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Articoli filtrati per data: Thursday, 28 Maggio 2020

Passando in rassegna la letteratura specialistica e le newsletter di settore, sembra che l’emergenza sanitaria da Covid-19 abbia aumentato la consapevolezza tra gli addetti di come un tale shock, colpendo uno degli anelli della catena, possa provocare un impatto di natura sistemica.

Secondo alcuni osservatori il processo di de-globalizzazione subirà un’accelerazione, ma altri sostengono che si assisterà piuttosto a una riconfigurazione delle catene di fornitura. Coloro che  ribadiscono la fragilità delle catene prevedono una crescita del settore della logistica a causa dell’aumento esponenziale di domanda di consegne a domicilio e dell’e-commerce, il cui valore potrebbe raggiungere oltre quattromila miliardi di dollari entro il 2021, il doppio di quello che era nel 2017.

Come saranno le supply chain globali dopo il Covid-19? Gli analisti parlano di una radicale trasformazione veicolata dall’innovazione digitale e accelerata dalla crisi causata dalla pandemia. Le nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale, l’automazione o quello che chiamano l’“Internet delle cose” sono viste come le soluzioni a ogni problema che l’emergenza ha portato a galla nel giro di tre mesi. Intanto, l’immagine che più si avvicina alla realtà del settore la fornisce un’inchiesta della procura di Lodi su un’azienda di autotrasporto e logistica accusata di frode fiscale e sfruttamento della forza lavoro, e le rivendicazioni dei lavoratori della logistica che negli Stati Uniti si sono coalizzati per organizzare uno sciopero.

Oltre alla crescita della logistica urbana, l’emergenza ha provocato un rallentamento del commercio internazionale e un conseguente calo dei volumi di traffico delle merci. Maersk, una delle più grandi compagnie marittime del mondo, ha dovuto annullare decine di navi portacontainer e ha stimato che le fabbriche cinesi abbiano operato al cinquanta-sessanta per cento della capacità. Tra i mesi di gennaio e febbraio la metà delle portacontainer dalla Cina non sono partite. Qualche settimana fa ho scritto a un dirigente di una compagnia marittima conosciuto anni addietro per chiedergli come stava e cosa vedeva dal suo osservatorio in merito all’effetto del Covid-19 sulla catena marittimo-logistica, dal momento che gira per i terminal portuali di tutto il mondo: «Direi che ‘tremendo’ è l’aggettivo più adatto – ha risposto –. Abbiamo poca comprensione dei flussi futuri e stiamo lavorando per uscirne senza le ossa troppo rotte».

La prolungata chiusura delle fabbriche cinesi in seguito all’epidemia ha provocato una perdita complessiva per le compagnie marittime di trecentocinquanta milioni di dollari la settimana. Sono state cancellate almeno ventuno partenze dalla Cina verso l’America e dieci verso l’Europa nei primi tre mesi dell’anno. Alcune compagnie hanno dichiarato “Force Majeure” per obbligare i propri fornitori a dilazionare i pagamenti o per ottenere sconti. Dall’inizio della pandemia le portacontainer allungano la rotta dall’Asia all’Europa circumnavigando l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza piuttosto che tagliare dal Canale di Suez, navigando così per oltre tremila chilometri in più per i porti del Nord Europa. Una scelta che in tempi normali era ritenuta molto costosa durante l’emergenza sanitaria risulta conveniente. Da un lato, infatti, la forte riduzione della domanda di trasporto permette tempi di viaggio maggiori, dall’altro la diminuzione del prezzo del carburante causata dal crollo di quello del petrolio rende più vantaggioso aumentare i consumi che pagare il transito di Suez. Va da sé che in tutto questo chi paga il prezzo più alto è il personale marittimo. L’emergenza li ha sorpresi in mare, obbligandoli a quarantene e periodi di imbarco più lunghi. Nei casi estremi i marittimi sono stati abbandonati insieme alle navi morte e alla merce che trasportavano dai loro armatori. I sindacati confederali stimavano a inizio maggio circa duecentomila marittimi bloccati che aspettavano di essere sostituiti con altri marittimi in attesa di imbarco.

