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Articoli filtrati per data: Wednesday, 13 Maggio 2020

La notizia della liberazione di Silvia Romano ci ha travolte di gioia! Dopo ormai due mesi di reclusione forzata ma consapevole causata dal Covid-19, dovremmo avere ben chiaro cosa significa la costrizione ad una dimensione nuova, quanto sia faticosa la pratica di adattamento, quanto dolorosa la dimensione emotiva di queste quattro mura. Nulla di tutto questo è minimamente paragonabile a quello che ha vissuto lei.

Pensate allora cosa significhi per una giovane donna restare chiusa 18 mesi in appartamenti diversi, senza sapere dove e con chi, e quante conseguenze psicologiche possa portare, a prescindere da quanto siano state o meno efferate le pratiche dei rapitori durante il sequestro. Un rapimento è un rapimento, una violenza fortissima, che implica l'assenza di libertà e consenso. Seppure sia forte la nostra connessione emotiva, nessuna di noi potrà mai immedesimarsi davvero con l’esperienza di questa nostra sorella. Ci teniamo quindi ad esprimere tutta la nostra sorellanza a questa donna, che ha assunto la libera scelta di esporre il proprio corpo al rischio duplice dell'essere cooperante e donna ed oggi ne paga le conseguenze subendo il più becero giornalismo ed opinionismo. L'opzione dell'autodeterminazione di una giovane donna, infatti, resta difficilmente comprensibile agli occhi italianissimi, come del resto era stato alla notizia del suo sequestro.

Non sembra infatti minimamente solidale l’atteggiamento delle istituzioni, subito pronte a dare in pasto la notizia ai giornalisti, senza nessuna tutela di un’esperienza così segnante come la prigionía.

Non lo è stato neppure il dibattito pubblico italiano, basato sul clickbait più che sull’empatia verso un’esperienza di vita così forte e meritevole di rispetto. Un’ulteriore violenza le immagini dei dibattiti nei vari programmi di intrattenimento in cui uomini bianchi, anziani, etero pontificavano sulle scelte di Silvia, sui suoi atteggiamenti.

L’ondata di odio e di minacce nei confronti di Silvia Romano, iniziata ancor prima che la volontaria mettesse piede sul suolo italiano, per noi rappresenta uno degli innumerevoli episodi di narrazione tossica ai quali assistiamo quotidianamente, specialmente quando si incrociano la dimensione di genere ed etnia. Una narrazione violenta che specula sui corpi delle donne, li strumentalizza e se ne appropria nello sviluppo costante e feroce del sistema patriarcale e capitalista. Abbiamo opzioni limitate ed etichette a cui rispondere: possiamo essere solo strumenti della narrazione dominante quando serve, al più vittime passive "da proteggere", altrimenti rifiutate e rinnegate non appena mostriamo la fierezza delle nostre scelte.

I commenti indirizzati a Silvia non hanno nulla di nuovo, non sono frutto di queste determinate circostanze, né sono sintomo di una reazione specifica, ma sono il risultato di questo sistema patriarcale che si innesta su una cultura dominante, quella della violenza e dello stupro, che mira a silenziarci giorno dopo giorno. Infatti, ancora una volta, non è stato dato neppure un attimo di tregua a Silvia per elaborare gli ultimi 18 mesi: sono iniziate le minacce solo basate sull’estetica, a partire dal facile confronto tra le foto, spulciando sui profili Facebook senza pietà, come se non fosse normale un "prima e dopo" in una segnante esperienza come questa oltreché nelle normali fasi della vita, come se fosse necessario dimostrare che il prima - l'abito di laurea, la minigonna, i tacchi - era la normalità ed oggi - una donna bianca velata - è un abominio o una contraddizione in termini. Non è contemplato che una donna possa essere diversa o scegliere diversamente, non è contemplato il rispetto per un trauma da elaborare, tanto che perfino la prigionía debba essere vissuta con lo smalto alle unghie o altrimenti "sarà valsa la pena salvarci?". Ancora una volta ciò che attira l’attenzione morbosa dei giornalisti e della popolazione sono il corpo e gli indumenti di una donna sopravvissuta a 18 mesi di prigionia (è grassa? incinta? com’è vestita? perché si è vestita come “loro”?), si pensa al costo del riscatto - che rappresenta un prezzo in ogni caso molto meno di valore per le nostre tasche del suo ritorno a casa - come se fosse un gossip, senza alcuna fonte ufficiale.

Ed ecco che, ancora, vengono silenziate la voce e l’esperienza di una donna, Silvia - ora, Aisha - i suoi tempi, i suoi modi, il suo diritto all'elaborazione, la sua forza d'animo - che non va bene perché non rappresenta lo stereotipo della vittima - o la sua fragilità.

