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Articoli filtrati per data: Saturday, 02 Maggio 2020

1° MAGGIO: LE VOSTRE RESPONSABILITÀ NON SI CANCELLANO!

Una lunga maratona radiofonica di più di tre ore di microfoni aperti, per dare voce alle istanze di lotta che questo primo maggio non son potute scendere in piazza per la quarantena contro il CoronaVirus.

Tre i focus su cui si è voluta concentrare la trasmissione:

Il mondo del lavoro e del non-lavoro, tra imposizione coatta senza adeguate protezioni e la mancanza di reddito e altri mezzi di sussistenza. La tragedia sanitaria in atto, che ha precisi responsabili e ha mostrato lacune strutturali. La domanda aperta sul come affrontare questa emergenza sanitaria e come tornare ad uscire, senza doversi affidare ciecamente ai dettami incoerenti e schizofrenici delle Istituzioni.

Sono intervenuti lavoratori/trici di differenti settori, operatori della sanità e del sociale, partecipanti alle reti di assistenza dal basso, riders che oggi hanno incrociato le braccia, insegnanti ed educatori, lavoratori dello spettacolo, forza-lavoro in nero e grigio, senza diritti e non rientrante nelle categorie che potranno usufruire delle misure di sostegno. Un caleidoscopio di voci e testimonianze per un primo maggio anomalo ma non meno politico degli altri anni.

Buon ascolto!

Da Radio Blackout

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Lontano dall’aver sancito un accordo organico sugli strumenti e le modalità di contrasto alla crisi Covid-19, il Consiglio Europeo di giovedi 23 aprile ha quantomeno sancito una tregua temporanea nello scontro intra-europeo.

A differenza del recente passato quando questi rinvii avevano costi minori, oggi il tempo, con le economie ‘bloccate’, gioca un ruolo importante per la tenuta finanziaria e sociale di alcuni attori, si veda l’Italia. Il recovery fund esisterà e la centralità della Commissione a guida Von Der Leyen ne garantirà la compatibilità con il rigore dei paesi del nord. Anche questa volta ognuno torna in patria cantando vittoria in attesa del prossimo round del 6 maggio, quando la Commissione dovrà entrare nel merito delle modalità di funzionamento e finanziamento del ‘fondo per la ripresa’.

L’aumento dei fondi legati alla crisi porterà il bilancio europeo 2021-2027 a superare, non è dato ancora sapere di quanto, la quota 1% del PIL dell’eurozona (166 miliardi di euro). Questo bacino, combinato alla raccolta di capitali attraverso titoli garantiti dalla Commissione stessa, dovrebbe costituire, o almeno avvicinarsi, ai 1500 miliardi paventati come base di partenza per la ripresa.
La Cancelliera Merkel ha ammesso che la Germania dovrà rassegnarsi a contribuire al bilancio europeo più di quanto preventivato in precedenza.
Il coinvolgimento della Commissione europea, finanziata proporzionalmente in base ai PIL dei membri UE, rappresenta comunque un costo per la leadership tedesca, che davanti al baratro deve temperare tentazioni di fuga in avanti.
Italia e Spagna, ma tanto si deve all’ingresso della Francia nella fazione dei peccatori, scommettendo sulle paure dovute alla detonazione del mercato unico hanno ammorbidito l’ordo-liberismo tedesco, per ora.
Il nodo, tutto fuorché formale, che adesso divide i ‘santi’ del nord dai ‘peccatori’ del sud è la modalità di erogazione di tali fondi. Prestiti o trasferimenti?
I trasferimenti, che Italia, Spagna e Francia invocano a fondo perduto, rappresenterebbero l’affermazione di una redistribuzione parziale delle risorse da ‘nord a sud’ permettendo ai paesi maggiormente colpiti di far pesare la ripresa in maniera meno pesante sui propri conti pubblici.
I prestiti, seppur temperati da tassi di interesse minori, rappresenterebbero un prosieguo dello schema indebitamento/disciplina, la cui natura ‘punitiva’ si protrarrà nel tempo, rinviando parzialmente il rigorismo tedesco/olandese.
Nel frattempo i mercati finanziari continuano ad essere titubanti, come ci ricorda l’agenzia di rating Fitch, che ha declassato i bond italiani al livello di BBB-. Gli investitori sono avvisati, l’Italia per finanziarsi deve promettere di restituire di più (interessi). E’ la trappola del debito.