Se volgiamo lo sguardo a terra, si intuisce che nel medio e lungo termine i porti affronteranno in maggiore o minore misura un declino delle attività di movimentazione merci per la significativa flessione dei volumi dovuta alle “rotte vuote” (blank sailings). Secondo un rapporto recente i porti europei stanno scontando più di altre regioni del mondo l’impatto delle toccate ridotte delle navi negli scali principali, ma le conseguenze si vedranno meglio più avanti, perché i porti sono prima in ritardo e poi in anticipo rispetto ai tempi di crisi e di ripresa. A questo vanno aggiunti i pesanti ritardi accumulati negli hinterland e alle frontiere a causa dei controlli al personale viaggiante. Ciò ha provocato congestioni in banchina e file interminabili di camion e assembramenti di autotrasportatori ai gate portuali, come è stato denunciato da un sindacato di base ai varchi del porto di Genova Voltri. In alcuni casi, i porti hanno cercato di ridurre la congestione evacuando i container d’importazione in massa su rotaia verso depositi retro-portuali.

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(foto di -jo)

In ogni caso, le prime conseguenze dell’emergenza sulla catena marittimo-logistica iniziano a vedersi. Quelle che vedete nella foto sopra sono le gru del Voltri Terminal Europe di Genova. L’ho ricevuta qualche giorno fa da un portuale che ha aggiunto che da anni non si vedeva la banchina così vuota di mercoledì. Nel porto di Genova si è registrata una riduzione consistente dei volumi dal Far East causata dalla riduzione drastica dell’export cinese nel mese di febbraio che, per i tempi di transito, ha avuto un impatto qui trenta giorni dopo.

A marzo l’import dalla Cina è calato di un terzo. Al porto di Genova, primo scalo italiano, porto pubblico ma con i servizi e le banchine in concessione ai privati, la Compagnia Unica dei portuali conserva l’esclusiva funzione di fornire a chiamata il lavoro temporaneo a integrazione del personale delle imprese private che operano sui terminal. In questi mesi i portuali della riserva di manodopera fornita dalla Compagnia, insieme ai lavoratori diretti dei terminal, hanno garantito il carico e lo scarico delle merci senza mai fermarsi. All’inizio dell’emergenza a Voltri hanno indetto uno sciopero per costringere la creazione di un tavolo di trattativa tra sindacati, imprese e Autorità di Sistema Portuale allo scopo di stabilire le linee guida necessarie alla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro in tutto il porto. Quando è arrivato il calo dei traffici, i portuali della riserva hanno visto ridursi per primi gli avviamenti al lavoro. Il Decreto Rilancio del 19 maggio scorso, che contiene le disposizioni sul settore del lavoro portuale, prevede per la riserva di manodopera dei porti italiani risorse per due milioni di euro e la proroga delle autorizzazioni per la fornitura di lavoro portuale temporaneo.

Di fronte al calo dei traffici, le imprese terminaliste sono corse ai ripari riducendo le chiamate della manodopera temporanea e usando la cassa integrazione per i propri dipendenti. Ma poche tra queste imprese avevano reale necessità di usare la cassa. Alcune hanno pensato di predisporla per i dipendenti a condizione che in caso di bisogno questi sarebbero stati chiamati con il “massimo preavviso possibile”. In altri termini, hanno adottato il modello del lavoro a chiamata anche per i dipendenti. Un rappresentante sindacale, nel corso di un’intervista, ha spiegato che alcune di queste imprese, dopo aver messo in cassa integrazione una parte dei lavoratori, hanno poi chiesto straordinari e cambi turno a quelli rimasti: un ricorso alla massima flessibilità che cozza con quello degli ammortizzatori sociali a carico dello stato e con l’organizzazione del lavoro in porto, che per i picchi di lavoro prevede l’uso della manodopera temporanea fornita dalla Compagnia.

In uno dei terminal i sindacati confederali hanno indetto lo stato di agitazione e conseguente blocco degli straordinari. Con il passare delle settimane le tensioni sono aumentate ed è stato necessario l’intervento dell’Autorità Portuale, che in una nota indirizzata alle imprese terminaliste ha richiamato al rispetto delle norme che regolano i contratti di lavoro, gli orari, le prestazioni straordinarie e i regimi di flessibilità, ricordando che il mancato rispetto di tali norme sarebbe sanzionabile dall’Autorità stessa.