La vicenda di Aisha, infatti, porta alla luce due aspetti determinanti che negli ultimi mesi sono emersi con evidenza nella nostra esperienza quotidiana. In primo luogo, un sentimento di patriottismo paternalista, che si palesa nei modi più variegati, di cui le disgustose frasette sotto alle foto del ritorno in Italia di Aisha sono esempio lampante. Un paternalismo che vuole controllare le nostre scelte di vita, decidendo di volta in volta se definirci eroine, vittime o indegne a seconda della convenienza, una morale che esclude chiunque non sia maschio, adulto, bianco, cisetero, italiano o conforme agli standard “italianissimi” perfino modaioli. In secondo luogo, un’esasperante ondata di odio e di xenofobia: Silvia è stata “accusata” di tradimento per la sua estetica a sole ventiquattro ore dalla sua liberazione, con dibattito violentissimo apparentemente più appassionante del valore politico di questi 18 mesi di resistenza alla prigionia. I commenti islamofobici sulla conversione all’Islam sono infatti presto diventati il fulcro di questa vicenda - il “giallo della conversione”-, sprecando tante parole che con il ritorno a casa di Aisha non hanno nulla a che fare.

Nella narrazione pubblica Silvia è passata in poche ore dall’essere “eroina” dall’apparenza salvifica, narrazione funzionale al paradigma di dominio dei bianchi, all’essere inadeguata e “da rimandare indietro”. Decolonizzare la cooperazione internazionale, significa non narrare il contributo dell’occidente come salvifico verso il villaggio delle persone di colore - spesso bambini con foto costruite ad hoc per rafforzare l’idea di una “modernità” da insegnare - , ma accettare che l’esperienza della cooperazione sia uno spazio di mutuo apprendimento e di messa in discussione di sé. Silvia questo lo sapeva bene. Lei - laureata presso una scuola per mediatori linguistici per la sicurezza e la difesa sociale con una tesi sulla tratta di esseri umani, partita per mettere al servizio della comunità le conoscenze acquisite e, soprattutto, per vivere la propria vita secondo i suoi desideri e seguendo le sue scelte - merita di parlare da sé e questo è lo spirito con il quale scriviamo questo articolo.

Siamo gonfie di rabbia. Sembra assurdo dover sottolineare tutto questo a poche ore dal rilascio di una donna imprigionata per 18 mesi, ma ci teniamo a dire che le scelte di Aisha non sono affare pubblico. Noi siamo dalla sua parte, dalla parte del suo privato da tutelare, dei suoi tempi di elaborazione, dei suoi bisogni e dei suoi desideri per il futuro. Ci uniamo a quell’abbraccio che il suo quartiere di Milano le ha regalato e non vogliamo rinunciare alla gioia che abbiamo provato vedendola tornare, nonostante questo dibattito pubblico ci stia facendo sputare non poco sangue amaro.

Vogliamo stringerti Aisha, perché non lasciamo nessuna indietro né sola, perché questa narrazione violenta non è la prima e -probabilmente- non sarà neanche l’ultima nel periodo a breve termine e rappresenta un attacco politico e sociale sistemico contro i nostri corpi, le nostre scelte, le nostre esperienze e la nostra vita. Vogliamo farlo, perché abbiamo imparato che dobbiamo proteggerci e sostenerci da sole ma insieme, soprattutto quando le istituzioni sono le prime ad esporci a queste narrazioni senza alcuna tutela verso il nostro vissuto.

Le descrizioni, i commenti carichi d’odio e le narrazioni spettacolari di questa vicenda sono una questione politica. Non possiamo rimanere in silenzio di fronte all’ennesima strumentalizzazione dei corpi e delle vite delle donne o delle persone che non rientrano nei margini della norma. Ogni volta che si cercherà di decidere sulle scelte e sulle vite delle persone noi saremo rivolta, perché “non era previsto che sopravvivessimo”, ma è successo e siamo marea.

Bentornata Aisha, non sei sola!

Da NUDM Torino

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L’Organizzazione mondiale della sanità ha nuovamente lanciato un “allarme salute mentale”: la pandemia sta già determinando e accrescerà sempre più ansia, depressione, abuso di sostanze, dipendenze, esposizione alla violenza, separazioni affettive e lutti, rischio suicidi. Non è il primo richiamo dell’Oms né l’unico sul tema, si stanno succedendo infatti studi, ricerche, comunicazioni sulle conseguenze psichiche della quarantena. Mario Maj, direttore del dipartimento di psichiatria dell’università della Campania “Luigi Vanvitelli”, ha dichiarato all’Ansa: «Le autorità devono essere consapevoli di questa nuova emergenza che si sta profilando, e considerarla nei programmi per affrontare la fase 2 della pandemia. Da segnalare sono i quadri gravi di depressione, con vissuto di insopportabile preoccupazione per il futuro […]. Ascoltare queste persone non è sufficiente, bisogna intervenire con gli strumenti propri delle professioni della salute mentale per ridurre il disagio ma anche promuovere la resilienza».

