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Articoli filtrati per data: Friday, 15 Maggio 2020

Prosegue a Bologna il percorso di convergenza aperto dal sindacalismo conflittuale cittadino.

Questa mattina un centinaio di attivist hanno fatto un presidio sotto l'INPS di Bologna, proseguendo un percorso di presa di parola e iniziativa aperto alcune settimane fa con un flash mob sotto la Prefettura e proseguito la scorsa settimana con un grosso presidio sotto la Regione Emilia Romagna.

Il sindacalismo conflittuale della città, sostenuto da una rete di realtà sociali, sta dunque proseguendo nell'apertura di uno spazio politico per delineare i profili di una #Fase2 del conflitto sociale che a partire dal porre il tema del reddito possa far convergere un tessuto di istanze che si stanno sviluppando in termini di lotta sul salario, organizzazione di mutualismo e solidarietà e possibilità di lotta sul terreno della riproduzione sociale.

In attesa delle prossime tappe di mobilitazione, la giornata di oggi ha voluto indicare nell'INPS una delle controparti sulle quali iniziare a fare pressione per contrastare i tentativi di inaugurare una ristrutturazione tutta in favore dei grandi capitali e della grande impresa. L'iniziativa, che ha visto in contemporanea altri presidi sotto le INPS di altre città, ha anche iniziato a discutere negli interventi susseguitisi al microfono di come Bologna sia una delle città destinate a pagare uno dei prezzi piu' alti nell'enorme crisi economica che inizia a profilarsi.

Lo sviluppo urbano che negli ultimi anni aveva investito tutto sulla monocultura turistica, sui grandi eventi, sulla speculazione edilizia e su un terziario legato alla cultura e all'università, pare infatti destinato a lasciare grosse macerie all'interno del tessuto cittadino. In questa direzione una delle sfide che si aprono è quella di anticipare con l'iniziativa politica e sociale le dinamiche del crollo economico per costruire ipotesi di conflitto.

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Abbiamo intervistato un'organizzatrice dell'Assemblea online per un network di radio indipendenti che si terrà domani pomeriggio alle 17 per capire quali siano gli obbiettivi e gli intenti del progetto. Buona lettura!

Qual è lo scopo dell'iniziativa e da che percorsi nasce?

Gemini Network nasce dalle storie politiche di alcune radio e web radio indipendenti, legate ad anime eterogenee dell’attivismo nel nostro paese, che fin dalla loro fondazione hanno saputo raccontare territori, vertenze, esperienze sociali e produzioni culturali che altrimenti sarebbero rimaste sommerse. E lo hanno sempre fatto tenendo al centro la questione del diritto d’autore e della fruibilità dei contenuti oltre le logiche del profitto e del sapere per pochi, per chi può permetterselo. In questi mesi Radio Sherwood (Padova), Radio Sonar (Roma), Lautoradio (Perugia), Radio Roarr (Pisa), Radio Ciroma, Radio Città Aperta e Radio No Borders (Milano) hanno iniziato a ragionare sull’opportunità di ri-connettersi e creare una piattaforma, fin da ora assolutamente aperta e plurale, per ospitare contenuti capaci di raccontare il febbrile e eterogeneo “mondo di sotto”, in un’ottica di cooperazione e indipendenza, che sono le nostre parole-chiave. Il nome Gemini è stato scelto a imperitura memoria di Corrado Gemini, attivista impegnato sui temi del copyleft che da anni sognava un coordinamento simile a quello che cerchiamo ora di costruire.

Quale è stato il ruolo delle radio indipendenti durante l'emergenza Covid?

