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Articoli filtrati per data: Tuesday, 19 Maggio 2020

Ospitiamo con interesse questo testo di Silvio D’Urso, con la collaborazione di Marco Piccininni, che sottolinea la necessità di un'indagine sulla scienza medica, evidenziando come dietro l'ideologia della presunta "oggettività" di essa, vi siano in realtà interessi di classe contrapposti. Buona lettura!

Le nuove norme inerenti la riapertura delle attività commerciali, di cui Conte ha parlato nelle sue ultime conferenze stampa, sanno di Fase 2 che precipitosamente si trasforma in Fase 3 e di un’ostinata volontà di tornare - a tutti i costi - alla vita “di prima”. Conte ci assicura che questa decisione è stata presa sulla base di un “rischio calcolato” in maniera scientifica, ma chiaramente in questo calcolo la tutela di un sistema economico iniquo e criminale, ha giocato un ruolo fondamentale. Le decisioni sulle nostre vite vengono elaborate e prese nel campo del dibattito scientifico e medico, lontane da noi e dalla nostra comprensione, sacrificando la salute sull’altare del profitto. Questo momento storico lancia una sfida precisa ai comunisti: elaborare una critica politica della scienza medica che sia rigorosa e all’altezza della fase.

Noi comunisti sappiamo bene che, se vengono chiesti dei sacrifici, questi non vengono chiesti nell’interesse di tutti, ma avendo a cuore la salvaguardia di un sistema politico ed economico ormai al collasso. Questa nostra consapevolezza, però, confligge con l’apparente univocità del discorso scientifico che viene impiegato per legittimare eventuali modi di gestione dell’emergenza. Nei proclami di questo o quell’esperto non si fa menzione di alcun interesse di classe, si parla solo di ciò che va fatto per il bene di tutti. Ebbene, se non possiamo accettare acriticamente una presunta neutralità del punto di vista scientifico, non possiamo nemmeno opporci ad esso con uno scetticismo incondizionato e settario.

L’autorità degli esperti non deriva, infatti, dalla loro personalità o da un grande carisma, né si può vedere nella scienza una pura espressione della soggettività o un semplice prodotto dell’ideologia dominante. L’autorevolezza del discorso scientifico deriva dall’adesione a metodologie e protocolli che si sono affinati, nel corso di secoli, attraverso il costante confronto con la dura realtà oggettiva. Per contrapporsi a chi, approfittandosi di tale autorevolezza, cerca in tutti i modi di proteggere un sistema politico e sociale al collasso, quindi, non basta un’astratta consapevolezza del legame che sussiste fra scienza e modo di produzione. Ciò che si rende necessario e urgente, è un lavoro di inchiesta, la condivisione di conoscenze che attualmente appartengono ai soli addetti ai lavori. Solo una critica politica che considera le metodologie messe in campo nell’ambito della scienza medica può minare l’apparente univocità del discorso scientifico nella definizione di soluzioni. Solo la conoscenza dei protocolli permette di performare l’azione politica in modo proficuo, permettendo il conseguimento di risultati tangibili.

Guardiamo, ad esempio, alla modalità con cui si giunge alla commercializzazione di nuovi farmaci. È noto a tutti il fatto che le case farmaceutiche alterino il dibattito scientifico, avendo ben più a cuore i propri profitti che la salute delle persone1. Tuttavia, se queste multinazionali del farmaco hanno gioco facile nel fare i propri interessi è proprio perché, in assenza di un lavoro d’inchiesta, è inevitabile che la lotta giunga a dei vicoli ciechi.

Una prassi diffusa e storicamente problematica consiste nell’omissione delle informazioni. Infatti, perché una qualsiasi casa farmaceutica possa lanciare un farmaco sul mercato, è necessario che questa presenti una serie di evidenze ottenute da studi epidemiologici  - denominati “randomized controlled trial” - che ne dimostrino l’efficacia. L’idea è quella di misurare l’effetto del farmaco rispetto ad un parametro pre-specificato (ad esempio, una variazione della mortalità). Per compiere una simile misurazione, è necessario uno studio epidemiologico che si basi su specifici protocolli. Tale studio, per necessità pratiche non può che essere effettuato su un campione di individui che, per definizione, non rappresenta, però, la generalità dei casi. Per potersi esprimere legittimamente, quindi, la comunità scientifica deve affidarsi a leggi probabilistiche e convenzioni statistiche. Nel caso specifico, si stabilisce convenzionalmente una soglia del 5%: un dato farmaco è considerato efficace e commercializzabile se e solo se ipotizzando che esso sia inefficace, si riscontri una probabilità, inferiore a tale percentuale, di ritrovare, in un generico campione, un effetto pari o maggiore di quello osservato nel corso del proprio studio. Tuttavia, deve essere chiaro che la validità di un simile approccio - chiamato “Significance-based hypothesis testing framework”- sta tutta nell’osservare rigidamente protocolli di analisi statistica definiti a priori e nel valutare l’efficacia di un farmaco considerando l’intero corpo di studi effettuati su di esso. Questo anche perché, per definizione, se un farmaco è inefficace ci si aspetta che il 5% degli studi condotti su di esso concludano che il farmaco sia efficace.