Questa la situazione al 20 maggio 2020. Da un lato analisti e addetti ai lavori che decantano le infinite potenzialità dell’innovazione digitale e dell’automazione dei processi di movimentazione delle merci, dell’Amazon effect e delle nuove tecnologie che rivoluzioneranno le supply chain del futuro; dall’altro un presente fatto di imprese che raschiano il fondo del barile per trarre qualche profitto dall’emergenza, e di una forza lavoro che non si è mai fermata, e che anzi ha avanzato delle rivendicazioni per poter continuare a lavorare in sicurezza. Nel frattempo è arrivata la notizia che la nuova piattaforma logistica di Amazon a Genova diventerà operativa nell’autunno 2020. Una superficie di settemila metri quadrati. Cercano personale. (andrea bottalico)

Da Napoli Monitor

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Apprendiamo la notizia che oggi, durante il tavolo tecnico tra EDISU, Regione e ARSU per decidere i criteri generali del nuovo bando EDISU, la Giunta Regionale ha chiesto la revoca della borsa di studio dei tre ragazzi arrestati durante la contestazione ad alcuni esponenti del FUAN che distribuivano volantini al Campus.


È veramente surreale che durante l'emergenza sanitaria che è in atto l'ente che dovrebbe occuparsi del diritto allo studio veda come sua priorità richiedere indietro dei soldi a una dei tre studenti, vincitrice del bando.
Chi frequenta l'Università di Torino si ricorderà bene i fatti a cui si riferisce il presidente EDISU Sciretti, quel giorno quattro neofascisti del FUAN distribuivano volantini revisionisti davanti al cancello della Palazzina Einaudi, già scortati dalla polizia. Numerose studentesse e numerosi studenti hanno rifiutato il volantino e si sono fermati a ribadire che i fascisti e la polizia non sono ben accetti nei nostri atenei. La polizia ha caricato a freddo il presidio che si era creato spontaneamente e ha arrestato tre studenti, che sono poi stati portati al carcere delle Vallette. (Per approfondire -> https://www.facebook.com/165064096843248/posts/3343783588971267/?app=fbl )


Nelle giornate successive gli studenti, insieme a docenti, dottorandi/e, lavoratori e lavoratrici dell'Università hanno messo in atto diverse pratiche di solidarietà e di attivazione a sostegno degli arrestati.
Oggi però il signor Sciretti ha deciso di ignorare completamente la popolazione che vive veramente quei luoghi del sapere perché li attraversa quotidianamente e ha condannato i fatti (ancora prima di un giudice, visto che per i ragazzi in questione non si è neanche ancora aperto un processo) chiedendo la revoca di una borsa di studio. Questo ricatto è una patetica provocazione che non intendiamo accettare a testa bassa.
Le borse di studio vanno assegnate a tutte e tutti coloro che ne hanno bisogno, senza requisiti di merito e senza il controllo della fedina penale.
Quel giorno c'eravamo tutt*,
Sciretti dimettiti!

Da Collettivo Universitario Autonomo - Torino

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Ieri un giovane saldatore 35enne è morto schiacciato nel cantiere TAP di Vernole. Simone Martena, questo il suo nome, è rimasto ferito gravemente a una gamba e i soccorsi non sono arrivati in tempo per salvarlo.

Incomincia la fase due e ricominciano i morti sul lavoro in tutta Italia, vittime di un sistema di sviluppo ingiusto, che dà priorità al profitto sulla salute dei lavoratori. Il movimento No Tap denuncia da anni le scarse misure di sicurezza nei cantieri e la correlazione tra la grande opera inutile, la devastazione ambientale e il ricatto salute - lavoro imposto agli operai.

Il governo, le istituzioni e gli imprenditori hanno imposto al paese una ripartenza lampo con l'intenzione di riaprire ad ogni costo i cantieri delle grandi opere inutili, paradigma nostrano di un sistema di sviluppo che non funziona e che è concausa di sfruttamento, impoverimento dei territori ed ecocidio.

Condividiamo di seguito il comunicato del Movimento No Tap:

 

 

NON È POSSIBILE CONTINUARE A FAR FINTA DI NULLA!

Ieri si è scelto il silenzio. Ci siamo stretti in maniera ideale a Simone e alla sua famiglia, alla quale rinnoviamo le condoglianze di tutta una comunità, attoniti per l'ennesima assurda morte sul lavoro.

Urliamo da anni il rischio presente in quei cantieri, le condizioni estreme alle quali sono sottoposti gli operai ma, come spesso avviene, il mondo del profitto non guarda in faccia nessuno, e una vita inizia a contare solo quando arriva il momento della retorica dopo una tragedia.

