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Articoli filtrati per data: Thursday, 21 Maggio 2020

Sono lavoratori e lavoratrici della scuola. Lo scorso 20 maggio si sono ritrovati davanti l'assessorato alle politiche sociali per uscire dall'invisibilità. Sono gli assistenti ai ragazzi disabili e svolgono un ruolo fondamentale che sorregge l' intera struttura scolastica, ma nella piramide lavorativa sono
gli ultimi degli ultimi.



La complessità della loro posizione lavorativa è indice della loro precarietà e dell'ingiustizia che devono subire. Sono assunti da cooperative con contratti ad ore a tempo determinato o indeterminato e grazie al jobs act se non lavorano non vengono pagati. Ecco perchè spesso d'estate svolgono altri lavori, (in nero ovviamente), perchè in teoria sono assunti ma non possono
percepire la disoccupazione. Gli ex AEC svolgono un servizio che è stato smantellato ed esternalizzato da decenni. Il comune di Roma indice ogni due/tre anni bandi di gara per appaltare il servizio alle cooperative sociali, e gli operatori e le operatrici si ritrovano così a passare repentinamente da una cooperativa all'altra dovendo sottostare a tutte le modifiche che ciò implica di volta in volta. Parliamo di migliaia di lavoratori in tutta Roma.IMG 20200520 114944

Da circa tre anni è sorto a Roma un comitato autorganizzato di lavoratori e lavoratrci riunitosi nel “Comitato romano AEC” che si è fatto promotore, grazie anche ai sindacati di base, di uno sciopero che ha visto il 70% di adesioni. La richiesta era ed è stata una: l'internalizzazione. Basta con i cambi di cooperative, con gli appalti, con il contratto ad ore. Il loro lavoro è di pubblica utilità ed è il Comune che se ne deve occupare.

Ma perchè il Comune usa le cooperative per un lavoro così essenziale? Roma Capitale è in crisi da parecchi anni, mette a bilancio i soldi per le cooperative degli ex Aec e questi soldi tardano sempre ad arrivare. Le cooperative più solide pagano i lavoratori tramite prestiti bancari che vengono elargiti in attesa di essere rimborsati dal Comune di Roma. Questo genere di meccanismo non vale solamente per gli ex Aec ma per tante cooperative di servizi del Comune. Se il Comune internalizzasse tutti i lavoratori probabilmente non potrebbe pagarli in tempo e si creerebbe una crisi potentissima. Le cooperative in realtà ammortizzano questo sistema di
debito.

Con lo scoppio del lockdown nonostante le direttive regionali e ministeriali per lo sblocco dei fondi a bilancio nelle casse delle amministrazioni, il Comune di Roma non sta erogando i soldi necessari al pagamento degli stipendi degli ex AEC. Il risultato è che dal 4 marzo molti lavoratori e lavoratrici non percepiscono alcuno stipendio, nessuna disoccupazione, nessun bonus, nessun sostegno. Siamo di fronte all'assurdo.
IMG 20200520 115414 Tutto ciò che in questo paese ruota intorno ai rottami del welfare si basa essenzialmente sul sacrifico delle persone. I lavoratori e le lavoratrici vengono sottopagati e maltrattati con il ricatto che li tiene legati del servizio essenziale che svolgono. Il Comune di Roma come tutto il bel paese fa leva sul lavoro di cura per garantire una tenuta sociale perchè fa da collante a tutto ciò che è essenziale per la nostra vita, per la nostra riproduzione sociale. Se molliamo la presa, cade tutto. Personale sanitario, personale della scuola, operatori sociali, volontari se mollano loro cade tutto.

Allora la domanda è: cosa o chi permette la tenuta?

 

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Pubblichiamo il comunicato di solidarietà promosso dalla Rete cittadina Stop Decreti Sicurezza e dalla Associazione Bianca Guidetti Serra a cui hanno aderito molte realtà bolognesi.

 

 

Il 13 maggio a Bologna sette compagne e compagni anarchic* sono stati arrestati e altr* cinque sottopost* ad obbligo di dimora con l’accusa assurda di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico.

Si tratta di compagne e compagni che negli ultimi mesi si sono distint* per aver espresso solidarietà ai detenuti e ai loro familiari di fronte ai  14 morti nelle rivolte di marzo, e in un momento in cui le carceri sovraffollate sono diventate immensi focolai di contagio.

Stupefacenti le dichiarazioni della Procura, che giustificano un’imputazione abnorme sulla base di un unico fatto specifico, il danneggiamento di un ponte ripetitore nel 2018, la cui attribuzione è tutta da dimostrare. Bizzarro che a distanza di due anni si tiri fuori questa inchiesta, come un coniglio dal cappello, proprio nel momento in cui  si allarga la solidarietà ai detenuti. Il messaggio è chiarissimo: su ciò che succede nelle carceri vige l’obbligo del silenzio, sulle violenze subite dai detenuti, sui trasferimenti punitivi, sull’assistenza e prevenzione sanitaria inesistenti, sull’estendersi dell’epidemia e i morti di Covid dietro le sbarre.