Se l’ambito di contrattazione europea sembra disegnare un percorso di compromesso in grado di giungere all’autunno, nuove precipitazioni epidemiologiche permettendo, sono le contraddizioni interne al sistema economico italiano quelle che stanno inceppando e scuotendo il connubio tra politica, imprenditoria e classi proprietarie di rendita.
Come avevamo già scritto all’indomani dell’Eurogruppo del 7-9 aprile, l’Italia rappresentata da Conte aveva poco da sacrificare sull’altare della disciplina tedesca e la condotta europea dell’esecutivo doveva presentare alcune rigidità, in assenza di queste si sarebbe aperto uno spazio politico che avrebbe permesso ai sovranisti nostrani di passare ad un ulteriore incasso di consensi.

La creazione della moneta unica euro, ultimo concreto elemento del processo di approfondimento del mercato comunitario, ha almeno due origini, connesse ed entrambe frutto di interessi ‘padronali’.
Una prima di natura geopolitica, necessaria al temperamento e bilanciamento dell’esorbitante privilegio del dollaro, che, come la crisi del 2008 ha mostrato, è ancora in grado di scaricare i costi della speculazione finanziaria sui regimi di credito/debito esterni agli Usa, (spostamento dell’epicentro critico da Wall Street ai debiti sovrani europei tra il 2008 e il 2011).
Una seconda origine è da ricercarsi nella necessità delle classi dirigenti e industriali dell’Unione Europea di dotarsi di una moneta comune ‘forte’ in grado di inflazionare la rendita interna e aumentare il proprio potere d’acquisto sulla produzione globale in un momento in cui la ‘globalizzazione neoliberista’ diventava sempre più competitiva.

“Con l’euro guadagneremo di più, lavorando un giorno di meno” Romano Prodi.

Nonostante la politica dell’epoca celebrasse i vantaggi interclassisti e condivisi dell’euro, la moneta unica non ha mai goduto un gran favore di popolo e né minimamente migliorato le condizioni materiali di milioni di lavoratori e lavoratrici. Su questo tema, la saggezza popolare della nostalgia alla lira si dimostra portatrice di un’istanza di classe, chi lavora percependo salario ha visto contrarre il proprio potere d’acquisto, ben prima del generalizzato peggioramento/declassamento dovuto alla crisi finanziaria del 2008.

Questo ‘euro costoso’, la crisi del 2008, le lacrime e sangue del ce lo chiede l’Europa, fino al MES e allo spauracchio della Grecia, non hanno migliorato la reputazione della governance comunitaria agli occhi della popolazione. La generazione aperitivi e Erasmus, sinonimo di un benessere economico, è molto più sottile di quanto una certa politica e stampa facciano trasparire.

Con questo non si vuole portare avanti nessuna idea a ‘sinistra’ di Italexit, la quale producendosi nell’attuale contesto di rapporti di forza innescherebbe un peggioramento delle classi subalterne, ma pensiamo sia utile radicare lo scetticismo verso l’euro, immagine concreta dell’UE, come una istanza ‘giusta’ e naturale del fenomeno neopopulista.

Il ‘neopopulismo’, termine inteso come rottura della mediazione sociale del capitalismo occidentale e portatore di istanze di classe, (si guardi l'introduzione del libro "I dieci anni che sconvolsero il mondo" di di Raffaele Sciortino) porta al suo interno questa critica verso bruxelles. Questa sintesi di ‘euroscetticismo’ è costitutiva dell’affermazione dapprima pentastellata e poi leghista e si è fondata su una diffusa percezione: la necessità di rinazionalizzare le decisioni politiche.