Potrebbero sembrare dichiarazioni di buon senso, tra l’altro ampiamente condivise da tanti. Eppure, pare necessario porre delle questioni. Non tanto perché Maj è stato tra i maggiori propugnatori di un paradigma biologistico della psichiatria, e artefice, con tanti altri, dell’espulsione dal sistema di formazione universitario delle questioni poste dal movimento basagliano e dal processo di deistituzionalizzazione realizzato in Italia. Ci chiediamo, soprattutto, se non esista, in questo quadro, il rischio di quelli che, con Illich, abbiamo imparato a definire processi di medicalizzazione iatrogena di “una società morbosa nella quale il controllo sociale della popolazione da parte del sistema medico diventa un’attività economica fondamentale”.

Se è certamente reale la sofferenza psichica determinata da questa pandemia, tuttavia, il rischio concreto è quello di psichiatrizzarne tanto le conseguenze quanto le risposte messe in campo. La sofferenza psichica si determina, innanzitutto, come riflesso delle condizioni di vita della persona, ancor di più in questo periodo a fronte di deprivazioni, povertà, isolamento. Se quindi è necessario un programma integrato (sociale, economico, sanitario) di interventi a sostegno delle persone, sarebbe invece grave delegare ai “saperi psi” l’individuazione e la denominazione di nuove (ma sempre identiche nella loro definizione organicistica) forme di sofferenza, rischiando ulteriori etichettamenti, da inserire tra i disturbi dei manuali diagnostici e dei prontuari medici da prescrizione. Ancora più grave sarebbe affidare, ancora una volta, alla psichiatria il mandato di una risposta disciplinare volta a sedare i sintomi (farmacologicamente e meccanicamente) e contenere le manifestazioni più eclatanti di sofferenza. È questo il ruolo che storicamente ha svolto la medicina mentale asilare, ruolo che è stato messo in discussione dal movimento basagliano e dal processo di superamento dei manicomi, ma che ancora torna a ripresentarsi attraverso il “il fascino indiscreto dell’internamento”, nonché in molte prassi e logiche adottate nei servizi territoriali. Come troppo spesso accadeva già prima del Covid, anche nel corso di questa pandemia sono stati denunciati casi di trattamenti sanitari obbligatori (Tso) utilizzati fuori dal perimetro normativo, quindi commettendo abusi, con i servizi ospedalieri psichiatrici ridotti a contenitori di devianza in cui le persone vengono sedate e legate.

In Sicilia, a Ravanusa, un ragazzo è stato sottoposto a un Tso su cui è intervenuto anche il Garante nazionale per i diritti delle persone detenute, definendolo «quantomeno irrituale» e chiedendo informazioni sia sulle modalità d’attuazione, sia sul successivo ricovero ospedaliero. Se sull’esecuzione del Tso, anche a seguito della pubblicazione di alcuni video, molto si è scritto e si dovrà attendere l’esito di tutti i riscontri in corso, ci pare importante soffermarci su quanto accaduto nel reparto di psichiatria, dove sembra riproporsi una triste routine di questi luoghi. Dopo cinque giorni dal ricovero, raggiunto telefonicamente, il ragazzo, con la bocca impastata dai farmaci, è riuscito a dire: «Sono chiuso nelle mani e nelle braccia e non mi posso muovere». Perché in quel Sevizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) l’avevano contenuto, fisicamente e farmacologicamente, come affermato, il giorno precedente, dallo stesso responsabile del reparto, interpellato telefonicamente dal fratello/avvocato del ragazzo (la registrazione è stata diffusa dallo stesso legale): «Con suo fratello per ora non può parlarci perché dorme. Ci parlavo io una mezz’oretta fa e già andiamo meglio, siamo rimasti che se lui oggi è collaborante, tranquillo, da domani già rimuoviamo la contenzione». Quindi il fratello chiede: «La contenzione vuol dire che è legato?». Lo psichiatra risponde: «Si, perché si strappava il catetere, si strappava la flebo, praticamente si faceva male. Quindi lo stiamo tutelando da sé stesso […], per ora non può parlare con lui perché tanto sta dormendo e non abbiamo un cordless. Però domani già si potrà… Per ora dorme». Allora il fratello insiste: «Ma quindi dorme ventiquattro ore su ventiquattro? Perché anche ieri ho chiamato…». Il medico replica: «No assolutamente, anzi, anzi magari […]. No, in realtà lui dorme poco, cioè, se io, se lei avessimo la terapia che ha lui dormiremmo quarantotto ore di seguito».

