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Articoli filtrati per data: Friday, 22 Maggio 2020

Riprendiamo dal blog di Into the Black Boxblog di Into the Black Box questo scritto di Simona de Simoni che presenta alcune coordinate di riferimento per inquadrare in una prospettiva di femminismo marxiano il tema della riproduzione sociale e apre numerose domande sugli scenari politici a venire.

 

Introduzione

Con lo scoppio della pandemia globale e la formulazione di diverse politiche di contenimento su scala planetaria, la categoria di riproduzione sociale è stata richiamata in molte analisi. In particolare, diverse teoriche e attiviste femministe hanno insistito sulla questione.[1][1] Si potrebbe dire, in effetti, che la questione si sia imposta, che la diffusione dell’epidemia abbia portato alla luce le caratteristiche e le contraddizioni proprie del modo in cui la riproduzione sociale è organizzata nella nostra società.

In primo luogo, sono emersi l’entità e il valore sociale dei “lavori riproduttivi”: cioè di tutti quei lavori ultra-proletarizzati (sia sul piano materiale che simbolico), fortemente connotati in termini di genere[2][2] e razza, che quotidianamente consentono la riproduzione delle persone e il mantenimento in vita degli individui non autonomi (siano essi bambini, anziani, malati o disabili). Nel corso dell’emergenza pandemica, questi lavori sono stati celebrati a vario titolo dalle autorità istituzionali dei diversi paesi e dai media mainstream: negli articoli dei giornali e nei discorsi ufficiali si è parlato di eroi, di angeli e di guerrieri ed è ampiamente stato mobilitato l’apparato ideologico e discorsivo che storicamente accompagna il lavoro di riproduzione e che attinge a diverse immagini di vocazione e sacrificio. A questo superficiale riconoscimento, tuttavia, non sono corrisposte misure di tutela adeguate e supporti materiali: i lavoratori e le lavoratrici impegnati/e sul fronte della riproduzione sono e sono stati esposti a gravi rischi di contagio e a ritmi di lavoro estenuanti. Inoltre, accanto a tutto il settore della cura esternalizzato nei servizi pubblici o privati, a causa dell’organizzazione domestica e privata della quarantena, si è intensificato anche il lavoro domestico (anch’esso fortemente connotato in termini di genere) con conseguenze sociali disastrose sul breve e medio periodo.[3][3]

In secondo luogo, sono venuti alla luce regimi riproduttivi molto differenti all’interno degli spazi urbani, con tassi di contagio distribuiti sulle linee della razza, della classe, della marginalità, del genere e così via. Sono state emblematiche, ad esempio, le situazioni dei detenuti nelle carceri e quelle dei senza fissa dimora. Più in generale, la crisi sanitaria, ha trasformato le diverse posizioni lavorative e abitative in vere e proprie variabili di sopravvivenza esponendo alcune categorie a un rischio di contagio molto più elevato di altre e, sul medio periodo, a un aggravamento delle condizioni di vita di ampie porzioni di popolazione.[4][4]

In terzo luogo, a causa del confinamento di massa, si è innescata un’accelerazione abbastanza impressionante della sussunzione capitalistica di ampie porzioni di riproduzione sociale per mezzo di dispositivi digitali che impone una riflessione urgente sul rapporto tra riproduzione, processi estrattivi e valorizzazione oltre che di immaginare pratiche di sottrazione, contro-utilizzo e “ri-endogenizzazione” della riproduzione. Un esempio lampante di questa problematica è fornito dal mondo della formazione a tutti i livelli – dalla scuola primaria all’Università – e dalla sua riorganizzazione in remoto tramite l’utilizzo di piattaforme digitali: nella scuola secondaria, ad esempio, senza alcuna (o con scarsa) discussione critica i colossi di Google e Microsoft sono divenuti gli strumenti “naturali” con cui affrontare l’emergenza pandemica. In questo modo, la risposta del comparto della formazione alla crisi pandemica tende a coincidere tout court con una sua ulteriore sussunzione alle logiche del capitalismo e con una forte endogeneizzazione del processo educativo.

Infine, su un piano più generale, la crisi pandemica ha portato in superficie la contraddizione insita al processo della riproduzione sociale: una tensione profonda tra il «fare vita» e il «fare profitto»,[5][5] tra la tutela della vita e la messa in sicurezza dei lavoratori e della lavoratrici e la logica contraria della produzione a tutti i costi. Su questo piano, l’Italia costituisce un esempio emblematico: la tragedia che ha travolto alcuni territori della regione Lombardia – in particolare Bergamo e le sue valli – non sarebbe comprensibile senza un’analisi del tessuto produttivo della zona e senza il riconoscimento di specifici interessi e pressioni economiche (e quindi delle responsabilità correlate).

Per tutti questi motivi – e altri potrebbero essere aggiunti o esplicitati – una riflessione sulla riproduzione sociale risulta necessaria e urgente. A questo proposito, tuttavia, conviene fare un passo indietro e provare a definire meglio cosa si intenda per riproduzione sociale. Capita spesso, infatti, che la formula appaia nebulosa, poco afferrabile o, al contrario, che venga ridotta ad una sorta di etichetta che individua un settore professionale.

