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Articoli filtrati per data: Tuesday, 26 Maggio 2020

Il Maggio dei senzatetto a Torino

Il 4 maggio scorso a Torino, in piazza d’Armi, in concomitanza con l’inizio della Fase Due in tutta Italia, il sito umanitario per l’emergenza freddo gestito dalla Croce Rossa è stato smantellato senza  preavviso. Circa cento homeless si sono trovati senza alcun riparo, in pieno lockdown da coronavirus. Nelle settimane seguenti hanno continuato a stazionare nella zona, nonostante molti abbiano perso tutti i loro precari averi dopo il passaggio dell’AMIAT, che cinicamente ha distrutto e smaltito tende, zaini, oggetti personali, talvolta documenti. Tra gli sfollati alcune persone disabili, o ammalate, dipendenti da alcool e droghe, un paio di settantenni, che hanno continuato a dormire senza protezioni nei dintorni del campo, sull’erba bagnata dalle forti piogge di quel periodo

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Occupaziò, occupaziò!

Il giorno seguente 50 persone si sono accampate nell’aulica piazza davanti al Municipio. Volontari, centri sociali e varie associazioni solidali hanno cercato di gestire il problema, portando tende, coperte, indumenti, scarpe, cibo, prodotti per l’igiene personale. Per 9 giorni, nonostante ripetute richieste, non è stato possibile usufruire di un bagno pubblico, in quel periodo bar e ristoranti  erano  chiusi. Molti degli accampati soffrivano (soffrono) di disturbi psichici e/o fisici, alcuni provenivano da percorsi difficili, borderline si direbbe, e a parte una veloce passata di alcuni assistenti sociali che si sono fatti carico di una coppia con figlia disabile, nessun operatore sociale o sanitario è stato messo a disposizione dalle istituzioni durante l’intero presidio. Volontariamente, infermieri, educatori, psicoterapeuti, l’avvocato del LegalTeam Gianluca Vitale hanno convissuto con la piazza, sostenendo in tutti i modi le persone, facendo pressioni continue sugli enti pubblici, monitorando la situazione. La maggior parte dei commercianti della zona di piazza Palazzo di Città si è dimostrata tollerante e solidale. Avendo condiviso con i senzatetto molte ore in quei giorni, spesso di notte, è stato toccante testimoniare scene come quella del tabaccaio che “usciva” una ciabatta elettrica dal negozio per permettere di ricaricare i cellulari, o del marocchino panettiere che forniva gratuitamente pane e caricabatterie a chi ne avesse bisogno, o del supermercato vicino, che prima della chiusura donava cibi invenduti alla piazza.

Dopo alcuni giorni, grazie al pressing mediatico, si sono occupati dell’emergenza i media locali e nazionali, forzando il Comune, che fino a quel momento aveva ignorato il problema, così come polizia e vigili, ad intervenire. Il 12 maggio, con un blitz all’alba, dopo otto giorni di protesta pacifica a tratti estenuante, le 50 persone sono state trasferite presso il Padiglione V di Torino Esposizioni, con la promessa di offrire a tutti un luogo accogliente, pulito, sicuro, dotato di servizi igienici. Un hangar sotterraneo abbandonato da oltre un anno, tre bagni fatiscenti, di cui uno allagato, senza docce, polvere e sporcizia ovunque, nessuna sanificazione.

In compenso presenza intimidatoria di centinaia di poliziotti, che hanno chiuso l’area prossima del parco Valentino in stile Genova G8 2001 o cantieri TAV in Val di Susa. Si trattava di un hub temporaneo, hanno dichiarato a posteriori le istituzioni con un certo imbarazzo, per poter effettuare  i tamponi, i controlli documentali, procedere con l’inserimento dei senzatetto in dormitori, nei progetti di accoglienza per migranti SIPROIMI (Sistema di Protezione per Titolari di Protezione Internazionale e per Minori Stranieri Non Accompagnati) o CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e, nel caso di un nigeriano, in un CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio, l’anticamera detentiva dell’espulsione dal paese). Nessuno è risultato positivo e al nono giorno è avvenuto il trasferimento in strutture più idonee all’accoglienza: le donne, i cittadini italiani e dopo l’identificazione in questura anche i migranti regolari. Il gruppo è stato smembrato, tende e coperte, spesso in ottime condizioni e donate da volontari, nuovamente rimosse e buttate, per non creare rischi di altri accampamenti in città.

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Le Politiche Sociali per gli “invisibili”

La Vicesindaca Sonia Schellino, verso la quale nei giorni più tesi sono state presentate  mozioni di sfiducia con richiesta di ritiro della delega alle Politiche Sociali, ha partecipato in quella settimana a due sedute consiliari pubbliche online: nella prima si è disconnessa dopo qualche minuto, nella seconda non ha fornito risposte. Nessuna informazione relativa ai tamponi, nessuna soluzione proposta per coloro che eventualmente fossero risultati positivi, nessun programma di azione condiviso con le associazioni di volontariato e, rispetto alle proposte presentate da alcune Circoscrizioni che offrivano ospitalità ai senzatetto, nessuna è stata accettata, con la giustificazione di dover garantire il distanziamento sociale (o dal sociale…?). Il centro per l’emergenza freddo  durante l’inverno era formato da unità container prefabbricate di 2x3mt. dove pernottavano quattro persone. Il termometro per misurare la febbre si è rotto quasi subito, le prime mascherine sono arrivate a fine marzo, nessuno degli ospiti è stato sottoposto al tampone.
Dimostrando… padronanza della materia la Vicesindaca ha affermato in varie interviste di non sapere che a Torino ci fossero così tante persone senzatetto e che ciò era dovuto al fatto che con l’esplosione dell’emergenza molti erano rimasti senza lavoro e/o casa ed avevano finito per “precipitare” in strada. Quasi nessuno del gruppo di Piazza d’Armi corrisponde a questo profilo, che riguarda invece centinaia di persone sparse in città, così come va considerato chi è restio a tornare in dormitori dove ha già subito furti o violenze. Altra dichiarazione - smentita da volontari che agivano quotidianamente sul posto (a volte pernottandovi) e che avevano già listato i dati anagrafici di ciascuno - è stata che molti tra coloro che occupavano la piazza provenissero da altre regioni.

