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Articoli filtrati per data: Thursday, 14 Maggio 2020

 

Pubblichiamo di seguito una intervista con un compagno del sicobas di Prato. Un territorio denso di contraddizioni che è stato investito preventivamente dalla fase pandemica con anticipo rispetto alle altre regioni italiane, auto-imponendo alla comunità imprenditoriale cinese un lockdown che ne ha effettivamente limitato i contagi. Ma Prato è anche la città in cui negli ultimi due anni c'è stata una sindacalizzazione conflittuale del tessuto operaio migrante contro gli storici regimi di sfruttamento governati dalla classe imprenditoriale locale con la compiacenza storica dei corpi intermedi tradizionali e del mondo istituzionale. Nella crisi covid19 emergono fratture e trasformazioni su più livelli dell'organizzazione delle zone produttive. Emerge il ruolo di vero e proprio soggetto politico trainante della locale (e non solo) confidustria, ma anche le violente “svalorizzazioni” del lavoro operaio causato dalle disoccupazione forzate. I costi del lockdown non sono né possono essere redistribuiti per lo Stato, che non è interessato a “salvare” né coprire i bisogni della forza lavoro integrata nel processo produttivo del distretto del tessile. La discriminazione sociale posta dai regimi razzisti si evidenzia con tutta la sua durezza nell'esclusione dal welfare. La contraddizione tra salute e lavoro, tra territorio e inquinamento, che vive nel ricatto del salario e del permesso di soggiorno, affonda i propri artigli in questa fase di crisi per non correre il rischio della distruzione di quell'“interesse comune” che lega il destino operaio alle esigenze della produttività. Nodi e contraddizioni che ci interessa approfondire, seguire per metterci a lavoro su ipotesi di lotta e di costruzione di una effettiva alternatività all'infezione sociale degli interessi industriali.

 

Premessa

ci interessava parlare con voi compagni rispetto ai discorsi più legati al lavoro produttivo, nello specifico del settore tessile pratese, rispetto alla vostra militanza che in questi anni avete fatto, impegnati nel si cobas in questa particolare fase qui di pandemia.

 

Come prima cosa ti volevo chiedere se a Prato ci sia stato il rispetto della chiusura forzata, o se come nel nord Italia, tante aziende siano andate in deroga al lock down e abbiano continuato a produrre.

Prima di tutto faccio una premessa, nel senso che ovviamente quello che io ti posso raccontare rientra nella parzialità del nostro sguardo, faccio riferimento ai luoghi che sono coinvolti e ai luoghi che fanno parte della sindacalizzazione col SI COBAS e dove comunque ci sono contatti con i lavoratori, con l’autorganizzazione, con le lotte etc… e poi magari su altre domande come quella di questo tipo posso dare risposte rispetto alla percezione che si può avere ma che ovviamente non è un dato di fatto oggettivo.Innanzi tutto volevo fare una precisazione, provando un attimo a dividere tutti i discorsi tra il distretto tessile e la logistica. Probabilmente seguiranno due filoni diversi in questa storia qui. Quali sono intanto i luoghi di lavoro coinvolti, quelli di cui abbiamo fatto esperienza diretta e sappiamo perché c’è un’internità delle lotte. Quando parliamo di distretto tessile parliamo anche qui di una parzialità che è fondamentalmente più che altro il mondo delle tintorie, e della parte del distretto a conduzione cinese, che lavora e produce capi di abbigliamento di media bassa qualità. Quindi rimane fuori da questo discorso tutta la parte “dell’alta moda/abbigliamento di qualità”, che è un'altra parte del distretto tessile che non è coinvolta nei processi di lotta e di cui quindi io non ho conoscenza. Su questo settore dunque il lockdown è stato rispettato, e c’è da dire questo, tutte le tintorie (superlativa, fata, dl, tinto group etc..) sono state coinvolte dalla crisi e quindi anche dalla sospensione delle attività o dalla riduzione, prima dei decreti ministeriali, che hanno disposto la chiusura delle attività non essenziali per un connubio di due elementi che si intrecciano tra di loro: il primo è che essendoci la conduzione cinese di questa parte della filiera dei pronto moda che sono il pezzo committente delle tintorie, c’è stata comunque una sensibilità e una comprensione di quanto stava accadendo maggiore, portandole a decidere di chiudere prima. Producendo quindi una mancanza di lavoro già da prima. L'altro è un fattore oggettivo per queste industrie, ovvero la difficoltà e/o l’interruzione dei flussi con la Cina, di materie prime etc.. che è iniziata con l’inizio della crisi in Cina. Quindi prima dell’arrivo del virus in Italia.
Quindi questi due fattori hanno portato di fatto la stagione del tessile, di questa parte specifica, cioè della maglieria e di capi leggeri, a non partire mai con la produzione stagionale. Sarebbero dovuti partire a fine dicembre/gennaio, però non è mai iniziata. Quindi molte aziende di questo comparto hanno scelto di non tenere gli impianti aperti. Non c’è stato quindi un interesse a forzare da parte operaia le misure di chiusura per questi motivi.
Un discorso diverso invece vale per un'altra parte del distretto che è quella che ha fatto notizia, diciamo così, che è quella dell’imprenditoria italiana che è collegata anche alla filiera internazionale che non è per forza dei grandi marchi, ma che è di buona qualità ed è collegata all’export del made in italy, che invece è stata quella parte di padronato che ha pressato per le riaperture, e ci sono stati anche vari escamotage dei vari protocolli sui beni essenziali, facendo appiglio alla produzione del tessuto non tessuto, e che quindi ha permesso ad una piccola parte di rimanere sempre aperta. Questa filiera di imprese, grazie all’aggregazione a confindustria, ad aprile hanno anche tentato la riapertura di 200 aziende di questo pezzo di distretto, come forma di disobbedienza civile, e che è arrivata poi a strappare la riapertura in deroga del distretto al 27 aprile, invece che al 4 maggio.
Mentre invece il distretto cinese riaprirà il 4, se riaprirà... una parte ancora non ha riaperto e molti hanno annunciato che non riapriranno a breve.