 

Alcuni elementi per una definizione

La categoria di riproduzione sociale ha la sua origine nel pensiero economico del Settecento e subisce una torsione critica a partire dall’utilizzo che ne fa Marx nella Critica dell’economia politica. La tesi di Marx, semplice quanto complessa, è che il sistema capitalistico, per sopravvivere, deve immediatamente e continuamente riprodursi in quanto tale, cioè riprodurre i suoi membri e riprodurre i rapporti sociali che lo caratterizzano.[6][6] Della riproduzione sociale nell’analisi marxiana del capitalismo è stato detto che si tratti di una sorta di “anello mancante”, di un nesso individuato ma non approfondito.[7][7] Marx infatti, pur dichiarando nei cosiddetti Manoscritti del ‘44 che «la vita produttiva è la vita che genera la vita» e, quindi, pur riconoscendo una centralità produttiva al processo di riproduzione tende a confidare in ciò che Leopoldina Fortunati ha definito la «forza naturale del lavoro sociale».[8][8] Marx, infatti, tende a naturalizzare (talvolta anche nella forma di un biologismo molto grezzo) il processo di riproduzione anziché integrarlo appieno all’analisi del capitalismo e riconoscerne, così, la valenza fortemente sociale e socializzata della riproduzione.[9][9]

Come è stato osservato, ci sono ragioni storiche e teoriche per comprendere la scarsa attenzione che Marx riserva alla questione della riproduzione: in primis il tipo di capitalismo che osserva, cioè un capitalismo a scarso sviluppo tecnologico centrato sulla massima estensione della giornata lavorativa e con standard riproduttivi molto bassi. Il processo di sussunzione capitalistica della riproduzione sociale, infatti, non può essere disgiunto dalle trasformazioni della composizione organica del capitale e da progressive e storiche trasformazioni delle caratteristiche della produzione e della forza lavoro.

Dopo Marx, la categoria ha avuto ampia trattazione, specialmente negli anni Sessanta e Settanta quando, come suggerisce George Caffentzis, l’ambito complesso della riproduzione sociale assume le caratteristiche di un vasto «regno sublunare» che eccede la sfera formale dell’economia, ma comincia a diventare un terreno decisivo di produzione e appropriazione della ricchezza sociale. Si comincia a parlare allora di economia informale, di economia ombra, di fabbrica sociale e così via. Prende forma l’idea secondo cui il perimetro dell’economia formale non contenga la complessità delle interazioni sociali. E, proprio in quegli anni, anche in termini di lotta politica si assiste al cosiddetto passaggio dalla fabbrica alla metropoli, all’emergere di un soggetto politico capace di esondare dai luoghi di lavoro e travolgere la società intera con una domanda generalizzata di ripartizione della ricchezza sociale.[10][10]

In questo contesto si inserisce l’analisi femminista della riproduzione sociale in termini di «lavoro riproduttivo» o «lavoro di riproduzione». Anziché guardare a una disincarnata e astratta «riproduzione societale»,[11][11] le femministe marxiste degli anni Settanta – in particolare le teoriche e attiviste legate all’esperienza del Collettivo Internazionale Femminista e ai Comitati per il Salario al lavoro domestico[12][12] – fanno decantare dentro corpi, relazioni e istituzioni sociali l’insieme di attività che quotidianamente riproducono la società e i suoi membri. Una storia proletaria specifica – diversa da quella dell’operaio maschio bianco impiegato in fabbrica – viene alla luce ridefinendo completamente i parametri di analisi dei processi sociali.[13][13] Le femministe marxiste degli anni Settanta, infatti, individuano nel lavoro non pagato delle donne il punto di equilibrio del capitalismo fordista e una fonte nascosta di valore per il capitale: un serbatoio immenso di «valore d’uso per il valore», come lo definisce Fortunati, viene disvelato con l’analisi delle attività necessarie alla riproduzione della forza lavoro e quindi al processo di valorizzazione. Il processo di riproduzione che Marx aveva concepito come immediato risulta ora mediato da un tipo di lavoro specifico, svolto dalle donne dentro le case, completamente desocializzato e svalorizzato.

Alla luce delle analisi femministe marxiste, dunque, il concetto di lavoro di riproduzione non si riferisce soltanto a «un insieme di attività e attitudini, comportamenti e emozioni, responsabilità e relazioni direttamente coinvolte nel mantenimento della vita su base quotidiana e intergenerazionale», secondo una definizione “classica” formulata da Laslett e Brenner,[14][14] ma, più precisamente, individua una serie di attività organizzate – più o meno formalizzate o mercificate –  che complessivamente definiscono il lavoro socialmente necessario al raggiungimento e al  mantenimento di livelli di cura standardizzati e definiti storicamente. Infatti, non si tratta soltanto di riprodurre la vita, ma di riprodurre la vita come forza lavoro dentro la società capitalistica. Secondo quanto scrive Tithi Bhattacharya, una delle principali esponenti della cosiddetta Social Reproduction Theory,[15][15] l’analisi della riproduzione sociale è orientata alla disamina della «rete complessa di processi sociali e relazioni umane che producono le condizioni di esistenza dei lavoratori» e, in tal modo, non soltanto individua una serie ambiti di interesse (il lavoro domestico, la cura, la salute, la formazione e così via), ma soprattutto mette al centro dell’analisi la convinzione che «il lavoro umano sia al cuore della creazione e della riproduzione della società come intero».[16][16]

