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Articoli filtrati per data: Monday, 25 Maggio 2020

Roberto Ciccarelli intervista Sergio Bologna, da Il manifesto

Cinquant'anni dallo Statuto dei lavoratori, una storia del lungo Sessantotto italiano che inizia nel 1960, dura fino al 1985, e ha cambiato profondamente tutta la società. Parla lo storico del movimento operaio Sergio Bologna: «Nel 1970 quello Statuto fu una conquista democratica, anche se la prassi operaia era più avanti. A chi vuole scrivere oggi statuti dei lavori rispondo che prima bisogna cambiare prima i rapporti di forza tra capitale e forza lavoro. Dopo potremo adottare nuove leggi. Esiste già la Costituzione, basta per tutelare il lavoro. Iniziamo a parlare di conflitto e dal suo primo movimento: la resistenza»

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Il modo più proficuo per cogliere il significato dell’avanzata impetuosa della classe operaia, e la sua sconfitta, tra il 1960 e il 1985, è quello di mettersi nei panni di un giovane oggi alle prese con la precarietà. A Sergio Bologna, storico del movimento operaio e tra i fondatori della rivista Primo Maggio, potrebbe domandare dove sono finite le conquiste costate tanti sacrifici? Dove sono finiti tutti i diritti?

“Certo – risponde Sergio Bologna – parlando di quel periodo così lontano, ti viene la curiosità di sapere che percezione ha oggi un giovane lavoratore dei suoi diritti. È consapevole di avere dei diritti, sa cosa vuol dire difendere un diritto sul luogo di lavoro? Lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori del maggio 1970 è stato un importante gesto di civiltà, il riconoscimento e la tutela dei diritti sindacali un passo avanti del sistema democratico. Eppure moltissimi quadri sindacali e le stesse correnti politiche a noi più vicine lo consideravano già vecchio, già superato.

Ti faccio un esempio: mentre l’articolo sette dello Statuto dichiarava contestabili le sanzioni disciplinari e nulla di più, gli operai nella stragrande maggioranza delle fabbriche avevano ormai di fatto abolito o comunque limitato all’estremo il potere dei capi. Il Partito Comunista Italiano in Parlamento si astenne dal voto, non approvò lo Statuto perché l’art. 18 non era applicabile alle aziende sotto i 15 dipendenti. Oggi io vedo ancora dei giovani – sia dipendenti che freelance in particolare delle attività intellettuali o creative- che non solo hanno paura di contestare certe condizioni del loro rapporto di lavoro ma hanno paura addirittura di parlarne. Nella loro testa lo Statuto è cancellato ed è stato sostituito da uno Statuto dei Diritti del Padrone senza limiti. Ma vedo anche un numero sempre crescente di giovani che si organizzano, si coalizzano, discutono della loro situazione, decidono di reagire e aprono una vertenza, prendono l’iniziativa, chiedono il supporto al sindacato e se il sindacato non si muove ne formano uno loro. Alla fine qualcosa dovrà pur cambiare!”

Quali sono state le idee forza delle lotte operaie in Italia che hanno portato anche allo Statuto dei lavoratori?

Senza dubbio l’idea che il lavoratore è un essere umano ed ha diritto non solo di esprimere le sue opinioni politico-religiose ma ha diritto a lavorare in un ambiente e con dei ritmi che non siano dannosi alla sua salute (articoli 5, 6 e 9 del Titolo I dello Statuto). Di altre idee-forza, come quella dell’egualitarismo, c’è poca traccia nello Statuto. Ed anche qui si vede come lo Statuto sia rimasto indietro rispetto alla pratica e al livello di compattezza della classe operaia, che nel 1970 aveva già imparato a difendere la propria salute e integrità fisica rallentando i ritmi se questi erano troppo massacranti, cioè fermando direttamente la catena di montaggio. Azione diretta, non inizio di una logorante trattativa…La difesa della salute, dell’integrità fisica e poi via via la grande azione condotta soprattutto nelle fabbriche chimiche, in stretto contatto con tecnici e scienziati, per chiudere gli impianti nocivi e limitare le situazioni di rischio, rappresentano il lascito più importante di quella stagione. Ce ne eravamo dimenticati.

Un esempio oggi di questa determinazione operaia?