Un altro elemento che emerge con chiarezza dal comunicato della Procura è l’invenzione di un nuovo reato: quello di opposizione politica. Viene contestata agli indagati la loro attività contro i centri per la deportazione forzata dei migranti e l’adesione alle campagne anticarcerarie, considerando come fatti eversivi l’organizzazione di manifestazioni non preavvisate, le scritte sui muri, la realizzazione e diffusione di opuscoli, articoli e volantini. Pratiche consuete e diffuse di tutti movimenti di lotta, da chi difende i territori dalle devastazioni ambientali, a chi si muove per affermare il diritto alla casa, al reddito, agli spazi sociali, alla dignità del lavoro. Quanta ipocrisia nelle istituzioni che si esprimono contro il regime militare egiziano che incarcera lo studente Patrick Zaki per reati di opinione, e restano in silenzio in patria davanti a degli arresti di cui la stessa Procura dichiara la natura preventiva, al fine di  impedire che, come annunciato recentemente anche dal ministro Lamorgese, ogni atto di resistenza possa rapidamente diventare un ‘focolaio di tensione’. Un’ammissione che pesa come un macigno sull’agibilità democratica di questo paese e che vuole lanciare un avvertimento minaccioso: ognuno di voi, tanto più se collettivamente organizzato, è pericoloso, perché un paese ridotto in miseria è una gigantesca polveriera e la finzione dello “Stato di diritto” finisce qui. Quanto disgusto, inoltre, per una stampa prona al potere che diffonde comunicati della Procura senza nessun spirito critico. L’utilizzo spregiudicato delle veline confezionate ad arte dalla questura da parte della stampa non fa che confermare questo disegno. Insistere sul fatto che chi percepisce il reddito di cittadinanza non abbia il diritto di protestare contro lo stato che glielo eroga è un monito che viene lanciato verso tutti i soggetti sociali che stanno pagando i costi della pandemia e per i quali le briciole stanziate dal governo non saranno sufficienti. Il messaggio è chiaro: non sputare nel piatto in cui mangi anche se mangi merda e guai ad organizzarti per cambiare le cose! In questa logica perversa solo i ricchi hanno il diritto di fare politica (Confindustria docet) e quelli che dovrebbero essere in potenza diritti universali ad una vita dignitosa diventano privilegi di colpevoli fannulloni.

Questi processi trovano radici ben profonde  anche nei vari decreti in materia di sicurezza  e immigrazione. Dalla chiusura dei porti, alla criminalizzazione di chi è solidale e di chi dimostra dissenso ribadiamo la necessaria abrogazione di tali decreti.
Esprimiamo la nostra piena solidarietà agli arrestati e alle arrestate, con la ferma convinzione che oggi più che mai è necessario continuare la lotta.

 

Rete cittadina Stop Decreti Sicurezza

Associazione Bianca Guidetti Serra
Associazione di Mutuo Soccorso per il diritto di espressione
Associazione Primo Moroni
Circolo Anarchico Berneri
Làbas
Laboratorio Crash
Laboratorio Smaschieramenti
Noi Restiamo, Potere al Popolo – Bologna
Rete bolognese di iniziativa anticarceraria
Rete dei Comunisti
SGB – Sindacato Generale di Base
Si Cobas
TPO
USB – Federazione del Sociale

Connessioni Precarie
Vag61
XM24

Coordinamento Migranti

 

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La scorsa settimana abbiamo parlato della drammatica situazione nelle comunità dei nativi americani con particolare attenzione a quello che sta succedendo nella riserva governata dalla tribù dei Navajo. 

In questi giorni, i media si sono concentrati sulle tensioni nate tra il governatore del Sud Dakota, Kristi Noem, e i Sioux. Da inizio Aprile I leader dei Sioux hanno stabilito numerosi checkpoint sulle vie di accesso alla riserva per cercare di arginare il diffondersi del virus nelle loro comunita’. Una decisione che sembra aver dato buoni risultati se si considera che nella riserva ad oggi sono stati registrati solamente tre casi di persone infette. 

Al contrario, lo stato del Sud Dakota ha registrato piu’ di 3.600 casi e almeno 39 decessi. Una differenza che puo’ essere spiegata con il fato che il Sud Dakota e’ uno degli otto stati americani che non hanno dichiarato il lockdown.

La scorsa settimana  Noem aveva dato un ultimatum di 48 ore per la rimozione di tutti i checkpoint, ma la communita’ Sioux si e’ rifiutata.