 

 

I lavoratori impiegati in questo pezzo di filiera, rispetto alle condizioni contrattuali che tendenzialmente vengono adoperati, che situazione vivono e di che tutele godono?

Lì dentro la condizione economico sociale è di bassissimo livello e la norma è quella del lavoro nero e ancor di più “grigio”, soprattutto grigio: quindi contratti part-time, tra le 2 e le 4 ore al giorno, per un lavoro effettivo di 12 ore al giorno, 7 giorni alla settimana. Un prodotto delle lotte che ci sono state è il giorno settimanale di pausa, che anche dove poi le lotte non ci sono state comunque sia ha prodotto questo risultato a cascata sulla generalità delle aziende di questo tipo. È una goccia nel mare, ma pur sempre una goccia.
Alla luce di ciò, quindi, tutele zero! Ci sono migliaia di lavoratori, più o meno questi sono i numeri del distretto cinese, che avranno casse integrazioni ridicole, 150/200 euro al mese, ed ovviamente in tutta la filiera non ci sono anticipi di cassa integrazione anche perché comunque è tutto un discorso di grandi filiere, composte da medie imprese.
La situazione dunque è drammatica, cioè che c’è qualche migliaio di lavoratori messi in condizione di povertà assoluta in questo momento.
Il piccolo spaccato delle lotte ha prodotto comunque che quei lavoratori che hanno fatto gli scioperi nell'ultimo anno e mezzo contro il lavoro “grigio” abbiano invece la cassa integrazione piena a 8 ore, perché fondamentalmente hanno conquistato regolari contratti da 8 ore... che però comunque non viene anticipata.
Un altro aspetto ha a che fare con la provenienza della manodopera, che sia in questo pezzo di filiera a conduzione cinese, che in quell’altro della filiera “italiana”, è di origini cinesi, pakistane e africane. Gli italiani sono nelle posizioni tecniche qualificate o di direzione. Molto spesso gli italiani sono ex imprenditori, che diventano consulenti salariati per le loro competenze tecniche e gestionali dalla filiera cinese. Sulla condizione dei lavoratori cinesi sappiamo dire poco, perché purtroppo resta un mondo con cui i rapporti restano non dico nulli, ma davvero pochi. Quindi sia la questione permesso di soggiorno che le dinamiche contrattuali restano per il sindacato ad oggi “oscure”, anche ovviamente a causa della chiusura della comunità che ovviamente fa da “controllore” di questa parte di forza lavoro. Per il resto in grande parte sono maestranze con lo status di “richiedente asilo” di nazionalità pakistana, bengalese e africana. Questa cosa è importante in questo momento perché sono praticamente tutti, il 95% potrei dire, che non hanno nemmeno la residenza anagrafica in Italia, e questo produce che in questo momento anche tutte le misure di welfare, come ad esempio i famosi buoni spesa, il contributo affitto, loro non possano usufruirne, quindi una esclusione totale dal welfare di questo settore del lavoro produttivo.
Riepilogando: niente cassa integrazione, cassa integrazione ridicola (a parte per chi ha lottato regolarizzando i contratti) ed esclusione da tutte le misure sociali ordinarie e straordinarie. L’unica possibilità di “sussistenza” istituzionale rimane quindi il banco della solidarietà della caritas.

 

Dove vivono tutti questi operai? A Prato oppure vengono da fuori?

Vivono quasi tutti a Prato, una piccola parte abita a Pistoia che è ancora più economica sul mercato degli affitti, e si spostano con la bicicletta da casa a lavoro, che non è lontanissimo ma nemmeno vicino da raggiungere con la bicicletta. Quasi tutti vivono in case in affitto con tante altre persone, tra le 5 e le 6, anche 8 a volte.
Tanti di questi sono pakistani che richiedono la protezione umanitaria per avere un documento di soggiorno regolare, ma che per come è strutturato il sistema nel nostro paese vengono poi respinti praticamente tutti. La filiera infatti vive di questa condizione di ricatto, in quanto tutte queste persone rappresentano forza lavoro che ha bisogno di un contratto di lavoro per poter richiedere un permesso di soggiorno.

 

Un'altra questione a nostro avviso rilevante, ascoltando anche un’intervista che il presidente della regione Rossi ha fatto, che stimava il 30% del PIL toscano si produca nell’industria tessile. Ovviamente come ci dicevi l’industria tessile toscana ha più filiere diverse che compongono l’intero settore. Però in questa stima della Regione una parte è occupata anche dalla parte a conduzione cinese “della maglieria” che sul territorio pratese rappresenta una quota rilevante dell’economia cittadina. Alla luce di ciò dunque la chiusura ormai prolungata di questo settore che fratture riporta nell’assetto economico/politico della città? E quale scenario si prospetta in un prossimo futuro?

La riapertura e la ripresa produttiva della filiera non sembrano in discussione in un prossimo futuro, nel senso che nonostante le difficoltà e il possibile fallimento magari di qualche impresa la filiera sta ripartendo e ripartirà quando ci saranno le condizioni per farlo. Non so dirti io che scenari futuri ci saranno però dovremmo seguire con attenzione dei discorsi che dalla loro parte si stanno già facendo, di cui però vediamo solo una traduzione mediatica, per cui si parla di verticalizzare la filiera, costruire nuovi consorzi, ci sarà dunque in questi termini una ristrutturazione.
È comunque una crisi che però non saprei dirti ora su che livello e quanto profonda: sicuramente di tutta quella fascia di piccole imprese una parte morirà, come verrà rimpiazzata nella filiera produttiva dipende dalle linee della ristrutturazione e degli investimenti, se e come ci saranno. Ad oggi le èlite che hanno in mano questi processi ne stanno sicuramente discutendo ma ovviamente non è chiaro come sarà fatto. Sarà decisivo per le lotte seguire questo processo, per piegarlo in altre direzioni.