Una prima fase del neopopulismo rappresentata dalla carica ‘antagonista’ pentastellata del popolo contro la casta si è esaurita a tempo di record. il ‘neoriformismo’ dal basso dei 5 stelle incarnato dal reddito di cittadinanza, depotenziato dalla coalizione leghista di governo, e da quota 100 si è infranto nel processo di retrocessione economica italiana nella gerarchia europea e nelle rigidità di Confindustria e classi proprietarie di difendere l’Italia delle grandi opere e delle crescenti disuguaglianze.
Una seconda fase del ‘neopopulismo’, sovrapposta e più profonda della precedente, è stata incarnata dal sovranismo leghista contro i globalisti/europeisti. Questa fortunata postura da campagna elettorale di Salvini ha già sperimentato contraddizioni nella breve parentesi di governo giallo-verde.
La geografia territoriale ed economica del recente successo elettorale di Salvini ci mostra una contraddizione insanabile nella sua proposta politica. Un sempre più indebolito e declassato apparto industriale e coloro che detengono patrimoni vedono nella Lega una rappresentazione statale in grado di alleggerire i costi fiscali e tutelare i privilegi di rendita, ma questi sono tutt’altro che disposti a privarsi della valuta forte euro, o nel caso dell’apparato produttivo del legame economico, seppur subalterno, con la Germania e il mercato unico.
In questo quadro vanno lette le ultime sparate del Capitone per tentare di accreditarsi come referente politico “maggioritario” di Confindustria.
Tuttavia, la polarizzazione economica e il restringimento del sentiero di governo-sviluppo renderà sempre più complesso il tentativo salviniano di amalgamare interessi contrapposti. Da un lato vi sono gli interessi imprenditoriali della “crescita ad ogni costo” e dello Stato come strumento di evasione fiscale, fornitore di credito fuori logica di mercato, e socializzatore dei costi nelle sempre più frequenti transizioni critiche. Dall’altro vi è una spinta dal basso che invoca supporto, reddito, tutela dell’occupazione dal mercato globalizzato, di cui l’Ue rappresenta l’imposizione legislativa concreta.

Ciò non vuol dire che Salvini sia finito, o che il salvinismo, come declinazione italiana del “contratto sociale” trumpiano, sia al capolinea. Molto dipende dalle profondità che prenderà la crisi, da dove morderà e dal posizionamento dei soggetti internazionali e regionali.

Questa ennesima virata critica, di natura esogena per quanto tutta interna alla logica del capitalismo come sistema ecologico autodistruttivo e predatorio, sta accelerando bruscamente le istanze di un ‘popolo’ che vuole tornare a decidere. Questa tensione travolge non solo i milioni in povertà o sulla soglia di essa ma coinvolge una quota crescente di paese, anche quella parte rimasta solvibile dopo la crisi finanziaria 2008 attraverso il lavoro ‘garantito’ e l’elevato risparmio privato.

L’inconsistenza degli aiuti di Stato e i danni ‘oggettivi’ all’apparato produttivo in termini di sottrazione di quote di mercato, costringeranno ampie fasce di popolazione ad innescare un approfondimento del processo di erosione del risparmio privato. Un processo che potrebbe coinvolgere non solo gli strati ‘garantiti’ bassi della società ma anche la sfera più alta della classe media, assottigliando il mitologico “welfare familistico” che ha contribuito a mantenere un quadro di compatibilità nello scorso decennio.

“E' cresciuta la vulnerabilità dei bilanci di famiglie e imprese. I rischi per la stabilità finanziaria che ne derivano sono mitigati, oltre che dagli interventi di politica economica, dal livello contenuto dell'indebitamento delle famiglie e dal rafforzamento della struttura finanziaria che le imprese hanno realizzato negli ultimi anni".
Cos’ parlò Bankitalia.

Per il momento si stima che la crisi da Covid abbia già determinato una riduzione della ricchezza finanziaria delle famiglie di oltre 140 miliardi (il 3,2%), ed è probabile che una gran parte di questa riduzione sia avvenuta tra famiglie con reddito sotto la mediana che hanno avuto la necessità di accedere a “liquidità d’emergenza”.
Il trend si approfondirà, rendendo il risparmio privato una delle poste in palio di questa crisi.
Sulla stampa mainstream appaiono diverse proposte per “valorizzare” questo risparmio attraverso la sua mobilitazione o finanziarizzazione. Ciò naturalmente vorrebbe dire aumentare il volume di indebitamento degli strati più bassi della società facendo saltare quello che finora è stato un effettivo argine di tenuta alle crisi economiche e sociali, cioè il tutto sommato basso indebitamento delle famiglie italiane.