La Schellino, sostenuta dalla Sindaca Chiara Appendino, ha inoltre definito la protesta “pretestuosa”, per la presenza di infiltrati provenienti da settori dell’antagonismo locale e nazionale e che sarebbe stato più facile risolvere la situazione se non fosse stato montato quel circo, cioè un sit-in sotto il Comune. Se il “circo” non ci fosse stato nessuno avrebbe preso in considerazione la gravità ed urgenza di quella emergenza al quadrato (emergenza nell’emergenza), le istituzioni avrebbero ignorato il problema come avviene quasi sempre. Non a caso i senza fissa dimora sono definiti “gli invisibili”.

 L’approccio degli Assessorati competenti è stato contraddistinto da esternazioni di… estrema professionalità, giunte oltretutto dopo quasi una settimana dall’insorgere del problema: “Potete andare a mangiare alle mense pubbliche”, “Abbiamo censito una dozzina di persone in regola, per loro troveremo soluzioni, e in tutto ci sono meno di venti casi” e via sentenziando. Sarebbe bastato fare una passeggiata serale per le vie di centro e periferia per verificare che il numero di senzatetto negli ultimi mesi (con diversi stranieri comunitari, qualcuno extra UE ma moltissimi italiani nuovi poveri, del prima, durante, post emergenza Covid19), era aumentato al punto da non avere più nemmeno accesso ai cestini da asporto delle mense caritatevoli di area cattolica, Sermig, Gruppo Abele, circuito delle ass/coop/centri sociali. Inoltre, chi è domiciliato a Torino ma sprovvisto di residenza non ha diritto agli aiuti alimentari gestiti dal Comune. Per farsi un’idea di come funzioni basta recarsi all’anagrafe a chiedere quale sia la normativa per i senza fissa dimora. Le risposte rivelano come la gestione dei servizi sia, per usare un francesismo, “dans la merde”...

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Piazza d’Armi… in armi

In Piazza d’Armi, dopo la rimozione del centro umanitario, per settimane sono rimaste decine di persone accampate nei dintorni: italiani, anziani, invalidi, migranti regolari e irregolari. Tende, coperte, cibo, sono stati portati – come al presidio in piazza Palazzo di Città – da cittadini solidali, spesso incazzati. Alle persone anziane o disabili è stata fornita una tenda più confortevole.

Le forze dell’ordine? Poche idee, ben confuse: i Carabinieri ogni giorno dicevano ai senzatetto che avrebbero potuto rimanere ma spostando la tenda più in là, in quanto troppo vistosa; la Polizia Municipale il 12 maggio ha intimato a tutti di trasferirsi entro il pomeriggio al Padiglione V di Torino Esposizioni, per pernottare ed effettuare il tampone. Una volta raggiunto l’hangar la Polizia di Stato non li ha fatti entrare, visto che a quel punto sarebbe stato inutile il test con esito negativo fatto nella stessa mattinata a tutte le altre persone trasferite lì da piazza Palazzo di Città. Nella stessa giornata erano state abbattute nove baracche del campo rom di via Germagnano, ritenendo che i pochissimi presenti, principalmente rumeni, sarebbero stati sottoposti al tampone, ma nessuno è poi transitato per Torino Esposizioni. Alcune famiglie di volontari hanno ospitato a casa loro per qualche giorno le persone più vulnerabili. Il 15 maggio è stata proposta agli italiani rimasti  in piazza d’Armi, nessuno dei quali sottoposto al tampone, l’accoglienza presso il dormitorio Carrera, sanificato dopo un contagio di massa che aveva coinvolto tutti i 40 senza fissa dimora che lì avevano pernottato nei giorni precedenti. Di fronte a proposte di quelle (Padrino docet) “che non si possono rifiutare…” diversi senzatetto sono ritornati in strada, in una città tra le più colpite in Italia nel periodo di picco dei contagi e che si stima conteggi circa 60 mila case vuote, oltre a strutture utilizzabili come hotel della cintura, edifici e caserme inattive. Alla spicciolata, nei giorni seguenti, sono iniziati gli inserimenti di alcuni senzatetto in strutture di accoglienza convenzionate.

Confermata la tradizionale competitiva rivalità tra Milano e Torino, in questo caso per la qualità ed efficacia della gestione dell’emergenza sanitaria e sociale da parte dell’ente pubblico…

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Lotta alla povertà, non contro i poveri

Questa vicenda ha portato per la prima volta alla ribalta mediatica in modo eclatante i senza fissa dimora, supportati da decine di persone e associazioni, non solo del cosiddetto terzo settore. Realtà su posizioni ideologiche non sempre simili, accomunate in questo caso da un obiettivo comune. A volte l’indignazione popolare e l’impegno civile possono essere trasversali a ideologie, politica, religione. La questione è arrivata in Parlamento, con un’interrogazione presentata da LeU. Gli appelli sottoscritti da decine di gruppi della società civile hanno spinto le istituzioni ad attivarsi, lentamente e in modo quasi forzato, più per far sparire un presidio che aveva sembianze da girone dantesco che per attenuare il problema. Secondo la Vicesindaca invece associazioni e gruppi solidali presenti in piazza hanno ostacolato l’intervento municipale…

