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Articoli filtrati per data: Friday, 29 Maggio 2020

Testo introduttivo del volume su Romano Alquati curato da Francesco Bedani e Francesca Ioannilli (collana Input di DeriveApprodi, maggio 2020)

Alquati è sempre stato un cane in chiesa, non solo nell’università ma ovunque si è trovato, anche tra molti «compagni», non parliamo degli intellettuali italici. È sempre stato uno che dava fastidio e per questo il suo pensiero è stato quasi sempre ignorato, ma dare fastidio è forse la più significativa qualità di una soggettività rivoluzionaria. 

Guido Borio, in L’operaismo politico italiano 

Il pensiero critico e rivoluzionario, come il pensiero in generale, è spesso vittima di abbagli. Si lascia cioè entusiasmare da personaggi, teorie e concetti alla moda, incapaci di andare al di là del corto respiro della cronaca e del già noto. Per converso, fatica a cogliere l’importanza strategica di chi pensa non per compiacere ma per sovvertire, di chi vive nella costante tensione dell’anticipazione, di chi osa il rischio della scommessa e del salto in avanti. A dieci anni dalla sua scomparsa, Romano Alquati è un giacimento d’oro ancora in larga parte inesplorato e inutilizzato, o utilizzato solo superficialmente. 

L’Alquati più conosciuto è quello della conricerca militante in «Quaderni rossi» e «Classe operaia», i cui testi sono raccolti nel volume Sulla Fiat e altri scritti. Qui viene impostato e sviluppato il concetto di composizione di classe, architrave dell’intero operaismo politico italiano. Tuttavia, a partire dall’unilateralità del suo punto di vista il percorso di Alquati è un processo di ricerca rivoluzionaria sempre aperto, che non si può fissare in un’identità statica o di gruppo. Allo stesso modo, le categorie non hanno mai costituito dei postulati validi una volta per tutte: sono al contrario delle variabili da pensare, verificare e ripensare continuamente, elementi di un metodo complessivo di ragionamento. Proprio attraverso questo metodo processuale, sempre mantenendo al centro la decisiva questione della soggettività, sono di grande importanza i percorsi di elaborazione e di ricerca di Alquati degli anni Settanta, quelli sull’«università di ceto medio», sull’«operaio sociale» e sulla formazione di un «proletariato intellettuale». 

Quasi del tutto sconosciuto, ovvero conosciuto in ristrette cerchie, è il percorso degli anni Ottanta e Novanta, fino ai primi anni Zero. Si tratta invece, probabilmente, del periodo più importante nella sua elaborazione teorica militante. È in questi anni, infatti, che costruisce il «modellone», cioè una proposta di interpretazione del capitalismo contemporaneo. Al suo interno definisce i differenti livelli di realtà, le variabilicategorie e le loro interrelazioni, le loro ambivalenze specifiche, le possibilità di un contro-percorso, cioè di una fuoriuscita dalla civiltà capitalistica. In questo processo di elaborazione, Alquati arriva a formulare delle ipotesi sulla società iperindustriale e sulla centralità della riproduzione che, ancora una volta, riescono ad anticipare delle tendenze di sviluppo, tant’è che la loro straordinaria attualità inizia a incarnarsi sotto i nostri occhi. 

Il presente volume, che sistematizza il corso di formazione politica svolto alla Mediateca Gateway di Bologna nell’autunno 2019, si propone esattamente di far riemergere questa Atlantide del pensiero rivoluzionario per ricominciare a discutere e ragionare collettivamente. Sono stati individuati alcune categorie e concetti che, lungi dall’esaurire la complessità del percorso di elaborazione di Alquati, consentono una fondamentale introduzione e costituiscono una prima griglia articolata attraverso cui approfondire le sue ipotesi e metterle a verifica nel presente. Dunque questo volume, o macchinetta come Alquati definiva i suoi scritti, è un punto di partenza che rifiuta metodologicamente la pretesa di fornire soluzioni preconfezionate: la ricerca è infatti sempre aperta e in-terminata. Tali categorie non vanno lette in modo separato o specialistico, ma vanno messe continuamente in relazione all’interno della sua costruzione processuale teorica e pratica. 

