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Articoli filtrati per data: Tuesday, 12 Maggio 2020

Riprendiamo il comunicato sulla situazione dei senza fissa dimora che da giorni portano avanti una battaglia per avere un tetto dignitoso in questa situazione di emergenza sanitaria e che questa mattina sono stati sgomberati dal presidio permanente sotto il Comune di Torino.

Stamattina all'alba le forze dell'ordine sono intervenute a sgomberare l'accampamento di senza dimora davanti al Comune.

L'intervento è stato portato avanti in maniera improvvisa e senza che nessuno, né i senza tetto, né l'avvocato, né i solidali, fossero stati minimamente avvisati.
Nonostante siamo da giorni di fronte a una grave situazione in merito alla salute pubblica, il Comune ha continuato a non prendersi le proprie responsabilità e a mal gestire la vicenda solo come un problema di ordine pubblico e delegando la sorte dei tanti accampati da giorni a Piazza Palazzo di Città esclusivamente alle forze dell'ordine.
L'ordine di sgombero è arrivato infatti dalla riunione del Tavolo Ordine Pubblico e Sicurezza, trasferendo in maniera coatta i senza tetto al Padiglione 5 di Torino Esposizioni.
I senza-tetto si sono ritrovati in un enorme e sporchissimo hangar, senza docce e senza nemmeno le brandine per tutti e alcune tende sono state trasportate dalla piazza senza sanificazione.


Nonostante le promesse dei giorni scorsi di possibili inserimenti e soluzioni fatte esclusivamente a uso e consumo della stampa, la "soluzione" riservata a questi esseri umani è un capannone sotterraneo, senza possibilità di uscire fino all'esito dei tamponi e senza che operatori e solidali possano entrate per sostenere i "reclusi" e accertarsi delle condizioni igienico-sanitarie. La soluzione del Comune è nascondere il problema dagli occhi della città, "interrandolo" letteralmente  e creando così un centro gestito esclusivamente dalle forze dell'ordine nonostante la presenza di tante persone in condizioni di fragilità.
Stiamo continuando a rimanere in contatto con le persone nel padiglione che ad ora dicono di stare bene tuttavia nessuno da loro risposte di alcun genere sulle loro sorti.

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Ad oggi sembra emergere come il principale problema della dimensione capitalista sia di fatto l'assenza di nuove possibilità esplorative ed estrattive, almeno per quanto riguarda il pianeta terra e le sue risorse.

O meglio, ogni esplorazione, ogni nuova risorsa estratta ha delle conseguenze fuori proporzione sull'equilibrio ecologico del pianeta e sulla sopravvivenza nel suo complesso delle specie che lo abitano, compresi gli umani. Di fatto, fino ad ora, il capitalismo ha fondato la sua crescita, le sue mutazioni e la conservazione della sua egemonia sulla possibilità di esplorare nuove frontiere, estrarre nuove risorse, sottomettere altri sistemi di sviluppo, intensificare la valorizzazione del lavoro umano e delle risorse. Si dice "aprire nuovi mercati". Se il capitalismo è stato premonito dagli esploratori veneziani a passeggio sulla "via della seta", è stato battezzato sulle spiagge delle Americhe con il sangue degli indigeni e le spade dei conquistatori, si è edificato grazie alla tratta degli schiavi, ha vinto la lotta contro il feudalesimo con l'oro e l'argento estratto dalle miniere latinoamericane, ha tolto sostentamento e possibilità ai contadini inglesi prima e poi europei, recintando le terre comuni, per costringerli ad emigrare e riempire le fabbriche, si è consacrato nel vecchio west e si è raccontato nell'esotismo e nell'orientalismo che ha guidato le colonizzazioni, se per ultimo si è cibato dei cadaveri del fu blocco socialista, oggi che è veramente globale, che è giunto a una vittoria apparentemente senza appello, beh, proprio questo è il momento in cui il capitalismo è più fragile.