Operai che cercano di controllare un carico sospeso per il forte vento, sui cantieri del metanodotto, noi ne abbiamo visti a decine.
Era la prassi per direzionare i carichi nei pressi del pozzo di spinta di San Basilio

Noi oggi ci sentiamo quasi in colpa, perché nonostante la lotta che portiamo avanti da anni, abbiamo nello stomaco la sensazione di non aver fatto abbastanza, per Simone e per chi quotidianamente continua a rischiare in quel cantiere.
Ma allo stesso tempo, chi è realmente responsabile di questa ennesima morte bianca, fa finta di nulla.
Tutta quella politica del "è solo un tubicino", dovrebbe solo vergognarsi e prendersi le sue responsabilità, ma a poche ore dalla tragedia sceglie di andare a festeggiare con l'Azerbaigian, come se nulla fosse successo, una collaborazione assassina.
Ci sono quei sindacati che hanno taciuto finora su quel cantiere "intoccabile", che oggi sciorinano dichiarazioni speculative, quando invece gli operai sono dovuti correre da noi per denunciare le condizioni disumane alle quali sono sottoposti, rischiando sulla propria pelle le conseguenze di richieste lecite ma "scomode" per chi guarda la vita umana come un semplice numero.
C'è una multinazionale che continua a imporre le sue volontà, che continua a sfruttare un territorio, che sembra avere ormai acquisito il potere decisionale sulla vita e sulla morte delle persone.

Lotteremo con tutte le nostre forze affinché Simone non venga dimenticato, perché nel 2020 non si può morire di lavoro. Questa tragedia ha i suoi colpevoli, e li conosciamo tutti...

 

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Diverse sigle sindacali, associative e partitiche ieri si sono ritrovate per manifestare sotto il Palazzo della Regione per contestare la gestione dell'emergenza Covid da parte di Fontana e della sua giunta, diversi i momenti di tensione con la polizia che ha marcato a vista il corteo. Qui l'articolo con le corrispondenze audio di Radio Onda d'Urto.

AGGIORNAMENTO MERCOLEDì 27 MAGGIO POMERIGGIO: I manifestanti, almeno un migliaio, verso le ore 19 si sono mossi in corteo: non verso il centro, blindato dalla polizia, ma in direzione Nord, tamponati passo passo dalle forze dell’ordine.  Ascolta o scarica

PRESENTAZIONE – Mercoledì 27 Maggio alle 17.30 le realtà sociali politiche e sindacali di base che hanno dato vita alla manifestazione virtuale del 1 maggio tornano in piazza, sotto la Regione Lombardia.

Dopo due mesi di lock-down, mercoledì 27 maggio alle 17.30 torniamo in piazza. Lo faremo, in sicurezza, sotto la sede di Regione Lombardia a Milano per rivendicare con forza condizioni materiali di reddito e di vita dignitosa per tutti e tutte. L’emergenza Covid-19 ha fatto esplodere le contraddizioni di un sistema che si è basato per anni sullo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori, in particolare nella Milano città degli eventi e delle vetrine sfavillanti. Oggi, nella cosiddetta fase 2, sono lasciate indietro proprio tutte le persone con contratti precari e ultraflessibili che da subito si sono trovate senza alcuna protezione. La piazza darà voce al personale sanitario, alle lavoratrici e ai lavoratori “invisibili” che ci hanno permesso di resistere rifornendo le filiere alimentari, ai lavoratori della logistica e della distribuzione, a chi è stato costretto a lavorare senza le necessarie condizioni di sicurezza nelle fabbriche che in pieno contagio non volevano chiudere mai. Azal della segreteria della CUB Milano Ascolta o scarica

 

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Il 28 maggio del 1976, a Sezze Romano, cittadina in provincia di Latina, è previsto il comizio di Sandro Saccucci, importante esponente del Movimento Sociale Italiano. Ex paracadutista e sospettato di aver partecipato al tentato golpe orchestrato nel dicembre del 1970 dal principe Junio Valerio Borghese con l’aiuto di settori «deviati» di istituzioni e servizi segreti, il Saccucci giunge nel centro pontino con un manipolo di fedelissimi. La scelta della città è quanto mai provocatoria: Sezze è un centro tradizionalmente antifascista.

L’adunata è prevista per il tardo pomeriggio e attorno alle 19,30 un corteo di sette o otto auto entra in paese. A bordo degli automezzi, tra gli altri, vi sono fascisti di dichiarata fede come: Pietro Allatta, suo figlio Benito e sua sorella Palma; Ida Veglianti, Mauro Camalieri, Sandro Grasselli, Massimo Gabrielli e un certo Russini, tutti provenienti da Aprilia; Filippo Alviti di Bassiano; Spagnolo e Mangani di Latina; il segretario locale della Cisnal Del Piano; Alessandro Petrianni, Virgilio Grassocci e Antonio Contento di Sezze; Calogero Aronica e Salvatore Trimarchi del Portuense; Gabliele Pirone, segretario della sezione missina della Magliana, Roma. Il manipolo si reca in piazza IV Novembre, luogo per il previsto raduno.