I giornali, il Comune e il sito del Ministero dell’Interno hanno annunciato successivamente lo “scoop”: a Torino era stata “trovata accoglienza per le persone senza fissa dimora”. Per quanto riguarda il centinaio di Piazza d’Armi, sottraendo i 50 inizialmente confluiti davanti al Comune rimangono 50 persone (solo di quel gruppo), che solo a fine maggio hanno iniziato ad essere ricollocate. Più i “tradizionali” senzatetto distribuiti tra le vie del centro e i quartieri periferici, mappati negli ultimi mesi dal terzo settore, che ne avrebbe conteggiati 230. Se lo sanno associazioni e volontari dovrebbe saperlo anche il Comune. E quante sono le altre persone doppiamente invisibili “imboscate” nelle fabbriche o caserme abbandonate, nei parchi, nelle case occupate?   Le principali testate giornalistiche, dopo un’iniziale sussulto di informazione non embedded, sono tornate all’ovile, in una partenza anticipata di campagne elettorali perenni, tipico (mal)costume italico. La storia la scrivono quasi sempre i vincitori, basta un parziale lieto fine per dispensare valori positivi anche a vicende vergognose, come in questo caso. Temi di tale complessità non si risolvono a colpi di bacchetta magica, oltre alla competenza, esperienza, disponibilità a collaborare con le realtà di base, ci vorrebbe qualcosa di simile alla “com-passione”, specie verso gli invisibili, in un paese che si considera civilizzato. Diffidare di chi parla con arroganza ma senza conoscenze (amministratori, consiglieri, parlamentari, salvo rari casi non sono venuti ad incontrare ed ascoltare le persone in piazza), di chi specula per interessi politici sui drammi sociali, di chi non ha dati reali, idee, o almeno disponibilità nel cooperare con il volontariato su programmi strutturali. La “strategia della tensione” (opsss, gestione…) delle istituzioni dell’emergenza è stata quella di non perderci la faccia, di rendere invisibile questa tragedia, arrivando al punto di provare a nasconderla…sotto terra (l’hangar di To Esposizioni). L’esito finale per la parte “regolare” dei senza fissa dimora è stato migliorativo, come auspicato da uno degli striscioni affissi davanti al Comune salute, cibo, casa, lavoro, dignità per tutte/i”.

“Resist to exist”, come lo storico slogan della resistenza palestinese, che nello stesso giorno della parziale riduzione del problema per una parte degli ex-senzatetto di piazza d’Armi, ha commemorato i 72 anni dalla Nakba (la catastrofe, l’occupazione israeliana)

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Gigi  Eusebi

(grazie a Stefano C. e Stefano S. per  informazioni e immagini, a Stefano C, Daniele, Enrico, ai 60 volontari di “Gusto del Mondo” con cui abbiamo condiviso per mesi l’attività di filiera solidale, con  donazioni di cibo e soldi da mercati ed associazioni, cucina comunitaria, distribuzione di 150 pasti serali ai senzatetto della città)

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Nell'Italia del coronavirus politici e giornaletti sono sempre a caccia del nuovo capro espiatorio su cui addossare la colpa dei propri fallimenti. Dai migranti, ai runner, ai pensatori su spiagge solitarie, e naturalmente, come da tradizione i giovani.

Ormai si parla solo di questo, di quanto sono irresponsabili i giovani ad accalcarsi la sera in giro per le piazze dei quartieri deputati alla movida. Intendiamoci, non è che qui si vogliano difendere i comportamenti nichilisti e le eccessive leggerezze, ma come al solito si riduce il problema a una questione "culturale" senza approfondire oltre, senza analizzare i modelli di socialità e consumo che questo sistema propone ai giovani.

Quando parliamo di movida parliamo di un'industria che in alcune città rappresenta una significativa fetta dell'economia. Un'industria che si basa quasi completamente sul consumo a prezzi più o meno accessibili e che nel tempo è andata a sostituire o ad integrare altre industrie, o modelli, del divertimento. Le città che hanno adottato questo modello (qui l'esempio di Torino) lo hanno fatto consapevolmente, consce che con l'aumento dei prezzi di altre attività, con la privatizzazione di alcune forme del divertimento, si sarebbe aperto un mercato enorme in cui sarebbe stato possibile drenare risorse da giovani e famiglie dentro i circuiti di un'economia che consuma il territorio, spesso sfrutta i lavoratori e, lo abbiamo ripetuto fino alla nausea, consuma i giovani che consumano. Il lievitare dei costi di altre forme di intrattenimento e socialità è stato insieme prologo e conseguenza di queste scelte strategiche di investimento fatte dall'alto. La movida raramente nasce spontanea, ma è decisa a tavolino tramite liberalizzazioni delle licenze, piani urbanistici, investimenti sui territori.

Ma, come in altri settori dell'economia, l'approdo del coronavirus in Europa ha sconvolto questo mercato. La necessità di un distanziamento sociale efficace (anche qui a causa delle incapacità di governo del fenomeno da parte delle istituzioni) mette in crisi questa logica del consumo di massa. Eppure sono state le istituzioni stesse, sotto pressione dei comparti imprenditoriali, a scegliere di riaprire le attività che afferiscono al settore della movida, con misure e norme pressoché ridicole. Nessuno sugli scranni del governo si è posto il problema di proporre un modello di socialità alternativa a basso prezzo ai giovani al tempo del coronavirus. Nessuno nelle singole città si è interrogato su come riformare il settore in maniera sicura e magari con un'offerta culturale e sociale di maggiore qualità. Perché nessuno ha preso provvedimenti di questo genere, magari assorbendo i lavoratori di questo comparto rimasti senza reddito? A parte il disinteresse totale che questo governo sta dimostrando per i giovani (avete presente i commenti degli universitari sul video di Conte durante le conferenze stampa?), proporre delle alternative del genere avrebbe voluto dire porre questo settore fuori dal mercato. Nessun privato si sarebbe adeguato a delle proposte del genere, e sui giornaloni si sarebbe scatenata subito la polemica.

Eccoci quindi al cortocircuito, mentre le istituzioni spingono a una ripresa del consumo as usual, allo stesso tempo si accaniscono sui consumatori "irresponsabili" e pensano di risolvere il problema con il solito combinato disposto di ordine pubblico, multe, militarizzazione e colpevolizzazione.

E' il giochino del libero mercato che si è fulminato, in tutte le sue articolazioni. Questo sistema non è in grado di prendersi cura delle persone che ci vivono, non è in grado di rispondere ai bisogni della maggioranza della popolazione. E attenzione, la socialità, la socializzazione con altri giovani, l'arricchimento culturale ed emozionale che ne deriva, è un modo per curarsi della vita e della salute psicofisica delle nuove generazioni, specialmente dopo tre mesi di isolamento.

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Nel frattempo lo Stato paternalista ci regala un'altra delle sue esibizioni dell'assurdo con le frecce tricolore che sfrecciano sulle città maggiormente colpite dal virus. Naturalmente anche in questo caso vengono a formarsi assembramenti per osservare lo spettacolo, ma mirabilmente la colpa, ancora una volta, non è di chi ha organizzato la pantomima, ma di chi ha assistito. Non sarebbe stato meglio fare altro?