Nei gironi seguenti, il governatore e’ tornato su suoi passi anche perche’ i rapporti con le tribu’ dei nativi americani e’ prerogativa del governo federale in quanto le riserve sono territori autonomi. 

L’abbassamento dei toni e’ anche dovuto al fatto che i Sioux  e lo stato del Sud Dakota hanno un passato abbastanza burrascoso. Negli anni 70’s infatti proprio in questa riserva e’ stato arrestato il prigioniero politico Leonard Peltier accusato di aver ucciso due agenti dell’FBI proprio durante uno stand off tra rappresentanti dell’American Indian Movement e il governo federale.

College cercano di ottenere l'immunità 

Intanto continua il dibattito su come entrare nella fase 2 senza creare una ulteriore emergenza sanitaria.

La scorsa settimana durante una video conferenza, i rappresentanti di 14 college e universita’ americane hanno chiesto al vice presidente Mike Pence e alla ministra dell’educazione Betsy DeVos di passare una legge che garantisca una sorta di immunita’ contro qualisasi richiesta di danni da parte di studenti or lavoratori che si ammaleranno al momento della riapertura dei campus.

Dopo i produttori di carne quindi anche i presidi delle universita’ hanno cominciato a chiedere protezioni legali in cambio di una riapertura delle universita’ gia’ a fine agosto.

Come gia’ discusso nelle precedenti corrispondenze, la riapertura del paese e’ una priorita’ per Trump e il partito repubblicano. Entrambi infatti considerano una possibile ripresa economica l’unica strategia per poter vincere le elezioni presidenziali di fine novembre. 

Per questo motivo il rappresentante dei Repubblicani al Senato, Mitch McConnell ha gia’ dichiarato che nessun nuovo pacchetto di aiuti economici verra’ votato al senato se non include anche una qualche immunita’ legale per datori di lavoro, industriali e universita’.

In pratica il partito repubblicano stia usando l’approvazione dei pacchetti di aiuti economici come moneta di scambio per forzare i vari stati a riaprire. Ricordiamo infatti che secondo la costituzione Americana, gli stati e non il governo federale hanno il potere di ordinare la fine del lockdown. 

Ma come ha dichiarato in una recente conferenza stampa il leader dei repubblicani gli stati non possono da una parte ricevere gli aiuti federali e dall’altra rifiutarsi di allentare i lockdown.

Intanto sindacati e altre organizzazioni in difesa dei lavoratori e lavoratrici hanno criticato la posizione del partito repubblicano sottolineando come il vero problema sia la mancanza di linee guida x la riapertura da parte del governo federale.
 

Tesla

Ma i repubblicani non sono gli unici a sostenere che e’ arrivato il momento di riaprire tutto. La scorsa settimana Elon Musk, CEO of Tesla, la famosa marca di macchine elettriche, ha deciso di sfidare apertamente lo Stato della California e riaprire l’impianto vicino a San Francisco. 

In una serie di Tweet e una denuncia, Musk ha minacciato di trasferire l’impianto e gli oltre 100 mila posti di lavoro in un altro stato se la contea di Alameda non gli permettera’ di riaprire al piu’ presto.

In realta’ Musk non ha aspettato la risposta e come alcune fotografie satellitari dimostrano, gia’ lo scorso weekend il parcheggio dell’impianto risultava pieno di macchine a dimostrazione che la catena di montaggio era gia’ ripartita.

Ricordiamo che Musk aveva gia’ cercato di forzare la mano rifiutando di chiudere lo stabilimento ad inizio marzo quando le contee situate vicino a San Francisco avevano deciso di dichiarare il lockdown. Dopo varie trattative, Musk decise di farlo ma ormai era gia’ passata una settimana.

Un portavoce della contea ha detto che sono state aperte delle trattative con Tesla per cercare un compromesso. Il fatto che Musk abbia cancellato molti dei tweet di minaccia che aveva pubblicato sembra confermare che i colloqui siano effettivamente cominciati. 

Alcune indiscrezioni parlano di un piano di riapertura presentato dalla Tesla nella quali si descrivono le misure che verranno adottate per la salvaguardia dei lavoratori e lavoratrici. 

Il piano e’ stato accolto con freddezza dai sindacati. Il fatto e’ che gli operai dello stabilimento Californiano non erano al sicuro neanche prima dell’arrivo del virus. Infatti gia’ nel 2018 un’indagine giornalistica aveva rivelato come gli infortuni negli stabilimenti Tesal fossero ben piu’ numerosi di quelli ufficialmente dichiarati dalla casa automobilistica e al di sopra della media nazionale. Accuse che spinsero lo stato della California a convocare Elon Musk per chiedere chiarimenti.

Industrie sul confine messicano-americano forzate a rimanere aperte

Ma la questione della riapertura delle industrie non riguarda solamente le industrie negli Stati Uniti. 