L’emergenza causata dall’epidemia di Covid 19 l’ha riportata in primo piano. Confindustria voleva tenere aperte tutte le fabbriche, anche quelle dove mancava persino il sapone nei bagni per lavarsi le mani. In molte situazioni gli operai hanno dovuto scioperare per ottenere dispositivi di protezione (ne abbiamo parlato estesamente nel primo numero di Officina Primo Maggio dopo aver sentito decine di delegati). Quindi l’Italia del nuovo millennio è tornata indietro rispetto agli anni 60 – l’incidente a Marghera di questi giorni parla chiaro. Sembra che in maggioranza le piccole fabbriche, i “padroncini” che lavorano nei reparti anche loro, abbiano provveduto da sole a creare condizioni minime di sicurezza. Confindustria invece, a nome del grande padronato, ha preteso dallo Stato il rimborso delle spese per la disinfezione dei locali e la distribuzione dei dispositivi di protezione. Miserabili…

Con Giairo Daghini hai scritto una memorabile inchiesta sul maggio francese pubblicata prima nei “Quaderni piacentini” poi in un libro. Quale fu la differenza con l’Italia?

La grande differenza fu che in Francia l’ondata si spense in un mese, in Italia l’onda lunga è durata dieci anni. Ebbi la sensazione immediata che gli operai francesi lavoravano in condizioni dure ma non al punto da essere lesive della dignità umana. In Italia veramente c’erano dei comportamenti delle Direzioni di fabbrica che sembravano fatti apposta per umiliare le persone più che tenerle disciplinate. Non è un caso che quando chiesero a un delegato Fiat che differenza c’era tra prima e dopo l’autunno caldo, la risposta fu: “possiamo finalmente andare al cesso!”. I datori di lavoro, tranne alcune eccezioni, consideravano l’assunzione di un’operaia o di un operaio un atto di generosità, di magnanimità, non avevano l’idea che nell’assumere una persona loro sottoscrivevano un contratto, cioè facevano uno scambio. A uno che invece trattava i rapporti con il personale in maniera civile, Adriano Olivetti, fecero una guerra senza quartiere, arrivando a invitare i consumatori a boicottare i suoi prodotti. Olivetti se ne uscì da Confindustria. E sì che allora Confindustria era guidata da imprenditori di un certo calibro, non da grotteschi burattini come oggi. A differenza della Francia, quella conflittualità, che fu definita “permanente”, è durata così a lungo, per due ragioni di fondo: una, l’esasperazione accumulata negli anni precedenti, l’umiliazione che era stata inflitta a uomini e donne, che avevano bisogno di sfogarsi, di rendere la pariglia e la seconda il fatto che le conquiste raggiunte dopo le lotte erano più fittizie che reali: accordi firmati e non rispettati dalla controparte (per cui dovevi scioperare il doppio per farli rispettare) e un altissimo tasso d’inflazione che erodeva gli aumenti salariali appena conquistati.

Hai sostenuto che la cassa integrazione è stata usata come uno strumento di pacificazione di massa. Cosa significa?

Nella redazione di Primo Maggio c’erano operai dell’auto e dell’alimentare in Cassa Integrazione, venivano da due grandi fabbriche milanesi ed avevano una loro rete di compagni in una decina di altre fabbriche. Con loro abbiamo cercato di capire il ruolo di quell’istituto che oggi rappresenta l’ammortizzatore sociale di più ampio spettro. Eccoci dunque ancora di fronte a un esempio di come l’esperienza degli anni 70 possa servire d’insegnamento a quanto accade oggi in piena emergenza da coronavirus. La Cassa Integrazione era nata con tutt’altre finalità, era un sistema intelligente e consisteva nel dare un po’ di respiro a aziende in difficoltà in modo che potessero riqualificare gli impianti o rivedere le strategie di marketing o impostare una nuova linea di prodotto senza perdere la propria forza lavoro. In modo che potessero riprendere l’attività più forti e competitive e che in questo lasso di tempo i dipendenti potessero sopravvivere, con un salario decurtato ma comunque tale da non farli morire di fame. Quindi era una misura temporanea, tipo sei mesi al massimo.

Invece cos’è successo?

Agnelli e Lama si sono messi d’accordo per far diventare la CIG una specie di lazzaretto dove ricoverare le imprese decotte a spese della fiscalità generale, per anni, per decenni! Senza che la direzione della fabbrica muovesse un dito per riconvertire la produzione, anzi poteva girarsi i pollici per anni. Ma questo è ancora niente. Il problema principale era che la CIG poteva esser gestita come un rubinetto: “chiuso”, tutti a casa, “aperto” tutti al lavoro. Eh no! “Aperto” possono tornare al lavoro solo quelli che la Direzione decide di richiamare e se ci sono dei delegati o attivisti sindacali che danno fastidio, quelli continuano a restare a casa. In questo modo pian piano molte “avanguardie di fabbrica”, come allora si chiamavano, sono state buttate fuori e miliardi e miliardi di lire sono stati buttati via senza essere impiegati nello scopo primo della legge: riconvertire gli impianti, ammodernarli, per diventare più competitivi. Per questo ho usato il termine “mezzo di pacificazione di massa”.