Mentre il paese si avvicina pericolosamente al salto nel buio della ‘fase 2’, i cui risvolti epidemiologici restano discretamente preoccupanti per la salute di tutt*, l’aumento del costo dei beni di prima necessità, la disoccupazione e lo strangolamento dell’economia informale mettono a repentaglio la stessa riproduzione sociale.

Lo scontro inter-capitalista nell’Economia-Mondo e la sua partita interna europea produce dei costi economici e politici sempre meno eludibili. Sul piano globale, regional-europeo e nazionale, a fronte di una polarizzazione della ricchezza, vedremo uno scaricamento dei costi verso il basso.
Ma la maglia è sempre più larga, ad aver filo da tessere...

 

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Ripubblichiamo questa nota del Centro Sociale Askatasuna di alcune settimane fa riguardo all'ennesima operazione giudiziaria e mediatica imbastita ad arte. Bisogna sottolineare le dimensioni del fenomeno che negli anni si è insidiato in via Balbo per cogliere a fondo l'assurda inversione della realtà apparsa sulle pagine dei quotidiani torinesi: non si tratta di piccoli spacciatori che tirano a campare, ma di una vera e propria azienda para-mafiosa con impiegati, capi e fornitori. A tutti gli effetti una piazza di spaccio che si è stabilita a pochi metri dall'asilo del quartiere e che ha sottratto alla cittadinanza una delle poche zone pedonabili di Vanchiglia. 

Oggi il quotidiano “La Stampa” ha pubblicato un articolo farcito di inesattezze, con tanto di dialoghi romanzati, che fa stato di sette denunce che sono partite contro altrettanti militanti di Askatasuna che avrebbero cacciato alcuni spacciatori da Via Balbo. Visto che la redazione del quotidiano ha trovato lo spazio per indicare nomi, cognomi ed età di queste persone, ma non ha ritenuto opportuno di interpellare loro né il collettivo politico di cui fanno parte ci vediamo obbligati a scrivere queste righe per puntualizzare le fantasiose ricostruzioni della polizia politica torinese pedissequamente riprese dall’articolo de “La Stampa” e poi da “Repubblica”.

L’area pedonale di Via Balbo si trova al crocevia tra due scuole primarie (un nido e una scuola elementare), una palestra di quartiere e il centro sociale. È un luogo di convivialità e di gioco per i bambini dove si svolgono attività molto spesso organizzate proprio dall’Aska. La merenda comune, la sfilata di carnevale, lo sport popolare, la grigliata all’aria aperta, il mercato contadino sono altrettante iniziative che abbiamo portato avanti assieme al quartiere, a costo zero, per animare uno spazio che abbiamo sempre sentito come bello e importante.
Qualche anno fa, con la moltiplicazione delle licenze per locali e localini, è arrivata anche la vendita di sostanze, che ha pensato bene di installarsi nell’area pedonale, facendosi scudo della nostra presenza. Da diversi anni, quindi, abbiamo intrapreso una serie di iniziative contro la trasformazione di Via Balbo in una piazza di spaccio. Dal 2015, abbiamo appeso striscioni contro questo tipo di attività e mantenuto una presenza volta ad impedire lo smercio di sostanze nell’area pedonale. Concretamente, nelle ore diurne abbiamo continuato ad animare quelle zone con iniziative sociali e nelle ore notturne abbiamo montato gazebo, offerto vin brulè ai passanti, spiegando a voce o con dei volantini il senso e le ragioni della nostra iniziativa. Questo per dare qualche elemento di contesto che anche i giornalisti della Stampa avrebbero potuto facilmente reperire in rete e che invece hanno coscientemente omesso di dare. Perché se durante queste iniziative non ci è mai interessato fare comunicati stampa o qualche selfie come hanno fatto le istituzioni quando si sono preoccupate, in maniera tardiva quanto effimera, della questione, il percorso attivato contro lo spaccio in quartiere è stato costruito in questi anni con attività pubbliche portate avanti assieme alle famiglie e ai genitori della scuola. Sull’episodio specifico al centro dell’operazione speciale della Digos, durante il quale pare che qualcuno avrebbe anche deciso di invitare con modi più o meno cortesi gli spacciatori a levarsi di torno, non c’è da spendere molte parole e lasciamo tutti farsi la propria opinione.