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La critica delle Brigate rosse che noi conduciamo in maniera instancabile non può dimenticare che questi compagni hanno riproposto il problema del partito. Essi ci hanno sfidato su questo terreno. Dobbiamo essere capaci di rispondere attraverso una teoria e una pratica adeguata.

 

Dall’estremismo al «che fare?»

Dobbiamo ringraziare le Br. Hanno rotto, con un impressionante vigore, uno sviluppo del «movimento» che da circa vent’anni si sviluppava fuori dalla politica: hanno riproposto, sul terreno del movimento, il problema del partito. Ma il nostro ringraziamento finisce qui. Se hanno reintrodotto la politica nel «movimento», lo hanno fatto nella forma dell’estremismo. Vale a dire nella forma dell’«avventurismo» per quel che riguarda il programma dell’avanguardia, nella forma dello «spontaneismo» per quel che riguarda l’organizzazione di movimento. Da un lato si colpisce il cuore dello Stato, dall’altro si lancia il vuoto slogan: organizzatevi! Da un lato si concepisce la forma della lotta di partito, della strategia comunista in termini di «putschismo», dall’altra si concepisce lo sviluppo dell’organizzazione di massa in termini di delega all’avanguardia armata. Queste posizioni delle Br vanno bene a tutti tranne che a noi. Vanno bene a chi, da destra, vuol dimostrare che non esiste comunismo se non nella forma dell’estremismo, se non nella forma del putschismo, in termini insomma cecoslovacchi. Va bene a chi, sul lato della sinistra capitolarda vuol nascondere, nel rifiuto del putschismo, l’abbandono di ogni elemento del programma comunista. Ma a noi queste posizioni, questo programma, questa pratica non vanno bene.

Non vanno bene dal punto di vista tattico, sul piano dell’analisi dei rapporti di forza oggi esistenti. Non sappiamo vedere alcuna conclusione del progetto delle Br che non sia tale da determinare una situazione immediata di guerra civile. Ma l’Italia non è l’Argentina, in nessun senso! Quindi perseguire il progetto di usurare i margini di un rapporto di contropotere che le lotte hanno imposto per un lungo periodo, in una situazione come quella italiana, che hanno stabilizzato su una grande estensione e hanno trasformato in un’altissima situazione soggettiva; usurarlo, dunque, e spingerlo, come diceva Lenin, «a una fatale congiunzione», quando le condizioni rivoluzionarie sono date solo sul piano della soggettività di forti avanguardie: bene, tutto questo ci sembra pazzesco. Il nostro compito è al contrario quello di estendere e radicare il contropotere di massa. Ma d’altra parte dobbiamo aggiungere che le posizioni delle Br non ci vanno bene neppure sul piano della teoria del partito. Non è possibile, dopo vent’anni di iniziativa rivoluzionaria nella nuova composizione di classe, reintrodurre criteri di organizzazione di partito che espropriano i proletari, i militanti, tutti i sovversivi, della loro capacità di organizzazione di massa, della capacità di imporre un disegno politico articolato su tutti i suoi versanti e di farlo proprio nella forma dell’autonomia e del contropotere. Non crediamo neppure che le posizioni delle Br possano essere, come taluno sostiene, usate: la cosa ci sembra stupida perché non si usa nulla di ciò che non si controlla, ma soprattutto non la si usa quando le linee di sviluppo di questa realtà sono radicalmente contraddittorie con il proprio programma, con il programma dell’autonomia.

Parliamoci chiaro, tuttavia. La critica alle Br non può essere in nessun caso un alibi per sfuggire al dovere di autocritica che il movimento dell’autonomia esige, al suo interno. Autocritica su tutto quello che è avvenuto negli ultimi anni, e soprattutto a partire dalle giornate del febbraio 1977. Anzi, noi sentiamo il dovere di porci sul terreno dell’autocritica e il diritto di riaprire la polemica aperta nel movimento, come condizione fondamentale di un avanzamento del fronte rivoluzionario nella sua interezza. Se critichiamo le Br, cui riconosciamo il merito di aver riproposto – sia pure in termini scandalosi – il tema del partito nel movimento, non possiamo evitare di riconoscere la spaventosa irresponsabilità che larghe fette del movimento autonomo hanno mostrato in questi anni, rinnegando il problema del partito, rifiutando ogni tentativo di centralizzazione; sputando su ogni iniziativa teorica che tendesse a comporre in forza compatta il movimento dell’autonomia, denunciando persino i tentativi di discussione in proposito come usurpazione della libertà del movimento. Si è giunti così a determinare una sproporzione nel rapporto fra massificazione del movimento e capacità di esercitare la forza sul terreno generale: sproporzione all’interno della quale le Br hanno avuto facile gioco a candidarsi come direzione esterna del movimento e a gettare la loro provocazione putschista contro l’autonomia. La critica, dunque, alle Br non può essere né meno forte né meno rigorosa dell’autocritica che rivolgiamo a noi stessi. Solo in questa forma possiamo pensare a una ripresa che sia anche un avanzamento.

 

L’intelligenza fa cilecca

Un invito all’autocritica di movimento vogliamo avviarla con la critica di noi stessi, vale a dire degli spezzoni organizzativi che fanno capo al giornale «Rosso». Noi crediamo di aver sbagliato, essendoci lasciati trascinare spesso, ma soprattutto nel periodo primaverile del 1977, verso posizioni «movimentistiche», nel duplice senso dell’insurrezionalismo e del garantismo. La giusta analisi che avevamo condotto sulla nuova figura proletaria emergente, la pratica che in proposito avevamo sviluppato nell’agitazione e nella propaganda ci avevano concesso una posizione di relativa egemonia, tra le frazioni dell’autonomia organizzata. Abbiamo bruciato nell’irresolutezza la possibilità di trasformare l’egemonia teorica in egemonia politica. Fin qui il male minore: se altre frazioni avessero avuto la forza di porre un terreno e una proposta di riorganizzazione. Ma questo non è avvenuto. Ne è seguita una dispersione di forze, di iniziative, cui non abbiamo saputo rispondere se non proponendo una serie di campagne (sulla giornata lavorativa sociale, sul nucleare ecc.) in maniera meccanica. Obiettivi giusti finivano per apparire calati dall’alto.