Il vasto mondo del podcasting, che da diversi anni si sta imponendo dentro e si margini del mercato culturale, ha sicuramente incontrato una grande espansione in termini di fruizione negli ultimi mesi. Sono nati podcast ad hoc per raccontare la quarantena e sono incrementati gli ascolti di quelli già esistenti (mainstream e indipendenti), a colmare il vuoto del distanziamento sociale, a creare nuove reti, vuoi di mutuo aiuto, vuoi di dibattito, vuoi di semplice ma fondamentale intrattenimento. Tra le radio del network ci siamo raccontati i dati degli accessi ai siti, alle pagine e il numero di play in forte aumento dall’inizio del lockdown. Gemini Network crede che la crossmedialità e il networking possano e debbano attraversare l’emergenza per rappresentare un’ancora, o meglio, un megafono, nella crisi della quale ormai stiamo varcando la soglia.

Come sta cambiando il mondo della comunicazione digitale, e in particolare delle web radio, e che uso collettivo dal basso se ne può fare?

La possibilità di realizzare una trasmissione in diretta o di creare un podcast di buona qualità con mezzi sempre più alla portata di tutt*, rende la dimensione della web radio ancora più attraversabile e capace di essere strumento collettivo per il racconto sociale e culturale. In più, l’esplosione social network in corso da oltre un decennio, con la moltiplicazione di piattaforme e il profondo mutamento delle modalità di utilizzo delle stesse, permette di raggiungere e consolidare pubblici variegati e agganciare anche chi credevamo potesse essere disinteressato o irraggiungibile. Per le realtà organizzate una web radio indipendente che si mette in rete con realtà sorelle, può raccontare il proprio territorio forte della stessa capillarità della piattaforma; per le/i singol* può essere un’occasione di content creation e diffusione culturale e sociale non più a livello individuale, come un racconto interiore, ma come un fatto pubblico, dunque segnatamente politico. In prospettiva di continuità e rinnovamento, crediamo che le/i più giovani possano accorgersi dell’estrema attualità e della grande potenza espressiva di un mezzo di comunicazione che ha visto il massimo della popolarità proprio tra quella generazione ormai memetica dei “boomer”, quindi riempirlo dei loro contenuti e delle loro forme.

Quali sono gli obbiettivi dell'assemblea?

L’assemblea di sabato 16 maggio vuole presentare il progetto a chiunque nutra un interesse verso il mondo del mediattivismo e della diffusione di contenuti sociali e culturali a mezzo radiofonico. Non importa essere già parte di una radio o essere attivist* di strutture precise: vogliamo partire da un’idea di rete ben posizionata capace di accogliere e dare voce a mondi non ancora intercettati. Sono già molte le realtà che ci hanno contattato per intervenire e aderire, ma vogliamo che sia un momento completamente inclusivo, fatto di Q&A, di messa in comune di idee e prospettive, verso quella più ambiziosa: una redazione diffusa.

 

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in varie

Condividiamo questa traduzione apparsa su Comitato Carlos Fonseca. Interessante notare come già nel 1909 (questa la data di pubblicazione dell'articolo) l'autore sottolineasse il fil rouge tra la devastazione ambientale e lo sviluppo capitalistico, indicandone la totale irrazionalità ai fini sociali e ecologici. Buona lettura!

Anton Pannekoek

Molti scritti scientifici si lamentano emozionalmente della crescente distruzione dei boschi. Nonostante ciò, non si deve tener conto solo dell’allegria che sperimenta ciascun amante della natura per i boschi. Ci sono anche importanti interessi materiali, inclusi interessi vitali per l’umanità. Con la scomparsa dei ricchi boschi, i paesi conosciuti nell’Antichità per la loro fertilità, densamente popolati, veri granai delle grandi città, si trasformarono in deserti pietrosi. La pioggia cade raramente lì, o le piogge torrenziali devastatrici portano via i sottili strati di humus che deve fertilizzare. Dove il bosco di montagna è stato distrutto, i torrenti alimentati dalle piogge gettano d’estate enormi masse di pietre e sabbia, che devastano le valli alpine.