Quello che ci preme, invece, è spendere qualche parola in più sulla tesi centrale dell’articolo. Magari per evitare che nei suoi lettori queste iniziative suscitino la stessa simpatia che hanno provocato tra chi ha preso i nostri volantini, i giornalisti tengono a specificare a conclusione del “reportage” che queste azioni anti-spaccio dell’Askatasuna non siano in realtà contro lo spaccio ma attinenti a un “controllo del territorio”, inteso più o meno velatamente nella sua accezione proto-mafiosa e prepotente. Sarebbe bastato un giro sui nostri canali informativi ma teniamo a rassicurare anche oggi “La Stampa” del contrario. Sono precisamente iniziative contro lo spaccio frutto di una riflessione politica sul rapporto tra vendita di sostanze, militarizzazione del territorio e sottomissione del quartiere alle logiche del consumo distruttivo. Vogliamo evitare che si trasformi in un luogo di profitto mafioso aperto H24 quella che oggi è una zona fatta di una socialità alternativa, che sta mostrando in maniera concreta la possibilità di vivere diversamente gli spazi urbani, prendendosene cura dal basso, senza gendarmi e senza la presenza ingombrante di compagini politiche più attente ai voti che ai bisogni di chi vive a Vanchiglia. Quello che è certo, invece, è che le nostre iniziative non sono mai state iniziative contro la droga di per sè. Un certo moralismo ipocrita lo lasciamo ai deputati che pippano nei bagni di Palazzo Madama e coprono la n’drangheta mentre fanno i tromboni a favor di telecamera. Non che consideriamo il consumo (di sostanze o di qualsiasi altra merce) come attinente alla sfera di una libertà individuale pretendutamente avulsa alla riflessione politica collettiva. Ma l’obiettivo pratico di questa nostra campagna, molto prosaica e concreta – forse troppo per alcuni – non è mai stato mettere in questione come ognuno usa il proprio tempo e il proprio corpo ma difendere una zona liberata da interessi e rapporti che nulla hanno a che fare con la costruzione di un’alternativa alle relazioni sociali esistenti.

Questa operazione orchestrata contro sette nostri compagni tocca per noi il punto più basso mai raggiunto dalla Digos di Torino. Che la polizia porti spacciatori di crack in caserma, magari garantendo loro immunità, per convincerli a denunciare dei compagni che li avrebbero cacciati da davanti a una scuola è degna di questi prodi e delle loro operazioni speciali. Che si provi a farne delle bandierine di un grottesco antirazzismo poliziesco pensando di suscitare chissà quale imbarazzo all’Askatasuna richiede un pelo sullo stomaco che solo la divisione più meschina d’Italia può permettersi. Che si usino telecamere nascoste e intercettazioni ambientali per queste cazzate mostra a tutti quali sono le priorità dell’ipertrofica e annoiata polizia politica torinese.

Quanto a noi continuiamo a dire che se Via Balbo si ama serve che in questo luogo non ci siano né spaccio né madama, e ad organizzare iniziative di solidarietà dal basso che mai come in questo momento se ne sente davvero il bisogno. E siamo certi di non essere gli unici.

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Succede che in piena emergenza sanitaria qualcuno scelga di agire, come sempre, da sciacallo.

Casapound occupa a Ostia uno stabile abbandonato da diverso tempo, paventando la soluzione all’emergenza abitativa di venti famiglie (italianissime!). Facciamo però alcune precisazioni: quello di Marsella e co. è solo lo squallido atto di chi vuole strumentalizzare il disagio e la fragilità di 2 (due, non venti) nuclei, forse con un minore. Si tratta di famiglie che, come molte altre in questa città, fanno fatica a pagare un affitto e arrivare a fine mese. Persone che si scontrano quotidianamente con le inesistenti politiche abitative del Comune di Roma e del Municipio che costruiscono terreno fertile per chi strumentalizza il disagio.