Nel contributo iniziale Francesca Ioannilli analizza alcuni punti chiave per potersi meglio districare all’interno della complessità della rappresentazione che Alquati fornisce del sistema capitalistico. Federico Chicchi pone a confronto il suo pensiero con altre tradizioni teoriche, facendone emergere la straordinaria originalità. Maurizio Pentenero entra nel vivo del «modellone», concentrandosi in particolare sul «medio-raggio». Salvatore Cominu illustra il concetto di «iperindustria», nelle sue differenti articolazioni e decisive trasversalità. Francesco Bedani tratta nello specifico Lavoro e attività, mettendolo in relazione con le recenti trasformazioni produttive e sociali. Anna Curcio si concentra sul concetto di «riproduzione della capacità-umana-vivente», analizzando la ricchezza euristica di un testo scritto all’inizio degli anni Zero che – come vari altri – è per ora inedito. Guido Borio approfondisce il nodo centrale della soggettività, all’interno della sua peculiare forma di militanza. Raffaele Sciortino, infine, offre una sua interpretazione di alcune questioni aperte del modello alquatiano, focalizzandosi in particolare sui problemi del soggetto e dell’astrazione.

Questo libro apre un percorso di pubblicazione degli inediti di Alquati che la casa editrice DeriveApprodi sta meritoriamente intraprendendo e che, siamo sicuri, contribuirà in modo decisivo a far emergere la nostra Atlantide. Gli autori dei singoli testi sono compagni che hanno collaborato e interloquito in modo diretto con Alquati, ricercatori che hanno potuto constatare l’importanza delle sue ipotesi, militanti delle nuove generazioni che lì hanno trovato strumenti e chiavi di lettura utili non solo per interpretare ma innanzitutto per trasformare l’esistente. Tale combinazione, crediamo, è un’ulteriore prova dell’importanza di questa straordinaria figura.

Da CommonwareCommonware

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in NOTES

Come molti sapranno, un’enorme scritta accoglie i visitatori all’imbocco della Val di Susa. Da anni, arrivando in valle, sui mille metri del monte Musine, tutti possono leggere TAV = MAFIE. Un sorta di promemoria gigante per ricordare una verità incontrovertibile e ormai acclarata anche da sentenze della magistratura giudicate in via definitiva come quella sulla Toro srl: questo tunnel porta morte e porta mafia.

Ma come sanno tutti, la verità spesso fa male, soprattutto alla variegata lobby del grande buco. Negli anni quindi la scritta ha mandato letteralmente ai pazzi sitav di ogni risma. È stata oggetto di comunicati stampa indignati da parte dei politici piemontesi, esposti ai carabinieri, petizioni di scarso successo che ne chiedevano la rimozione e atti vandalici. L’ultimo è arrivato ieri da parte di un gruppetto di estrema destra in cerca di visibilità, tale ALIUD. La cosa potrebbe essere bollata come la solita azione estemporanea e un po vigliacchetta di qualche mentecatto. C’è però un dettaglio interessante.

A rimuovere la scritta stavolta non è stato un gruppo qualsiasi ma un manipolo creato e finanziato circa un anno fa a Torino su indicazione del fratellino d’Italia Roberto Rosso. Ve lo ricordate? È proprio lui! Il mitico consigliere regionale della giunta Cirio che metteva striscioni SITAV sul comune di Torino e che è poi stato arrestato per voto di scambio con le cosche della ndrangheta che fanno base tra Torino e Carmagnola. Insomma, la giovanile della ndranghetav prova goffamente a tappare la bocca ai notav. Ma con Rosso ancora alle Vallette non era meglio fare profilo basso invece di coprirsi ridicolo?