“Interesse personale e ignoranza”: gli autori, che descrivono eloquentemente questo disastro, non si fermano alle loro cause. Probabilmente credono che sia sufficiente porre l’accento sulle sue conseguenze per rimpiazzare l’ignoranza con una migliore comprensione e cancellare i suoi effetti. Non vedono che questo è un fenomeno parziale, uno dei molti effetti simili del capitalismo, questo modo di produzione che è la fase suprema della ricerca di profitti.

Come si è trasformata la Francia in un paese povero di boschi, fino al punto di importare ogni anno centinaia di milioni di franchi di legname dall’estero e spendere molto di più per mitigare mediante la riforestazione le disastrose conseguenze della deforestazione nelle Alpi? Sotto l’Antico Regime, c’erano molti boschi statali. Ma la borghesia, che prese le redini della Rivoluzione Francese, vide in questi boschi statali solo uno strumento di arricchimento privato. Gli speculatori ne abbatterono tre milioni di ettari per trasformare il legname in oro. Il futuro era la minore delle loro preoccupazioni, contava solo l’immediato beneficio.

Per il capitalismo, tutte le risorse naturali hanno il colore dell’oro. Quanto più rapidamente le sfrutta, più rapido è il flusso di oro. L’esistenza di un settore privato ha l’effetto per cui ciascun individuo cerca di ottenere il maggior beneficio possibile senza neppure pensare per un momento ai benefici dell’insieme, quello dell’umanità. Di conseguenza, ciascun animale selvatico che ha un valore monetario, qualsiasi pianta che cresce nella natura e fa guadagnare è immediatamente oggetto di una corsa allo sterminio. Gli elefanti africani quasi sono scomparsi vittime di una sistematica caccia del loro avorio. La situazione è simile per gli alberi di caucciù, che sono vittime di un’economia predatrice nella quale tutti distruggono solo gli alberi senza ripiantarne nuovi. Dicono che in Siberia gli animali da pelliccia siano sempre più rari a causa della caccia intensiva e che le specie più pregiate possano scomparire presto. In Canada, i vasti boschi vergini sono ridotti in cenere, non solo dai coloni che vogliono coltivare il suolo, ma anche dai “cercatori” alla ricerca di depositi di minerali; questi trasformano i pendii delle montagne in rocce nude per avere una migliore visione del terreno. In Nuova Guinea, è stato organizzato un massacro di uccelli del paradiso per realizzare il costoso capriccio di un multimilionario statunitense. Le follie della moda tipiche del capitalismo, che sprecano il plusvalore, hanno già portato allo sterminio di specie rare. Gli uccelli marini della costa est dell’America hanno dovuto la loro sopravvivenza solo al rigoroso intervento dello stato.

Ma le piante e gli animali non sono lì per essere utilizzati dagli umani per i loro fini? Qui, lasciamo completamente da parte la questione della conservazione della natura, giacché scaturirebbe senza l’intervento umano. Sappiamo che noi umani siamo padroni della terra e che trasformano completamente la natura per le proprie necessità. Per vivere, dipendiamo completamente dalle forze della natura e dalle risorse naturali; dobbiamo usarle e consumarle. Questo non è quello di cui stiamo parlando qui, ma solo di come lo usa il capitalismo.

Un ordine sociale ragionevole dovrà usare i tesori della natura posti a sua disposizione in modo tale che quello che si consuma sia allo stesso tempo rimpiazzato, affinché la società non si impoverisca e possa arricchirsi. Un’economia chiusa che consuma parte delle plantule di grano sta diventando più povera ed è più probabile che fallisca. Questo è il modo di gestire del capitalismo. Questa economia che non pensa al futuro vive solo nell’istantaneità. Nell’attuale ordine economico, la natura non è al servizio dell’umanità, ma del capitale. Non è il vestiario, il cibo e le necessità culturali dell’umanità, ma l’appetito di guadagno del Capitale, in oro, quello che governa la produzione.