Dal palco su cui sale Saccucci, vi sono molti camerati armati di bastoni e pistole. Le forze di polizia presenti non sembrano molto interessate e rimangono in disparte. La tensione è alta: i fascisti vogliono provocatoriamente portare avanti il comizio nonostante si trovino in netta minoranza. Ad un certo punto Saccucci dice: «Noi siamo un partito delle mani pulite!» e quando la piazza risponde con bordate di fischi e canti inneggianti il comunismo, l’ex parà, innervosito, aggiunge: «Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con queste» ed inizia a sparare. Saccucci si sarebbe poi dato alla fuga dirigendosi con il corteo delle altre auto fuori dal paese esplodendo numerosi colpi.

Quando il seguito delle macchine giunge nella zona detta del «Ferro di cavallo», un proiettile, esploso da una «mano» che fuoriesce dall’auto di Saccucci, colpisce alla gamba sinistra il giovane Antonio Spirito, studente-lavoratore militante di Lotta continua. Un altro colpo centra quasi contemporaneamente Luigi Di Rosa. Il ragazzo morirà in ospedale dopo circa due ore di agonia. In realtà, come le indagini balistiche condotte dalla polizia scientifica dimostreranno, Luigi viene investito da due diverse pallottole: la prima, dello stesso calibro di quella che aveva colpito in precedenza Antonio Spirito, gli ferisce la mano; una seconda, di diverso calibro e quindi presumibilmente esplosa da una mano diversa, centrerà Luigi nella zona del basso ventre, causandone la ferita mortale. Di Rosa, padre muratore e madre casalinga, aveva ventuno anni e frequentava l’ultimo anno di un istituto tecnico di Latina. Era un militante, come suo padre, del Pci ed era iscritto alla Fgci.

L’iter giudiziario che ha tentato di fare luce sull’accaduto è stato lungo e tortuoso e a conclusione dei vari processi ha pagato solamente un «pesce piccolo»: Pietro Allatta, condannato in primo grado a tredici anni di cui otto effettivamente scontati in virtù di vari sconti di pena. L’Allatta è stato ritenuto colpevole di aver impugnato l’arma che ha colpito prima Spirito poi Di Rosa; non si è tuttavia tenuto conto delle prove balistiche e del referto medico secondo cui si afferma che Luigi era stato colpito da due pallottole di calibro diverso; ciò avvalora la tesi secondo la quale gli attentatori furono più di uno. Le indagini non hanno mai chiarito inoltre la presenza a Sezze di un ex maresciallo dei Carabinieri e agente del Sid, Francesco Troccia. Questi risulterà essere legato ad un altro personaggio avvistato quel giorno: Gabriele Pirone, segretario del Msi della Magliana, nonché proprietario dell’immobile in cui viveva lo steso Troccia.

Quest’ultimo, sospettato di essere presente al comizio in qualità di «agente provocatore», sarà arrestato per un breve periodo con l’accusa di favoreggiamento: avrebbe impedito l’arresto di Saccucci. Sulla figura del dirigente missino è invece sceso un fitto velo di ombra fatto di depistaggi, appoggi politici e interminabili processi dagli esiti contradditori. Rieletto nel Parlamento della Repubblica con il doppio dei voti che aveva ottenuto nella precedente legislatura, il 27 luglio 1976 la Camera dei Deputati ne autorizza l’arresto con le pesanti accuse di: «omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata per il cosiddetto golpe Borghese». In altre parole l’onorevole Saccucci, non è mai stato «uno stinco di santo»; ma questi, informato anticipatamente da «ignoti» del suo imminente arresto, si rende «irreperibile» trovando rifugio nel Regno Unito dove rimarrà fino al 1980. Divenuto successivamente persona non più gradita alle autorità inglesi, trova riparo in Francia. Successivamente il fascista prosegue la sua fuga in Spagna, dove evita un nuovo arresto grazie ad un depistaggio organizzato con il sostegno di settori dei servizi segreti spagnoli: alle autorità italiane che lo ricercano, si fa credere che Saccucci non si trovi più in Spagna ma che sia fuggito in un paese sudamericano. Effettivamente, qualche tempo dopo, il ricercato ripara prima in Cile, poi in Argentina.

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