Sin dall’inizio della crisi,  il governo Messicano ha ricevuto molte pressioni da parte degli Stati Uniti perche’ tenesse aperti i piu’ di 6 mila stabilimenti di proprieta’ di industriali americani situati vicino al confine con gli Stati Uniti. 

Molte di queste industrie hanno chiuso solamente per alcuni giorni senza peraltro introdurre alcune misura sanitaria d’emergenza per proteggere gli operai dal virus. 

Non sorprende quindi che molti di questi stabilimenti abbiano avuto un ruolo importante nella diffusione del virus nell’area di confine con il caso piu’ drammatico nello stabilimento tessile di proprieta’ dell’americana Lear Corp dove almeno 18 operai sono morti a cause del virus.

Come in altri paesi, anche in Messico sono autorizzati a rimanere aperti solamente gli stabilimenti che producono generi di prima necessità ma la maggior di questi stabilimenti hanno contratti per forniture militari per il Pentagono. 

Recentemente l’ambasciatore Americano in Messico ha pubblicato un tweet in cui sosteneva la necessita’ di trovare un modo di salvaguardare la salute dei lavoratori senza interrompere l’arrivo delle forniture negli Stati Uniti.

I leader dello stato messicano di Baja California, uno degli stati con il piu’ alto numero di industrie di proprieta’ americana,  hanno ribadito che gli stabilimenti che vogliono riaprire dovranno rispettare le direttive sanitarie date dal governo ma i sindacati hanno sottolineano come in Baja California, uno stato che si estende per piu’ di 70 mila chilometri quadrati, ci siano solamente 15 ispettori addetti ai controlli.


Situazione economica

Chiudiamo questa corrispondenza con un breve sguardo alla situazione economica negli Stati Uniti. 

Il numero di persone che hanno fatto domanda per l’assegno di disoccupazione ha ormai superato i 36 milioni. Mentre il capo della banca centrale americana, Jerome Powell ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che questa crisi economica sta colpendo maggiormente le fasce più deboli della società. 

Durante una conferenza stampa, Powell ha infatti sottolineato come il 40% delle famiglie con un reddito annuo inferiore ai 40 mila dollari hanno perso il lavoro.  

Numeri di questo genere di non si vedevano dai tempi della depressione degli anni 30 e gli esperti cominciano a descrivere scenari catastrofici per il futuro del paese. 

Secondo uno studio pubblicato dalla Columbia University, gli Stati Uniti potrebbero registrare un aumento del numero dei senzatetto del 45% in un solo anno.

Non sorprende quindi che con settimane di ritardo il Congresso a maggioranza democratica abbia approvato un nuovo pacchetto di aiuti destinati proprio ad evitare una devastante crisi abitativa.

Il piano prevede lo stanziamento di oltre 100 miliardi di dollari in aiuti per le famiglie che hanno problemi a pagare l’affitto. Altri 11 miliardi sono stati invece stanziati per programmi in supporto delle persone che la cass l’hanno gia’ persa. 

Il partito Repubblicano ha gia’ detto pero’ che non approvera’ il piano proposto dai democratici sostenendo che ancora non si hanno i dati per valutare gli effetti dei primi due pacchetti approvati nelle scorse settimane e che quindi una nuova iniezione di fondi e’ prematura.

In realta’, come abbiamo gia’ detto in precedenza, i repubblicani vogliono usare l’approvazione di queste misure come moneta di scambio per forzare gli stati ad allentare i lockdown.

Il ricatto probabilmente funzionera’ perche’ gli stati hanno un estremo bisogno dei fondi federali. 

Entro il prossimo mese infatti gli stati dovranno approvare il bilancio per il prossimo anno e molti governatori hanno gia’ annunciato pesanti tagli per quello che riguarda l’educazione, sanita’ e servizi sociali.

Le prossime settimane ci diranno quindi come gli Stati Uniti pensano di uscire da questa crisi. Da una parte c’e’ l’arroganza di imprenditori come Elon Musk e Jeff Bezos e le strategie politiche dei repubblicani, dall’altra la disperazione di milioni di persone pronte a rischiare la propria vita per riuscire semplicemente a sopravvivere. 

Da Radio Onda RossaRadio Onda Rossa

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Palestina: “di fronte alle politiche predatorie di Israele e Stati Uniti” il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ha annunciato “la fine di tutti gli accordi con i due paesi e affermato che  Tel Aviv, come potenza occupante, è ritenuta responsabile dei territori che occupa”.

E’ questa la risposta dell’Anp all’intenzione del neogoverno israeliano (quello di accordo tra Netanyahu e Gantz) di annettersi unilateralmente altre parti del territorio occupato della Cisgiordania, soprattutto lungo la Valle Del Giordano sulla scorta del contestatissimo accordo di gennaio tra i due paesi, definito da Tel Aviv e Washington il (sedicente) “piano di pace del secolo”.