Le risorse naturali sono sfruttate come se le riserve fossero infinite e inesauribili. Con le nocive conseguenze della deforestazione per l’agricoltura, con la distruzione di animali e piante utili, appare la natura finita delle riserve disponibili e appare la bancarotta di questo tipo di economia. Roosevelt riconosce questa bancarotta quando vuole convocare una conferenza internazionale per valutare lo stato delle risorse naturali ancora disponibili e prendere delle misure per evitare il loro spreco.

Certamente, questo piano in sé stesso è uno scherzo. Lo stato certamente può fare molto per prevenire lo spietato sterminio di specie rare. Ma lo stato capitalista è, dopo tutto, solo un triste rappresentante del bene comune (Allgemenheit der Menschen). Deve realizzare gli interessi essenziali del capitale.

Il capitalismo è un’economia senza cervello che non può regolare le proprie azioni essendo cosciente dei loro effetti. Ma la sua natura devastatrice non deriva solo da questo fatto. Negli ultimi secoli, gli esseri umani hanno sfruttato stupidamente la natura senza pensare al futuro di tutta l’umanità. Ma il suo potere si è ridotto. La natura era così vasta e potente che con i loro mezzi tecnici limitati, potevano causarle un danno eccezionale. Il capitalismo, d’altra parte, ha rimpiazzato la necessità locale con la necessità globale, ha creato mezzi tecnici per sfruttare la natura. Sono enormi masse di materiale che subiscono i colossali mezzi di distruzione e sono spostate da potenti mezzi di trasporto. La società sotto il capitalismo si può confrontare con la forza gigantesca di un corpo sprovvisto di ragione. Nella misura in cui il capitalismo sviluppa un potere illimitato, allo stesso tempo devasta l’ambiente in cui vive localmente. Solo il socialismo, che può dare a questo potente corpo coscienza e azione cosciente, rimpiazzerà simultaneamente la devastazione della natura con un’economia ragionevole.

Luglio 1909

Fonte: Zeitungskorrespondenz n ° 75, 10 luglio 1909, p. 1 e 2.

Traduzione in spagnolo di Ph. Bourrinet (luglio 2019).

28/01/2020

Política Obrera

*Anton Pannekoek, all’anagrafe Antonie Pannekoek, fu un astronomo, astrofisico, filosofo e rivoluzionario olandese, tra i maggiori teorici del comunismo consiliarista (in olandese: radencommunisme). Qui un suo testo del 1909.

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in NOTES

La pandemia di COVID-19, avendo rivelato la tossicità del binomio ‘privatizzazioni-austerità’, rappresenta un'opportunità per la tanto attesa transizione oltre un sistema economico fondato sullo sfruttamento del lavoro subordinato precario, del lavoro di cura non retribuito, e degli ecosistemi. Il campanello d'allarme suonato dalla pandemia è che un sistema organizzato attorno al profitto è socialmente ingiusto ed ecologicamente insostenibile. Questa è una crisi di vulnerabilità causata dal capitalismo e che il capitalismo non può risolvere: richiede una trasformazione sociale ampia e profonda. E ciò deve iniziare dall’anello della catena che si è spezzato per primo: il Servizio Sanitario Nazionale.

Il sistema sanitario in condizioni critiche

I sistemi sanitari di molti Paesi sono sull'orlo del collasso poiché non ci sono abbastanza letti di terapia intensiva per tutte le persone infette da COVID-19 che la necessitano. Tale inadeguatezza dei sistemi sanitari è da attribuirsi al loro cronico sottofinanziamento e crescente privatizzazione.

Riguardo al processo di privatizzazione, basti pensare che il 40% della spesa sanitaria regionale in Lombardia oggi è destinata a strutture private. L’eccellenza sanitaria lombarda inventata da Formigoni su una sinergia pubblico-privato a vantaggio del secondo ha, in realtà, fornito un servizio più amichevole per i ‘pazienti-clienti’, trascurando però prevenzione e cure vitali. La Lombaridia è la regione con la percentuale di letti in cliniche private più alta in Italia. E le cliniche private hanno interesse nell’investire solo in servizi specializzati su cui i margini di profitto sono più elevati. Il risultato è che rimangono solo i pronto soccorso per fornire cure primarie con l’inevitabile congestione che ne consegue. Non a caso la Lombardia è l’unica regione in Italia ad aver raggiunto una saturazione delle terapie intensive.