Inutile dire che la prodezza ha avuto vita breve. Alcuni giovani notav assieme agli abitanti di Almese sono andati ieri sera a ripristinare la scritta che stamattina era di nuovo ben visibile dall’autostrada!

Di seguito il comunicato del Comitato NO TAV Valmessa

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Niente da fare, proprio non ce la fanno. Ogni tanto qualcuno deve salire sulle pendici del Musinè a modificare la storica scritta a proprio piacimento.

 Questa volta, però, gli autori si sono anche firmati, non sono semplici “buontemponi” ma militanti dell’estrema destra e neofascisti. Il comunicato che hanno mandato in giro oltretutto rasenta il ridicolo.

 Scrivono di “conoscere nomi e cognomi di chi negli anni ha ridotto e malmenato la Sanità italiana” e in questo passaggio noi gli crediamo dato che Fratelli d’Italia con fratellini e nipotini, precedenti e attuali, negli ultimi anni ha governato sia a livello nazionale che regionale contribuendo in prima persona allo smantellamento della sanità pubblica.

 Dicono anche che “il problema dell’Europa non è un’infrastruttura ferroviaria”, dimenticandosi che sono proprio queste scelte a fare incetta di denaro pubblico a discapito di cose ben più importanti per la vita delle persone che loro asseriscono di voler difendere con la successiva frase “non c’è costo materiale che non debba esser sostenuto per salvare delle vite” … che poi per loro alcune vite debbano essere salvate e altre no omettono di scriverlo ma sappiamo bene come la pensano

 Ma anche questa volta, come sempre in passato, noi NO TAV in brevissimo tempo abbiamo ripristinato la scritta che da anni difende la valle proprio all’imbocco di essa.

 La difende dallo sperpero di denaro pubblico per un’inutile infrastruttura e dalle mafie che stanno dietro queste opere e “propone” di spendere questi soldi nelle piccole opere utili, nella messa in sicurezza del territorio e nelle politiche a difesa delle persone….TUTTE !!!

 

Comitato NO TAV Valmessa – Laboratorio Civico Almese

Da notav.info

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Oggi in molte città italiane si sono svolti presidi di giovani medici che in centinaia si sono uniti per portare le loro rivendicazioni e vertenze alle Regioni con un solo obiettivo: cambiare questo sistema sanitario perchè sia davvero a tutela della salute di tutti e tutte. 

A Torino la protesta ha coinvolto studentesse e studenti, neo-abilitati, camici grigi, medici in formazione specialistica e corsisti di medicina generale di 21 città italiane. Ha coinvolto anche i medici in servizio, che oggi hanno sospeso per qualche minuto il loro lavoro indossando la mascherina marchiata X29 in solidarietà con la mobilitazione. Chiedono l'azzeramento dell'imbuto formativo che condanna la maggior parte dei noelaureati alla precarietà, chiedono che la loro formazione venga retribuita e che risulti adeguata al fabbisogno del territorio. Chiedono che il contratto di formazione specialistica retribuisca turni di guardia e straordinari e che garantisca delle tutele sulle responsabilità e i diritti degli specializzandi. Chiedono una formazione qualificata e certificabile, non assoggettabile alle esigenze ospedaliere, e sulla quale gli stessi specializzandi abbiano voce in capitolo. Chiedono che sia restituita una dignità alla medicina sul territorio, per il suo ruolo cruciale di cura a lungo termine di ogni persona, nonché di lavoro sulla prevenzione. È sconcertante che sia necessario fare tale richieste a gran voce dopo un periodo in cui il Sistema Sanitario Nazionale sarebbe collassato - e insieme a lui la vita di molte persone - se non fosse stato per gli sforzi straordinari compiuti dai sui operatori. Medici, infermieri e oss si sono spesi quotidianamente, anche in mansioni per cui non erano formati e con scarsissime tutele in ambito che solo dal 2010 ha visto tagli per 37 miliardi di euro. La mobilitazione di oggi ha restituito al ministero e alle regioni i loro applausi e le loro retoriche angeliche, facendo loro presente che la gestione della sanità non si può continuare come prima e che si tratta di un'evidenza che dalla crisi del Covid tutte le persone riconoscono. Chi vuole che più della metà degli studenti di medicina lasci l'Italia per mancanza di borse nei posti di formazione? Chi vuole un sistema che delega alla struttura ospedaliera qualunque intervento, rendendola di fatto un covo inattraversabile nel caso di esplosione di una malattia infettiva? Chi vuole una sanità che, vista la scarsità delle proprie risorse, fonda la gestione di una crisi sull'improvvisazione e sullo spirito di sacrificio dei suoi lavoratori? Il ministro Manfredi e i presidenti delle regioni che oggi si sono seduti ai tavoli con le delegazioni dei medici in mobilitazione farebbero bene a darsi delle risposte e a intervenire in maniera concreta e sistemica. Per le persone che in questi mesi hanno subito perdite e per il personale medico-sanitario che c'è e che verrà non saranno accettabili solo parole o soluzioni al ribasso.