La mossa di Abu Mazen non ha provocato, al momento, particolari reazioni da Tel Aviv: non è infatti la prima volta che l’Anp minaccia la fine degli accordi, che riguardano la “sicurezza”, l’economia e molte altre questioni.

Cosa potrebbe accadere ora?

Il commento di Francesco Giordano, compagno di Fronte Palestina. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Spoiler.

26 marzo 2020. In principio fu a Palermo: un po' di famiglie di quartiere in passaparola vanno a fare la spesa minacciando di non pagare. Giornalisti e carabinieri si precipitano a inquadrare la questione sociale del momento. Il lockdown blocca l'accesso al reddito di una vastità di popolazione che campa a giornata e che, senza aiuti e senza sussidi, promette di tradire il principale patto del nostro assetto sociale, l'accesso alle merci in cambio di denaro.

Pochi giorni dopo, la direzione del centro commerciale “conca d'oro” situato a margine del quartiere “zen 2” di Palermo, “dona” assieme alla locale caserma dei carabinieri, tremila euro di buoni spesa in tagli da 50 euro l'uno a 60 nuclei familiari individuati dal programma di contrasto ala povertà assoluta dell'associazionismo locale. Vogliono dare “un aiuto concreto a coloro che a causa dell'emergenza sanitaria si sono ritrovati nell'incapacità di assicurare un pasto caldo per sé e i propri cari”. Così dicono. Più pragmaticamente, vogliono evitare di essere un obiettivo sensibile delle proteste dei “cattivi pagatori”. E' l'inizio di una nuova contrattazione che vede nel decreto del 29 marzo di Conte la ratifica di un “salvagente” dell'ordine sociale. Il governo istituisce la misura -  universale su tutto il territorio ma declinata in maniera variabile nei migliaia di comuni - dei “buoni spesa” e dei “pacchi alimentari” smistati dalla protezione civile e dalle altre “grandi” del volontariato, croce rossa in testa.

Carrellata.

Nei piccoli e medi comuni e nei paesi del sud si esprimono le prime tensioni e la fragilità  istituzionale della promessa di “non lasciare nessuno indietro”. Ortanuova, in provincia di Foggia. Decine e decine di abitanti del paese si ritrovano sotto il comune e prendono a calci le porte del municipio. Vogliono sapere quando arrivano i buoni spesa. Non accettano ulteriori scuse né ritardi.

A Sant'Antimo e in altri comuni del napoletano si danno spontaneamente presidi e proteste dalla prima metà di aprile, contro esclusioni e inefficienze nella comunicazione delle graduatorie. A Quarto, Napoli nord, addirittura i carabinieri intervengono e denunciano alcuni dei presenti. 

In provincia di Messina, a Sant'agata di Militello, stesse scene. Raggruppamenti istintivi per pretendere risposte contro gli odiosi criteri che escludono centinaia di famiglie. Passano le settimane e.. il piatto piange. La cassa integrazione promessa, arriva a solo un quinto degli idonei su tutto il territorio nazionale. È già passato un mese e mezzo dal lockdown e gli unici aiuti credibili sembrano essere questi buoni spesa. Sono incaricati i comuni, con i loro municipi e servizi sociali nell'erogazione. Solo a Milano più di 36mila famiglie chiedono l'accesso a questa misura. Lo riceveranno solo in quindicimila. E si parla di un bonus unico dai 150 ai 300 euro a seconda del nucleo familiare, non reiterabile, per fare la spesa.  21 mila nuclei invece sono esclusi.. per mancanza di fondi. Rispetto a chi era già abituato a fare i conti con la “maledizione del chiedere un aiuto”, quella che si affaccia nel mese di aprile è una vera e propria nuova valanga sociale, stordita dalla chiusura dei rubinetti della liquidità, impossibilitata a fatturare, a riscuotere e quindi a consumare nella forma precedente.

Controluce.

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Ci si ammassa fuori ai discount e ai grandi supermercati, dove le misure di distanziamento sociale per i “clienti” si scontrano con la mancanza  di adeguati dispositivi di sicurezza per le dipendenti,  le cassiere, i magazzinieri, e con lo stress provocato dall'allungamento dei turni di lavoro. Sono lontani i ricordi delle musiche soavi dagli altoparlanti che stimolano i sensi all'acquisto gratificante. Adesso quegli stessi megafoni ripetono con voce metallica le necessarie procedure di sicurezza. E fuori le “file” si scompongono spesso e volentieri in capannelli agitati dove si trova sempre qualcuno che alza la voce più degli altri. “Il virus l'hanno fatto in laboratorio i cinesi, anzi gli americani. Devo andare a fare una visita ma me l'hanno spostata. Mia nipote è infermiera non vede la sua figlia ha paura del contagio. Mio figlio non riscuote la cassa integrazione. Per quella là  gliel'hanno pagato il riscatto a noi invece niente.” Frammenti di senso comune condensati nei piazzali in attesa di poter riempire il bagagliaio di sacchi di spesa, o forse no questa volta. Nel frattempo i prezzi dei beni alimentari crescono in media del 10 per cento ed i guadagni della grande distribuzione sono aumentati talmente tanto che i giganti del commercio - primi responsabili della nocività del sistema agroindustriale (concausa dell'esplosione corona-virus) - si sono sentiti in dovere di realizzare una serie di spot tv per ringraziare preventivamente le masse della rinnovata fidelizzazione. Pure per il culo ci prendono.