Se si tengono presenti gli elementi introduttivi esposti sino a questo punto, si può osservare che la categoria di riproduzione sociale indirizza l’analisi teorico-politica verso due problematiche distinte e connesse tra loro: una problematica orizzontale che individua un livello specifico  dell’organizzazione del lavoro di riproduzione (che, in modo molto generico, si può ricondurre alla dimensione della “cura”); una problematica verticale e trasversale che individua nella riproduzione sociale una matrice dell’organizzazione complessiva della società capitalistica.

La prima problematica enunciata riguarda in modo specifico ed esplicito la questione della riproduzione della vita dentro il capitalismo e si articola su tre livelli:

1) l’analisi della riproduzione biologica degli esseri umani (quindi, ad esempio, l’analisi sociale del concepimento, del parto, dell’allevamento dei figli e così via) e della complessa organizzazione delle necessità riproduttive attraverso un vero e proprio «biolavoro globale»;

2) l’analisi della riproduzione dei soggetti in quanto forza lavoro (quindi le attività quotidiane necessarie a ripristinare le energie di ciascun individuo, ma anche le attività in grado di generare, alimentare, ripristinare e accrescere quelle «capacità incorporate all’essere umano»[17][17] che costituiscono lo specifico processo di soggettivazione in quanto forza lavoro);

3) l’analisi della riproduzione come insieme di attività che consentono il mantenimento delle persone non abili al lavoro (come per esempio, i bambini, i malati e gli anziani).[18][18]

La seconda problematica enunciata, invece, richiama l’attenzione sulla necessità teorica e politica di riconoscere a tutti livelli dell’organizzazione complessiva del capitalismo l’istanza della riproduzione. Secondo le due studiose Bezanson e Luxton, ad esempio, il concetto di riproduzione sociale «offre una base per capire come diverse istituzioni (come lo Stato, il mercato, le cosiddette istituzione della società civile come la famiglia) interagiscono e bilanciano il potere in modo che sia effettuato il lavoro necessario nella produzione quotidiana e generazionale e al mantenimento delle persone».[19][19] Da questa prospettiva, la riproduzione sociale può essere concepita come una matrice dell’organizzazione capitalistica complessiva: l’architettura d’insieme della società, infatti, non risponde soltanto all’imperativo dell’accumulazione, ma a quello dell’accumulazione insieme a determinati e differenziali livelli di riproduzione. Per questo motivo, nel femminismo critico contemporaneo, la categoria della riproduzione costituisce il perno intorno al quale si articolano gli sforzi di formulazione di una “teoria unitaria” del capitalismo, cioè una teoria capace di analizzare in modo congiunto i processi di sfruttamento e oppressione e di situarli nei diversi contesti globali.[20][20] A tal proposito, Bezanson e Luxton parlano di un «sistema integrato di produzione e riproduzione» o anche di «un modo espanso di produzione» che tiene in considerazione la produzione delle merci e quella delle persone.

Dunque, per esplicitare ulteriormente, si può sottolineare come sul terreno della riproduzione sociale sia possibile condurre due operazioni analitiche: da un lato, espandere il concetto di produzione integrando la riproduzione della vita come lavoro, cioè come dimensione sfruttata e organizzata dal capitalismo dentro e fuori i confini dell’economia formale; dall’altro lato, riconoscere nell’organizzazione della riproduzione una matrice dell’organizzazione complessiva del capitalismo.

Questo secondo aspetto risulta particolarmente rilevante nel contesto del neoliberalismo contemporaneo. Infatti, se da una prospettiva storica e geografica, si può osservare come le diverse configurazione del capitalismo abbiamo sempre compreso l’organizzazione della riproduzione (fosse anche in forme necropolitiche come nei contesti coloniali), da una prospettiva contemporanea (e in modo accentuato alla luce della pandemia globale) si può forse avanzare l’ipotesi di un «ribaltamento sussuntivo», come lo definisce abbozzando una direzione di indagine Romano Alquati: cioè di un progressivo rovesciamento per cui la riorganizzazione delle necessità riproduttive diviene la matrice principale delle trasformazioni anche in ambito produttivo. In altre parole, la ristrutturazione neoliberale della sfera della riproduzione su cui si è molto insistito non implicherebbe soltanto la dismissione dell’architettura riproduttiva del fordismo (il sistema del welfare state), ma anche un processo complessivo di riorganizzazione delle catene del valore in cui l’estensione degli ambiti di valorizzazione diretta della sfera della riproduzione (ad esempio in forma estrattiva) incide profondamente sulla trasformazione del sistema produttivo nel suo insieme. Si pensi, per esempio, alla «infrastruttura logistica della riproduzione della società confinata» (come è stata analizzata in Francia dal Gruppo di Indagine Logistica)[21][21] ovvero a un’espansione del settore e a un connesso inasprimento delle delle condizioni di lavoro al suo interno. Si pensi anche, per fare un altro esempio, alla “lavorizzazione” inedita o accentuata di molte attività riproduttive attraverso la digitalizzazione come avvenuto in modo clamoroso sul terreno della formazione, della scuola e dell’università. Alla luce della crisi globale scatenata dalla pandemia, dunque, appare necessario porre attenzione alla riorganizzazione delle catene del valore nell’interazione tra produzione e riproduzione.