Esistono analogie con la nostra attualità?

La Cassa Integrazione ha subito negli anni molti aggiustamenti, in fabbrica i militanti sono stati decimati, licenziati a decine di migliaia (malgrado l’art. 18), il sindacato ha preso altre strade, si è concentrato sui servizi individuali (patronato, enti bilaterali). Il governo Conte ha esteso la platea dei beneficiari sino alle imprese con un solo dipendente, quindi ha scaricato sull’INPS, già provato dall’erogazione dei 600 euro a più di 4 milioni di persone che li volevano, una massa di richieste ingestibile sia dal punto di vista burocratico che delle risorse. Allora si è rivolto alle banche perché anticipassero le erogazioni della Cassa, ma le banche hanno delle procedure più lente. La Cassa in deroga invece passa dalle Regioni e la buocrazia regionale non è più efficiente di quella statale, anzi. Insomma un bel problema. Ma quello a mio avviso che pone i maggiori interrogativi è l’uso della Cassa come assistenzialismo, rivolto indiscriminatamente a imprese in difficoltà e imprese floride. Le stesse che hanno mandato i loro giornali, i loro deputati e le loro associazioni a vomitare improperi contro il reddito di cittadinanza.

Un altro risultato dell’onda operaia furono le “150 ore”. Che cos’erano?

L’autunno caldo è del 1969, lo Statuto del 1970, le 150 ore vengono conquistate nel 1973. Erano una voce dei contratti collettivi firmati in quella tornata che prevedeva il diritto dei lavoratori di usufruire di un certo numero di ore retribuite di apprendimento presso scuole e istituti superiori a loro scelta. La maggioranza dei lavoratori ne approfittò per completare la scuola dell’obbligo o per ottenere la licenza media, fu una grande occasione per rimediare all’analfabetismo di ritorno e questo ti dà la misura della condizione operaia di quel tempo. Ma molti furono quelli che ne approfittarono per seguire dei corsi di formazione e cultura varia. Pensa a chi era stato eletto delegato, doveva capire cosa c’era scritto sulla sua busta paga e su quella dei suoi colleghi, doveva capire cosa c’era scritto nel contratto di lavoro, negli accordi integrativi aziendali, doveva sapere come negoziare, come scrivere un volantino, un articolo, una lettera alla Direzione; doveva capire come funzionava l’organizzazione del lavoro, per contestare eventualmente il cronometrista. Ma al di là di questo, c’era una sete di conoscenza più generale, si voleva capire come funziona lo Stato, il sistema dei partiti, la Costituzione, l’economia, le multinazionali, il mercato dei vari beni di consumo, la tecnologia. All’Università di Padova, dove insegnavo, organizzai un corso di storia e pratica del movimento operaio, vennero una ventina di lavoratori da varie aziende, in particolare del polo di Marghera. E questa domanda di apprendimento da parte di un’utenza di tipo nuovo mise in moto anche una dinamica d’innovazione della didattica. Era necessario scrivere delle dispense, dei libri di testo chiari, semplici, accessibili, senza perdere di rigore. Fu un grande esperimento, un piccolo salto di civiltà. Oggi cosa ti dà l’azienda? Un voucher per comperarti un paio di mutande da Intimissimi e lo chiama “welfare aziendale”. E i manager ci fanno le slides per le presentazioni: “la nostra azienda mette al centro l’uomo! Our people are our pride!”.

La democratizzazione delle professioni liberali è stata uno degli aspetti della mobilitazione generale della società avvenuta nel corso del lungo Sessantotto italiano. Che cosa resta oggi?