Allo stesso tempo le forze che si oppongono storicamente a questo sistema di sviluppo sono oggi molto deboli, frammentate e disperse e questo non è un caso. Sebbene la dialettica della lotta di classe sia tutt'altro che esaurita, lo sforzo del comando capitalista è tutto indirizzato e ripiegato sul tentativo di evitare la nascita di nuovi soggetti storici, di nuove alleanze e conflittualità che alludano ad un mondo diverso, nella folle speranza che altri salti tecnologici permettano di mantenere il sistema in piedi. Il "cuore di tenebra" del capitalismo si è sempre accompagnato, nel suo presunto spirito razionalistico, alla fede cieca nella tecnica. E d'altronde senza le innovazioni nel settore nautico non sarebbe stata possibile l'esplorazione delle Americhe e viceversa, senza gli ori e gli argenti saccheggiati dal nuovo continente non si sarebbe dato lo sviluppo delle manifatture in Europa.

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Dunque un'ulteriore frontiera, quella dello sviluppo tecnologico senza limiti, che avrebbe dovuto di per sé emancipare l'umanità, porla al di sopra della natura matrigna. In realtà, gli esiti di questa religione, che oggi vediamo palesi, sono stati ben differenti. E' necessario sottolineare, a scanso di equivoci che qui non si considera la tecnologia di per sé e tanto meno la scienza come l'origine di tutti i mali, ma che piuttosto l'assunzione di questa a religione, l'orientamento politico che le viene continuamente dato e la prevalenza di questa sulle ragioni della natura e della società ci stanno, neanche troppo lentamente, conducendo al disastro. Sì, perché ogni salto tecnologico, dentro questo modello di sviluppo, è una chiave per aprire nuove frontiere di sfruttamento "estensivo" o "intensivo" che sia. Estensivo perché nuove tecnologie hanno permesso nuove esplorazioni, nuove colonizzazioni, nuove rapine. Ma anche intensivo poiché nuove macchine, nuove tecniche significano una maggiore messa al lavoro, un maggiore sfruttamento dei territori e delle risorse, un maggior controllo e disciplinamento al consumo, una maggiore, anche qui, sperando che ci si possa perdonare il paragone, colonizzazione della sfera della riproduzione sociale umana. Ora, tanto le frontiere estensive, quanto quelle intensive non si possono espandere all'infinito al dato livello di sviluppo tecnologico in cui siamo. Hanno dei limiti evidenti che stanno nella rottura dell'equilibrio ecologico su cui si basa la sopravvivenza per quanto riguarda l'estensività, e nel livello di "sopportabilità" del ricatto salute - lavoro per quanto riguarda l'intensività (oltre al fatto che una forza lavoro troppo debilitata, ammalata e frammentata nel suo intimo è al limite dell'improduttività). E' abbastanza chiaro tra l'altro che la maggior parte delle invenzioni dell'ultimo mezzo secolo si sono orientate proprio sulle frontiere "intensive" dello sfruttamento e sul cercare di recuperare valore dalla riproduzione sociale. Il prevalere dell'intensivo sull'estensivo è dato proprio dall'assenza di ulteriori "territori vergini", assenza che sta determinando anche la rottura del patto sociale su cui si sono basate le esplorazioni e le colonizzazioni, cioè il, tutto sommato significativo, ritorno in termini di benessere per la classi subalterne europee e poi statunitensi. Le condizioni di guerra permanente in cui versano alcune aree del Medio Oriente e dell'Africa sono la più terribile e lancinante dimostrazione di quali possano essere gli esiti dell'intensività dell'estrazione e dello sfruttamento e di quanto il capitale sia disposto a "barbarizzare" alcune aree del pianeta pur di tenere in piedi i propri interessi (in via definitiva la strategia del "kaos controllato" statunitense). La finanza, il debito, similarmente, sono meccanismi oggi prevalenti, perchè permettono una maggiore "intensità" della valorizzazione, salvo poi provocare disastri ogni qual volta ci si rende conto che questa valorizzazione è articolata su basi produttive insignificanti. Alla luce di ciò questo sistema è "prigioniero" dei suoi stessi limiti. Prigioniero dell'illusione di un destino manifesto inciso nelle pietre dei comandamenti della tecnoscienza.