Il risultato è stato che la nostra proposta di un punto medio (di movimento e di massa) di attacco non è riuscita a incarnarsi in maniera espansiva nel movimento: il punto medio di attacco non è spesso riuscito a rappresentare strati sociali in lotta, a fondare politicamente il movimento reale. Questo non significa che la concezione della sintesi fra il punto medio di attacco e movimento di massa non sia fondamentale: ma è certo che i compagni che si riferiscono a «Rosso» non sono riusciti a rappresentarla adeguatamente. I contenuti delle campagne e il metodo delle campagne noi riteniamo in generale che siano giusti. Ma l’intelligenza nella definizione, da sola, non basta, fa cilecca.

Ora è necessario che noi sappiamo rimetterci in gioco. Portiamo al movimento alcuni contributi che crediamo siano fondamentali, come l’esperienza dell’organizzazione territoriale e quella della definizione dei terreni d’intervento generale: ma siamo disposti a mettere tutto in discussione sulla tematica dell’organizzazione comunista.

L’autocritica di movimento è fondamentale. Dalla primavera dell’anno scorso abbiamo fatto una serie di enormi errori. Abbiamo rifiutato la centralizzazione. Ora, è necessario ribadirlo: la centralizzazione è possibile senza annullare le specificità del movimento, anzi è possibile una centralizzazione che esalti la potenza delle autonomie e del radicamento di classe.

 

La sproporzione tra livello di massa e di direzione: i compagni di via dei Volsci.

Noi abbiamo una concezione comunista del partito. Per noi questo significa l’unità della direzione e del processo di organizzazione, dell’azione di avanguardia e di quella di massa. Non sappiamo concepire il processo dell’organizzazione se non in questi termini – la teoria del partito, la tattica, la strategia debbono valere per permettere in ogni momento la riappropriazione dell’organizzazione da parte di tutti militanti. È a partire da queste considerazioni che noi ci permettiamo di sollevare alcuni appunti nei confronti dei compagni di via dei Volsci. Abbiamo infatti l’impressione che dalla loro pratica sia escluso nella maniera più completa ogni minimo riferimento a una teoria del partito che non sia appunto pura e semplice pratica. La critica va dunque portata, per sollevare la discussione, su questa pratica. Essa si organizza, se non sbagliamo, sui seguenti fondamentali motivi:

a) Radicamento «soviettista» su alcuni luoghi o settori di classe. Azione settoriale, a partire da questi luoghi, in termini sia sindacali che politici, con riferimento continuo alla capacità di direzione di questi luoghi politici di classe. È chiaro che questa concezione è straordinariamente riduttiva. In essa manca qualsiasi riferimento allo stesso problema della direzione di classe, al problema del partito. La supplenza che certi «soviet» possono esercitare per periodi più o meno lunghi non abolisce la funzione del partito ed è inimmaginabile un processo rivoluzionario che non abbia presente in termini politici la generalità. Questa concezione è tanto più insufficiente a fronte del carattere generale, sociale e astratto della produzione e quindi della qualità della forza-lavoro. b) Conseguentemente, i compagni di via dei Volsci hanno avuto una pratica di organizzazione, a livello romano e a livello nazionale, che ha sempre privilegiato il radicamento in termini soviettistici, respingendo e sabotando ogni tentativo di centralizzazione. La loro affermazione che si può dare – chissà quando! – centralizzazione solo attraverso un processo di radicamento diffuso è o ovvia o falsa: noi la riteniamo utopistica, equivale a quella di molti riformatori religiosi che pensano davvero che tutti i cattolici possano essere Papa. La sintesi di partito del movimento, la sua organizzazione territoriale (che significa estensione generale di una tematica politica, direttamente politica) sono sempre state rifiutate. c) Nella pratica del movimento romano e dei compagni dei Volsci, la tematica del contropotere è sempre stata sviluppata in maniera astratta, vale a dire che è sempre stata determinata a fronte di situazioni concrete in alternativa a temi generali di programma e a forme generali di organizzazione. Talora il comportamento dei compagni ha seguito equivoche sollecitazioni populistiche. Comunque ogni scadenza politica è stata rifiutata: ogni volta che essa è sorta, è venuta fuori da momenti assembleari, in cui – per definizione – il momento della generalità, della critica dell’istituzione, del comando non è mai esistito. Il ripiegamento sulla pratica assembleare conduce poi ad accettare moduli psicologici e moralistici nella conduzione delle campagne di organizzazione: anche questo crediamo sia la situazione romana, e in particolare il comportamento dei compagni di via dei Volsci ci ha richiamato alla memoria la miseria e la carenza intellettuale del movimento portoghese.

 

Agire da partito: l’alternativa rozza

Ci vogliamo qui riferire criticamente a tutti quegli spezzoni dell’autonomia che fanno grappolo attorno ai Comitati comunisti.

Noi sosteniamo, polemicamente, che questi spezzoni non hanno fatto i conti con l’autonomia, che quindi ne sono fuori, quali che siano gli acuti di alcuni loro tenori per farsi riconoscere nella nostra impresa collettiva e quali che siano gli sforzi di alcuni rinomati giornalisti per accreditare questa falsità.