Sì, questo aspetto del Sessantotto è stato trascurato eppure a me sembra quello più interessante e più resistente al tempo. Quando gli studenti cominciarono a contestare sia i metodi di apprendimento che i programmi universitari, posero le premesse per quella rivoluzione delle professioni che avrebbero messo in atto una volta laureati ed entrati nel mondo del lavoro. Nacque un nuovo tipo di giornalismo: Il Manifesto di Rossanda, Pintor e Parlato ne è un esempio. E poi un nuovo modo di fare il medico, l’architetto, l’urbanista, l’ingegnere, l’avvocato, il magistrato e anche l’insegnante, il docente universitario. Tutte le professioni misero in discussione il modo ed i principi secondo i quali erano state esercitate e quindi le istituzioni – dalla scuola all’ospedale, dal palazzo di Giustizia al manicomio – in cui venivano esercitate. Una larga parte della classe media si schierava a fianco degli operai ma non in maniera opportunista, battendo le mani, “bravi, bravi, lottate, lottate!” bensì scontrandosi con resistenze interne ai loro stessi ambienti, dai quali molti furono emarginati o espulsi. Questo contribuì alla nascita di una “nuova scienza”. Vuoi un esempio? Un esempio che è tornato di prepotenza alla ribalta oggi? Nel 1973 a Milano un medico, docente di biometria, Giulio Maccacaro assume la direzione della più antica rivista scientifica italiana, “Sapere” e raccoglie ben presto attorno a sé sia studiosi di varie discipline, scientifiche e umanistiche, sia tecnici ed operai di fabbrica particolarmente attivi sul piano sindacale. In pochissimi anni metterà le basi per una nuova medicina del lavoro, per una medicina impostata sui bisogni del paziente (straordinaria la sua “Carta dei diritti del bambino”) e soprattutto di un sistema sanitario che poggia su pratiche d’igiene pubblica e di medicina territoriale. Nel 1976 fonda la rivista Epidemiologia e prevenzione (www.epiprev.it)www.epiprev.it) dove sono enunciati in maniera chiarissima tutti i principi che avrebbero dovuto guidare le istituzioni e le autorità sanitarie per far fronte alla pandemia da Covid 19. Che cosa vuoi di più?

Ritieni che questa alleanza possa essere ripresa oggi, tra chi e su quali basi?

In parte già funziona ma non solo nei confronti della classe operaia, anche nei confronti del lavoro autonomo, dei precari, della gig economy, dei migranti. I circuiti di solidarietà, la produzione d’intelligenza e d’innovazione affondano tutti le loro radici in quegli anni che qualche mascalzone continua a definire “di piombo”. Debbono prima o dopo trovare un coagulo di partito, altrimenti restiamo travolti dall’infamia del populismo sovranista (sono stati capaci solo di fare gli sciacalli durante questa epidemia), dal grottesco neofascismo patriottardo (sciacalli di riserva quando gli altri sono rauchi dal troppo urlare) e da quella terza componente che non saprei come definire, per la quale nutro un disprezzo forse maggiore, di coloro che mi ricordano le scimmiette di Berlino – non parlo, non vedo, non sento – che si raggruppa sotto bandiere e formazioni di centrosinistra.

Nel primo numero della rivista “Primo Maggio”, uscita proprio a seguito delle lotte operaie nel 1973, affidate all’inchiesta e alla conricerca militante un ruolo importate. Oggi siete tornati a praticarla nella nuova rivista “Officina Primo Maggio”. Qual è il ruolo del lavoro intellettuale oggi?

Sulla cosiddetta “conricerca” o l’inchiesta operaia noi non abbiamo inventato nulla. Erano metodi di lavoro ampiamente utilizzati dalla corrente “operaista” del marxismo italiano sin dal 1960. Quando abbiamo fondato quella rivista abbiamo fatto un altro ragionamento. Ci siamo detti: c’è un bisogno di cultura e di formazione nelle fabbriche, nel sindacato, in tutte le istanze sviluppatesi dal 68 in poi, che deve essere soddisfatto esplorando terreni di ricerca nuovi. Il primo esempio che mi viene in mente è quello della moneta. Negli ambienti della sinistra radicale non c’era ancora la consapevolezza, l’intuizione, che l’economia capitalistica si stava avviando verso una progressiva finanziarizzazione. Se pensi al punto in cui siamo arrivati oggi, alla massa di liquidità superiore di trenta volte il PIL mondiale e soprattutto all’inconcepibile – allora – divario tra super-ricchi e popolazione mondiale, bisogna ammettere che non eravamo ciechi. Un secondo esempio invece riguarda la storia militante. Nel momento in cui avvengono dei rivolgimenti così forti e dei cambiamenti così repentini nella coscienza della gente, c’è l’assoluta necessità di fermarsi un attimo e di guardare indietro, perché si tratta di ricostruire una genealogia di ciò che accade davanti ai tuoi occhi, hai bisogno di risistemare, riaggiustare, la linea della storia. Forse avevi dimenticato qualcosa di molto importante, credevi d’aver fatto cose nuove e invece erano state fatte meglio 60/70 anni prima. Quando abbiamo riscoperto la storia degli Industrial Workers of the World (IWW) negli Stati Uniti, dove tanti italiani hanno svolto un ruolo importante, questo ci ha aiutato a capire meglio come dovevamo rapportarci alla conflittualità operaia. Un terzo esempio, e qui torno sul problema dell’inchiesta o, se vuoi, della “conricerca”, è quello dei rapporti di scambio, di solidarietà con i portuali genovesi. Qualcuno allora prese il nostro lavoro assieme ai “camalli” come una specie d’innamoramento estetizzante per le situazioni pittoresche. In realtà ci hanno aperto gli occhi sul commercio marittimo, sui flussi globali, e da lì siamo arrivati presto alla logistica. Pensa adesso, chi avrebbe coraggio di sorridere di queste cose?