Contenzione fisica e farmacologica, porte chiuse, diniego dei diritti della persona sofferente pure sanciti dalla legge, abusi, istituzionalizzazione della sofferenza, interventi volti esclusivamente a silenziare i sintomi, sono purtroppo routine di tanti servizi che ripropongono prassi e logiche “asilari”. Pure a fronte di queste realtà, allora, anche la richiesta pressante di finanziamenti da destinare a una salute mentale messa in ginocchio dai tagli di questi anni, non può essere accolta a prescindere dagli obiettivi, dagli strumenti, dalle scelte teoriche e operazionali che si intendono mettere in campo. Un richiamo importante, in questo senso, viene dalla Conferenza nazionale salute mentale che, il 30 maggio, terrà un’assemblea pubblica telematica per discutere delle “condizionalità” per l’erogazione dei fondi. Tra queste: costruire una salute mentale di comunità impegnando i servizi in un sistema di rete territoriale, lavorare alla deistituzionalizzazione, intesa come superamento della residenzialità e promozione dell’autonomia, riconoscere e promuovere i diritti all’abitare, al lavoro, alla socialità, contrastare le forme di nuova segregazione e violenza istituzionale.

Celebrare la legge 180, promulgata il 13 maggio 1978, la grande riforma che ha chiuso i manicomi, ancora di più in questo momento, significa demolire sepolcri imbiancati e false retoriche, restituire centralità politica alla salute mentale e superare lo specialismo psichiatrico in cui hanno costretto questi temi. Soprattutto, questo anniversario richiama la necessità della lotta, della partecipazione, dell’impegno per la salute, per i diritti, per la libertà. La 180, ce lo ricorda Basaglia, è nata così. «Questa Legge, questa nuova situazione, viene da una volontà di base […], la riforma sanitaria in Italia non è venuta perché i medici hanno voluto fare la riforma sanitaria, ma perché c’è una spinta di base che ha [agito sugli] organi politici». Domanda: «Perché i medici non l’avrebbero mai fatta?», Basaglia: «Ne dubito». (antonio esposito)

Da Napoli Monitor

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Emersi nel 2006 dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche da parte del Governo Federale di Transizione, gli al-Shabaab, dal 2008 sono nella lista delle organizzazioni “terroristiche” degli Usa e nel 2012 hanno giurato fedeltà ad al-Qaeda.

Nelle mani di Al Shabaab, in italiano “i giovani”, restano due medici cubani, due cittadini keniani, tre marinai iraniani e Sonja Nientiet, un’infermiera tedesca che lavorava per il Comitato internazionale della Croce Rossa, scomparsa nel maggio 2018. Al Shabaab si batte contro il governo e la missione di peacekeeping dell’Unione Africana che lo sostiene. Questa formazione armata è presente nelle regioni del sud della Somalia e mantiene vari campi di addestramento nei pressi di Chisimaio. L’attuale leader degli al-Shabaab è Ahmed Umar, nominato dopo che nel 2014 l’allora leader degli al-Shabaab, Ahmed Abdi Godane, è stato ucciso in un raid di un drone americano. Dal 2016 gli Stati Uniti hanno intensificato i raid aerei, gli attacchi con droni e le operazioni contro il gruppo in Somalia.

Negli ultimi anni, da una scissione di al-Shabaab è nata nel nord della Somalia una cellula che si è legata all’Isis. Inserendo all’interno del proprio network al Shabaab così come fatto con Boko Haram in Nigeria, lo Stato Islamico punta ad inglobare la principale organizzazione jihadista dell’Africa orientale. A marzo, in una località non precisata del sud della Somalia, il gruppo ha anche tenuto cinque giorni di seminari con centinaia di “saggi”: sono state approvate risoluzioni in 15 punti. Il convegno, senza precedenti, intitolato ‘Forum consultivo sulla jihad in Africa orientale’, è stato occasione per fare il punto sulle “difficoltà dei musulmani sul terreno politico, economico, sanitario e dell’istruzione”.

In primo piano la denuncia delle elezioni previste in Somalia a dicembre, le prime a suffragio universale, definite una farsa voluta dai “crociati” stranieri e dal governo “collaborazionista” di Mogadiscio. Stando alla ricostruzione della radio somala Garowe, il Forum è stata una scommessa propagandistica in un periodo difficile per i ribelli. Non solo per la perdita di Janaale, una città strategica del Sud, ma anche per gli scontri interni. Ahmed Omar, il capo di Al-Shabaab, ha espulso due comandanti non in linea sugli attentati con autobomba a Mogadiscio. Uno degli ultimi risale a dicembre: oltre 90 morti.