Panoramica. 

Nelle ultime settimane è un susseguirsi di mobilitazioni. Prendono corpo da nord a sud del paese, qui con più frequenza. Sono composte da volontari e famiglie, da giovani e da cassaintegrati. Hanno tutte lo stesso ritmo e parlano tutte lo stesso linguaggio, quello della semplice e dirompente incazzatura di chi non ha più i soldi per comprare le cose necessarie a sopravvivere, quello di chi si è stancato di veder finire troppo presto gli aiuti che solo le comunità sono state in grado di racimolare.

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A Catania il comitato casa-reddito-lavoro organizza dal basso la distribuzione alimentare. Lì le famiglie si conoscono e decidono di piazzarsi di fronte ai servizi sociali; pretendono risposte positive alle domande di buoni spesa, e non le solite giustificazioni dell'inefficienza burocratica e della mancanza di fondi. Circa diecimila nuclei infatti sono condannati al purgatorio degli “idonei non assegnatari”. A Cosenza dopo aver sopperito in modo straordinario, dal basso, con la solidarietà di quartiere, con i piccoli negozianti, con gli ultras, le associazioni, i comitati di lotta cittadini si piazzano di fronte al municipio. Vedono quel portone mezzo aperto e le mezze risposte delle istituzioni non sono più sufficienti a sfamare un'intera città sull'orlo della disperazione. Si prova a entrare in quel portone, si è costretti dalla questura a tornare indietro. Per ora. A Roma sono partiti al Quarticciolo, dai comitati e dalle palestre popolari gli abitanti diventano volantari per non fare appassire la borgata. Nella capitale la truffa dei buoni spesa, a decine di migliaia non consegnati, diventa troppo grande per essere sostenuta dalla generosità del popolo. Vengono accatastate decine e decine di cassette dove per due mesi sono state trasportate centinaia di spese alimentari alla gente del quartiere e non solo. Per protesta. Anche negli altri rioni si susseguono cortei e presidi. Al Tufello, a san Basilio, a Roma nord ovest si denuncia in piazza e in rete che non si può andare avanti così. Che i buoni spesa devono essere estesi, devono essere consegnati, devono essere eliminate le odiose distinzioni tra i meritevoli e no.  

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A Torino, quartiere Aurora, sono settimane che va avanti in piena emergenza Covid, l'attività del Comitato. Aiutare, segnalare, informare, condividere, redistribuire risorse. Qualche giorno fa di fronte alla circoscrizione erano tante le persone che hanno preteso risposte in merito ai buoni spesa. 8mila esclusioni. Le cause sono le medesime: se nel tuo nucleo c'è qualcuno che riceve altri (miseri) contributi, come la pensione sociale, poche decine di euro del reddito di cittadinanza, o se aspetti la cassa integrazione (da più di due mesi!), non ti spetta il buono spesa. Prendono parola coi megafoni e con i cartelli, si fanno sentire bucando la spregevole indifferenza degli apparati amministrativi, che sul risparmio ottenuto tramite discriminazioni hanno fondato leggi e regolamenti oggi più che mai percepiti come assurdi per la maggior parte della popolazione.

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Messa a fuoco.