In cosa consiste un’inchiesta operaia? E una con-ricerca?

Il punto chiave è che noi non facevamo studi sociologici, mettevamo insieme degli elementi utili a chi praticava processi organizzativi, rivendicativi, conflittuali. Non facevamo una rivista, facevamo un’operazione politico-culturale. Il rapporto coi “camalli” dura ancora adesso, 45 anni dopo! Siamo ancora al loro fianco quando difendono il valore del loro lavoro e ci aiutano a ragionare, a capire, quando cerchiamo di dare un supporto agli immigrati delle cooperative di facchinaggio. Ci hai mai pensato che le lotte nella logistica oggi, Italia 2020, sono forse le uniche, assieme a quelle dei rider, a non avere carattere difensivo?

In che modo oggi si può praticare un’inchiesta sulla condizione del lavoro intellettuale?

Ti dico semplicemente quello che vedo un po’ tra i knowledge workers che girano attorno a ACTA, l’Associazione dei freelance e un po’ tra quelli che fanno parte della nostra rete internazionale, gente dello spettacolo, creativi, mondo degli eventi culturali in senso lato ma anche professionisti che lavorano nei settori logistica, informatica, shipping, finanza e affini. Tutte le associazioni di rappresentanza hanno condotto delle inchieste presso i soci per sapere come hanno affrontato l’emergenza. Moltissimi sono proprio a terra, tutte quelle attività che prevedono un rapporto con il pubblico sono chiuse e chissà quando riapriranno, lì puoi trovare gente che si mette in coda per un piatto di minestra. Altri hanno continuato a lavorare indisturbati, loro lo smart working lo praticano da sempre. Ovunque, a livello mondiale, si è capito che gli autonomi non hanno ammortizzatori sociali, il Covid 19 è servito dunque almeno a far capire che esiste un segmento specifico della forza lavoro. Chi continuava a sostenere che gli autonomi sono semplicemente imprese, ha dovuto finalmente smettere di dire idiozie. Molti hanno lavorato ma non hanno per niente la certezza di essere pagati.

Che cosa è emerso dalle nuove ricerche?

Negli ultimi due anni abbiamo fatto molti passi avanti nella conoscenza del lavoro autonomo e freelance, grazie alla ricerca e grazie all’attivismo di associazioni di rappresentanza o gruppi di autotutela. E purtroppo abbiamo constatato un forte degrado dei compensi, diminuiti anche di due terzi nel giro di una decina d’anni. Esperienza, anzianità, competenza contano sempre meno. Il life long learning non ti tiene a galla, è uno dei soliti slogan della cialtroneria dell’Unione Europea. Quindi il punto importante non è sapere qual è il ruolo del lavoro intellettuale ma come si fa ad arrestarne la svalorizzazione. Chi lavora in questi ambiti da professionista/tecnico/artista indipendente si è sempre considerato diverso dal precario. L’intermittenza lavorativa, la mancanza di sicurezza sono date per scontate, sono un rischio calcolato. Oggi buona parte di questo mondo finisce per scivolare nel grande calderone della gig economy.

In queste condizioni è possibile trarre ispirazione nella conflittualità di fabbrica anni Settanta?

Può servire a patto di non ripetere come pappagalli la lezione operaista. Per tutelarsi, il lavoro intellettuale di oggi deve trovare altre strade rispetto a quelle dell’operaio massa. Bisogna inquadrare il problema nella crisi generale della middle class, il richiamo al binomio catena di montaggio/rifiuto del lavoro non serve. I giochi sono cambiati, la classe operaia industriale, si tratti di Rust Belt americana o di Bergamo e Brescia, è uno dei terreni di coltura del populismo trumpista o leghista. Qualcuno pensa di evangelizzarli predicando l’amore cristiano per i migranti, ma bisogna proprio avere la mentalità da Esercito della Salvezza per essere così imbecilli. Lì si tratta di riaprire il conflitto industriale, il tema della salute riproposto dal coronavirus può essere il perno su cui far leva. Sul fronte del lavoro intellettuale invece, oggi sottoposto a brutale svalorizzazione, il riscatto può avvenire solo combinando i dispositivi del mutualismo prima maniera con le più sofisticate tecniche digitali della comunicazione.

Molti sostengono che è venuta l’ora di scrivere uno Statuto dei Lavori. Cosa ne pensi?