 

Brevi conclusioni

Nel corso della pandemia globale, sul terreno della riproduzione si sono cristallizzate le principali contraddizioni e ingiustizie del capitalismo neoliberale. Negli ultimi due mesi, infatti, le «contraddizioni social-riproduttive del capitalismo finanziarizzato», per richiamare Nancy Fraser[22][22], sono divenute potenzialmente esplosive. Lo scontro tra una logica del profitto e una logica della riproduzione della vita ha raggiunto un punto di massima tensione: non soltanto perché appare ormai chiaro il nesso tra crisi ecologica, agricoltura intensiva e sviluppo di nuove epidemie nella forma di una guerra tra agroindustria e salute pubblica,[23][23] ma anche perché – su un piano micrologico e quotidiano – l’uscita dalla crisi attuale sembra definirsi sul terreno della riproduzione attraverso la definizione collettiva di cosa è prioritario e per chi e di come si organizzano socialmente le priorità stabilite.

I terreni ormai consolidati della ristrutturazione neoliberale delle riproduzione sociale sono particolarmente stressati in questo momento e ognuno di questi costituisce una partita aperta la cui portata politica è da approfondire. Quali opzioni sul terreno del welfare dopo una lunga fase di contrazione della spesa e dopo l’instaurazione di nuovi assetti riproduttivi ibridi che contemplano sia la restaurazione di regimi tradizionali di sfruttamento domestico delle donne (nel rapporto matrimoniale o nel rapporto subordinato sempre più definito dai processi migratori), sia nuove tipologie di servizio pubblico/privato orientato all’impiego di lavoratrici e lavoratori a basso costo? Quali scenari di nuovo impoverimento di massa dopo decenni di sistematico indebitamento individuale e collettivo incentrato sulle necessità riproduttive (in primis casa, formazione, salute) o sulla sussunzione capitalistica di forme di riproduzione in regime si povertà come nel caso delle politiche di micro-credito in determinate aree del pianeta? Quali processi di ristrutturazione del lavoro in relazione al consolidarsi di regimi riproduttivi differenziali sugli assi del genere, della razza e così via? Quali scenari urbani attraverso l’irrigidimento delle discontinuità riproduttive di diverse componenti della popolazione? Quali scenari di conflitto dentro le nuove forme di estrazione del valore innestate sul terreno della riproduzione? Quale tensione tra una torsione necropolitica del capitalismo contemporaneo e le necessità riproduttive sul terreno dell’ecologia? Si tratta soltanto di alcune delle domande che la condizione pandemica ha reso più urgenti di prima.

 

 

[1][1] Si veda, per esempio, il «Cross-Border Feminist Manifesto», firmato da diverse reti di attiviste in tutto il mondo: https://spectrejournal.com/cross-border-feminist-manifesto/. I contributi usciti in questi mesi sul tema sono davvero numerosi e sarebbe impossibile offrirne qui una rassegna completa.

[2][2] Per quanto riguarda l’Europa, la forza lavoro femminile costituisce una percentuale che oscilla tra il 70% e il 90% della forza lavoro complessiva impiegata nei “lavori riproduttivi”. Si vedano a questo proposito i dati ufficiali forniti dalla Commissione europea pubblicati sul Corriere Della Sera il 20 aprile 2020: thps://27esimaora.corriere.it/20_aprile_18/parita-genere-covid-19-l-altra-emergenza-0a8b94aa-81b3-11ea-tb7e0-dce1b61a80bf.shtml?fbclid=IwAR1s487uALAJv-WrFutWKwoPHoNB4G6TRc5aDkHnR5_ADn3bNPQyoxkJJTc

Questi dati, purtroppo, non forniscono invece indicazioni sul processo di razzializzazione della forza lavoro impiegata in questo settore.

[3][3] Per quanto riguarda l’Italia, si vedano ad esempio i dati sull’incremento della violenza domestica e sulle percentuali di donne in grado di rientrare al lavoro a tempo pieno nella cosiddetta “fase due”. Si può ipotizzare che la crisi sanitaria si stia ampiamente scaricando sulle donne innescando un forte attacco al loro reddito e alla loro autonomia.

[4][4] Si veda, ad esempio, questo video: https://tg24.sky.it/cronaca/2020/04/13/riders-milano-video Il video, girato nel momento in cui in Italia sono state applicate le misure di confinamento massimamente restrittive, mostra chiaramente come un’intera fetta di popolazione – giovane e razzializzata – sia stata esposta al massimo pericolo di contagio perché impiegata in funzione riproduttiva per altre fette di popolazione.