Le imprese più eclatanti degli AlShabaab: Kenya 2 aprile 2015: 148 studenti uccisi all’università di Garissa, Nairobi 21/9/2013: strage , 63 morti, al centro Westgate Mall, Mogadiscio 14/10/2017: autobomba procura 512 morti. Recentemente sono stati colpiti i militari italiani della missione EUTM-Somalia (guidata dal generale italiano Antonello De Sio) che addestra l’esercito di Mogadiscio. L’ultima volta ci hanno provato con un’autobomba il 30 settembre 2019 e solo la protezione garantita dal veicolo Lince ha impedito che ci fossero vittime tra i nostri militari.

In Somalia a gennaio è cominciata una maxi-offensiva contro i jihadisti. Le forze speciali somale del Danab hanno assestato un duro colpo ad al-Shabaab, uccidendo almeno 65 miliziani in due diverse operazioni con l’aiuto fondamentale di forze militari statunitensiche stanno usando sempre piu’ i droni per uccidere i combattenti somali. Secondo i dati resi noti dall’Africa Center for Strategic Studies di Washington, nel 2016, al-Shabaab è diventato il più letale gruppo jihadista in Africa, con 4.281 persone uccise, superando i 3.499 decessi di Boko Haram.

Ma quali altri attori recitano un tuolo importante nell’area? Il ruolo dei servizi segreti turchi nella liberazione della cooperante italiana Silvia Romano, rivela proprio la crescente influenza di Ankara in Somalia, in particolare a livello militare e strategico. Un paese la Somalia dove le organizzazioni combattenti jadiste controllano oltre il 50% del territorio.

Ne parliamo con il giornalista turco che vive in Italia, Murat Cinar e l’esperto di politica internazionale Alberto Negri. Nella trasmissione anche le considerazioni di Maryan Ismail, attivista e intellettuale di origine somala, da 35 anni in Italia, che ha reso pubblica una lettera indirizzata alla giovane volontaria, diventata virale sui social. Intervista a cura di Marco Trovato, direttore editoriale della Rivista Africa. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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Lunedì a Cochabamba è esplosa una dura protesta per la mancanza di assistenza alimentare e altre forme di supporto da parte del governo "provvisorio" nei confronti di chi sta perdendo i propri mezzi di sussistenza a causa della pandemia. Nella notte la polizia è intervenuta per disperdere la protesta, attaccando con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, a cui i manifestanti hanno risposto con un fitto lancio di pietre.

Ma le proteste stanno coinvolgendo l'intero paese da circa due settimane. A sommarsi alla crisi sociale provocata dalla pandemia vi è infatti il crescente dissenso nei confronti dell'autoproclamato governo di Jeanine Áñez che ha preso il potere dopo il colpo di stato che ha costretto Evo Morales a dimettersi e fuggire dalla Bolivia. I contagi continuano a crescere, spesso i dati degli ammalati sono incompleti perché mancano gli strumenti per rilevarli e da più parti si alzano voci che criticano la gestione del governo ritenuta impreparata e inadatta. In teoria il 3 maggio avrebbero dovuto tenersi le elezioni presidenziali, ma sono state rimandate a data da destinarsi a causa del contagio covid. E' possibile che la Áñez e le destre abbiano colto la palla al balzo col fine di tentare di recuperare consensi nella gestione della crisi.

Diversi collettivi e associazioni indigene stanno chiamando alla mobilitazione. Nuove forme di protesta sono state messe in campo al tempo della quarantena tra cui il "petardazo", che consiste nell'accendere in contemporanea migliaia di fuochi d'artificio e petardi ad un dato momento stabilito.

Il 7 di maggio il governo ha emanato un provvedimento che avverte che le persone che incitano alla non conformità con la quarantena "o divulgano informazioni di qualsiasi tipo, sia scritte, stampate, artistiche e / o di qualsiasi altra procedura, che mettono a rischio la salute pubblica o incidono, generando incertezza nella popolazione sarà responsabile per i reclami per la commissione di reati stabiliti nel codice penale ”. In sostanza viene utilizzato il virus come strumento per provare ad intimidire le voci che si contrappongono alla Áñez.

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Pubbichiamo questo articolo uscito qualche giorno fa sul sito del The Guardian, scritto dallo storico dell’economia Adam Tooze, autore, due anni fa, del monumentale “Lo schianto. 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo”. Il merito del testo è quello di cogliere la dimensione profonda di una crisi che, anche se letta ancora come economica, ha le sue radici nello sconvolgimento dei rapporti tra natura umana e natura non-umana e il loro complessivo incorporamento nell’economico, che oggi però viene messo in discussione dall’irruzione della pandemia.

Ogni aprile la città di Washington DC ospita la riunione primaverile del FMI e della Banca mondiale. Il mese scorso la direttrice operativa del FMI Kristalina Georgieva si è però rivolta ai colleghi in video. “Il mondo sta affrontando”, ha dichiarato, “una crisi senza pari”. Per la prima volta da quando sono disponibili rilevazioni, l’economia è in contrazione in tutto il mondo, tanti nei paesi ricchi quanto in quelli poveri.