Per l’amor del cielo! Ci manca pure questa! Le leggi riflettono sempre quella che è la cosiddetta “costituzione materiale” di un paese, ossia i rapporti di forza vigenti tra le classi. Qualunque legge scritta oggi, con “questo” Parlamento, con “questo” clima nella società civile, porterebbe il segno dello squilibrio oggi esistente tra capitale e lavoro. Esiste già la Costituzione Italiana, basta e avanza per tutelare il lavoro. Se fosse applicata. No, non sono necessarie nuove leggi, è necessaria una mobilitazione capillare per cambiare la costituzione materiale del Paese, per cambiare quei rapporti di forza. Una volta che saremo riusciti a girare la frittata, potremo sancirlo con nuove leggi. E’ l’ora di invocare il Widerstandsrecht, il diritto di resistenza.

Sergio Bologna: Dall’operaio massa, ai freelance e alla rivista Officina Primo Maggio Sergio Bologna è nato a Trieste nel 1937, vive a Milano. Ha insegnato storia del movimento operaio e della società industriale in varie università, italiane e tedesche. Fa parte del comitato scientifico della Fondazione di Amburgo per la storia sociale del XX secolo e della Fondazione «Luigi Micheletti». Fondatore di riviste come «Primo maggio» (l’antologia pubblicata da DeriveApprodi) e «Classe operaia», Sergio Bologna è socio dell’associazione dei consulenti del terziario avanzato Acta. Tra le sue opere, «La New workforce. Il movimento dei freelance e Knowledge Workers. Dall’operaio massa ai freelance» (Asterios); «Vita da freelance» (con Dario Banfi, Feltrinelli); «Ceti medi senza futuro?» (DeriveApprodi); «Maggio ’68 in Francia» (con Giairo Daghini, DeriveApprodi); «Le multinazionali del mare» (Egea); «Nazismo e classe operaia» (Shake). Oggi partecipa ai lavori della nuova rivista Officina Primo Maggio. Di recente alla storia delle lotte operaie dal 1969 ha dedicato il volume Il lungo autunno. Le lotte operaie degli anni Settanta (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli). Il suo ultimo libro è Ritorno a Trieste. Scritti over 80, 2017-2019 (Asterios) che abbiamo recensito su Il Manifesto.

 

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Fin dalle scuole medie ci viene venduta la storiella della "separazione dei poteri" come garanzia dello Stato di diritto.

Una storiella edificante, ma che trova ben poche verifiche storiche. L'opinione pubblica si turba quando periodicamente emergono scandali che riguardano le contiguità tra magistratura e politica, ma bisognerebbe smetterla di stupirsi. Il caso Palamara è semmai la dimostrazione del livello di disgregazione a cui sono arrivate le istituzioni democratiche, neanche in grado di mantenere nelle segrete stanze le lotte di potere e le spartizioni che avvengono da sempre al chiaro di luna.

Che la magistratura in Italia rivesta un ruolo politico, e un ruolo di lotta politica, è un mistero solo per chi, come molti a sinistra, continua a farsi abbagliare dai miti costruiti ad hoc dalle narrazioni semplicistiche della "guerra alla mafia". Una guerra alla mafia che, un po' come la "war on drugs" statunitense per quanto riguarda il mito nixoniano, fa parte dell'epica fondativa della Seconda Repubblica, ma che nei giorni in cui, annualmente, si torna a parlare della "trattativa Stato - Mafia" mostra tutta la corda a chi vuole aprire gli occhi.

Ma torniamo a noi, il caso Palamara non fa che evidenziare come la magistratura sia il braccio armato dello Stato, quest'ultimo inteso alla maniera di Marx, come "comitato d'affari della borghesia". Un buon "comitato d'affari" dunque ha bisogno di spartirsi il territorio per non pestarsi i piedi, ha bisogno che nessuno sia scontento della sua fetta e che tutti collaborino a impedire che altri, non seduti in quel comitato, ribaltino il tavolo. Il fatto che i panni sporchi vengano messi in piazza via intercettazioni e indagini vuol dire solo che qualcuno è rimasto scontento in queste spartizioni o che le suddette spartizioni non rappresentano più l'equilibrio datosi nel tempo nel quadro politico più generale.

Un altro scandalo recente in magistratura ci dà la percezione di cosa stiamo parlando: il caso Capristo, il procuratore capo di Taranto finito ai domiciliari per tentata induzione, truffa e falso, che, secondo i giornali, ha tentato di condizionare le indagini della procura di Trani (procura che guidava prima del suo arrivo a Taranto). Sempre secondo i giornali Capristo avrebbe messo in piedi una vera e propria gestione para mafiosa della procura di Taranto, con contatti importanti come quello con la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. Capristo nelle intercettazioni definiva chi si oppone a questo sistema di potere "comunista di merda", dunque si può comprendere facilmente da che orientamenti politici fosse viziato il lavoro della magistratura di Taranto.