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Ieri mattina si è svolta una prima data di piazza di uno dei settori piu' esposti sulla prima linea nella gestione pandemica, che ha messo in luce le gravi carenze con le quali la politica degli ultimi anni e decenni ha gestito questo settore essenziale.

 A Bologna, in contemporanea con altre venti piazze, si sono mobilitati oggi oltre 150 medici che hanno manifestato per il futuro della sanità e contro un sistema che rende precari* i e le professionist* e mette a repentaglio e rende precaria la salute di tutt*. Sono ormai mesi che diversi professionisti sanitari e studenti e studentesse si organizzano per arrivare alla giornata di oggi. Questo è solo l'inizio di un percorso che, nel suo documento di indizione, recita che "Ora è arrivato il momento di protestare, perché quello che chiediamo non lo stiamo chiedendo solo per noi, ma per l’intero Paese, per il Servizio Sanitario Nazionale, per le esigenze di salute di tutti, per ogni singolo cittadino" e parla della sanità come "vetrina della propaganda politica e imbuto formativo", articolando proposte che vanno dalla "dignità per la Medicina del territorio, formazione e contratti", "estensione della rete formativa", "qualità della formazione, controllo della qualità", e piu' in generale del lancio di una nuova visione di cosa significhi salute pubblica oggi. 

Per seguire la mobilitazione bolognese si puo' far riferimento al profilo di Materia Grigia

Pubblichiamo in seguito alcune interviste e video dalla piazza. 

 

 

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Il governo capitolino dispiegherà un’operazione di sicurezza per limitare l’entrata e l’uscita dalle villas (insediamenti di abitazioni precarie). Le critiche interne al segretario per l’Integrazione Urbana e la tattica affinché la Nazione si faccia carico dell’operazione sanitaria.

La “montagna di dolore” che pronosticava la cerchia del capo di Governo portegno Horacio Rodríguez Larreta da due settimane ha cominciato ad affacciarsi con potenza nei quartieri più poveri della Città di Buenos Aires. La metafora scelta per parlare del picco di contagi di Covid-19 conferma le previsioni dell’amministrazione capitolina, che occultava parte della strategia scelta per affrontarla, come la velata decisione di consegnare il rilevamento dei casi nelle villas portegne al Ministero della Salute della Nazione e andare avanti nell’installazione di catenacci di sicurezza ai loro ingressi per dissuadere l’uscita degli abitanti, specialmente nel quartiere 31 di Retiro, considerato l’epicentro iniziale del picco di contagi nei quartieri popolari della Capitale.