La privatizzazione del servizio sanitario può essere vista come parte di una più ampia dinamica di mercificazione, ossia di un’espansione della logica di mercato nella società. In un sistema in cui imprese e governi hanno come obbiettivo massimizzare i guadagni finanziari (rispettivamente profitti e PIL), trasformare i servizi sociali, come l'assistenza sanitaria, in una merce che si deve acquistare sul mercato è considerato progresso economico poiché aumenta il PIL. Ma ciò che viene dissimulato come ‘crescita economica’ è in verità solo un trucco contabile a spese di coloro che più dipendono dal welfare. Il processo di privatizzazione, invece che ‘tagliare i costi’ come si sente spesso ripetuto, trasferisce semplicemente i costi di fornitura dei servizi di base dal bilancio dello Stato a quello delle famiglie. Ciò chiaramente va a detrimento dei più poveri poiché le spese sanitarie sono così individualizzate invece che essere pagate collettivamente tramite il sistema tributario progressivo vigente (chissà ancora per quanto) in Italia.

Parallelamente i sistemi sanitari pubblici sono stati per molti anni cronicamente sottofinanziati a causa di draconiane politiche di austerità. Si pensi all’Italia dove, nonostante l’invecchiamento crescente della popolazione, la spesa per la sanità è passata dal 7 al 6,4 per cento del PIL dal 2012 a oggi. Negli ultimi 10 anni sono stati erogati 37 miliardi in meno al Servizio Sanitario Nazionale, riducendo così i posti in terapia intensiva a 8,5 ogni 100mila abitanti.

L'austerità consiste nel tagliare la parte di spesa pubblica meno produttiva in termini di valore economico (scuola, sanità, cultura, ecc.) per devolvere una maggiore parte del bilancio ai settori più produttivi (ad esempio l’infrastruttura per la rete 5G). Ma ciò è, ancora una volta, un'illusione contabile: le attività economiche sono soppesate in base al loro contributo al PIL nazionale con l'obiettivo finale di stimolare la crescita economica piuttosto che di soddisfare i bisogni dei cittadini. Per quanto essenziale sia l'assistenza sanitaria pubblica, essa rimane un settore a bassa produttività con limitati ritorni sugli investimenti.

Tali osservazioni palesano una delle contraddizioni centrali del capitalismo: il divario crescente tra valore di scambio e valore d'uso delle attività economiche. Il valore d'uso si riferisce alle caratteristiche di un servizio in grado di soddisfare un'esigenza concreta. Il valore di scambio, invece, ha a che fare con il valore monetario di un servizio. Ora, cosa succede se privatizziamo il sistema sanitario? I prezzi salgono e così anche la spesa sanitaria in percentuale del PIL nazionale. Questo è il motivo per cui i paesi dell'Europa occidentale spendono in media il 9% del loro PIL per la sanità, mentre invece gli Stati Uniti che hanno un sistema sanitario interamente privato ne spendono il 18%. Ma tale incremento monetario del sistema sanitario non ne migliora la qualità. In realtà, spesso avviene il contrario: i paesi con un sistema sanitario privato performano peggio di quelli con assistenza sanitaria pubblica. Ad esempio, gli Stati Uniti sono il decimo paese più ricco del mondo per PIL pro capite, ma si collocano al 64° posto in termini di salute.

Il valore d’uso diminuisce, ma cresce quello di scambio a beneficio del PIL, ossia del tasso di accumulazione del capitale. Giudicare il valore del sistema sanitario in funzione del suo valore monetario è utile (e pericoloso) quanto guidare guardando solo l'indicatore del carburante.