I prodi sciacalli di Casapound, con la scusa di dare un sostegno, colgono in realtà l’opportunità di subentrare, scavalcando gli occupanti, per accaparrarsi il bottino. È da molto, infatti, che la compagine di fascisti ostiense cerca uno spazio da occupare per farne il proprio punto di ritrovo e magari anche fonte di nuove entrate economiche (ricordiamo tutti i concertoni bipartisan organizzati alla vecchia stazione Farnesina, alias Area 19). La struttura è grande e, come riportato anche nel volantino di rivendicazione, “Area 121 è aperta a giovani, anziani e famiglie”. Chiaro dunque l’intento. Non certo ergersi a paladini della lotta per il diritto all’abitare che, in un periodo di crisi come quello attuale, diventa un’urgenza ancora più stringente del solito. Bensì aprire un bello spazio sociale con ettari di terreno che con la bella stagione potrebbero contenere centinaia di persone per sostenere la propaganda e le scorribande di questi infami che si divertono ad aggredire studenti e studentesse delle scuole, a vandalizzare targhe di partigiani, a minacciare chiunque non sia “allineato”.

In questi giorni, in tutta Italia, compagne e compagni vengono duramente repressi quando esprimono il proprio dissenso contro i responsabili della catastrofe che stiamo affrontando, o mentre celebrano il 25 aprile o partecipano ad un funerale, pur rispettando le distanze di sicurezza e indossando tutti i dispositivi sanitari di contenimento del rischio. Sono giorni in cui i runner vengono costantemente criminalizzati quasi fossero untori e persino i rider prendono multe se scelgono di attraversare parchi deserti per percorrere strade più brevi e portare qualche spicciolo in più a casa la sera. Ci domandiamo, allora, come sia possibile che in pieno lock-down ai fascisti di Ostia venga permesso di occupare uno stabile pericolante, dove le casette prefabbricate sono in amianto e la villetta in muratura è abusiva, senza che nessuno faccia nulla.

Mentre alla gente comune viene chiesta l’autocertificazione, come possono i militanti di Casapound fare avanti e indietro senza che nessuno dica niente? In un territorio già martoriato dalle violenze di fascisti e mafiosi, spesso in combutta tra loro, ci manca solo di veder nascere il più grande polo aggregativo di fanatici del ventennio. Insomma, nonostante il tentativo iniziale di far passare in sordina i propri loschi piani attraverso il silenzio sui social e l’esposizione minima dei militanti più noti, ora sono usciti allo scoperto e sono chiare le loro intenzioni. Le varie realtà antifasciste si opporranno con fermezza e decisione a questa speculazione; saremo presenti a fianco delle persone in difficoltà senza distinzione di sesso, razza o genere, senza fare una scala di priorità tra le persone perché siamo tutti e tutte appartenenti alla classe degli sfruttati. Chiamiamo tutte le forze politiche , sindacali, cittadine, di quartiere e tutte le forze autorganizzate ad una risposta collettiva!

Antifasciste e antifascisti del Municipio X di Roma e di Fiumicino

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Riceviamo e pubblichiamo il comunicato sul primo maggio dei riders di Firenze.

In questo primo maggio decidiamo di scioperare. Decidiamo di scioperare perché siamo stanchi di non ricevere risposte alle richieste di chiarimento sul continuo e ingiustificato decremento delle tariffe di consegna.

Un compenso già poco congruo nell’ordinario e che, visti i rischi, a fronte dell’emergenza covid-19, avrebbe dovuto vedere degli incrementi, non degli abbassamenti.

In questo primo maggio, dalle 19 in poi, abbiamo deciso di rifiutare tutti gli ordini, in modo da bloccare l’erogazione del servizio.

Il primo blocco, lanciato per la data evocativa del primo maggio, non è che l’inizio di una serie di mobilitazioni verso le quali stiamo già registrando una straordinaria aderenza da parte di tutti i rider.