 

Sul tema delle prescrizioni rispetto alla salute e alla sicurezza (i DPI, le mascherine, la misurazione della temperatura e in generale le nuove procedure) avete già avuto dei riscontri, magari da qualche delegato, sull’applicazione nelle fabbriche?

Dalla ripresa di quelle poche che hanno aperto ieri (4 maggio), hanno per ora riaperto solo per rimettere in moto i macchinari, fare le revisioni, quindi ecco ancora è presto per dire se ci sarà un’ applicazione efficace di queste procedure. In generale comunque nel distretto cinese si può dire che le mascherine e i guanti c’erano quando ancora non le usava nessuno e quando ancora a nessuno sarebbe venuto in mente di doversi mettere una mascherina o un guanto. Diciamo che può sembrare paradossale, ma su un livello standard di sicurezza da questo punto di vista (del virus) c’è un attenzione maggiore rispetto anche a multinazionali occidentali della logistica come GLS, BRT o altre. Diciamo che loro sono più preparati all’adozione di queste misure specifiche.

 

Qual è più nello specifico il ruolo operaio in questo tipo di processo industriale? C'è una certa artigianalità\ manualità e come si combina con i mezzi industriali?

 Fondamentalmente la figura dell’operaio tessile che lotta, che ha lottato in questo ultimo anno, si divide in 2 categorie: l’operaio che carica e scarica la macchina che quindi fa un lavoro di fatica più o meno semplice e ripetitivo con un macchinario. Carica, programma e scarica. Tessuti bagnati, quindi molto pesanti, un lavoro molto faticoso. L’altra figura è il magazziniere.
Poi ci sono i lavoratori qualificati, per cui in molte tintorie, non in tutte, figure produttive come esempio il “pesatore” o addirittura i “chimici” - laddove non sono cinesi o non sono italiani ma sono pakistani o sono africani - possono essere allo stesso livello contrattuale retributivo e di trattamento dell’operaio e del magazziniere. E quindi in quei casi lì infatti anche loro hanno partecipato alla lotta, sono stati i soggetti della lotta. Però di base il lavoro di massa è quello del carico/scarico macchina.

 

Questa chiusura che tipo di incidenza ha avuto sul territorio?

Sicuramente il lockdown un impatto ce l’ha avuto come riduzione dell'inquinamento, nel senso che le tintorie sono una di quelle produzioni più impattanti. Hanno proprio le ciminiere e anche se non è proprio puzza quella che senti però comunque è inquinamento forte infatti per dire ci sono Comitati, che si sono battuti in questo senso. Ad esempio una tintoria che è stata coinvolta anche dagli scioperi, la Gm, una tintoria Italiana, una delle più grandi e storiche che aveva anche una piccola succursale, aveva la Sede Centrale Storica proprio dentro il tessuto residenziale come ce ne sono tantissime altre a Prato. Cioè tutto un tessuto strano e particolare perché la fabbrica è dentro la città proprio. Lì dove è cosi c’è anche diciamo un fenomeno di cittadinismo o comunque proteste dei residenti contro l’inquinamento per richiedere le chiusure o comunque più controlli o cose di queste tipo. Anche su alcune stamperie. A volte anche dei controlli che poi arrivano a scoprire il lavoro nero, lavoro grigio, problemi di sicurezza etc. nascono da segnalazioni di cittadini che segnalano per diciamo l’effetto che hanno sull’aria, attraverso raccolte firme o aggrappandosi al politico di turno.

 

Volevamo chiederti anche alcune cose relative ad un altro ambito, quello relativo al consumo, tu prima ci raccontavi una situazione drammatica, di migliaia di nuovi poveri a causa di questa situazione qui. Quando parlo di ambito di consumo mi riferisco ad affitto, bollette, cibo etc.. Infatti abbiamo visto che anche voi state facendo la raccolta alimentare. Rispetto a questo dunque che tipo di approccio avete? Che tipo di nuovi bisogni emergono tra chi fino d ora lottava nell’ambito salariale soprattutto?