Chiunque abbia partecipato a delle lotte che mettano seriamente in discussione gli interessi di questo o quel gruppo di potere sa bene cosa significhino queste asserzioni. E infatti l'unico fronte comune che sembra unire le magistrature da nord a sud, di quasi ogni colore politico, è la repressione delle lotte sociali. Senza andare con la memoria ai tempi andati basta osservare le vicende che riguardano la persecuzione del movimento No Tav e degli altri movimenti ambientali.

Certo, non è che non esista una soggettività politica dei singoli magistrati. Non è che orientamenti e modi di interpretare il diritto non vengano determinati anche dal vissuto individuale dei singoli, ma nel suo complesso l'organo svolge delle funzioni che molto spesso hanno ben poco a che vedere con il "fare giustizia" e lo "scoprire la verità".

Dunque che volino pure gli stracci in pubblico durante la videochat dell'Anm (questi tempi strani ci permettono di derubricare il motto di Blade Runner: "Ho visto cose che voi umani…"), questo modello di amministrazione è corrotto, marcio, ingiusto ed è irriformabile. Ed è un bene che sempre più gente scopra l'acqua calda.

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Condividiamo questo articolo di Tomaso Montanari per volerelaluna.it che sottolinea come nonostante le evidenze emerse dalla pandemia il paradigma della crescita ad ogni costo e della cementificazione è tutt'altro che messo in discussione dagli apparati istituzionali. Non c'è da stupirsi, ma bisogna evidenziare che una via per mettere in discussione questi modelli difficilmente passa per le forche caudine delle istituzioni, quanto piuttosto è necessaria costruirla dal basso, come punto di vista situato nella crisi e come forza di massa.

C come coronavirus: o come cemento? Vuoi vedere che – dopo aver toccato con mano cosa potrebbero essere le nostre città, il nostro Paese, il nostro pianeta se solo allentassimo un poco la morsa del dominio (dis)umano – la nostra prima reazione sarà rovesciare su quella povera natura appena risvegliata una colata di cemento? Sembra questa la strada annunciata in Senato dal presidente del Consiglio evocando «un iter semplificato su un elenco di opere strategiche con poteri derogatori» che fa il paio con la richiesta ultimativa di Renzi di «un piano shock per grandi infrastrutture e cantieri».

Una delle pessime conseguenze della pessima metafora del «siamo in guerra» è che immaginiamo una ripartenza come quella dei Trenta Gloriosi: i tre decenni che andarono dal 1945 al 1973, splendidi per l’economia e letali per l’ambiente.

Possibile non essere capaci di immaginare una ricostruzione che non sia all’insegna del mattone? Perché nessuna forza politica, in queste settimane, ha proposto di ritirare su l’economia nazionale con un mega-piano neokeynesiano di messa in sicurezza del suolo italiano? Sanare il dissesto idrogeologico, sradicare il cemento abusivo, manutenere corsi d’acqua, litorali e boschi. E poi l’enorme capitolo della prevenzione antisismica. Tutti capitoli di spesa per i quali non c’erano mai soldi. Come per la ricerca: oggi tutti si chiedono perché non riusciamo ad avere pronto un vaccino, ma pochissimi ricordano che solo pochi mesi fa si è dimesso il ministro della ricerca, Lorenzo Fioramonti, proprio perché i soldi per la ricerca non c’erano.

E invece niente: cemento, cemento e ancora cemento. In Sardegna, in piena emergenza, la giunta regionale approva (e dieci giorni dopo ritira, travolta dalle critiche) la costruzione di un resort di 8340 metri cubi sul mare, accanto a un nuraghe. «Dovevamo aspettarcelo – ha commentato Sandro Roggio –. Il sentimento della destra sarda (più edilizia = più turisti) era esibito in campagna elettorale. E incoraggiato dallo smarrimento del centrosinistra isolano a guida PD, in gran parte ostile alle norme di tutela paesaggistica del 2006, e fautore di norme (un po’ meno peggio?) che hanno aperto la strada al sempre peggio». Questo è il punto: di fronte alla speculazione edilizia non c’è destra e non c’è sinistra, c’è il partito unico del cemento.