Anche negli agglomerati urbani fondati sulla logistica o sulla produzione del tessile, come a Piacenza e a Prato, sono tante le richieste di buoni spesa insoddisfatte dalle amministrazioni. Qui le raccolte alimentari, l'organizzazione delle donazioni di beni di prima necessità, hanno preso consistenza a partire dalle comunità operaie organizzate col sicobas. Nel distretto del tessile a migliaia sono rimasti a casa senza sussidio: i lavoratori sono per lo più richiedenti asilo ed in duemila con il problema della residenza non hanno potuto neanche accedere al buono spesa. Impressionante il disequilibrio tra la ricchezza prodotta da questi operai nella filiera della moda e la miseria a cui sono condannati non appena “non possono produrre”.“Chi siamo se non produciamo?” scrivevano qualche anno fa gli studenti sugli striscioni nelle scuole superiori, per pretendere rispetto e considerazione dal sistema scolastico, indipendentemente dalla valutazione. Adesso si potrebbe aggiungere.. “cosa mangiamo se non produciamo?” E' su questa contraddizione ridisegnata su scale geografiche e caratteristiche sociali differenti che si fonda la pratica di centinaia di individui, riuniti in vecchie e nuove collettività, della raccolta alimentare. In metropoli come quelle di Milano o Roma, piuttosto che nelle città più piccole come Perugia o Pisa, squadre di ragazzi, donne e uomini, cercano di immagazzinare tramite offerte, donazioni, autotassazione quante più risorse possibile. La distribuzione avviene nei centri di quartiere o a domicilio. Sono volontari che riflettono su di sé la tensione di questa crisi. Raccattare gli scarti industriali della produzione alimentare, convincere i benestanti a frugarsi, socializzare i costi della crisi tra chi ha già poco, sono opzioni differenti che coabitano nello stesso movimento di collaborazione. Di questa miriade di progetti di azione sociale è importante la traiettoria, lo scopo e come si realizza

Infatti in Italia l'assistenza ufficiale è una grande impresa che struttura il mercato della “solidarietà”. E' il governo che la sponsorizza per attutire gli spiriti bollenti di una classe proletaria in astinenza di consumo e liquidità. Centinaia di associazioni sul territorio nazionale che vedono centinaia di volontari coordinati in maniera centralizzata secondo i diktat che impartiscono gli enti locali assieme a protezione civile e croce rossa. Per impedire una effettiva redistribuzione delle risorse, per corrispondere pacchi alimentari come merci, per inibire il confronto e la collaborazione tra chi aiuta e chi è aiutato, per non favorirne l'aggregazione. Ma la gestione sociale del Coronavirus nella “fase due” è tarata su un'emergenza. Invece il mondo “di quelli di sotto” è in via di espansione e la crisi della liquidità, l'insolvenza, cambieranno violentemente l'accesso ai consumi in modo duraturo. Ed anche gli sforzi effettivi dell'assistenza, quelli pagati in prima persona dagli operatori di strada delle associazioni del terzo settore, non sono affatto ripagati dalla “missione” svolta. Non serve aspettare di veder finire “gli aiuti”, è sufficiente l'elenco delle privazioni e delle ingiuste sofferenze cui la nostra gente è sottoposta già adesso, per sentirsi strettissimo il vestito del missionario.

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Dissolvenza.

Inutile girarci troppo attorno: dalla crisi corona-virus in poi la possibilità di nutrirsi e fare la spesa nello stesso modo di prima, verrà compromessa per milioni di persone. L'accesso al reddito non è l'unica motivazione. Produzione, logistica, commercio agro-alimentare compongono una delle più estese e nocive filiere globali. Il “rischio contagio” ha determinato smottamenti profondi in tutte le sue articolazioni: mancanza di forza lavoro per la raccolta dei prodotti, rallentamento/deviazione delle rotte dei rifornimenti internazionali dei prodotti a basso costo, regolazione del flusso dei clienti nei centri commerciali, affaticamento delle lavoratrici e lavoratori facchini, commessi, magazzinieri resi “indispensabili” al mantenimento del servizio essenziale. Nella fase “due”, i compromessi al ribasso nella regolarizzazione dei braccianti extracomunitari, la mancanza dei dispositivi adeguati di protezione, i salari da fame per mantenere il commercio “competitivo” e la radicalizzazione della crisi dei “consumatori” sono solo alcuni dei fenomeni correlati che stanno già aprendo a macchia di leopardo brecce di contestazione all'egemonia del sistema della grande distribuzione organizzata.

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Massive: folla in movimento.

Lo spazio della crisi viene rappresentato più da Papa Francesco che dalle istituzioni dello Stato, non a caso la Caritas è da tempo il regista delle proposte “sociali”. Questo magma va dalle Partite Iva ai venditori ambulanti, dal parrucchiere pieno di debiti al richiedente asilo impiegato nelle concerie. Ma viene descritto come “indigenza”, come “povertà”, come bisognoso di cure e assistenza. Tutto ciò con un unico fine: spersonalizzarlo, governarlo, scongiurarne le possibilità di lotta, per attutire i contraccolpi di questa nuova Grande-crisi senza modificare la direzione “già” scritta dalle classi dirigenti nel destino celeste delle valutazioni economico finanziarie. Le stesse che hanno imposto finanziamenti di miliardi di euro a pioggia solo per le grandi imprese multinazionali.