Diciamo che questa è la parte più complessa, nel senso che comunque tutta questa situazione, secondo noi, per questa composizione dell’operaio immigrato che lavora nel comparto tessile di cui si parlava, sconvolge tante cose. Perché anche in virtù di questa esclusione dal welfare che raccontavo prima, che rappresenta una norma accettata per queste persone, e che quindi non crea nemmeno un’aspettativa di potervici partecipare. Quindi mette in crisi una logica con cui hanno vissuto fino ad oggi per cui con il lavoro, anche se in condizioni tremende, a Prato, in questa filiera e non solo, ti garantisce la possibilità di pagare la stanza, perché comunque per questa logica accetti di vivere in tanti in una stanza, e riesci comunque a mandare dei soldi al paese e di sopravvivere. Adesso invece, questo vale anche per il pratese o il cinese, questa mentalità lavorista, storicamente insita al tessuto sociale pratese, è messa in crisi: questa logica non funziona più ma non ce n'è nemmeno un'altra capace di sostituirla. Questa composizione non si è nemmeno mai affidata al sistema welfaristico per il suo percorso di integrazione, mentre invece questo bisogno adesso emerge, il buono spesa lo vorrebbero, ne hanno bisogno estremo, perché anche la loro disponibilità allo sfruttamento in cambio di un salario lavorando 12 ore ora non lo possono fare più.
Quindi c’è questo dato nuovo molto rilevante sull’aspetto del welfare in generale e sull’esclusione dettata dalla questione permessi e quindi residenza. Ovviamente non è tutto uniformato a questa condizione, c’è una stratificazione, ma diciamo che è una condizione maggioritaria.
Ad esempio invece nel settore della logistica ritroviamo la stessa composizione, ma ad un livello di “integrazione” lavorativa di un gradino superiore, per cui nonostante ci sia lo stesso livello di sfruttamento etc. ha, con le lotte del mondo della logistica negli anni in Italia, guadagnato condizioni salariali e contrattuali migliori degli operai tessili della filiera cinese, che in parte adesso li tutelano maggiormente. Sulla questione degli affitti invece, vivendo in 5-6-7 persone in un alloggio comporta il pagamento spesso di cifre irrisorie rispetto al mercato degli affitti standard, 120-150 euro, mentre per chi ha una famiglia a Prato e quindi vive insieme ad essa ha un intero affitto da pagare, e adesso è portato ad essere tra coloro che non pagano più il proprietario, ed è una condizione nuova comunque, per la mentalità di cui parlavamo prima.
Questo ovviamente rappresenta un campo di possibilità, infatti stiamo cercando di far funzionare la sede del sindacato, che è nel quartiere “soccorso”, uno dei più popolati da tanti di questi operai che poi si sono sindacalizzati col SI COBAS. C’è una componente anche italiana, soprattutto di anziani, non sono case popolari ma più un quartiere dormitorio.
Ecco in questo contesto far funzionare la sede per aprire un intervento anche su questi altri campi legati al reddito, al welfare e alla casa. Oggi siamo in una fase preliminare a questo orizzonte. In questo senso la raccolta alimentare è stato un modo per iniziare a far porre a questa collettività questi bisogni in un ottica di comunità di lotta che se fino ad ora non ha mai pensato a portare la lotta su questo terreno diciamo della riproduzione, nonostante sull’ambito lavorativo abbia comunque nell'ultimo anno e mezzo capovolto una situazione per lo meno d'invisibilità. Sta quindi maturando con loro quindi questo bisogno collettivo e non individuale, un bisogno di lottare per questo. La nostra presenza insieme a quella degli altri lavoratori, organizzata intorno alla raccolta alimentare, ci ha permesso di costruire una sorta di sportello informale, facendo i conti sull'assenza di una domanda di lotta esplicita ed immediata su questi temi qui, ma più un bisogno di condividere, di informarsi, di riconoscersi in questi nuovi problemi con una collettività.
Noi dal canto nostro stiamo facendo lo sforzo di non bruciare questo passaggio di crescita collettiva in una proposta organizzativa immediata, piuttosto di agevolarne il processo.

 

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“Stop football: no football without fans!”.

Inizia così il comunicato congiunto sottoscritto da quasi 400 gruppi ultras di tutta Europa (Italia in testa, ma pure Spagna, Germania, Francia, Austria, Portogallo, Belgio, Bulgaria, Romania e Bosnia-Erzegovina): un documento senza precedenti, per numero di firme e trasversalità di confini e campionati, che prende di petto… l’ansia da ripartenza mostrata a livello continentale da tutto il mondo del calcio-business, strangolato da bilanci sballati e dalla necessità di accedere al denaro delle pay tv per evitare il crack.

Pur di fare ripartire la giostra del business, i presidenti dei club sono pronti a giocare ogni tre giorni, per tutta estate, dentro stadi vuoti: quello che conta, infatti, sono le pay-tv, con i diritti economici collegati a rappresentare ormai il vero business del settore. Il tutto senza tenere conto della dimensione popolare di quello che, fino a prova contraria e nonostante i repentini cambiamenti in atto a livello di strutture di club, resta in primis uno sport e non un mero business.

Per questo il comunicato si chiude ribadendo la necessità e l’auspicio di “tornare a vivere la nostra più grande passione in prima persona, per far in modo che torni a essere uno SPORT POPOLARE. Siamo pronti, su questo, a confrontarci con chi di dovere”.

Ne abbiamo parlato con Diego, portavoce del gruppo Brescia 1911 – Ex Curva Nord Brescia e con Giusi, portavoce del gruppo Forever Ultras Bologna, entrambi firmatari del comunicato. Ascolta o scarica

Di seguito il comunicato (l’elenco completo delle firme si può trovare qui):

“L’Europa è nella morsa del Coronavirus.

I governi hanno dichiarato il lockdown totale, tutelando così la cosa più preziosa che abbiamo: la salute pubblica, primo obbiettivo per tutti.

Per questo, riteniamo più che ragionevole pensare ad uno stop assoluto del calcio europeo.

Chi gestisce quest’ultimo, invece, ha fin da subito espresso un solo ed unico obbiettivo: RIPARTIRE.

Siamo fermamente convinti che a scendere in campo sarebbero solo ed esclusivamente gli interessi economici e questo viene confermato dal fatto che il campionato dovrebbe ripartire a porte chiuse, senza il cuore pulsante di questo “sport popolare” : I TIFOSI.

Ci è più che lecito pensare che ancora una volta la supremazia del denaro vada a calpestare così il valore della vita umana.

Pertanto, chiediamo fermamente agli organi competenti di mantenere il fermo delle competizioni calcistiche, finché affollare gli stadi non tornerà ad essere un’abitudine priva di rischi per la salute collettiva.

Se il sistema calcio si trova in una situazione di tanta difficoltà, la colpa va attribuita alla mal gestione degli ultimi decenni. Mal gestione che abbiamo sempre messo in evidenza con il solo ed unico fine di tutelare e salvaguardare lo sport più bello del mondo.

Oggi il calcio è considerato più come “un’industria” che come uno sport, dove sono le PAY-TV a tenere sotto scacco le società, alimentandole con i propri diritti televisivi e permettendo così alle società stesse di poter pagare stipendi spropositati ai calciatori; alimentando a loro volta la sete di denaro di procuratori squali, il cui unico obbiettivo è quello di gonfiarsi il portafoglio. Un sistema basato solo ed esclusivamente su business ed interessi personali che se non verrà ridimensionato quanto prima porterà ad un solo ed unico fine: LA MORTE DEL CALCIO STESSO.