[5][5] Riprendo questa formulazione efficace da un contributo del Marxist Feminist Collective: https://spectrejournal.com/seven-theses-on-social-reproduction-and-the-covid-19-pandemic/

[6][6] Si veda in particolare, nelle diverse edizioni disponibili, il Capitolo VI inedito del Libro I del Capitale intitolato «Risultati del processo di produzione immediato».

[7][7] Cfr. A. Bihr, La problématique de la riproduction du capital dans «Le capital», disponibile qui: http://www.marxau21.fr/index.php?option=com_content&view=article&id=79:la-problematique-de-la-reproduction-du-capital-dans-lnle-capitalnr&catid=53:sur-marx&Itemid=76http://www.marxau21.fr/index.php?option=com_content&view=article&id=79:la-problematique-de-la-reproduction-du-capital-dans-lnle-capitalnr&catid=53:sur-marx&Itemid=76

[8][8] L. Fortunati, L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, Marsilio, Venezia, 1981, p. 41.

[9][9] Si veda, ad esempio, S. Federici, Revolution at Point Zero: Housework, Reproduction, and Feminist Struggle, PM Press, New York, 2012.

[10][10] Si veda G. C. Caffentzis, On the notion of a crises of social reproduction: a theoretical review, in Mariarosa Dalla Costa and Giovanna Dalla Costa (eds.), Women, Development, and Labor of Reproduction: Struggles and Movements, Africa World Press, Trenton 1999. Reperibile qui: http://www.commoner.org.uk/caffentzis05.pdfhttp://www.commoner.org.uk/caffentzis05.pdf]

[11][11] Per una distinzione tra «riproduzione sociale» e «riproduzione societale», si veda: B. Laslett, J. Brenner, «Gender and Social Reproduction: Historical Perspectives», Annual Review of Sociology, 15, 1989, pp. 381-404.

[12][12] Tra i contributi maggiori, si vedano: M. Dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale, Marsilio, Padova, 1972; L. Chisté, A. Del Re, E. Forti, Oltre il lavoro domestico. Il lavoro delle donne tra produzione e riproduzione, Feltrinelli, Milano, 1979; L. Fortunati, L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, cit..

[13][13] Si tratta di una delle conquiste teoriche e politiche più significative del femminismo: ridefinire l’analisi critica del capitalismo a partire dalla moltiplicazione delle esperienze soggettive di sfruttamento e oppressione. A questo proposito, riferendosi a una immotivata riduzione del concetto di classe all’esperienza storica del proletariato bianco industriale, I. M. Young denuncia la «tragedia non necessaria del marxismo».

[14][14] Cfr. B. Laslett, J. Brenner, «Gender and Social Reproduction: Historical Perspectives», cit..

[15][15] Si tratta di  un vero e proprio programma di ricerca collettivo articolato intorno all’analisi contemporanea e critica dei processi di organizzazione della riproduzione su scala globale. Per una rassegna di temi e problemi, cfr. T. Bhattacharya (a cura di), Social Reproduction Theory: Remapping Class, Recentering Oppression, Pluto Press, London, 2017; S. Ferguson, Women and Work: Feminism, Labour, and Social Reproduction, Pluto Press, London, 2020.

[16][16] T. Bhattacharya (a cura di), Social Reproduction Theory, cit., p. 2.

[17][17] Si veda, L. Vogel, Marxism and the Oppression of Women: Toward a Unitary Theory, Historical Materialism, London, 2014. Un contributo utile all’analisi in questa direzione è fornito da Romano Alquati e dalla sua ridefinizione della forza lavoro nei termini della «capacità umana vivente». Si veda R. Alquati, Sulla Riproduzione, di prossima pubblicazione presso Derive Approdi.

[18][18] La letteratura è abbastanza concorde nell’individuare questi tre livelli. Si veda, ad esempio, I. Bakker, S. Gill (a cura di), Power, Production and Social Reproduction, Pelgrave, London, 2003.

[19][19] Cfr. K. Bezanson, M. Luxton (a cura di), Social Reproduction: Feminist Political Economy Challenges Neoliberalism, McGill-Queen’s University Press, 2006, pp. 3-10.

[20][20] Per un inquadramento storico e teorico della questione nel dibattito femminista, si veda C. Arruzza, «Remarks on Gender», Viewpoint Magazine, 2, 2014: https://www.viewpointmag.com/2014/09/02/remarks-on-gender/

[21][21] Cfr. https://acta.zone/pandemie-logistique/

[22][22] Cfr. N. Fraser, Crisis of Care? On the Social-Reproductive Contradictions of Contemporary Capitalism, in T. Bhattacharya (a cura di), Social Reproduction Theory, cit., p. 21-36.