Ma non è tanto il suo impatto immediato a rendere questa crisi economia senza precedenti. È la sua genesi. Questo non è il 2008, con il crollo del sistema bancario nordatlantico. E non sono nemmeno gli anni ‘30, col terremoto generato dalle linee di frattura conseguenti alla prima guerra mondiale. Questo è il 2020 e l’emergenza economica dettata dal Covid-19 è il risultato di uno sforzo massiccio e globale per contenere una malattia sconosciuta e letale. Si tratta al tempo stesso di una dimostrazione sorprendente del potere collettivo che abbiamo di arrestare l’economia e di un promemoria sconvolgente sul fatto che il nostro controllo sulla natura, che sta alla base della vita moderna, è più fragile di quanto pensassimo. Stiamo vivendo la prima crisi economica dell’Antropocene.

Questa è l’epoca in cui l’impatto umano sulla natura ha cominciato a ritorcersi contro in modi imprevisti e disastrosi. Per quanto la grande accelerazione che ha contraddistinto l’Antropocene possa essere iniziata nel 1945, è nel 2020 che ci confrontiamo con la prima crisi le cui ripercussioni destabilizzano l’intera economia. È un promemoria di quanto totalizzante e immediata sia questa sfida. Mentre la temporalità dell’emergenza climatica tende ad essere misurata in anni, il Covid-19 ha fatto il giro del mondo in poche settimane. È un trauma profondo. Mettendo in discussione il nostro stesso dominio sulla vita e sulla morte, la malattia ha scombussolato le basi psicologiche del nostro ordine sociale ed economico. Pone delle domande fondamentali in merito alle nostre priorità. Capovolge i termini del dibattito. Né negli anni ‘30 né nel 2008 ci si era trovati a discutere se fosse giusto o meno far tornare le persone al lavoro.

Sottolineare la natura inedita dello shock Covid-19 non significa dire che i problemi evidenziati dalla crisi finanziaria del 2008 non ci accompagnino ancora oggi. Semmai, quando nel marzo del 2020 la pandemia ha subito un’impennata, la fragilità dei mercati finanziari è diventata ancora più evidente. Se, com’è più che probabile, i vari lockdown saranno seguiti da una lunga recessione, le banche patiranno gravi perdite. Tantomeno un accento sull’unicità del Covid-19 può insinuare che le tensioni geopolitiche tra Cina e Stati Uniti siano irrilevanti. Non lo sono. Il conflitto sino-statunitense lascia incerto il futuro dell’economia mondiale e ciò è tanto più allarmante, quanto più si acuiscono le tensioni intorno alla gestione politica del virus.

Ma il punto cruciale è che oggi stabilità finanziaria e geopolitica sono irrimediabilmente intrecciate con una sfida che è – citando il presidente francese Macron – antropologica: è in gioco l’interscambio [trade-off] tra attività economica e morte. Una mutazione casuale nel calderone delle pressioni ambientali che si concentrano nella Cina centrale ha messo completamente in crisi la capacità di svolgere le nostre attività quotidiane. È una versione maligna dell’effetto farfalla. Chiamiamolo effetto pipistrello.

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Circolando intorno al globo, il Covid-19 ha rimestato la sequenza temporale del progresso. Ospedali sofisticati in Cina, caos e disperazione in Italia e negli Stati Uniti. Gli infermieri a New York si sono ritrovati costretti a proteggersi avvolgendosi nei sacchi della spazzatura e con mascherine cucite a mano. Negli USA si è arrivati ad accatastare le salme nei furgoni frigo.

Dobbiamo riconoscere che forse stavamo vivendo in una tregua incantata. Nel secolo che è iniziato con l’influenza spagnola del 1918-19, globalizzazione e welfare state nazionale sono ascesi congiuntamente sullo sfondo di condizioni mediche relativamente benigne. Grazie ai miglioramenti in campo alimentare, sanitario, abitativo, nella sanità pubblica, nella farmacia e nella medicina high-tech, abbiamo potuto assistere a un notevole allungamento nelle aspettative di vita umane. La sconfitta del vaiolo nel 1977 ne è l’emblema. La sensazione per cui le malattie infettive erano un reperto del passato è stata sottintendeva la promessa di una protezione. Con il Covid-19 il costo di questa protezione è ora salito drasticamente. In un orrorifico stravolgimento mentale, le economie più avanzate si sono ritrovare improvvisamente a dover fronteggiare i tipi di dilemmi con cui si confrontano normalmente i paesi poveri. “Non abbiamo gli strumenti”. Nel mondo povero, i risultati quotidiani sono la denutrizione dei bambini e l’impoverimento delle famiglie. Milioni di persone muoiono per mancanza di intervento medico. Con il Covid-19 il mondo ricco ha avuto un assaggio di tutto ciò.