Teniamo a sottolineare che se gli Ultras avessero una minima intenzione di lucrare su quella che è la nostra passione (come abbiamo potuto leggere dai media in questi giorni), spingeremmo per una ripartenza dei campionati anziché lottare perché questo non avvenga.

Tutto questo deve cambiare. Siamo pronti a confrontarci con chi di dovere per riportare il calcio ai suoi albori, per tornare a vivere la nostra più grande passione in prima persona, per far in modo che questo torni ad essere UNO SPORT POPOLARE.

Da Radio Onda d'Urto

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Mentre il numero dei morti sta velocemente raggiungendo quota 70 mila, il virus e’ arrivato fin dentro la Casa Bianca costringendo alcuni membri della Task Force a mettersi in quarantena. Intanto alcuni media hanno rivelato come l'amministrazione Trump abbia ostacolato la pubblicazione di un documento creato dal Centers for Disease Control and Prevention. 

Il documento era stato scritto per aiutare i governatori e altri leader politici a decidere come e quando allentare le misure restrittive adottate per controllare la diffusione del virus. Trump ha sostenuto che non era stato diffuso perche’ non era mai stato approvato dal direttore del dipartimento, ma i documenti ottenuti dalla stampa sembrano smentire questa versione dei fatti e mostrano come il documento fosse stato ripetutamente spedito alla Casa Bianca per l’approvazione finale. Questo e’ l’ultimo scandalo di una lunga serie che provano come Trump stia cercando di accelerare la riapertura dell’economia anche a costo di trasformare questa emergenza in una vera e propria strage. La riapertura dei diversi stati sta avvenendo un po’ a macchia di leopardo con gli Stati guidati da governatori Repubblicani decisi a riaprire anche se i dati dovrebbero suggerire una maggiore prudenza.

Intanto aumentano le critiche nei confronti dell’operato della polizia, in particolare a New York. Dall’inizio dell’emergenza il sindaco de Blasio ha dato alla polizia l’incarico di far rispettare il lockdown, come ampiamente previsto da numerosi attivisti, l’ordine si e’ trasformato in una nuova militarizzazione dei quartieri poveri e delle comunità di colore. Nelle ultime settimane numerosi video pubblicati online mostrano come i poliziotti si limitino a distribuire mascherine nei parchi situati nei quartieri bianchi mentre nei quartieri di colore siano impegnati in arresti spesso violenti. Secondo alcuni dati rilasciati dal distretto di polizia in Brooklyn, per esempio, tra il 12 marzo e il 4 maggio delle 40 persone arrestate, 35 erano afro-americane, 4 ispaniche e solamente una era bianca. 
Da sottolineare anche il fatto che un terzo degli arresti e’ stato effettuato a Brownsville, quartiere a maggioranza nera, mentre nessuno arresto e’ stato effettuato nel quartiere a maggioranza bianca di Park Slope. Dati simili si sono registrati in altre aree di New York. Il 93% dei 120 arresti fatti nell’ultimo mese e mezzo riguarda persone di colore.

Uno degli esempi piu’ eclatanti di questa disparita’ si e’ verificato nel quartiere Chelsea, un quartiere popolato soprattutto da bianchi ricchi, dove la polizia ha fatto irruzione in un’abitazione dove si stava svolgendo una festa. Nonostante la polizia abbia rinvenuto ingenti quantita’ di mariuana, si e’ limitata a distribuire una serie di multe per il mancato rispetto del lockdown. Un altro caso che ha fatto scalpore riguarda un arresto effettuato da un agente fuori da un piccolo alimentari nel Lower East Side. Nel video catturato da un passante si vede l’agente Garcia prima discutere con un uomo e una donna di colore e poi aggredire fisicamente un passante. Il video mostra Garcia scagliare un pugno in faccia al passante e poi sedersi sulla schiena dell’uomo mentre un collega lo ammanetta. Al di la’ della brutalita’ dell’arresto, gli attivisti hanno sottolineato come l’agente Garcia non sia nuovo a certi atti diviolenza. Infatti e’ stato denunciato almeno alltre sette volte per comportamenti illegali costando alla citta’ di New York piu’ di 200 mila dollari in danni e spese processuali. L’agente Garcia non e’ un’eccezione e spese processuali di questo tipo gravano non poco sui bilanci dei diversi dipartimenti di polizia americani e, di conseguenza, sui bilanci delle citta’. 
Un rapporto pubblicato nel 2017 mostra come negli ultimi 30 anni le citta’ abbiano dirottato sempre maggiori quantita’ di soldi nelle tasche dei dipartimenti di polizia. Per esempio, un terzo del budget di citta’ come Chicago, Oakland e Minneapolis viene dato alla polizia. La stessa New York destina ogni anno quasi 5 miliardi di dollari alle forze dell’ordine.
Questi aumenti sono assolutamente ingiustificati considerando che i dati raccolti in questi ultimi decenni continuino a mostrare come le citta’ americane stia diventando sempre piu’ sicure. 