Prendersi cura delle persone e del pianeta

Oltre che garantire il diritto alla salute, la sanità pubblica ha anche l'ulteriore vantaggio di avere un’impronta ecologica minore rispetto ai sistemi privati data l’efficienza dell’economia di scala nella gestione delle risorse. Ne consegue che privatizzare i servizi di base non solo richiede più soldi per farli funzionare, ma anche più risorse ecologiche. Nel contesto della crisi ambientale tali considerazioni non possono essere ignorate. È quindi opportuno che non si affermi la tendenza di contrapporre artificiosamente un’emergenza (quella sanitaria) all’altra (quella ambientale) per rivedere tutte le priorità e tornare a perseguire scelte socialmente ed ecologicamente scellerate solo per rilanciare la crescita. 

Ciò è tanto più importante se consideriamo le intersezioni tra la diffusione della pandemia COVID-19 e la crisi ecologica. Ad esempio, un recente studiostudio ipotizza un rapporto di causalità fra l’alta concentrazione di polveri sottili in Lombardia e la più elevata vulnerabilità delle comunità locali all’agente virale. Ciò deriva sia dallo stato di affaticamento del sistema respiratorio dei cittadini sia dal fatto che le polveri sottili agiscono come vettore per la propagazione del virus. Queste conclusioni sono confermate sia da un ulteriore studio sul Nord Italia sia da un altro che rileva che circa l’80% delle morti attribuite al COVID-19 in Italia, Spagna, Francia, e Germania sono avvenute nelle rispettive aree del paese più inquinate. Ma il rapporto di causalità fra degrado ambientale e pandemie opera anche nel verso opposto: i virus trasmessi dagli animali selvatici agli esseri umani (come Ebola, Sars, influenza aviaria e ora Covid-19) sono in aumento a causa della perdita di biodiversità a livello globale.

Abbiamo perciò un disperato bisogno di una trasformazione economica che metta al centro attività di riproduzione socio-ecologica piuttosto che la produzione di beni di consumo. Per riproduzione socio-ecologica s’intende, ad esempio, la messa in sicurezza del territorio, il riciclo dei rifiuti, la creazione di sistemi energetici locali con fonti rinnovabili, nonché istruzione, cultura, e salute. È tempo di prendersi cura sia delle persone che del pianeta. La cura può diventare il segno distintivo di un'economia basata sul sostentamento del vivente, piuttosto che sull'espansione delle merci. Le attività di cura sono ad alta intensità di lavoro perché traggono il loro valore dall’attenzione e pazienza con cui vengono profuse. Risulta perciò evidente il loro potenziale nel ridurre la disoccupazione favorendo al contempo la creazione di una società più umana.

Nel contesto della pandemia il lavoro di cura a cui ciascuno di noi è stato chiamato è incrementato considerevolmente. Prenderci cura della casa, dei bambini, degli anziani, e dei malati ci ha costretto ad acquisire cognizione dell’importanza delle professioni a cui abitualmente demandiamo tali attività: medici, infermieri, badanti, insegnanti, addetti alle pulizie, e assistenti sociali. Per troppo tempo il loro lavoro è rimasto invisibile e sottopagato. Queste professioni erano considerate marginali e superflue a causa della loro bassa produttività. Ma è ormai chiaro che la nostra sopravvivenza dipende da loro. Stiamo improvvisamente aprendo gli occhi sul fatto che l'individualismo, sommo valore del neoliberismo, è un privilegio.

Tali considerazioni sull’importanza di queste professioni gettano luce anche su di una domanda che la maggior parte delle persone si sta ponendo per la prima volta: dovrei andare al lavoro o no? È impossibile rispondere a questa domanda senza sapere che tipo di lavoro. Sì, infermieri e fornai dovrebbero andare al lavoro anche se questo crea un rischio di contagio, ma la stessa logica non si applica a chi produce automobili o crea pubblicità. Il rischio di contagio ci sta costringendo a distinguere tra necessità e lussi. Ciò che molte persone potrebbero aver realizzato nelle ultime settimane è che il loro lavoro non è così importante come pensavano. Una buona parte di loro ha in realtà quello che si definisce un ‘bullshit job’: un lavoro senza il quale il mondo andrebbe avanti comunque, anzi sarebbe un posto migliore.