Il fatto che le case farmaceutiche possano evitare di pubblicare i risultati degli studi meno convenienti (o deviare, in corso d’opera, da un protocollo inizialmente definito per l’analisi statistica) compromette lo sforzo della comunità scientifica di determinare oggettivamente quali siano i trattamenti e i farmaci più efficaci.

Quella soglia del 5%, che garantisce la validità del processo scientifico, nella competizione fra enti privati, diviene necessariamente un ostacolo da aggirare: quale azienda investirebbe miliardi per realizzare un farmaco e poi non lanciarlo sul mercato andando così in perdita? È così che l’attuale modo di produzione spinge i vari attori della competizione ad una corsa alla distorsione delle evidenze scientifiche che poi rende impossibile una corretta valutazione dell’efficacia dei farmaci da parte di medici, ricercatori e organismi di controllo1. In altre parole, in assenza di una registrazione di tutti gli studi condotti e dei loro protocolli non c’è modo di valutare quanto la scienza medica progredisca secondo razionalità, avendo cioè a cuore la possibilità di garantire migliori cure per la popolazione. Chi è malato, insomma, non potrà mai sapere in che misura sarebbe possibile curarlo più efficacemente se una gigantesca quantità di risorse non andasse sprecata nella produzione di farmaci inutili se non dannosi.

Questa è l’entità della posta in gioco quando si parla della necessità di una rigorosa critica politica della scienza medica. E la circolazione di simili informazioni nel solo ambiente specialistico ha fatto sì che, per il momento, le sole proteste, inerenti la scarsa trasparenza della ricerca sui farmaci, provenissero dal solo ambiente accademico2(almeno per quanto ne sappiamo).

Diviene allora più chiara la necessità di indirizzare correttamente la sacrosanta rivendicazione di una effettiva tutela della salute. A questa necessità si aggiunge poi, come si è accennato, quella di indicare con chiarezza il momento in cui, in sede di ricerca, l’oggettività cede il passo alla soggettività, all’opinione politica, all’interesse di classe.

È proprio in tale prospettiva che, da comunisti, bisognerebbe guardare a come vengono impiegate le cosiddette “funzioni di utilità” nell’ambito della scienza medica. In questo consiste la prassi concretamente impiegata per definire processi decisionali. Se in sede di ricerca c’è un momento in cui il duro confronto con l’oggettività dei fatti non è bastevole, questo è esattamente il momento in cui si decide a partire da una funzione di utilità.

Un esempio che dà una chiara idea delle implicazioni politiche di una simile metodologia è la modalità con cui si decide l’esito del processo di  “age assessment” dei richiedenti asilo in molti Paesi europei. A richiedere l’intervento della scienza medica sono quei Paesi che, garantendo maggiori tutele ai minori non accompagnati, hanno interesse a porre un discrimine fra minorenni e maggiorenni anche in assenza di documenti che ne certifichino l’età. L'introduzione di queste misure in Svezia ha suscitato, ad esempio, fra gli specialisti, un acceso dibattito, sia etico3 che metodologico4,5.

I ricercatori, in questi casi, procedono allo sviluppo di modelli di predizione basati su biomarcatori e/o caratteristiche dell’individuo6, ottenendo così una scala numerica che ha una relazione crescente con la probabilità di riscontrare una determinata condizione di interesse (in questo caso l’essere minorenne). In pratica, sulla base di caratteristiche biologiche ritenute rilevanti, un dato individuo viene associato ad un particolare numero in una scala di valori. A sua volta questo è poi associato ad una specifica probabilità che si presenti o meno la condizione di interesse.  Il problema di definire una regola per classificare gli individui nelle due classi di età consiste, in ultima istanza, nel determinare quale valore della scala numerica sia da utilizzare come soglia per prendere una decisione piuttosto che un’altra. Il fatto che a ogni valore della scala corrisponda una probabilità e non una certezza (cosa ovvia in uno scenario caratterizzato da variabilità biologica), implica che nel momento in cui si decida di classificare in due gruppi, spezzando così la scala in corrispondenza di un valore soglia, si incorrerà sempre – anche se in diversa misura – in due categorie di errori: si potrà errare assegnando ad un maggiorenne lo status di minorenne o viceversa. Tipicamente la percentuale di errori di un tipo aumenta al diminuire della percentuale dell’altro.