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Anche per questo motivo ci troviamo di fronte ad un accentramento della ricchezza senza precedenti: se il mondo si fa sempre più piccolo, le risorse sempre più scarse il capitalista per sopravvivere dentro la competizione deve naturalmente estrarre il maggiore valore possibile dal basso (fino al punto di mettere a rischio la tenuta del sistema) e scalzare più concorrenti possibili. Monopoli e oligopoli distopici e impensabili fino a qualche decade fa affollano la nostra quotidianità di consumo. Nella mitologia greca esiste una figura che rende bene l'idea di ciò che è diventato (ma in sostanza è sempre stato) il capitalismo: Erisittone, re di Tessaglia, che dopo averne combinata d'ogni (tra cui l'abbattimento di un bosco sacro a Demetra per costruirsi una sala da pranzo, per dire), finisce per autodivorarsi al fine di saziare la propria famelicità. Qualcuno direbbe: "Ben venga che i padroni si divorino tra loro!", il problema è che le loro guerre si traspongono in uno scontro tra poveri per le briciole e che per divorarsi rischiano di trascinare con sé l'intera umanità e il pianeta. In effetti se si guarda alle dinamiche di scontro intra-capitalistiche (certo, quelle geopolitiche, ma anche ad esempio quelle tra il "vecchio" complesso industrial-militare e la gig-economy, quello tra il petrolio e il carbone da un lato e la green economy dall'altro) queste si riflettono spesso nelle dinamiche di classe (probabilmente la pandemia in corso potrebbe sconvolgere almeno di un po' questi assetti). Le piccole patrie, i nazionalismi, i discorsi sui confini tutto sommato cos'altro sono se non delle risposte scomposte alla dinamica della globalizzazione marcescente?

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E' evidente che per il comando capitalista il dilemma della frontiera è quasi impossibile da risolvere. Le fantasiose speculazioni sui viaggi spaziali e colonie in remoti pianeti abitabili sono il massimo di orizzonte che le narrazioni riescono a produrre, e possono suscitare al limite qualche sorriso divertito. Ma ciò non vuol dire che il capitalismo si metterà da parte da solo, lasciando il passo al mondo nuovo, più probabilmente proverà a costringerci fino alla fine nel suo abbraccio mortale.

E però il problema della frontiera non è un problema solo capitalistico. Tocca seppellire la tensione romantica ad esplorare lo sconosciuto? Bisogna finirla con la necessità illuministica del conoscere? E' evidente che non può essere così, che non si può essere così netti, che l'essere umano ha bisogno di un orizzonte verso cui tendere e che in sua assenza a prevalere sono epoche di disillusione, frustrazione, scollamento sociale, individualismo e possibile barbarie. Per costruire un mondo diverso quindi siamo chiamati ad immaginare nuove frontiere da esplorare fuori e dentro di noi, che prevedano la convivenza, e perché no, la simbiosi tra uomo e natura, l'uguaglianza e la giustizia sociale come bussole su cui orientare il viaggio.

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Abbiamo tradotto questo interessante articolo da indianz.com che tratta del conflitto in corso tra alcune riserve di nativi americani e la governatrice repubblicana dello stato del Dakota del Sud sulle misure di autotutela assunte dai Sioux. Mentre negli USA i numeri dei contagi da Coronavirus continuano a salire e la base trumpiana porta avanti la sua crociata negazionista anti-lockdown alcune comunità native del Dakota del Sud hanno organizzato forme di auto-isolamento delle riserve per evitare l'ingresso del virus. Buona lettura!