In questo spazio invece c'è il ribollire dei – non uno ma cento - conflitti sociali. Non quelli idealizzati nelle memorie letterarie militanti degli “espropri proletari” nei tempi che furono, che rivendicavano il diritto al lusso. E neanche la pacifica collaborazione tra settori di classe diversi ma solidali tra loro – senza scontri. Quello che s'intravede è il violento premere sui canali di accesso delle risorse esistenti. La folla consumatrice potrà cedere il passo allo sgomitare di nuove tribù in feroce concorrenza tra loro, ridefinendo gerarchie e mercati anche dello “scadente” per i più poveri. Oppure... c'è la lotta sul consumo come nuova lotta di classe al tempo dell'insolvenza di massa. Cosa si sta radicalizzando come percezione, come sentimento, per coloro che hanno difficoltà a fare la spesa, per coloro che sono costretti a “privarsi” della serenità di acquistare tutto l'occorrente? L'attenzione malfidata nella scelta dei prodotti, l'immorale beffa della crescita dei prezzi alimentari, il disgusto e la repulsione nei confronti dell'imperativo resiliente contenuto negli spot pubblicitari. E di fronte a tutto ciò, la piena delegittimazione dello Stato e dei suoi Governi nell'incapacità di proteggere i consumi necessari, anche nel verso di calmierarne i costi, di fronte allo strapotere dei Creditori.

Verso il sequel.

“Questa sera ho mangiato un'insalata per lasciare la carne a mio figlio e credo di non essere l'unica, sapete dove potete mettervi le lacrime?” Durante l'ultimo discorso di Conte in digital-visione, la sera del 13 maggio, scorrono i commenti social sotto alla diretta che annuncia le nuove misure della “riapertura”. Il bersaglio diretto è contro il “piantino” della ministra Bellanova per la minisanatoria approvata per reclutare braccia nei campi di raccolta. Ma l'obiettivo e il soggetto interpretano una amarezza profonda data dalla privazione cui sono sottoposte milioni di persone in Italia, che non sentono di meritarsi le disgrazie che stanno subendo. Siamo al terzo mese di assenza di entrate. La scarsità di soldi è una vera tribolazione interiore, un profondo sconquasso emotivo, ed una terribile fonte di ansia. Ha degli effetti diretti, ed il cibo è il primo immediato bisogno dalla cui soddisfazione si misura molto la qualità del proprio vivere. Fare i conti in fondo al mese, fare i conti alla settimana, fare i conti ogni giorno, farsi i conti in tasca ad ogni spesa.

protesta san basilio

C'è una domanda politica fondamentale che aleggia dentro la crescente difficoltà a consumare: chi e come si risponderà a queste richieste di aiuto? La disabitudine ad ascoltare i problemi, a riconoscere quelli degli altri come nostri, a individuare delle soluzioni praticabili senza ricadere in circuiti di scambio monetario o di prestazione è la disabitudine a percepirci non come singoli individui ma come specie, come insieme sociale, come collettività. E nessun artificio teorico risolverà questo nodo, senza che si sappia scorgere nelle trasformazioni che questa crisi sta causando le nuove relazioni che combinano in modo differente le persone l'une con le altre. Ma la generosità nasce sugli alberi? Se l'individuo si vive come impresa in concorrenza con gli altri, la repentina corsa verso il fallimento obbliga a guardarsi attorno, per cercare appigli per “risalire”.  Chissà se in ogni condominio o in ogni borghetto c'è qualcuno che si presta a indirizzare il superfluo al necessario... di sicuro in cento città d'Italia giovani disoccupati, studenti, donne e uomini si dedicano a rispondere al telefono dopo aver fatto circolare il numero sui volantini nei portoni delle case, dei negozi o sulle bacheche dei gruppi sei di xxx se.. Rispondono prontamente laddove i centralini dei servizi istituzionali sono staccati, squillano a vuoto o rispondono dicendoti di chiamare altri numeri inesistenti. Nelle chiamate di questi circuiti popolari dell'assistenza le famiglie raccontano i propri drammi, rompono la vergogna e tracciano gli obiettivi delle lotte a venire. "Non mi è arrivata la cassa integrazione. La banca non mi ha sospeso il mutuo. L'Enel mi vuole staccare la luce. I buoni spesa non mi sono arrivati o sono già finiti." Un'economia dell'insufficienza descrive la controparte creditizia. Da questa parte invece, il centralino non è la fredda logistica dei flussi di dati, ma il materiale dispositivo di inchiesta dei rapporti sociali. Ci si sbatte per creare legami, per conoscere, per acquisire un surplus di sapere capace di traghettare la confusione dell'angoscia in percorsi di organizzazione. Gestire le informazioni allora diventa l'esigenza di condividere, di protestare per mettere in luce la disparità di trattamento a cui si è sottoposti. Lo spreco dei beni primari, necessario ai profitti della grande distribuzione, diventa insopportabile. Tanto quanto l'indifferenza della macchina statale nei confronti dei bisogni popolari. Dai problemi se ne deve sortire insieme, lottando. Non è (ancora) un programma, ma pur sempre una preziosa indicazione...

protesta quarto

 

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