Quale è allora la soglia migliore della nostra scala numerica per prendere una decisione? Proprio questa è la domanda a cui non è possibile dare una risposta univoca. Una simile scelta dipende dalla quantità di errori che si è disposti a tollerare in un senso e nell’altro. È proprio qui, insomma, che possiamo tracciare la linea; da questo momento sono possibili diverse risposte e non c’è più alcuno spazio per la neutralità. In questo contesto insorge, per la comunità scientifica, la necessità di definire le “funzioni di utilità” (o di costo)6. Si tratta di formalizzare una sorta di analisi costi/benefici, associando a ogni possibile esito della classificazione (due possibili errori e due possibili successi) un valore che esprima il “costo” o il “beneficio” che deriverebbe dalla corrispondente decisione. Facendo riferimento al nostro esempio, i ricercatori sono spinti a domandarsi: quanto reputiamo importante il danno arrecato dal riconoscere ad un richiedente asilo, minorenne e non accompagnato, erroneamente lo status di maggiorenne (negando in tal modo una presa in cura a cui avrebbe diritto)? E quanto è importante, invece, il danno causato dall’errore inverso (ossia di assegnare ad un maggiorenne, erroneamente, lo status di minorenne)? Come valutiamo, dall’altro lato, i benefici derivanti da una corretta assegnazione dello status in questione?

Ma – al di là di un esempio scelto per le sue evidenti implicazioni politiche – dev’esser chiaro che tali “funzioni di utilità” (il cui utilizzo è formalmente riconosciuto nella disciplina di Decision Analysis7)sono sottese, in modo esplicito o implicito, in qualsiasi processo decisionale in un contesto di incertezza nell’ambito della scienza medica. Ad esempio, in seguito ad un test diagnostico, è più dannoso riferire a una persona che ha un tumore quando in realtà non lo ha, o viceversa? Fa più danni la prescrizione indebita di farmaci per l’ipertensione ad un normoteso o il non trattare un iperteso?

In tutti questi casi, la scienza medica non è in grado di fornire una risposta oggettiva. La soggettività è relativa alla maggiore o minore desiderabilità che differenti soggetti sono in grado di esprimere relativamente a ogni ipotetico scenario. E se in alcuni casi si prendono delle decisioni che chiunque vedrebbe come scelte di buon senso, in altri, diviene evidente come le decisioni siano influenzate da interessi economici o dalla volontà politica di preservare l’attuale modello sociale. È questa una modalità concreta con cui anche la scienza diviene un campo dove si combatte la lotta fra classi. È qui che l’oggettività cede il passo alla soggettività. È qui che si apre uno spazio per lo scontro tra classe dominante e classe oppressa, tra logica del profitto e tutela della salute, tra tutela dello status quo e volontà rivoluzionaria.

Così, posti di fronte alle dichiarazioni di questo o quell’esperto che si esprime sulla possibilità di riapertura dei vari comparti della produzione e della distribuzione delle merci e, più in generale sulla gestione dell’emergenza Covid-19, noi comunisti dobbiamo sempre tenere a mente che ogni soluzione proposta sottende una funzione di utilità. Questa è un’espressione dell’interesse di classe nel discorso scientifico.  Non esistono delle decisioni univocamente determinate da oggettive quantificazioni di proiezioni epidemiologiche, probabilità di contagio, costi per la sanità, previsioni economiche e così via. Perché vi possa essere una qualsiasi forma di convergenza circa la strategia da seguire, sarebbe necessario, in ultima istanza, che lavoratori e capitalisti la pensassero al medesimo modo circa l’entità dei danni causati dalla morte evitabile di un lavoratore e da una gigantesca perdita di introiti per un’azienda. In altre parole, lavoratori e capitalisti dovrebbero possedere i medesimi interessi. Questo non accadrà mai.

Note:

1 Goldacre B. Bad pharma: how drug companies mislead doctors and harm patients. Macmillan, 2014.

2 Wikipedia contributors. AllTrials. Wikipedia, The Free Encyclopedia. 2020; published online April 16. https://en.wikipedia.org/w/index.php?title=AllTrials&oldid=951245111 (accessed April 22, 2020).

