverebbero tutti.

 

Avete accesso diretto alle informazioni scientifiche e mediche rispetto al covid19 ? pensi che le informazioni in vostro possesso siano adeguate per rispondere all’emergenza? In generale le informazioni che servono per la pratica clinica sono generalmente accessibili, vuoi che sia l'OMS o l'accesso alle banche dati, non credo ci sia proprio un probelma di accessibilità alle informazioni. Ma, per tornare sul paragone con l'ostetricia, la gravidanza e il parto: nonostante ci siano evidenze scientifiche che dicano che meno medicalizzi meglio è (tagli cesarei inappropriati, posizione sdraiata obbligata, anestesia epidurale troppo precoce, latte artificiale e tanto altro), di fatto nella pratica clinica nulla o quasi cambia, anzi, sono sempre ambiti particolari, dovuti alle personali insistenze e caparbietà di operatori, che eventualmente fanno sì che si agisca in maniera più appropriata e giusta per la donna.

Come cambierà la sanità secondo te? Cosa pensi della sanità ora e cosa dovrebbe cambiare secondo te finita l’emergenza? Finita l'emergenza quello che dovremmo domandarci come operatori sanitari è se con gli strumenti e le condizioni che avevamo prima dell'emergenza, abbiamo fatto davvero le cose appopriate... E poi ritornando al discorso di cosa è l'ospedale, mi chiedo: se le terapie intensive lavoravano con sei posti letto (comunque numeri bassi), e ora sono 50, significa che chi sta lavorando adesso in prima linea non è preparato allo stesso modo di quelli che gestivano prima i sei posti letto; significa che i colleghi staranno insegnando ai "nuovi" colleghi, perchè adesso bisogna lavorare tutti e supportarsi, d'altronde fuori si viene chiamati eroi, angeli, tutti hanno i segni della mascherina, ci sono elogi di stato, gli applausi e gli striscioni.... Impareremo da questa solidarietà tra lavoratori indispensabile in questo momento? Forse questa gerarchia, in questo momento e chissà se tornerà a strutturarsi più forte di prima, si sta sgretolando, e in queste crepe andrebbero messe nuove idee, nuovi modi di fare salute, e soprattutto un altro rivolgersi alle persone. Leggevo a inizio marzo, la testimonianza di un collega centralinista del 118, che fu chiamato da una signora che gli chiedeva se secondo lui faceva bene a tenersi la madre con difficoltà respiratorie a casa. Di lì a un'ora la signora richiamava per ringraziarlo di averla ascoltata, perchè la madre era morta lì in casa e lo ringraziava più che altro per non aver insistito a mandare lì un ambulanza che l'avrebbe portata via per non vederla certamente più. Questi drammi che i colleghi, i pazienti e i parenti stanno vivendo, li dovremmo elaborare collettivamente, perchè si arrivi al punto che siano le persone a scegliere liberamente e consapevolmente quale cura vogliono; e che il personale sanitario del territorio e dell'ospedale diventi, non degli eroi o degli angeli, ma i vicini di casa di cui avere fiducia, che non si credono onnipotenti e onniscienti. Credo che a queste condizioni si ridurrebbe molto l'attuale modello di medicina difensiva e spersonalizzata.

 

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