“Sarà come chiudere un paesino per prendersi cura dei suoi abitanti”, ha confidato a Tiempo un membro del Gabinetto del sindaco per confermare che il comune studia l’installazione di “check points” nella villa 31 che saranno a carico della Polizia della Città. Questa medesima architettura di controllo poliziesco, che è stata sperimentata in alcuni distretti bonaerensi, potrebbe ripetersi nei quartieri più poveri della zona sud portegna, come la villa 21-24, di Barracas, dove c’è già la presenza della Prefettura, e la 1-11-14, di Flores, dove c’è la Gendarmeria Nazionale. I dispositivi potrebbero estendersi anche alla villa 20 di Lugano e al resto dei nuclei abitativi precari della Città. Questa mappa di controlli è “allo studio” da parte dei funzionari portegni, che utilizzerebbero anche risorse dello stato nazionale per applicarli.

L’applicazione di questo meccanismo di controllo aumenterà la tensione esistente tra gli abitanti e le forze di polizia e spiega, in parte, perché alcuni ex funzionari dell’amministrazione di Mauricio Macri propongano l’utilizzo di “griglie” per dividere la Capitale in “verdi e rosse”. “Le prime con libera circolazione e le seconde senza entrate o uscite”, come ha proposto l’ex direttore del Pami, Carlos Regazzoni, con il sostegno dell’ex senatore Federico Pinedo e la titulare del PRO, Patricia Bullrich. L’esperienza è già fallita in altri paesi, ma fa parte di una nuova offensiva argomentativa.

L’estensione del piano Trovare e gli sforzi della sicurezza federale nei quartieri poveri della Città fanno parte degli strattoni tra il governo portegno e la Nazione per trovare una soluzione comune. Il detonatore di questa ricerca è stato la rassegnazione che hanno cominciato a prospettare nella cerchia di Larreta sulla “inevitabile” moltiplicazione di contagi nelle villas capitoline, a partire dagli errori commessi dalla gestione comunale, specialmente nel quartiere 31, dove la crisi è aumentata a partire dai problemi strutturali di fornitura di acqua potabile.

Il maggiore destinatario delle critiche interne è il segretario per l’Integrazione Urbana, Diego Fernández, che è entrato nella gestione di Larreta come incaricato del “piano maestro di integrazione urbana Retiro-Puerto Madero” con il sostegno dell’attuale senatore nazionale Esteban Bullrich. Così come ha rivelato questo quotidiano nella sua edizione online, il funzionario ha affermato in una teleconferenza che la villa 31 ha “la migliore rete d’acqua potabile di qualsiasi quartiere vulnerabile”. Lo ha fatto per difendere i 17 chilometri di infrastrutture realizzate dalla sua amministrazione, ma i suoi pari lo criticano per aver dato la priorità alla portata di questa rete per la sede del Ministero dell’Educazione che è stata costruita al lato dei tribunali federali di Comodoro Py e non per gli abitanti del quartiere.

Il dato non è stato smentito da nessuno dei funzionari portegni consultati da questo quotidiano e nella Nazione lo danno per scontato come uno dei difetti che ha fatto scoppiare la crisi di contagi. Non è l’unica differenza. Diversi funzionari della Casa Rosada hanno già fatto giungere le loro lamentele a Larreta e al ministro della Salute portegno, Fernán Quirós, per le sopraffazioni che subiscono gli abitanti dei quartieri poveri quando si scopre che hanno il coronavirus, e le deviazioni “de facto” dalla linea di assistenza portegna. “Sappiamo che quando chiamano da una villa per chiedere assistenza di fronte ad un possibile caso sospetto gli dicono di chiamare le linee della Nazione”, si è lamentata una delle fonti nazionali consultate da questo giornale.

“Un tipo che ha un locale di sushi a Figueroa Alcorta y Tagle non può gestire la villa 31”, si è lamentato un funzionario portegno, in riferimento al segretario Fernández. Ma le fonti consultate puntano anche sulla sua immediata superiore, la ministra dello Sviluppo Umano, María Migliore, anche se la funzionaria ancora non ha compiuto sei mesi nell’incarico e il suo subalterno passa il suo quinto anno di gestione e una strepitosa sconfitta elettorale nel quartiere 31 nelle elezioni dell’anno passato.