3 Malmqvist E, Furberg E, Sandman L. Ethical aspects of medical age assessment in the asylum process: a Swedish perspective. Int J Legal Med 2018; 132: 815–23.

4 Mostad P, Tamsen F. Error rates for unvalidated medical age assessment procedures. International Journal of Legal Medicine. 2019; 133: 613–23.

5 Hjern A, Brendler-Lindqvist M, Norredam M. Age assessment of young asylum seekers. Acta Paediatr 2012; 101: 4–7.

6 Steyerberg EW. Clinical prediction models: a practical approach to development, validation, and updating. 2008.

7 Wikipedia contributors. Decision analysis. Wikipedia, The Free Encyclopedia. 2020; published online March 3. https://en.wikipedia.org/w/index.php?title=Decision_analysis&oldid=943789363 (accessed April 22, 2020).

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri queste riflessioni di Giulia Testi e Bernardo Bertenasco sulla fase 2, il decreto rilancio, la conversione ecologica e il concetto di libertà.

Dalle critiche alle proposte: oltre il decreto “rilancio” esiste una svolta sociale ed ecologica

Mai scindere il testo dal contesto, mai isolare un fatto o una decisione dal “tutto” che la cinge, prendere una cosa per se stessa è infatti una falsificazione della realtà, in quanto questa esiste solo nel sistema in cui è inserita. Altrimenti detto “il vero è l’intero”, oppure “la realtà è irrimediabilmente rizomatica”. Tale discorso verrà ripreso dopo, quando mostreremo l’importanza sistemica nella questione della contrapposizione tra limitate libertà individuali e libertà in senso più ampio: comunitaria, sanitaria, sociale, ecosistemica; i provvedimenti presi dal governo sono infatti in contrapposizione tra loro se considerati nel loro insieme e non presi singolarmente.

Prima di tutto studiamo alcune delle ultime decisioni governative durante la crisi del coronavirus:

1 - Ingenti fondi destinati ai grandissimi gruppi imprenditoriali, tra cui spicca la trattativa del gruppo FCA con sede in Olanda per 6,4 miliardi di soldi pubblici italiani 2 - Taglio dell’IRAP indiscriminato a tutte le aziende, anche a quelle che hanno aumentato i propri ricavi in tempi pandemici 3 - Reddito di emergenza su base categoriale e familiare, per il quale non vige l’incondizionalità dell’IRAP tagliato alle imprese 4 - Apertura delle frontiere il 3 giugno 5 - Sospensione di fatto dell’art.21 della Costituzione che garantisce la libertà di espressione e manifestazione della propria opinione 6 - Prezzo mascherine non realmente bloccato e aumento costo alimentari, non calmierato in nessun modo 7 - Nessun provvedimento per precari e stagisti, ma solo per partite iva e aziende, anche con redditi molto alti 8 - Ginepraio di bonus, tra cui “bonus vacanze” e “bonus bici”, ma senza nessun reddito di base

Ora discutiamole e facciamo il punto:

Ci viene presentata come libertà, ma è solo fittizia: spostarci, andare al mare, consumare, incontrare altre persone.

In realtà, siamo OBBLIGATI a proteggerci individualmente, con le conseguenti grandi disparità tra chi ha maggiori mezzi concreti e intellettuali e chi purtroppo ne è meno provvisto. Non è la stessa cosa disporre di un auto o di un giardino privato o meno, non è uguale essere anziani,adulti o adolescenti, non tutti possediamo la medesima responsabilità sociale, consapevolezza e senso critico. Sia detto tutto ciò in quanto la pandemia non viene abolita da un decreto e non esiste un reale “rischio calcolato”, a meno che non ci si limiti all’economia lasciando da parte la salute e la vita dei cittadini.

Siamo di fatto OBBLIGATI a stare in casa perché nessuno ci ha dato dei fondi che rimpiazzino il nostro lavoro in quanto precario e sappiamo che sono in milioni a trovarsi in questa situazione.

Per esempio i cassaintegrati, che non hanno ancora ricevuto le mensilità di aprile e maggio.