Fanno quindi bene gli operai di molte aziende a protestare contro il fatto che le fabbriche in cui lavorano rimangono aperte durante la pandemia: sono queste fabbriche inutili al funzionamento della società e non vale la pena rischiare la pelle. Ma il punto è che moltissimi di questi lavori non sono mai essenziali, non solo durante la pandemia. Riconvertiamo quindi questi settori industriali per produrre e riparare tutti i macchinari ed infrastrutture di cui abbiamo bisogno per la conversione ecologica.

Ma dobbiamo anche svincolare l’accesso al reddito dalla partecipazione all’economia di mercato. Una proposta che va in tale direzione è quella di istituire un Reddito di CuraReddito di Cura da rendere disponibile per tutti coloro che – non essendo formalmente salariati – sono impegnati nella cura delle persone e/o degli ecosistemi.

Reinventare l’economia

Per far fronte alla crisi sociale innescata dalla pandemia, i governi di molti paesi si sono dimostrati inclini a mettere in dubbio l’ortodossia neoliberista e ad introdurre forme di protezione sociale, di sostegno al reddito, e sussidi. Fra tanti possibili esempi, la Spagna sta per distribuire un reddito minimo garantito, la Francia distribuisce sussidi di disoccupazione a coloro che non possono andare al lavoro e non possono lavorare da casa, l'Australia ha adottato una moratoria di sei mesi sugli sfratti, la città di New York ha sospeso i pagamenti dei mutui per 90 giorni. Le istituzioni economiche stanno cambiando ad un ritmo senza precedenti, dimostrando che la crisi ha aperta una breccia nel senso comune egemonico. Siamo in un momento di massimo dirigismo istituzionale sostenuto dall’emergenza sanitaria.

Tutte queste misure sono state pensate come temporanee, fintanto che dura quest’emergenza. E se l’emergenza sociale in cui siamo oggi non fosse affatto transitoria? Prima gli incendi in Amazonia, poi quelli in Australia, poi la pandemia di COVID-19, ed ora il crollo del prezzo del petrolio ai minimi storici. Sembra che usciamo da ogni crisi solo per entrare in un’altra. Sappiamo che ci sono delle dinamiche di lungo corso che rendono impossibile sostenere l’attuale sistema economico. Vale la pena allora considerare il fatto che il potere incontra molta più resistenza nell’annullare dei diritti dopo che la gente ne ha assaporato il gusto rispetto a quanto succederebbe se li avesse negati in primo luogo. E allora queste politiche d’espansione del welfare intese come transitorie, potrebbero risultare inevitabili sul lungo periodo. Una svolta apparentemente riformistica come quella della presente congiuntura può avere sbocchi rivoluzionari.

È ormai chiaro che l’unica via d'uscita dalla pandemia di COVID-19 e dal collasso ecologico globale passa per l’abbandono della crescita economica quale priorità sociale, per una massiccia ridistribuzione della ricchezza, e per la valorizzazione delle attività legate alla riproduzione socio-ecologica. Questa primavera non devono fiorire solo i narcisi, ma anche un nuovo senso comune. È sorprendente quanto velocemente il discorso pubblico stia cambiando e quante iniziative di solidarietà e di mutuo soccorso si stiano costituendo. La buona notizia è che ciò che è possibile oggi rimarrà possibile anche domani se lo vogliamo. Dobbiamo quindi lasciare che questo momento ci radicalizzi. Dopotutto lo slogan adottato da molti movimenti sociali nelle ultime settimane è eloquente: “No volveremos a la normalidad porque la normalidad era el problema.”