La tematica di questi compagni parte dal riconoscimento della teoria del valore come teoria del comando. Essa conclude all’utopia. È una tematica del tutto intellettuale che si definisce in termini di opposizione alla pratica dei Volsci: lì c’è ancora «socia.lismo» e «soviettismo», qui il problema è posto in termini talmente «politici» da perdere ogni riferimento alla realtà. La dinamica teorica di questi compagni si sviluppa tutta fra l’assunzione del comando come asse della produzione capitalistica e l’utopia della nuova produzione comunista. Dal punto di vista di classe l’alternativa viene tradotta in esercizio della forza a livello della produzione esistente e in esercizio dell’utopia in termini di utilizzo dell’intelligenza tecnico-scientifica. Il partito sarebbe la mediazione di queste due gran belle pensate. In effetti l’esercizio della forza che questi compagni propongono è rozzo rovesciamento della divisione capitalistica del lavoro e l’utilizzo dell’apparato tecnico-scientifico è semplice ripresa delle ideologie tecnologiche del capitale (dell’Ibm). Questi compagni sono arrivati a un formalismo nell’ideazione del partito che non si sa se qualificare più in termini di imbecillità o in termini di impotenza. Il formalismo è comunque completo. La noia che ti assale quando leggi i loro troppo frequenti comunicati è totale: ripetizione senza il gusto di nulla, scipite autoproclamazioni di se stessi. Il problema del comando è divenuto paranoico: si ripete sempre. Ed il problema della ricchezza? La sua soluzione è affidata all’Ibm. Tranne in qualche caso, in cui questi compagni – contaminati da qualche influenza cattolica – proclamano un’immediata dittatura operaia sulla produzione che, coniugandosi con il rifiuto del lavoro, non s’intende cos’altro possa essere se non sacrificio e autolimitazione. L’autonomia come fenomeno di massa non viene neppure sfiorata. La mistica dell’organizzazione si moltiplica con il vuoto della proposta politica: appropriazione contro i bottegai del quartiere. La generalità del progetto della dittatura operaia si perde in quello – completamente astratto – della lotta contro il comando generale.

 

N.B. Oggi, nel formalismo assurdo e immorale di cui questi compagni sono capaci, s’intendono, sopra la testa dell’autonomia, inviti a «utilizzare» le Br. Siamo convinti che i compagni delle Br siano i disponibili ad accettare questa loro sadizzazione. Quanto ai compagni dell’autonomia giustamente non possono intendere queste bischerate che per quel che sono.

 

Agire da tutto, agire da niente

Se i Comitati comunisti ci pregano di agire da partito – vale a dire, per loro, nel regno della pura utopia e delle alternative più rozze – ci sono altri che ci pregano di agire da niente attraversando tutto. Parole in libertà. Eppure c’è da aggiungere che l’egemonia conquistata in un certo periodo dai trasversalisti, dagli indiani, dai creativi, è stata nociva quanto una bomba al neutrone. Tutti gli opportunisti si sono buttati su queste parole d’ordine, tutti i non opportunisti sono stati costretti, per senso dell’opportunità, a mediarsi con loro. Eppure era nulla: oggi lo vediamo. Era nulla la furibonda polemica contro il partito: la gioia vacua che questi compagni mostravano era il corrispettivo dell’insurrezionalismo e del volontarismo sregolati che oggi mostrano. Sregolati sulle norme dell’agire da comunisti, sulla faticosa e diuturna lotta operaia contro il capitale. Fenomeno letterario camuffatosi da forza politica: basta! La trasversalità dell’agire politico dell’autonomia è ben più antico delle proclamazioni poetiche di alcuni allievi del bolognese Dams, delle illusioni soggettive di alcuni diplomati del romano Centro sperimentale di cinematografia. L’autonomia italiana è leninista, nei termini in cui il leninismo è presente nelle lotte del proletariato diffuso oggi – ma sempre proletariato è. L’egemonia sociale è oggi dell’operaio sociale: ma chi nega la natura operaia del proletariato per affermare solo la figura sociale sbaglia di grosso. Noi lottiamo contro lo sfruttamento e il plusvalore: sul terreno sociale, certo, ma sfruttamento e plusvalore restano! E non veniteci a raccontare storie: la totale mancanza di fecondità della vostra pratica, la vostra teoria che non comincia ma si conclude nella prima risata: bene, già troppi ne hanno fatti di danni! Il trasversalismo si è presentato come insurrezionalismo allo stato puro. La sintesi fra avanguardia e movimento di massa, il problema cioè dell’organizzazione dell’avanguardia di massa non solo non l’ha posto ma neppure sospettato. Neppure oggi quando, terrorizzato dalla «deriva» del movimento, il trasversalismo riguarda se stesso: per trasformare l’impotenza soggettiva in puro e semplice volontarismo rivoluzionario. La verità creativa del movimento è stata negata, repressa in un atteggiamento neoanarchico. Dalla critica dello spettacolo del capitale questi compagni sono passati all’esibizione spettacolare di se stessi. In realtà, dal rizoma sono trascorsi alla patata americana, dolce e filacciosa. Sono ancor oggi, al di là della loro formidabile tenuta soggettiva, volontaria, morale, a due passi dal ghetto, dalla botteguccia di Macondo dove si vendono lapislazzuli. L’insurrezionalismo, trasformatosi in irrazionalismo, non sa che mostrarsi in una quotidianità un po’ sporca, comunque impotente. Eppure il problema della libertà, del movimento, della sua generalità, dell’intelligenza tecnico-scientifica agente in essa, era stato ben colto da questi compagni! Ma oggi, nella misura stessa in cui essi rifiutano di riportare questi problemi alla centralizzazione di partito, allo sviluppo che solo l’unità può determinare sulla creatività, della creatività, bene, in questo stesso momento essi sono preda della deriva. Noi speriamo che un altro momento insurrezionale li aiuti a uscire dalla loro impotenza: non crediamo che per noi, per l’autonomia organizzata, per il partito proletario, un altro momento insurrezionale sia più importante di quello che è: un momento, appunto, dell’organizzazione. I nostri compagni vivono in realtà a un palmo dal ghetto, a un palmo dal «dissenso»: solo l’organizzazione, solo il partito ci possono salvare da questo precipizio!

Il partito dell’autonomia è l’unica forma moderna di organizzazione politica che la lotta di classe abbia determinato in Italia. Centralizzazione e pluralismo nella forma-partito dell’autonomia. L’organizzazione territoriale come organizzazione della generalità dell’interesse di classe e annullamento del corporativismo. Spaccare il Partito comunista italiano.