Siamo OBBLIGATI a subire la ripresa dei voli aerei, con il relativo inquinamento atmosferico e acustico, di fronte all’impossibilità di opporci a tale scelta per motivi sanitari, economici ed ecologici. “Possibilità di viaggiare in area Schengen”, leggiamo da giorni su allegri titoli di giornale, ma sotto a quella che vuole essere propositività e, nuovamente, presunto slancio di libertà, c’è un unico dato di fatto: dobbiamo ingoiare i residui di carburante di centinaia di aerei (pieni o vuoti) che volano sulle nostre teste, mentre prima, durante la “fase 1” abbiamo apprezzato la loro quasi totale assenza e ci sentivamo per una volta, per la prima volta, realmente tutelati. (Tema molto caro a chi abita a qualche km da un aeroporto, Ciampino nel nostro caso).

Siamo OBBLIGATI a fare un passo indietro e lasciare gli spazi della nostra città ai turisti, mentre durante la quarantena ci siamo finalmente potuti riappropriare della città, muovendoci liberamente nel silenzio e nella quiete del nostro territorio e dei nostri quartieri, solitamente intasati da smog, auto, vacanzieri e lavori in corso. Adesso invece, mentre vige l’impossibilità di fare assembramenti, seppur svolti rispettando le norme di distanziamento, per motivi sociali e politici (sospensione di fatto dell’art.21 della Costituzione), ai turisti verranno aperte le porte delle nostre piazze, vie, monumenti. La questione degli assembramenti si risolve quindi così: per consumare sono tollerati o addirittura suggeriti, per passeggiare liberamente, protestare o semplicemente esprimere la propria opinione sono ermeticamente chiusi. È noto come negli ultimi giorni siano stati multati molti manifestanti pacifici al Campidoglio e in altre piazze romane, cosiccome noi stessi siamo stati allontanati dai pressi del Parlamento, con un palese abuso di potere, perché avevamo un cartello che recitava “Decreto Rilancio? Basta lavoro precario, reddito su base individuale”. Zero assembramenti: due persone sole in mezzo a decine di forze dell’ordine.

Siamo OBBLIGATI a cedere lo spazio di bus e metro ai turisti, dovendo procurarci un mezzo privato per i nostri spostamenti. Quella che potrebbe essere una moderna iniziativa sostenuta da motivazioni di sostenibilità (e in questo momento anche di sicurezza), si rivela purtroppo, nel contesto in cui è inserita, essere una manovra illusoria, beffarda verso coloro a cui stannodavvero a cuore l’ambiente e la salute (cioè i cittadini). Il “bonus bici”, parziale e di difficile accesso, non serve a nulla di fronte agli immensi fondi (pubblici) dati all’industria dell’auto e alle compagnie aeree. Di più, a breve saremo costretti a difenderci da soli, quando i turisti saranno di nuovo in città e i posti sui mezzi di trasporto saranno pochi e a loro destinati. A noi residenti non resterà che proteggerci da soli comprando una bicicletta, facendo uscire soldi di tasca nostra e allungando i tempi di spostamento; mentre i nostri abbonamenti ATAC regolarmente pagati continueranno a marcire, anche perché non è previsto alcun rimborso per i mesi persi.

In conclusione la libertà che ci manca e per la quale dobbiamo agitarci non è quella di fare una cena con gli amici, di recarci al corso di yoga, di prendere un aperitivo nel baretto più glamour o di far visita al parrucchiere. Proprio mentre “non potevamo” svolgere queste attività, (che riconosciamo pure come importanti al benessere generale della persona) eravamo LIBERI in quanto protetti, mentre ora che ci viene lasciata la “libertà di fare tutto”, da un lato non abbiamo la base sanitaria (rischio salute altissimo), economica (dove si va senza fondi?) e sociale (non possiamo nemmeno manifestare in piazza) per farlo davvero. Dall’altro finiamo per sentirci ben più oppressi di prima. La libertà che ci serve non è quella di stampo individualistico e liberista, né semplicemente quella che riguarda il nostro piccolo microcosmo, il nucleo più stretto dei desideri più superficiali, ma una libertà collettiva e di espressione. La libertà di respiro più ampio che identifichiamo nel poter agire sulla realtà senza dover subire passivamente le scelte prese da altri, nel non sentirci impotenti e impossibilitati ad esprimere il potenziale trasformativo che possiamo offrire alla realtà. Ci manca anche la libertà di farci indietro e lasciare un sacrosanto posto nel mondo alle altre specie viventi.

Le istituzioni dicano la verità: hanno scelto di non proteggere la popolazione dalla pandemia, di non proteggere i cittadini precari e vulnerabili economicamente e socialmente dalla povertà, di non attuare nessuna norma di redistribuzione, ma anzi di aumentare i fondi destinati alle grandi imprese mentre non riconoscono nulla ai giovani, al personale sanitario, agli ecologisti, a chi vuole contribuire mediante la propria preparazione pratica e intellettuale a cambiare in meglio questa società malata, proprio ora che ne abbiamo l’occasione.