[23][23] Cfr. https://monthlyreview.org/author/robwallace/

 

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Tour attraverso i villaggi palestinesi spopolati all’interno di Israele e rari incontri tra i proprietari originali delle case palestinesi

Di Rima Najjar – 16 Maggio 2020

“In occasione dell’anniversario della Nakba organizziamo un tour attraverso i villaggi palestinesi spopolati all’interno di Israele e rari incontri tra i proprietari originali delle case palestinesi e i loro attuali residenti israeliani”, Najwan Simri, referente per Al Jazeera

[videoclip in arabo e a seguire la mia traduzione ]

Le informazioni sul villaggio palestinese di Ijzim sono evidenziate con tre fasce di testo rosse consecutive durante il video:

Il villaggio di Ijzim a sud di Haifa è uno dei tre villaggi conosciuti come il triangolo del Carmelitano dei villaggi caduti per mano delle bande sioniste dopo l’istituzione di Israele.
2. Alcune persone del villaggio di Ijzim si rifugiarono nelle città e nei villaggi vicini. Altri si rifugiarono nei paesi arabi dopo l’occupazione di Ijzim da parte di bande sioniste.
3. Molti dei monumenti del villaggio di Ijzim, a sud di Haifa, sono ancora lì a testimoniare degli eventi della Nakba 72 anni fa.

NARRAZIONE:

Qui vive una famiglia sradicata da un villaggio vicino. Avevamo un appuntamento con Hajjeh Im Samir per accompagnarla lì. Il marito malato ha insistito per venire con noi perché dice che l’aria di Ijzim è la cura migliore.

Nonostante la sua bellezza, la strada sembra desolata come se ti portasse sul posto ma al tempo stesso non lo facesse. Con entusiasmo, Im Samir ci organizza il nostro tour comunicandoci i nomi dei proprietari palestinesi delle case.

La nostra prima tappa è la casa di Dio. Le sue pietre si sono conservate così com’erano. Da soli, i colori delle sue porte chiuse cambiano ogni volta che l’aridità delle stagioni si intensifica.

Qui, Abu Samir non rimane in macchina perché questa tappa è il luogo, in ordine di tempo, che ha desiderato più a lungo di vedere nella sua vita. “Questa era la nostra casa, la casa di mio padre. Dopo le guerre del 48, i sionisti la occuparono.”

Dopo alcuni minuti, i residenti della casa escono sul cancello. Ci chiedono cosa vogliamo. Diciamo, questo è il proprietario della casa; come ti senti a vivere in una casa costruita sulle macerie della sua casa? Rispose: “Francamente, non sento nulla. Sono molto felice. Vivere qui è molto piacevole”.

Quanto è strana la distanza tra il proprietario della casa e colui che la occupa. Quanto è strana l’ironia tra colui che può stare dentro il cancello e colui che deve stare fuori dal cancello. Quanto è forte Abu Samir! Lo è anche per le altre persone sradicate che non hanno partecipato al nostro tour. Uno di loro ci ha detto che non può sopportare di guardare attraverso la finestra della casa di suo padre e vedere che ci vive uno straniero.

E quello scorcio potrebbe forse mostrare un orribile simbolo, come ciò che si intravede dalla finestra di una scuola palestinese rubata trasformata in un tempio, con un emblema, la bandiera di Israele, che non è vecchia come la memoria delle pietre della scuola.

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E così, un’immagine estrema! Si dice che il passare del tempo aiuta a dimenticare, ma, nel caso palestinese, sembra che l’equazione del tempo sia diversa e che gli anni siano semplicemente un numero. Piuttosto, più lungo è l’esilio dei palestinesi, più ricordano.

– Qui è Najwan Simri, dal villaggio spopolato di Ijzim per Al Jazeera.

Rima Najjar è una palestinese la cui parte della famiglia del padre proviene dal villaggio spopolato con la forza di Lifta nella periferia occidentale di Gerusalemme e la cui parte della famiglia della madre è di Ijzim, a sud di Haifa. È un’attivista, ricercatrice e professoressa in pensione di letteratura inglese, Al-Quds University, occupata in Cisgiordania

Trad: Beniamino Ricchetto – Invictapalestina.org

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Da alcuni giorni un prigioniero politico basco sta combattendo una durissima battaglia per la vita, contro la repressione carceraria e per alcuni diritti minimi nel contesto di una crisi sanitaria globale che colpisce duramente le carceri.

Si tratta di Patxi Ruiz, imprigionato nel carcere di Murcia II, perseguitato fino allo sfinimento dal direttore di quel carcere e dalle guardie penitenziarie.
Patxi Ruiz si è procurato lesioni per protestare contro una catena di aggressioni sistematiche, è stato portato d’urgenza in infermeria, lì ha subito insulti da parte del medico e dell’infermiera della prigione che non lo hanno assistito adeguatamente, cosicchè quando è tornato in cella ha deciso di iniziare uno sciopero della fame e della sete a tempo indeterminato, la risposta più estrema che un prigioniero politico o sociale possa fare. In questo sciopero, il prigioniero mette in gioco la sua vita.