 

Il movimento e il problema del partito

Aprire la polemica nel movimento significa insieme determinare la polemica sulla forma dell’organizzazione e la polemica sul programma. Come abbiamo già abbondantemente ripetuto noi riteniamo infatti che la tenuta dei livelli di contropotere diffuso, la dinamica territoriale dell’organizzazione, il processo dell’avanguardia come proposta di momenti di attacco, di difesa e di consolidamento dei livelli di contropotere non possa che darsi su un piano di programma. Destabilizzare il potere avversario attraverso un lavoro di attacco organizzativo non è sufficiente: è necessario che in maniera coordinata e materiale, maggioritaria, a livello di massa, si sviluppi un’azione di programma, una capacità generale di unire l’emancipazione organizzativa di massa con un disegno di attacco razionale. Le scadenze vanno analizzate in questa prospettiva. Noi siamo comunisti, maggioritari: la discussione sul partito deve essere contemporaneamente una discussione che tocchi la forma dell’organizzazione e che la colleghi alla scadenza di programma. Quando noi parliamo di campagne parliamo di un lavoro politico di massa che sappia collegare a una potenza media di attacco interi settori di classe, che sappia interpretare in una prospettiva politica generale i bisogni di intere sezioni di classe. Punto medio di attacco, prospettiva generale di programma: mai possono essere distinti questi elementi. Il costo di questa distinzione è la caduta nel «garantismo», nella considerazione esclusiva di alcuni interessi particolari. Non è il fatto di legarsi a interessi particolari che è errato: è il rendere questi interessi particolari esclusivi: l’opera di partito consiste da un lato nello scavare entro questi interessi particolari e nel dimostrarne l’essenza proletaria generale; dall’altro lato consiste nel collegare i processi di lotta particolari a un piano generale di scadenze. A una continuità che non sia della lotta solamente ma del programma, dell’intelligenza comunista. Rivendichiamo l’intelligenza comunista come qualità delle masse, come determinazione del partito.

Ma non basta. Inutile parlare di cose generali senza chiarirle. Oggi il movimento autonomo non è solamente sfidato sul piano del programma generale (organizzativo e materiale) di partito. Il problema che ci è stato posto tocca anche il livello della politica. Siamo forzati ad assumere questo livello – quello della politica in senso proprio – ad afferrarlo in maniera critica, nella nostra maniera di demistificazione, ma anche a tenerlo definitivamente. Demistificarlo e tenerlo: questo è il nostro problema. Bene! Questo significa che in nessun caso nessuno di noi ridurrà mai i livelli della politica ai significati che la politica dà di se stessa: non parleremo mai in categorie astratte, di antifascismo, di difesa del parlamento, di Stato di diritto, di sindacati ecc. Useremo continuamente i canoni della critica materialistica in proposito: vale a dire che davanti a ogni categoria che la televisione, i mass-media in generale ci propongono ci chiederemo: che cosa vuol dire? Che cosa vuol dire antifascismo? Quali sono gli interessi di classe, le funzioni politiche che copre ecc.? Ma, una volta detto questo, la nostra demistificazione la porteremo direttamente sul terreno politico. Occorre cominciare a parlare di rottura del cosiddetto Partito comunista italiano: i veri comunisti debbono uscirne. Abbiamo per la prima volta la possibilità di agire su questi terreni, e comunque quella di aprire una grande campagna su questi termini. Una campagna sulla «riconquista del politico» da parte del movimento deve essere la stessa cosa della battaglia per la riorganizzazione centrale del movimento dell’autonomia operaia e proletaria.

In terzo luogo, il rapporto di movimento deve aprirsi nei confronti del programma della transizione, del programma del comunismo. Non basta più parlare del comunismo come programma minimo. Occorre aprire una battaglia generale sulla definizione della produzione nel comunismo, della misura del tempo di lavoro necessario, dell’orario di lavoro e del suo rapporto con il tempo libero, del rapporto fra produzione e amministrazione comunista, del nesso fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Parlare di tutte queste cose è una diversa maniera di porre il problema della dittatura del proletariato: questo formidabile ideale egemonico che il contropotere già sta mettendo in atto ma che bisogna articolare in tutto il pluralismo di voci operaie e proletarie che può/deve esprimere, in tutta la forza di invenzione che non può non contraddistinguerlo.

Noi proponiamo perciò una discussione aperta, autocritica, di movimento, che faccia centro sulla tematica del livello medio di attacco, confrontandolo con il problema della «generalità strategica» dell’organizzazione nei suoi obiettivi, nei livelli di organizzazione di strati sociali proletari; che assuma il livello della politica come terreno diretto del dominio capitalistico e che eserciti di conseguenza una capacità pratica di demistificarlo, di rompere forze organizzate sulla base degli interessi di classe. Infine, oggi, noi dobbiamo aprire una discussione nel movimento sulla tematica del comunismo. Approfondirla non in termini generici ma confrontando i livelli di contropotere che vengono esprimendosi con la possibilità di prefigurare il nostro programma.

La vittoria dell’autonomia, la nostra insurrezione nasce attraverso un’estensione del contropotere di massa che non annulla in una centralizzazione astratta ma sviluppa in pluralismo di organizzazioni per il potere, contro il lavoro, contro l’organizzazione della giornata lavorativa, contro la morte nucleare, la liberazione del lavoro e la sua cooperante forza invenzione.

 

Autonomia operaia e autonomie proletarie

L’autonomia operaia è l’unica forza che può risolvere in sé e riorganizzare in maniera efficace i comportamenti delle autonomie diffuse. È tempo che questo vada detto, è tempo che questo diventi un terreno fondamentale sul quale la forza espansiva del partito dell’autonomia comunista sappia svilupparsi. L’avversario è unico: dopo la terribile sconfitta sull’aborto, dopo l’irrisione delle varie leggi sull’occupazione giovanile, le autonomie diffuse sono costrette dalla forza dell’avversario, dal suo odio, a ritrovarsi sull’unico terreno che può loro permettere di svilupparsi in maniera efficace e diffusa. Noi non abbiamo alcun insegnamento da dare alle autonomie diffuse: noi stessi ne facciamo parte. Non crediamo che le autonomie diffuse abbiano una forza di organizzazione che possa permettere loro di sostituirsi all’efficace organizzazione centrale unitaria dell’autonomia: se avessero questa forza noi stessi vi parteciperemmo. Dunque, il problema è di essere realisti ed espansivi: il problema è di capire che solo un grande sforzo di organizzazione unitaria, autonoma, ricca di pluralità e di discussione, che solo un’efficiente centralizzazione e una capacità radicale di unire azione di massa e quella di avanguardia possono permettere di esistere e di riprodursi. Vincere è un problema che viene dopo: cioè viene dalla diffusione generale del contropotere nella società, viene dalla capacità di far vivere il processo rivoluzionario come processo di autovalorizzazione, come destrutturazione del potere cui corrisponde la capacità di tutte le autonomie sociali di sviluppare l’autodeterminazione. La lotta che noi conduciamo è una lotta di liberazione per tutti gli operai e i proletari. Questa lotta di tutti deve essere organizzata da tutti.