Non possiamo dire di non essere stati avvisati. Fin dal celebre Rapporto sui limiti dello sviluppo commissionato dal Club di Roma nel 1972, gli esperti hanno indicato le forze della natura che potrebbero interrompere il cammino glorioso della crescita economica. In seguito alla crisi petrolifera degli anni ‘70, una delle principali preoccupazioni era l’esaurimento delle risorse. Negli anni ‘80 è comparsa, invece, la crisi climatica. Ma al tempo stesso lo scoppio dell’epidemia di HIV/Aids ha imposto una maggiore consapevolezza su un diverso tipo di ritorsione proveniente dalla natura: la minaccia di “malattia infettive emergenti” e in particolare di quelle generate da mutazioni zoonotiche (salto di specie).

A partire dalla famosa conferenza alla Rockfeller University del 1989, è stato ribadito più e più volte che non si tratta affatto di una coincidenza, ma della conseguenza dell’inarrestabile incorporazione della vita animale nella catena alimentare umana. L’HIV/Aids, la Sars, l’influenza aviaria, l’influenza suina e la Mers possono essere tutte ricondotte a questo pericoloso appetito. Così come la crisi climatica, anche le epidemie non sono dei banali incidenti della natura. I loro elementi determinanti sono anzi antropogenici.

Le implicazioni di questa analisi sono radicali. Ma i dottori e gli epidemiologi che la producono non sono rivoluzionari. Quello che hanno chiesto insistentemente era una infrastruttura globale per garantire la salute pubblica che fosse all’altezza dei rischi correlati alla globalizzazione. Se dobbiamo allevare enormi numeri di animali addomesticati e addentrarci sempre più nelle ultime riserve di vita naturale, se dobbiamo concentrarci in enormi città e viaggiare in molti, questo presuppone dei rischi virali. Se vogliamo evitare i disastri dobbiamo investire in ricerca, monitoraggio, in cure di base, in produzione e stoccaggio di vaccini e di materiale essenziale agli ospedali. Chiaramente, tutto questo presupporrebbe una notevole coordinazione politica, e degli investimenti. Ma è sempre stato chiaro che il ritorno sarebbe grande. L’influenza spagnola del 1918, che si stima abbia ucciso 50 milioni di persone, è costata un prezzo molto alto. Se fosse scoppiata una pandemia e fosse stato necessario contenerla con una quarantena, era ovvio che i costi sarebbero stati nell’ordine di grandezza dei trilioni.

Rispetto alla crisi climatica, sappiamo quale sarebbe una reazione adeguata. Ma i combustibili fossili sono essenziali al nostro modo di vivere. Gli interessi commerciali hanno grandi responsabilità nel negazionismo climatico, e gli interessi strategici degli USA, dell’Arabia Saudita e della Russia sono tutti concentrati nel petrolio. La decarbonizzazione è costosa, complicata da farsi e i suoi benefici non sono né diretti, né immediati. Per quanto riguarda la politica sanitaria mondiale ci sono rivalitá burocratiche tra differenti agenzie globali e nazionali. Ci sono differenze di approccio tra i falchi della salute pubblica mondiale e i filantropi biomedici. L’industria farmaceutica non investirà in medicine, a meno che non vi veda un profitto. Ospedali preoccupati dal proprio bilancio vogliono mantenere al minimo i posti e le conseguenti spese. Ma queste sono sciocchezze, se si pensa ai rischi che comportano. Se si può dire con una certa ragionevolezza che mastodontiche strutture impediscono di affrontare la crisi climatica - il capitalismo, la geopolitica -, questo non vale per il Covid-19. Il costo stimato per vaccinare tutto il pianeta è di 20 miliardi, l’equivalente di circa 2 ore di PIL mondiale, una parte minuscola di quei trilioni che sta costando la crisi. Il fatto che a questo virus sia stato permesso di diventare una crisi globale non è spiegabile in termini di interessi contrastanti. È prima di tutto un errore di gestione.

Poiché sono relativamente economici, a fronte di una indice di rischio notevole, i preparativi per resistere a una pandemia erano in corso, nei fatti, in tutti i paesi più avanzati. In nessuno di questi, sono stati abbastanza ampi come ci adesso ci auguriamo che fossero. Ma in alcuni paesi, tra loro la Corea del Sud, il Taiwan, la Germania, hanno funzionato. Preparare un buon piano, seguirlo e fare bene le cose basilari si dimostra efficace. Rapportarsi criticamente con la crisi climatica pone lo spinoso problema del rallentare tutto il sistema. Quello che ci insegna il Covid-19 è che non è solo il quadro complessivo a meritare attenzione. Il nostro sistema globale è intessuto in maniera talmente fine che errori e mancanze nel rapportarsi con delle piccole cose possono potenzialmente influire su chiunque abiti il pianeta.