Ma non sarebbe bastato il suo slancio che mette in gioco il suo corpo e la sua vita se non si fosse registrata una pressione popolare perché il suo caso fosse diffuso dai mezzi di comunicazione, che avrebbero mantenuto nascosto il suo sciopero e la repressione subita in carcere da parte di due fascisti come il direttore del carcere e il medico chiamato a visitarlo. E così una testata isquierdista come Insurgentes.org ha dato spazio a una lettera dei famigliari di Patxi:

Quali sono le sue richieste: a) la libertà dei detenuti malati e di coloro che hanno quasi scontato la pena, b) che si possano effettuare visite, c) di ricevere materiale per non essere infettati dal virus (maschere, guanti…), c) di far eseguire il test su detenuti e carcerati, d) in caso di morte di un parente, di avere la possibilità di partecipare al funerale, cosa che allo stesso Ruiz era stata negata in una precedente occasione in cui era morto suo padre. A causa della sua misura estrema, Ruiz ha smesso di urinare per sei giorni e soffre di forti dolori ai reni.
Ci si potrebbe chiedere, quindi, fino a che punto arriva la sofferenza in prigione perchè un uomo giovane compia una tale scelta? Le carceri spagnole sono, come tante altre, luoghi di distruzione e annientamento della persona, per questo l’unica e drammatica protesta deve essere quella di ribellarsi e continuare a combattere in qualsiasi modo.
In solidarietà con Patxi Ruiz e le sue richieste, un altro prigioniero politico basco, Mikel San Sebastián, ha appena iniziato uno sciopero simile, e altri si sono chiusi nelle celle a tempo indeterminato e rifiutano il cibo. In diversi paesi alcuni compagni hanno iniziato uno sciopero della fame e ci sono mobilitazioni di protesta in diverse città.
I genitori che, attraversando tutta la Spagna, sono andati a Murcia da Euskadi per accertarsi delle sue condizioni, all’uscita dal carcere sono stati fermati e multati dalla Guardia Civil per non avere rispettato le regole del confinamento.

Abbiamo chiesto a Mario il Lungo del Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión di aggiornarci all’undicesimo giorno di sciopero della fame e della sete di Patxi, e sulla situazione delle lotte in Euskadi, le posizioni dei compagni che si vanno unificando, in solidarietà con Patxi che è sempre stato critico verso gli accordi intercorsi con le istituzioni e contro tutti i partiti che hanno contribuito a creare questa situazione persecutoria:

Patxi Ruiz in sciopero della fame e della sete per i diritti di tutti i carcerati in periodo di pandemia

La vita di Patxi è appesa un filo, potrebbe morire da un momento all’altro. Lottiamo per porre fine alla violazione dei diritti nelle carceri, che i duecento prigionieri politici baschi possano tornare a casa.

Aggiornamenti costanti sulla condizione di PAtxi si trovano a questo indirizzo:

https://www.amnistiaaskatasuna.com/es/articulo/sobre-los-comunicados-publicados-por-eh-bildu-y-sortu-en-relacion-patxi-ruiz

Da Radio Blackout

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Nonostante i media italiani sorvolino completamente su queste mobilitazioni, in Francia da diversi giorni c'è stata una ripresa del conflitto sociale nelle strade.

Probabilmente, anzi, questo non si è mai interrotto, ma durante il periodo di confinamento i diversi soggetti sociali in lotta hanno trovato modi originali per esprimersi e organizzarsi nella quarantena. Adesso assistiamo a un progressivo ritorno nelle piazze, con l'emersione di vecchi e nuovi soggetti che si misurano con le contraddizioni emerse dalla pandemia, ma anche con il tentativo da parte dello stato e del governo Macron di utilizzare questa per irrigidire il controllo sociale e il disciplinamento della popolazione in un contesto in cui le istituzioni sono sempre più delegittimate anche a seguito dell'inadeguatezza delle misure che sono state prese per evitare il diffondersi del contagio.

I gilet gialli hanno ricominciato a mobilitarsi da lunedì 11 maggio con importanti raduni a Tolosa e Rennes e con azioni più o meno organizzate in diverse città della Francia che hanno visto la risposta violenta e repressiva delle forze di polizia.

Ma non sono solo i gilet gialli a mettersi in gioco: nel comparto sanitario si registrano da settimane significative mobilitazioni di infermieri e medici in molti grandi ospedali che richiedono maggiore sicurezza sul lavoro, l'aumento dei salari, la fine della mercificazione e della gestione manageriale della sanità e l'aumento delle risorse.

Inoltre in diverse banlieues e periferie francesi si sono dati momenti di conflitto provocati dall'assenza di tutele economiche e sociali da parte dello stato durante la pandemia o dalle violenze e dai soprusi della polizia. Il 18 maggio ad Argentoil sono scoppiati scontri tra la polizia e gli abitanti del quartiere a seguito del decesso di un giovane, Sabri, in un'incidente in cui potrebbe essere coinvolta un'auto della BAC. Ieri un'enorme manifestazione ha marciato nelle vie di Argentoil in memoria di Sabri, ricordando che sono circa 12 le morti in due mesi provocate dalla polizia francese.

Molte altre sono le grandi e piccole iniziative che si stanno verificando quotidianamente in Francia. Segno che la pandemia non ha frenato la voglia di cambiamento della popolazione, ma semmai ha evidenziato ancora una volta le ingiustizie del sistema e ha portato nuovi soggetti a chiedere conto della gestione dell'epidemia.

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La ministra dell’agricoltura, Teresa Bellanova, si commuove per uno dei decreti di regolarizzazione peggiori della storia di questo paese, o per meglio dire il più sfacciatamente opportunistico.