I difetti di questa ripartizione si moltiplicano in altre aree. Questo sabato i delegati degli abitanti di Lugano hanno denunciato di aver ricevuto carne putrida per le mense del quartiere, un problema che si ripete anche ad altre latitudini della Città. Nel ministero che dirige la Migliore hanno spiegato che all’inizio della quarantena assistevano 102 mila persone in 471 mense comunitarie e che ora giungono 260 mila persone, ma la cattiva qualità delle forniture di alimenti freschi rivelano difetti che avrebbero potuto essere evitati con un maggiore investimento di bilancio.

Nella villa 31, il ministero della Migliore ha già installato, per scoprire i casi, 15 postazioni per misurare la febbre. Da lunedì saranno 50 e potranno essere sorvegliate dai catenacci di sicurezza che il sindaco portegno analizza per circondare le villas più popolose a partire da questa settimana. Con questa strategia, in gran parte sostenuta dallo stato nazionale, il governo capitolino cercherà di evitare che i contagi si propaghino nel Conurbano.

Claudio Mardones

*Fonte: Infonews

24 maggio 2020

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

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Le proteste dopo l'omicidio a sangue freddo di George Floyd da parte della polizia continuano ad intensificarsi.

Nel terzo giorno di rivolta a Minneapolis la stazione di polizia del Terzo Distretto è stata occupata e data alla fiamme, mentre i poliziotti venivano evacuati dal tetto con gli elicotteri. Diversi negozi e fast food sono stati dati incendiati o saccheggiati. E mentre, come al solito, il dibattito si concentra sulla questione della violenza dei manifestanti, Trump annuncia di aver mandato la guardia nazionale in città per sedare la rivolta promettendo che "quando iniziano i saccheggi, iniziano le sparatorie", come a dire va bene tutto, ma non toccate la proprietà privata. Trump, dopo un primo momento in cui aveva speso parole di circostanza sulla necessità di fare giustizia rispetto all'omicidio di Floyd adesso promette il pugno duro contro chi protesta per gratificare una parte della propria base più esplicitamente suprematista in vista delle presidenziali. Suprematisti che si sono organizzati in bande e girano armati per la città di Minneapolis, da un'auto sono state lanciate delle molotov contro i manifestanti.

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Inoltre il procuratore che si occupa del caso di George Floyd ha annunciato che non può accusare per omicidio il poliziotto assassino, Derek Chauvin, e i suoi colleghi. Gli agenti coinvolti nel fatto sono stati rimossi temporaneamente dal loro incarico, ma sono ancora tutti a piede libero e ancora senza incriminazioni. Derek Chauvin secondo diverse testimonianze avrebbe già alle spalle un passato di abusi in divisa e razzismo. Un afroamericano ha denunciato di essere stato violentemente picchiato e ferito con due colpi di pistola proprio da Chauvin nel 2008 durante un intervento per violenza domestica.

Intanto la protesta si espande a macchia d'olio in diversi Stati dell'Unione: a New York 30 persone sono state arrestate durante una manifestazione per aver bloccato la circolazione con i bidoni della spazzatura. Momenti di tensione davanti alla City Hall che è stata attaccata dai manifestanti con un lancio d'oggetti.

La polizia ha aperto il fuoco contro i manifestanti a Louisville ferendo sette persone, di cui una in maniera grave, e a Denver, dove è stato posto sotto lockdown lo State Capitol, sede dell'assemblea statale.

A Columbus i manifestanti hanno tentato di sanzionare ed occupare la Ohio Statehouse, la Camera dello stato, al grido di "I can't breathe". A Oakland, Los Angeles, Albuquerque, San Francisco, Sacramento, Portland, Memphis e Chicago sono andati in scena cortei e sit in di protesta.

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La solidarietà attorno a chi si sta battendo tra le strade di Minneapolis si allarga e le proteste stanno facendo cadere la maschera di ipocrisia dietro cui si nascondono politici e giornalisti di ogni schieramento.

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