Più volte abbiamo richiesto spiegazioni. Troppe volte siamo rimasti inascoltati. Paradossale è non avere neanche un vero interlocutore. Per cui procederemo ad oltranza, fino a quando le aziende non usciranno dal limbo di questo sistema distopico che con flussi di bit genera risposte insensate.

Esigiamo un’interlocuzione seria. Pare assurdo dover formulare delle richieste che in un sistema di rispetto del lavoro e della sua dignità di certo non avremmo avanzato.

- Ridiscussione delle tariffe e trasparenza sulle logiche di calcolo. In base ai nostri calcoli empirici una maggiorazione del 30% delle tariffe dovrebbe portare la situazione ad una condizione di accettabilità.

- Revisione delle aree di login. Più volte è stato chiesto di creare delle zone cuscinetto in cui poter effettuare login nell’area lavorativa. Molti di noi si trovano a dover correre da un lavoro all’altro e oltrepassare di pochi minuti, o addirittura secondi, la soglia di ingresso per vedersi abbassare bruscamente le tanto agognate statistiche appare una compromissione della nostra sicurezza.

- Fornitura repentina dei DPI mai arrivati. La cosiddetta “fase 2” o la successiva “fase 3” prevederà l’uso massiccio di dispositivi di sicurezza. E’ inammissibile lasciare ai rider l’onere di procurarseli da soli.

- Andamento delle statistiche assurdo con penalizzazioni ingiustificate.

- Reintroduzione del minimo orario garantito.

- Creazione di un canale di assistenza ai rider. Anche al di fuori dell’orario lavorativo.

I rider di Firenze

 

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Riceviamo e pubblichiamo dalle Reti Sociali Napoletane nell'emergenza Covid19

Da Bagnoli al Vasto passando per Montesanto e i Quartieri Spagnoli


Il primo maggio delle reti sociali ha visto striscioni, cartelli, speakeraggio e volantinaggi nei quartieri popolari della città, spesso accompagnati alla distribuzione della spesa solidale che va avanti da quasi due mesi. Gli stessi volontari che vanno bene per la solidarietà dal basso ma vengono sanzionati se poi riportano la voce di chi è quasi alla fame sotto i palazzi del governo! Per questo oggi abbiamo messo insieme le due cose: nessuno ci ridurrà al silenzio!
Striscioni anche davanti alle banche, alle metropolitane, ai luoghi di lavoro per rivendicare l'urgenza sempre più impellente delle misure di allargamento del diritto al reddito dei non garantiti, nuove norme sugli affitti, il rilancio della Sanità pubblica e della medicina di territorio insieme a un piano di screening sanitario di massa per tutelare il diritto alla salute. Con l'invito esplicito a prendere i soldi dove sono, con la patrimoniale: paghino i ricchi che hanno continuato ad arricchirsi anche in questi anni di crisi. Una giornata però anche per protestare contro la repressione e l'illegalizzazione di ogni forma di agibilità democratica dello spazio pubblico, comprese le forme autoregolate e tutelate (come abbiamo visto con multe e sanzioni nella scorsa settimana). Un uso dell'emergenza come un manganello che non è accettabile a maggior ragione in un momento di gravissima crisi in cui si prendono decisioni che incideranno sul presente e sul futuro di milioni di precari, poveri, lavoratori non garantiti, disoccupati, che se invisibilizzati restano senza nessuna possibilità di presa di parola dal momento che non possiedono ovviamente i mezzi delle lobby dei grandi gruppi industriali e finanziari.
E' cosi evidente l'esistenza di una questione democratica in un paese in cui siamo sommersi di indicazioni e pronostici su come funzionerà qualunque attività commerciale, in cui la manifattura industriale sta per riaprire senza nessuna garanzia per la salute, ma non si discute nemmeno delle possibili forme di espressione e manifestazione delle rivendicazioni sociali (che si stanno dando invece in altri paesi, rispettando la tutela propria e altrui).
Un livello di repressione che non c'entra niente con la difesa della salute e che non è accettabile: e infatti non lo abbiamo accettato!

Reti sociali napoletane nell'emergenza del Covid19

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