Il “decreto rilancio” consentirà a lavoratori stranieri, solo ai braccianti agricoli, colf e badanti, di poter ottenere un permesso di soggiorno di soli sei mesi per motivi di lavoro. Inoltre il governo ha scelto una soluzione che ha escluso dalla cosiddetta procedura di regolarizzare la gran parte dei 600 mila cittadini stranieri presenti in Italia senza permesso di soggiorno. Evidente che la durata del permesso è esclusivamente legata a salvare il raccolto o garantire l’urgenza delle lavoratrici della cura alle famiglie italiane. Tutti gli altri lavoratori immigrati, come riders, lavoratori della logistica, dell'edilizia, dei supermercati, dell'artigianato, della ristorazione non sono stati minimamente considerati.

Il “decreto rilancio” consentirà a lavoratori stranieri, solo ai braccianti agricoli, colf e badanti, di poter ottenere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Inoltre il governo ha scelto una soluzione che ha escluso dalla cosiddetta procedura di regolarizzare molti dei 600 mila cittadini stranieri presenti in Italia senza permesso di soggiorno. Tutti gli altri lavoratori immigrati, come riders, lavoratori della logistica, dell'edilizia, dei supermercati, dell'artigianato, della ristorazione non sono stati minimamente considerati. La richiesta del permesso è legata alla possibilità di emersione di un rapporto di lavoro o comunque di un ingaggio, con costo di 500 euro a carico del datore di lavoro, oppure può essere presentata direttamente dal migrante, anche in assenza di un ingaggio, con un costo di 120 euro. Nel secondo caso il permesso di 'ricerca lavoro' ha una durata di sei mesi, e potrà essere convertito in permesso per lavoro qualora il suo possessore nel frattempo trovasse un contratto di lavoro, in qualsiasi settore. Nel primo caso, il permesso avrà la stessa durata del contratto, fino ad un massimo di un anno. Gli stranieri però devono risultare presenti sul territorio nazionale alla data dell’8 marzo 2020, senza che se ne siano allontanati dalla medesima data, e se chiedono il permesso per ricerca lavoro devono aver svolto attività come braccianti colf e badanti. Facile intuire quante sono le persone escluse dal decreto e dai precedenti decreti sicurezza che sono ancora lì e che il governo non ha voluto cancellare. Persone che da anni vivono nella miseria e nel ricatto sociale, messi nelle condizioni di non avere gli strumenti per rivendicare i propri diritti né di poter condurre una vita dignitosa, ma garantendo cibo sulle tavole Italiane ed enormi profitti per la Grande Distribuzione Organizzata. Molti saranno costretti a pagare il contributo che spetterebbe al datore di lavoro, e a comprarsi anche il contratto.

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Squallidamente palese che l’importante è salvare frutta e verdura lasciando marcire al loro posto le persone.

Contro tutto questo ieri si sono mobilitati i braccianti dell’agricoltura, con uno sciopero nazionale  con manifestazioni e presidi in varie città italiane. In particolare nel foggiano i braccianti partiti da Torretta Antonacci (San Severo) hanno attraversato le campagne.

“Lottiamo per smettere di essere invisibili” spiegano i lavoratori, “per un salario dignitoso e accesso ai servizi sociali fondamentali come casa, salute, trasporti”.

Lo sciopero dei braccianti chiama in causa la filiera internazionale di produzione e distribuzione del cibo. È uno sciopero rivolto non solo a caporali ma anche alla Grande Distribuzione Organizzata e ovviamente al governo, a cui si chiede la fine di un modello  di produzione agro-alimentare incentrato sulla logica dell’esportazione e del l profitto di pochi, mentre gran parte della popolazione della terra non riesce a soddisfare il bisogno giornaliero di cibo e acqua.

 

Non va dimenticato che la proposta di una sanatoria non nasce con la pandemia: sono state ben  7 sanatorie le sanatorie varate tra il 1986 al 2012, andando a costituire, in assenza di una precisa politica di controllo sui flussi in ingresso,l’unica e ciclica soluzione strutturale adottata dai diversi governi, di destra e di sinistra. Solo a partire dall’emergenza Nord Africa, a causa del successo delle narrazioni più razziste e xenofobe, si è inaugurato il lungo periodo di vuoto normativo in cui per chi era irregolare in Italia non esistevano canali di regolarizzazione, se non quello, fallimentare, della protezione internazionale. 

Va infine sottolineata come, nel dibattito politico mainstream, il ruolo delle lotte autorganizzate sia stato costantemente rimosso. A porre con forza il  problema dei documenti, ben prima delle associazioni padronali, è stata la lotta del 6 dicembre, quando centinaia di braccianti africani, sostenuti da qualche solidale, hanno bloccato il porto di Gioia Tauro e la zona industriale di Foggia, obbligando il ministero dell’Interno a discutere, in tempi non sospetti, i termini di una regolarizzazione. L’attuale proposta di sanatoria non può essere compresa se non in relazione ai giorni immediatamente successivi a quel 6 dicembre, quando Luciana Lamorgese confermava, in parlamento, la volontà di procedere a una sanatoria.

 

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