Anche questa settimana parliamo di Amazon. La scorsa settimana infatti Tim Bray, uno dei vice-presidenti ad Amazon, si e’ dimesso per protestare contro il comportamento dell’azienda durante quest’emergenza. In un post pubblicato sul suo blog personale, Bray racconta come gli avvenimenti delle ultime settimane lo abbiano convinto a prendere questa decisione. Nel post cita il caso dei due ingegneri, Emily Cunnigham e Maren Costa, licenziati per aver denunciato le pericolose condizioni di lavoro nei magazzini dell’azienda. Nel messaggio di denuncia non dimentica di nominare i quattro lavoratori finora licenziati da Amazon per aver organizzato le proteste che nelle scorse settimane hanno bloccato alcuni magazzini e definisce la decisione dell’azienda come un’azione “codarda” (nel post usa il colortito termine “chichenshit”).
Le dimissioni di Bray arrivano nella stessa settimana in cui l’azienda ha annunciato di aver guadagnato qualcosa come 33 milioni di dollari all’ora nei primi tre mesi dell’anno 


Nelle precedenti corrispondenze abbiamo parlato di come questo virus abbia colpito soprattutto le comunità di colore. Nelle ultime settimane, i media americani hanno cominciato a parlare della devastazione che questa emergenza sta causando in particolare tra i nativi americani. E’ inutile sottolineare qui come la storia tra gli Stati Uniti e i nativi americani sia una storia di violenza e trattati non rispettati. Una storia che spiega come mai per esempio il numero per capita di persone infette nella Nazione dei Navajo sia inferiore solo a quello registrato a New York e New Jersey, le due aree più colpite dal virus. La nazione dei Navajo e’ un territorio di quasi 70 km quadrati che si estende tra gli stati dello Utah, Arizona e New Messico. Qui si sono registrati piu’ di 2700 casi con almeno 88 persone morte per il virus. I numeri dovrebbero essere ben peggiori se si considera che il 40% delle abitazioni e’ senza acqua corrente e alcune famiglie sono costrette a percorrere piu’ di 240 chilometri per fare la spesa.  A questo si aggiunge che gli aiuti dal governo federale sono stai inviati con piu’ di 6 settimane di ritardo e solo dopo una denuncia ufficiale presentata dai Navajo. 

Concludiamo questa corrispondenza con l’ennesima storia di violenza bianca nei confronti di un Afro-americano colpevole di essere semplicemente nero. UNa notizia che il virus ha fatto passare un po’ in secondo piano. Il 23 Febbraio, Gregory and Travis McMichael hanno ucciso il 25nne Ahmaud Arbery in un sobborgo in Georgia. I due uomini si sono giustificati sostenendo che fossero convinti che il giovane fosse colpevole di alcuni furti avvenuti nei giorni scorsi nel loro quartiere e per questo motivo si sono armati e hanno cominciato a seguire il Ahmaud il quale invece stava semplicemente completando la sua usuale corsa quotidiana. Dopo un breve litigio, I due uomini bianchi hanno sparato al giovane uccidendolo sul colpo. Secondo la loro testimonianza, l’uccisione del giovane sarebbe state un gesto di legittima difesa in quanto Ahmaud avrebbe attaccato uno dei due uomini per primo. Ma un video pubblicato su Internet alcuni giorni fa smentirebbe questa versione dei fatti. Solamente con la pubblicazione del video e con una grossa mobilitazione, la polizia ha deciso di arrestare i due uomini con l’accusa di omicidio. Numerosi attivisti hanno sottolineato come il fatto uno dei due assassinil fosse un ex poliziotto spiegherebbe come mai la polizia ci abbia messo cosi tanto ad arrestare i due uomini. 

Il virus sta trasformando gli Stati Uniti ma certo non lo sta facendo meno razzista.

Da Radio Onda RossaRadio Onda Rossa

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In Bolivia lo scenario sociale e politico già complesso seguito al colpo di stato che ha portato al potere il governo "provvisorio" di Jeanine Áñez, si è ulteriormente infittito a causa dell'ingresso del Coronavirus nel paese. Nelle ultime settimane diverse mobilitazioni spontanee e organizzate hanno avuto luogo in alcune città del paese. Ne discutiamo con Luca Profenna, compagno italiano da diversi mesi in viaggio in America Latina, in questo momento bloccato in Bolivia (come migliaia di altri connazionali all'estero che non stanno riuscendo a rientrare in Italia).

1) Abbiamo visto che in queste settimane si stanno intensificando le mobilitazioni in Bolivia. Cosa sta succedendo? Quali sono i motivi scatenanti delle proteste?


1)    In Bolivia dal 17 Marzo siamo in quarantena obbligatoria. Gradualmente è stato istituito un coprifuoco generale con il controllo dei militari armati nelle strade, sono stati sospesi tutti i mezzi pubblici e privati, sia nelle città che da città a città, bloccati i voli nazionali e internazionali. Sono state chiuse le attività commerciali e le fabbriche. Il tutto senza che il Governo abbia realmente messo in atto delle politiche di supporto al reddito. Inizialmente, vinto dalla paura della pandemia, il popolo boliviano, seppure con difficoltà si è chiuso nelle proprie case. Ma la situazione è peggiorata quando, ad Aprile, è cominciata a trapelare la notizia che le elezioni presidenziali previste per Maggio sarebbero state nuovamente spostate. Il mix dovuto alla perdita dei più elementari diritti collettivi e privati, al fatto che numerose famiglie si sono ritrovate a non avere più nessuna forma di reddito e all’ennessimo spostamento delle elezioni, ha di fatto scatenato le prime proteste in Bolivia. La prima città a scendere in strada è stata Riberalta, nella regione di Pando, in Amazzonia. Un corteo spontaneo ma determinato, che chiedeva aiuti alimentari e reddito, che si è scontrato con la polizia e i militari.

2) Come sta affrontando l'emergenza pandemica il governo autoproclamato di Jeanine Áñez?


2)    Il governo autoproclamato della Anez ha di fatto paralizzato un Paese senza offrire aiuti concreti alle famiglie boliviane. Ha istaurato un coprifuoco , un sistema per il quale non si può uscire mai dalle case. Mai. E’ permesso solo recarsi al supermercato o al mercato una volta a settimana, in un orario che va dalle 7 alle 12, in base al numero finale del documento di identità. Tutti i media e i quotidiani della Bolivia sono stati “presi” dal "governo di transizione" e a tutte le ore raccontano della quarantena e della pandemia. Parlare di altro o di elezioni pare non essere permesso. I tamponi non vengono eseguiti e si è creata una spettacolarizzazione (tramite foto, video e interviste) delle “medidas de seguridad”, ovvero delle misure di sicurezze messe in atto dalla Anez. Misure di sicurezza che non servono a nulla. Ad esempio vengono affumicati mercati e supermercati, vengono creati dei posti di blocco fittizi, ogni giorno i militari, sempre ripresi dalle telecamere, inondano le strade di liquidi non bene identificati. Questo basta alla Anez per rendere il tutto un grande show, e provare a tenere il popolo boliviano attaccato alla tv, facendo vedere che il suo governo sta facendo di tutto per la sua gente.