Tale potenziale trasformativo ci porta oltre la critica dello status quo e si esprime mediante la proposta di alternative concrete:

 

Svolta ecologica e tutela della realtà e dell’economia locale: ripresa delle piccole aziende del territorio e filiera corta. Tale scelta porterebbe ad una diminuzione della globalizzazione, quindiad un aumento della redistribuzione nonché ad un sensibile taglio dell’inquinamento dovuto al continuo traffico di aerei, navi e tir che può essere ridimensionato. Il problema della globalizzazione si può spiegare con il semplice esempio delle mascherine (uno tra i tanti): produrre a basso prezzo, delocalizzando in India o in Cina, ci ha messo in grave difficoltà perché non possiamo disporre di beni di primissima necessità nel momento del bisogno estremo.

Questa è solo una delle rivelazioni evidenti a tutti nell’ultimo momento, ma i problemi di questo tipo valgono per moltissimi settori: abbigliamento, arredamento, agricoltura (pensiamo agli agrumi locali invenduti, mentre mangiamo arance spagnole o egiziane).

 

Diminuzione del turismo: l’aumento del prezzo dei voli aerei e la riduzione del traffico potrebbero limitare il nostro continuo movimento, deleterio per l’ambiente, di cui noi stessi siamo parte. Questa è l’unica possibilità che abbiamo per restituire le città ai loro residenti e per frenare il gravissimo processo di riscaldamento globale. Fermare il mondo per mesi non è più un’utopia, l’abbiamo appena sperimentato (e ci è piaciuto).

 

Trasformazione del lavoro: fine del precariato, istituzione del salario minimo e del reddito di base. La situazione attuale mette a nudo alcuni problemi strutturali che devono essere affrontati ora: l’eccessivo ricorso a contratti informali, precari e intermittenti, la mancanza di tutele sul luogo di lavoro (come hanno mostrato le aziende e gli ospedali nella Regione Lombardia), l’insufficienza di un welfare categoriale ed eccessivamente burocratizzato. Occorre quindi ripensare il diritto del lavoro secondo i principi costituzionali, confrontandoci con la realtà: non c’è lavoro continuativo per tutti. Per questo motivo risulta opportuno andare verso una trasformazione che porti a lavorare meno e a lavorare tutti. Ciascuno deve avere il diritto di esprimere il proprio potenziale in società, dando il proprio contributo. Si potrebbe garantire un’entrata minima anche nei periodi in cui non si lavora, oppure semplicemente attuare una diminuzione generalizzata dell’orario di lavoro (per esempio metà giornata) integrata economicamente mediante un reddito di base. A vantaggio di chi già sosteneva tali ipotesi, vi è il fatto che in questo periodo molte persone solite trascorrere la vita in ufficio hanno sorprendentemente scoperto come la loro identità non si esaurisca nella professione, per quanto questa sia fondamentale, e si sono sentite libere di lasciar emergere quella parte di sé che si nutre e si sviluppa con la cura degli affetti, delle passioni, del tempo libero e, sì, anche dell’ozio. Una scelta politica di questo tipo, oltre che limitare gli eccessi di produzione e consumo, solleverebbe da stress e insoddisfazioni tanto coloro che sono formati e non hanno modo di esprimersi professionalmente, quanto coloro che, pur avendo raggiunto un traguardo di “successo”, si vedono costretti a lavorare 24/7 senza mai divagare, per mantenere quella posizione economica e sociale che sentono di essersi ritagliati da soli.

Eliminazione dei paradisi fiscali e istituzione di una tassa patrimoniale: per realizzare una società più equa socialmente ed ecologicamente bisogna necessariamente attuare una redistribuzione delle risorse. Occorre istituire una tassa patrimoniale, ad esempio, se chi possiede liquidità superiore ai 10 milioni di euro pagasse un’aliquota aggiuntiva, compresa tra l’1% e il 5%, potremmo risolvere problemi fondamentali quali povertà endemica, carenza di fondi per istruzione e sanità. Tale tassa è stata proposta da Vincent Lindon per la Francia con l’evocativo nome di “taxe Jean Valjean”, ma possiede un valore universale. Per quanto concerne i paradisi fiscali non occorre dilungarsi, sono crimini legalizzati e come tali vanno eliminati ora.

Giulia Testi e Bernardo Bertenasco

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