Ciò che è interessante del Covid-19 è che porta i rischi dell’Antropocone in casa di ognuno di noi. I lockdown non sono stati solo una misura imposta dall’alto dai governi. Sono state le persone che hanno scelto in massa la propria reazione alla minaccia, spesso prima dei propri governi. Si è visto in maniera drammatica con il “si salvi chi può” dei mercati finanziari. È stato questo che ha spinto le banche centrali, e solo dopo i parlamenti e i governi, all’azione. Si è scoperto che siamo in grado di fermare l’economia mondiale. Ma ora abbiamo la terrificante responsabilità di farla ripartire. Se Georgieva ha ragione nel sostenere che questa è una crisi senza precedenti, allora lo è anche il problema della ripartenza. La posta in gioco potrebbe difficilmente essere più alta. Da un lato ci sono enormi rischi medici, dall’altra una disastrosa crisi economica. Come possiamo operare questo scambio? Vien voglia di rifiutare la scelta, credendola falsa o impossibile. Ma un approccio simile non solo nega la realtà, pure non fa i conti con il fatto che a circostanze normali gli scambi sul confine fra vita e morte sono la normalità. Persino nelle società più illuminate, ogni giorno vengono prese decisioni legate a motivi finanziari che contemplano morte per incidenti sul lavoro, inquinamento, incidenti di macchina,  smantellamento della sanità, il costo delle medicine o assicurazione medica.

Ma mai prima d’oggi la questione era stata posta in termini così diretti per intere nazioni. Le risposte sono prevedibilmente divise: gli Stati Uniti si sono impegnati in un Crash Test delle riaperture, con gli Stati repubblicani del Sud ad aprire la fila nonostante gli esami inadeguati e senza un’adeguata preparazione medica. Incitata dal presidente in persona, una milizia armata del Michigan ha occupato il Campidoglio dello stato chiedendo la “liberazione” dal lockdown. Nel frattempo, in Germania, Angela Merkel si è rimpossessata del ruolo avuto nella Crisi dell’Eurozona cercando di soffocare sul nascere qualsiasi discussione. Questo non è il momento per “orge di discussioni” sulla riapertura, ha detto. Il “There’s no alternative” di Margaret Thatcher è stato, un’altra volta, all’ordine del giorno. Il tocco di bacchetta magica sarebbe una soluzione sanitaria - che chiunque si sottoponesse al tampone, trattamenti efficaci, un vaccino. Per sviluppare un vaccino contro Ebola ci sono voluti 5 anni, anche se va detto che nella ricerca su questo si stanno concentrando molte più risorse. Ma quello in cui speriamo non deve sembrarci una cosa come tante. Non siamo mai riusciti a sviluppare con successo un vaccino contro un virus-corona. Non stiamo scommettendo su normale scienza, ma su un prodigio della modernità, un “miracolo scientifico”. E se anche, nel migliore dei casi, nel 2021 tiriamo fuori un vaccino, non possiamo sottrarci a questa logica di “società del rischio”. Abbiamo perso una bella fetta di 2020. Come proseguiamo, a partire da qui?

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La soluzione ovvia è investire in salute pubblica globale, proprio come hanno chiesto gli esperti fin dagli anni ‘90. Ci saranno ostacoli politici ed economici da superare. La Cina e gli USA sono in aperto conflitto e sembrano determinati a politicizzare la pandemia. Per di più, l’enorme costo finanziario della crisi contnuerà ad aleggiare sopra di noi. I grandi debiti incoraggeranno discorsi di austerity. Dagli anni 90, le politiche economiche sul settore pubblico tutte incentrate sul libero mercato hanno indebolito i sistemi sanitari di tutto il mondo. Alla fine, la politica avrà l’ultima parola, e gli ultimi 6 mesi hanno portato disastrose sconfitte alla sinistra, su entrambe le sponde dell’Atlantico. Il principale discorso politico sulla crisi, fino ad adesso, è stato nazionalista e conservatore.

Di fronte alla crisi, Jair Bolsonaro e Donald Trump hanno rimediato figure terribili. Ma esprimono un profondo desiderio di negare la profondità dello shock. Chi è che non penserebbe che in fondo si è trattato solo di un’influenza? Con questa tentazione, quello da cui ci dovremmo guardare non è il rifiuto netto, ma la sua alternativa soft. Il Covid-19, come gli uragani senza precedenti e i terribili incendi del 2019, verrà archiviato come uno scherzo della natura. Questa visione è confortante, e sarà utile agli affari sul breve periodo. Ma getterà le basi per un’altra crisi. Se è vero che il Covid-19 ha rappresentato una crisi come nessun’altra prima, quello di cui dobbiamo avere paura è che ce ne saranno molte altre dello stesso tipo in arrivo.

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