Bol prof mercato

La verità è che è tutto un grande bluff e il governo attuale non è stato in grado in due mesi di mettere in atto nessuna forma rilevante di aiuto economico e sociale. In diretta nazionale la Anez ha presentato un mese e mezzo fa il "Bono de Familia", un aiuto di 500 bob (circa 65 euro). Questo bonus si può richiedere solo se si ha nel nucleo famigliare un figlio. E questo bonus non va alla persona, ma all’intero nucleo famigliare. Pensate, quindi a tutte quelle persone che non hanno figli, e sono escluse da ogni tipo di aiuto. Ma allo stesso tempo, pensate come si possa vivere un mese con 65 euro in un nucleo famigliare di due genitori e un figlio. Insomma, un disastro.

3) Più in generale qual è lo scenario politico e istituzionale che si è dato dopo il colpo di stato contro Morales?


3)    Da Novembre 2019 la Bolivia è stata di colpo stravolta da diversi aspetti. In primo luogo, questo doveva essere appunto un governo di transizione, che aveva il solo compito, secondo anche la stessa Anez di traghettare il popolo boliviano alle elezioni. Di fatto non è avvenuto e questo governo autoproclamato ha iniziato a legiferare. In soli 5 mesi ha, per esempio, approvato una decine di leggi speciali in cui molti terreni pubblici di El Alto, Pando, Potosì e altre regioni sono stati venduti e/o dati in gestione a titolo gratuito a enti privati e a personaggi di spicco della grande industria capitalista boliviana e occidentale. Qualche giorno fa è stato emesso il Decreto Supremo 4332 con il quale il governo golpista approva la produzione e l’uso di semi OGM (dalla canna da zucchero al mais) favorendo le grandi industrie a discapito delle migliaia di piccole comunità locali ( soprattutto Ayamara e Quechua ) che lavorano la terra.

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Tra Gennaio 2020 e Marzo 2020 sono stati modificati, tramite decreti supremi (una sorta del nostro DCPM), diverse leggi approvate dal 2007 al 2019 dai precedenti governi Morales. Sono stati inseriti , dalla Anez, nomi di spicco della destra boliviana ultracattolica nella Polizia di Stato, nell’Esercito e nei servizi della Difesa. Più volte il governo di transizione ha provato a coprire nelle cerimonie ufficiale la bandiera Whipala, che è inserita per legge da ormai un decennio come bandiera ufficiale dello Stato Plurinazionale della Bolivia e che rappresenta gli antichi popoli andini uniti.
In tutto ciò le destre, che a Novembre 2019 erano unite contro Evo Morales, ad oggi risultano sparpagliate, divise e l’una contro l’altra. I candidati alla Presidenza sono otto, di cui sei a rappresentanza delle destre. Negli ultimi sondaggi il Mas, era dato al 33%, seguito dall’omofobo e sessista Mesa al 18 % e dalla stessa Anez al 16 %.

4) I disordini più significativi si sono verificati per ora a Cochabamba che in un primo momento è stata anche una delle città più attive nelle proteste pregolpe contro il governo di Morales. Come ti spieghi questa traiettoria? Che ruolo sta giocando il MAS nelle mobilitazioni?


4)    Quello che sta succedendo nelle ultime settimane è lo specchio di qualcosa che in molti e molte si aspettavano. Il Mas, negli ultimi anni di governo, stava piano piano implodendo, preso da bieche interne, corruzione e da una fortissima centralizzazione del potere attorno alla figura di Evo Morales. Tutto questo ha portato i movimenti sociali, collettivi e parecchie associazioni Quechua e Aymara ad allontanarsi dal partito di Evo, togliendo il loro essenziale appoggio. Parecchie persone , soprattutto nelle città fuori le due metropoli La Paz e Santa Cruz , vedevano quindi di buon occhio un cambiamento di leadership in Bolivia e hanno appoggiato i primi moti pregolpe a Novembre 2019, quasi a scatola chiusa, senza sapere in verità chi fossero i vari Mesa, Camacho e Anez. In quel mese l’esercito ebbe un ruolo fondamentale nel golpe e le destre dipinsero l’esercito e le forze armate come salvatori della patria. Oggi, però a distanza di qualche mese dai questi fatti, le stesse persone che avevano in qualche modo appoggiato l’ascesa della presidenta Anez si sono ritrovate non solo ad essere completamente abbandonate dal governo attuale, che non ha mantenuto le promesse delle elezioni e di un cambiamento, ma addirittura lo stesso esercito tanto osannato dalle destre è diventato il braccio armato di uno Stato che annienta i più basilari diritti del popolo stesso. I fatti di Cochabamba vanno inseriti in questo contesto. Una città, Cochabamba, chiamata fino a qualche tempo fa Ciudad Jardin, ricca e centro nevralgico della produzione agricola e petrolifera. Dove il malcontento è salito vertiginosamente in questi due mesi. Non è un caso che le prime persone a scendere nelle strade di Cochabamba siano state operai, agricoltori e tutte le lavoratrici e i lavoratori colpiti dalla crisi pandemica ma ancora di più dalla crisi sociale ed economica.