Questa lotta di tutti non può vivere, contro l’unità del potere che come lotta centralizzata. Come lotta di partito.

Giungiamo così al termine della nostra proposta. Noi vogliamo aprire la polemica, la lotta teorica e pratica fra le varie frazioni dell’autonomia perché siamo convinti che la centralizzazione del movimento è matura. Questa discussione va aperta a fianco della polemica sulle Brigate rosse: il nostro rifiuto del loro metodo è il corrispettivo della nostra fiducia nel movimento di massa, nell’autonomia e nella sua forza di espansione. Ma troppe le limitazioni che, volontariamente o involontariamente, si sono poste allo sviluppo della unità centralizzata di movimento. Dobbiamo aprire una polemica costruttiva su questi temi. Al più presto. La nostra autocritica l’abbiamo fatta, attendiamo l’apertura della discussione più larga. Senza che nessuno si presenti come leader o come delegato. Discussione diretta e continua, come deve fare il grande partito dell’autonomia, l’unica moderna forma partito che lo sviluppo della lotta di classe abbia determinato in Italia.

 

da «Rosso. Per il potere operaio» – anno VI – n. 29/30 – maggio 1978

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Questo pomeriggio, ad una settimana dalla sua scomparsa è stato trovato il corpo del lavoratore rurale Luis Armando Espinoza, di 31 anni. Per il fatto ci sono nove poliziotti detenuti.

Nora Cortiñas, Madre di Plaza de Mayo Linea Fondatrice, ha dichiarato: “Come con Santiago Maldonado questa è una scomparsa forzata seguita da morte. Anche se il governo lo nega, è stato fatto scomparire e lo hanno ucciso”.

La procuratrice Mónica García de Targa, titolare della I Procura di Istruzione del Centro Giudiziario Monteros, ha confermato il ritrovamento.

– Espinoza era un abitante della località di Melcho, nel Dipartimento di Simoca. Secondo le prime informazioni il corpo è stato localizzato nel territorio di Catamarca, giacché gli uomini dell’ECIF nella ricerca hanno attraversato i confini tra Tucumán e la vicina provincia, circa 200 metri, nel Dipartimento di Andalgalá. Ha rivelato che il corpo di Espinoza stava in un precipizio di 150 metri di profondità avvolto in sacchi.

– Una delle persone che ha avvisato le autorità ha detto che il corpo era avvolto in un sacco nero, e un’altro bianco sulla testa, e che i familiari diretti del lavoratore rurale si trovano nel luogo.

– Il ritrovamento del corpo sarebbe il risultato della confessione di due dei poliziotti che sono stati indagati due giorni fa, che avrebbero ammesso una partecipazione minore nell’occultamento.

– Secondo queste dichiarazioni, il corpo di Espinoza sarebbe stato portato da quattro poliziotti nell’auto privata del commissario Rubén Montenegro e occultato nella zona di Alpachiri.

García de Targa ha dichiarato che “per il tipo di fatto e il coinvolgimento di agenti della forza di sicurezza ha chiesto la partecipazione esclusiva dell’ECIF per le indagini, i riconoscimenti, le perquisizioni e i lavori di intelligence che sono stati fatti per chiarire questo fatto, di modo che gli agenti di polizia avevano solo la funzione di accompagnare per dare sicurezza ai funzionari”.

 7h

Una settimana fa

Venerdì 15 maggio, la Polizia della località di Monteagudo interviene in una corsa di cavalli, disperde l’incontro, a circa 10 chilometri a sud della capitale tucumana, in mezzo ai campi, nei paraggi di El Melcho. Verso le quattro del pomeriggio nel cammino si incontrano con i fratelli Juan Antonio e Luis Espinoza.

Juan Antonio andava a cavallo, i poliziotti lo gettano a terra, lo colpiscono. Luis cerca di fermare le aggressioni, chiede che lascino tranquillo suo fratello. Si odono degli spari. Juan Antonio sviene. Quando si risveglia, Luis non c’è più.

 7c

Sul luogo c’è sangue e bossoli di calibro 9mm, le armi regolamentari che utilizza la Polizia, e una traccia nel suolo che si interna nel monte e lascia impronte fino alla strada comunale, dove i locali credono che Luis venga messo su un fuoristrada con il quale erano giunti gli ufficiali, una Renault Kangoo di colore grigio.

Juan Antonio è il teste chiave, è l’ultimo che ha visto in vita Luis. La famiglia ha denunciato che lo hanno ucciso e hanno abbandonato il corpo.

 7d

La causa è stata classificata dalla procuratrice Mónica García de Targa, del Centro Giudiziario di Monteros, come scomparsa forzata di persona. Tutte le ipotesi degli investigatori conducono al personale di polizia. Ci sono  9 agenti arrestati e un civile.

– Per il caso, si trovano arrestati il commissario Rubén Montenegro, l’ufficiale José Morales, i sergenti René Ardiles e Víctor Salinas, i caporali José Paz Claudio Zelaya e Miriam González, e l’agente Esteban Rojas González.

– È stato arrestato anche il vigile comunale Sergio Santillán, che effettuava compiti di vigilanza anche se personale civile, hanno specificato gli informatori, che hanno confermato che nelle ultime ore è stata arresta un’altra persona, di cui non è stata fornita l’identità.

– Dopo le istruttorie degli accusati, il giudice della causa, Mario Velázquez, ha ordinato il trasferimento dei poliziotti nel carcere di Villa Urquiza, ad eccezione della poliziotta.

22 maggio 2020

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

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