Dobbiamo impiegare l’immaginativa e la solidarietà catalizzata dalla pandemia per affrontare un altro virus che cresce esponenzialmente e finisce per uccidere il proprio ospite: il capitalismo.

Riccardo Mastini è un dottorando di ricerca in ecologia politica presso l’Istituto di Scienza e Tecnologia Ambientale dell'Università Autonoma di Barcellona. Lo potete seguire su TwitterTwitter e FacebookFacebook.

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Riceviamo e segnaliamo...

STREEEN e il Divine Queer Film Festival (DQFF) aderiscono alla Giornata Mondiale contro l'Omo-Transfobia e propongono lo streaming gratuito, solo il 17 maggio 2020, di cinque film, per dare voce, visibilità e diritto di rappresentazione e chi spesso non ne ha. Grazie alla preziosa collaborazione tra STREEEN - la piattaforma per lo streaming del cinema indipendente e d’autore - e il DQFF - il festival di cinema indipendente a tematica Queer che esplora i temi fluttuanti di genere, diverse abilità e migrazione - verranno resi disponibili cinque film(quattro delle passate edizioni del ???? e uno dal repertorio di STREEEN). L'evento è in collaborazione con Sunderam Identità Transgender Torino Onlus e l'Associazione Culturale Taksim

Off Broom (Roald Zom, Olanda, 2018, 29’) Rein è il portiere transgender di una squadra di Quidditch, lo sport emergente inventato da Harry Potter. Mentre la squadra si prepara a partecipare ai giochi europei in Italia, Rein racconta il suo processo di autodeterminazione.
Premio giuria Divine 2019

Sunken Plum (Xiaoxi Xu e Roberto F. Canuto, Cina, 2018 – 20’)
In una città cinese, una donna transgender riceve la notizia della morte di sua madre. Essendo l’unico “figlio”, si sente obbligata a tornare nel suo villaggio natio tra le montagne, anche se dovrà nascondersi da famiglia e amic*. Una storia di orgoglio e autodeterminazione.
Premio giuria Divine 2019

Gesù è morto per i peccati degli altri (Maria Arena, Italia, 2014 – 90′)
Franchina, Meri, Marcella, Santo, Totino e Wonder sono trans-donne che si prostituiscono da decenni nel quartiere San Berillo di Catania, tra loro c’è anche una cis-donna, Alessia.
Il quartiere è un pugno di strette vie in rovina lasciate al degrado per 50 anni e oggi più che mai contese da interessi economici sempre più pressanti. Invitati dal politico di turno a immaginare un futuro diverso, le trans rimettono in gioco desideri e paure frequentando un corso per badanti. Questa novità s’innesta ma non muta i ritmi della particolare comunità di San Berillo in cui il tempo è scandito dalle feste dedicate a Santi e Madonne più che delle stagioni. Tra fede religiosa, amore e sogni per un futuro migliore, come novelle Samaritane, le buttane di San Berillo si raccontano attraverso aperti dialoghi tra le vie del loro quartiere, rivendicano i loro diritti, presentano l’intimità delle loro famiglie e della loro solitudine davanti alla porta in attesa dei clienti.
Chi sarebbero loro dopo la ‘riqualificazione’ del quartiere?
Premio Divine 2015

Refugees Under The Rainbow (Stella Traub Germania, 2018, 31’)
Il film racconta la storia Yusuf, Ritah e William e del loro viaggio. Un viaggio dall’Uganda alla Germania, una storia di violenza, speranza, delusioni sotto il segno dell’arcobaleno.

Le Coccinelle - Sceneggiata Transessuale (Emanuela Pirelli, Italia, 2012, 52’)
Dalla sezione free del catalogo #LOTTOMARZOSEMPRE di Streeen, il film racconta l'antica arte dei femminielli napoletani col linguaggio di un travolgente docu-musical. Canzoni neomelodiche, sesso, comunioni, battesimi e matrimoni: signore e signori benvenuti nel magico mondo de Le Coccinelle!

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