Anche la Toscana un tempo rossa appare oggi color grigio cemento. Il 23 marzo, già in piena pandemia, la Regione pubblica il progetto per un mega-impianto eolico sul crinale dell’Appennino, tra Vicchio e Dicomano, in Mugello: inizia quindi il conto alla rovescia di 60 giorni in cui cittadini e associazioni ambientaliste, tutti reclusi in quarantena, dovrebbero presentare le osservazioni. Di fronte all’indisponibilità del Governo regionale a incontrarli, i comitati dei cittadini hanno scritto: «Possiamo solo sperare che abbiate preso visione dei tanti documenti che dimostrano, dati alla mano, che questo tipo di impianti non risolvono nemmeno in minima parte la difficoltà energetica del paese, e anzi, sottraggono risorse e finanze pubbliche che potrebbero essere investite per migliorare la qualità di vita di un territorio già provato e disagiato come il nostro». Destino vuole che proprio a Dicomano sia la RSA su cui la Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta per i quindici anziani morti per coronavirus: quasi ci volesse ricordare che ben altra è la cura di cui abbiamo bisogno. Non nuovo cemento sui crinali, ma nuova umanità nell’accudimento dei più fragili.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, perché non solo il virus non ferma le betoniere, ma rischia appunto di farle girare più veloci. Di fronte al crollo del ponte di Aulla, Matteo Renzi non invoca la manutenzione, o la ricerca delle responsabilità, ma il suo chiodo fisso, lo Sblocca Italia: «Se non ci mettiamo SUBITO a lavorare sui cantieri con il piano shock ‒ presentato ormai da molti mesi ‒ ogni anno andrà peggio. E se non lo facciamo in questa fase di crisi vuol dire che ci vogliamo del male. Apriamo questi benedetti cantieri, subito». Le bozze che girano di quel piano sono davvero da shock: ambientale. Vi si legge, per esempio: «In ogni caso tutti i commissari di cui al presente decreto possono anche esercitare, qualora ne ricorrano le condizioni di urgenza e necessità, i seguenti poteri: in caso di motivato dissenso espresso da un’amministrazione preposta alla tutela ambientale paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, la decisione […] è rimessa alla decisione del Commissario che si pronuncia entro 15 giorni, previa intesa con la Regione o le Regioni interessate». È il sogno proibito condiviso dai due Mattei (Renzi e Salvini), e da loro più volte esplicitamente ammesso: ridurre al silenzio le soprintendenze, cioè l’esausta magistratura del nostro territorio. Potrebbe mai passare una legge del genere in questo Parlamento? L’intervista concessa, qualche settimana fa, al Fatto Quotidiano dal viceministro alle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri non lascia molti dubbi. All’obiezione: «Voi del M5S siete sempre stati contrari alle grandi opere, e ora volete facilitarle», lo sventurato risponde: «Di fronte a un contesto politico e a un quadro economico totalmente diverso da qualche anno fa, è necessario cambiare l’agenda politica. La priorità adesso è creare lavoro, usando soldi pronti ma fermi». Come dire che ora non possiamo permetterci il lusso di mantenere gli impegni, di rispettare gli ideali, grazie ai quali si è arrivati al potere.

Viene da pensare che ci sia una maledetta linea d’ombra, nella vita pubblica italiana. Quella linea è l’elezione a una carica pubblica: quando la varca, il cittadino subisce una mutazione radicale nel linguaggio, nell’etica, nella scala delle priorità. Perfino nella logica. Non è più un cittadino, ormai: diventa il pezzo di un Potere immutabilmente uguale a se stesso, chiunque lo incarni. E a quel punto, niente: non c’è più modo nemmeno di intendersi con chi è rimasto di là, tra i cittadini comuni. E così, dopo tanti chiari segnali (si pensi alla ferita sanguinante dello Stadio della Roma, e all’incredibile testacoda sul TAV) anche i Cinque Stelle al potere hanno varcato la linea d’ombra. E si sono trovati così in compagnia di destra e sinistra. Un simbolo di questa continuità perfetta è stata la figura di Maurizio Lupi: assessore allo Sviluppo del territorio, edilizia privata e arredo urbano del Comune di Milano nella giunta di Gabriele Albertini e poi ministro delle Infrastrutture dei governi Letta e Renzi. La linea Lupi è quella della Legge Obiettivo di Berlusconi del 2001 che resuscita, peggiorata, nello Sblocca Italia di Renzi (e Lupi, appunto) nel 2014. Il motto delle due leggi era lo stesso: «padroni in casa propria». Parole che volevano solleticare i cittadini, ma che di fatto descrivevano perfettamente le figure di amministratori che si sentono padroni del territorio solo per svenderlo a interessi particolari. Insomma, pare proprio che nemmeno la pandemia abbia la forza di cancellare quella linea d’ombra.

Dobbiamo continuare a seppellirci vivi nel degrado «che qualcuno, neanche a dirlo, / vorrebbe ulteriormente perpetrare con la solita / accoppiata di cemento e asfalto: / con quel grigio da modernariato, / unico colore che il potere / riesce a immaginare». Sono versi di Franco Marcoaldi: drammaticamente più lucidi di ogni analisi politica.

 

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