Bol prof 4
Il Mas, nello scenario attuale, prova a canalizzare su di sé questa forte rabbia e insoddisfazione. In verità, nonostante il partito di Morales sia molto presente nelle stratificazione sociale del Paese, le proteste hanno ancora da una parte un forte carattere spontaneo e dall’altra parte la grande spinta di movimenti, collettivi e associazioni legati ai territori. Senza queste ottiche sarebbe impossibile provare a decifrare ciò che sta succedendo nel Paese Latinoamericano. Seppur ci siano molte contraddizioni e all’apparenza queste due cose sembrino diverse, lo spontaneismo radicale delle proteste e i movimenti sociali e le numerose associazioni sono, ad oggi, la chiave di volta per leggere e comprendere non solo i fatti di Cochabamba ma tutto il contesto boliviano.


5) Quali sono le strategie di lotta che stanno mettendo in campo i boliviani al tempo della pandemia? Come stanno affrontando il rischio epidemico le organizzazioni e associazioni comunitarie di movimento in Bolivia? In che modo sono coinvolte nelle proteste?


5)    I movimenti, le associazioni e i comitati presenti in Bolivia restano, a mio avviso, un qualcosa di unico nel panorama politico e sociale latinoamericano. Mentre in Argentina, Cile, Messico, Colombia (solo per citarne alcuni) forse sono un qualcosa di più immediato da decifrare, in Bolivia i movimenti sono molteplici e tutti con strutture legate al territorio senza una particolare organizzazione centrale. Fa un po' eccezione Ni Una Menos Bolivia, che un po' come in tutto il mondo, ha diversi nodi territoriali e una sorta di coordinamento nazionale.

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I movimenti sociali a difesa dei territori hanno una potenza enorme. Sono praticamente in tutte le regioni della Bolivia, dalle Ande fino in Amazzonia e hanno un grande protagonismo dei popoli quechua, aymara e guaranì. Sono movimenti autorganizzati che lottano per difendere le proprie terre, autogestiscono con la collettività scuole ed educazione, si prendono cura della pachamama, hanno formato mercati popolari e reti di acquisto solidale e all’interno hanno spesso delle forme di sindacalismo molto ben strutturate e forti. Un esempio sono i minatori di Potosì o le associazioni e i collettivi sul lago Titicaca. Sono pochissimi i casi di occupazione di edifici o spazi. Soprattutto le culture aymara preferiscono rimanere in stretta relazione con la natura e quindi, anche le assemblee, ad esempio, vengono fatte all’aperto, nelle campagne, nelle piazze. Sono movimenti che stringono relazioni importanti con la collettività e la solidarietà attiva è una delle armi principali. In questi mesi vissuti in Bolivia la cosa che mi ha più, da un punto di vista emozionale, sconvolto è la capacità dei movimenti di diventare in breve tempo comunità. Una cosa simile, con le dovute differenze ovviamente, la si può forse rivedere in Italia nel movimento No Tav.

Bol prof assemb
Tutti questi movimenti, per un decennio hanno appoggiato il Movimento Al Socialismo di Evo Morales, seppur di rado entrando nel partito stesso. Da qualche tempo invece sono in rotta con il Mas, reo colpevole di essere diventato un partito di burocrati, spesso corrotti, e di aver smarrito la bussola delle lotte confederali. Durante questi due mesi, i movimenti hanno continuato a supportare le popolazioni, fornendo dispositivi di protezione individuali per difendersi dal Covid19 e facendosi carico, con una capillare autogestione, del problema del reddito: spese collettive e solidali, vertenze lavorative, gruppi di sostegno psicologico e molto altro ancora. E sono gli stessi movimenti a chiedere a gran voce nuove elezioni e la caduta del governo della Anez. Il dato interessante è che qui in Bolivia si sono iniziati a rompere i divieti e le imposizioni militari, assieme e collettivamente. E questa novità ha colto di sorpresa il governo. Che sta facendo fatica ad arginare le proteste e che anzi, aumentano di giorno in giorno in tutto il Paese.

Bol prof sindac

6) Quali potrebbero essere secondo te gli scenari a venire?


Lo slittamento delle elezioni presidenziali e la crisi sociale ed economica dovuta allo scoppio della pandemia di coronavirus in Bolivia mescolata all’inadeguatezza del governo autoproclamato della Anez, ha di fatto ricompattato i movimenti sociali, le associazioni e buona parte del Mas. A questi pezzi importanti , si sono aggiunte migliaia di persone lontane da tempo da dinamiche di movimento e/o di partito, che spontaneamente stanno iniziando ad organizzare , via social e via informale, cacerolazi, petardazi ( lanci di fuochi d’artificio in strada dalle proprie finestre) e cortei un po' ovunque. Di pari passo, la Anez sta cominciando a perdere il già risicato appoggio che aveva a Novembre 2019. E non curante di tutto ciò, continua a mandare l’esercito in strada armato. Tutto questo , a breve, andrà a sfociare in un “paro” generale ( le boliviane e i boliviani parlano di paro quando un intero Paese si blocca, scendono nelle strade in cortei selvaggi e marciano verso La Paz) Se da una parte sono convinto che queste mobilitazioni mettano in risalto la grande dignità dei movimenti e dei popoli boliviani, dall’altra non posso che evidenziare quanto sia complesso il tutto, con migliaia di persone “costrette” a scendere nelle strade con il rischio di aumentare il numero degli infetti di covid19, per difendere i propri diritti e per lottare sostanzialmente per l’accesso al cibo, al reddito, al lavoro.
Nel frattempo, ho compreso ormai da tempo che tra il Mas e questo governo fantoccio di ora, c’è una marea di gente, vite, a volte dimenticate, contadini, donne e uomini, lavoratori e lavoratrici, ultime e ultimi, che per arrivare a fine mese, qui in Bolivia, devono lottare con i denti. Solo per vivere. Io sto con loro. Con le loro comunità. Con i loro movimenti. Con le loro realtà autorganizzate.

Ringraziamo Luca anche per i video e le foto che ci ha messo a disposizione

 

 

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