Domenica ad un posto di blocco polveroso e ventoso nel cuore delle Badlands del South Dakota, una madre di tre figli di 41 anni del Lakota ha tenuto la mano alta mentre un'auto piena di turisti si fermava e le chiedeva di passarle accanto.

Al di là del checkpoint si trovava la riserva di Pine Ridge, le terre d'origine del popolo Oglala Lakota, il popolo di Francisca Tobacco. Le persone che chiamava cugina, mamma, papà, nonna, nonno.

Mentre si avvicinava alla macchina, chiese a quelli dentro perché volessero entrare nella riserva.

Siamo turisti, hanno detto.

Chiese loro di aggirare la riserva, suggerendo che viaggiassero a ovest e poi a sud attraverso il Nebraska. Ha detto loro che la sua tribù sta cercando di proteggere la sua gente dalla diffusione di COVID-19. Hanno acconsentito.

"Sono qui solo per la nostra gente", ha detto a Indianz.Com. "Proteggo la mia gente".

Ma non tutti credono che la tribù abbia il diritto di bloccare il traffico che porta alla riserva.

Venerdì, il governatore del Sud Dakota Kristi Noem ha rilasciato un ultimatum ai leader delle tribù Sioux Oglala e Cheyenne River del suo stato: abbattere i checkpoint o affrontare azioni legali.

Ha dato loro 48 ore per farlo, una scadenza che si è conclusa domenica.

Sabato, un gruppo di veterani e cittadini tribali di Oglala Lakota si è riunito in un centro comunitario a Manderson e ha discusso su come rispondere all'ultimatum di Noem.

Bryan Brewer, ex presidente della tribù Oglala Sioux, ha dichiarato che il gruppo ha deciso di riunirsi in occasione della festa della mamma ai sei posti di blocco attualmente gestiti dalla tribù sulle autostrade che conducono alla riserva.

Il Consiglio tribale di Oglala Sioux aveva precedentemente votato di assumere una società di sicurezza privata per gestire quei posti di blocco, e Brewer ha detto che i membri della comunità che si sono recati a quei posti di blocco domenica non erano lì per interferire con il funzionamento dei posti di blocco.

"Siamo qui solo nel caso in cui arrivi la Guardia Nazionale o qualcun altro", ha detto a Indianz.Com domenica.

Dall'altra parte della riserva di Pine Ridge, si sono diffuse voci che Noem avrebbe inviato i soldati della Guardia Nazionale del Sud Dakota alla riserva per abbattere i posti di blocco della tribù.

Ma da domenica sera tardi, nessuno era arrivato.

Brewer ha detto che circa 50 persone si sono radunate in un posto di blocco vicino a Batesland, nel Dakota del Sud, lungo la US Highway 18, tra cui alcuni membri del consiglio tribale.

Un volontario, Lloyd Elk, ha dichiarato di aver viaggiato dall'Idaho per sostenere la sua popolazione di Oglala Lakota. Un veterano dell'esercito degli Stati Uniti, ha detto che la sua lealtà sta prima nel suo popolo.

"Prima sono Lakota", ha detto. "Questo è il motivo per cui sono qui."

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Brewer ha affermato che quelli riuniti ai posti di blocco in tutta la riserva sono disposti a intraprendere qualsiasi azione necessaria per prevenire l'invasione dello stato nelle loro terre tribali.

"L'ultima cosa che vogliamo è per un conflitto armato o qualcosa del genere, ma non permetteremo alla Guardia Nazionale di entrare e abbattere i nostri confini o aprirli", ha detto.

A partire da domenica, il Dakota del Sud ha avuto 3.517 casi positivi di coronavirus e ha subito la morte di 34 persone. Molti dei casi positivi sono collegati a un impianto di lavorazione della carne di maiale Smithfield Foods a Sioux Falls, dove un focolaio di lavoratori ha causato 1.098 casi e due morti.

Brewer ha affermato che gli sforzi della tribù per prevenire la diffusione del coronavirus - compresi gli ordini di soggiorno a casa e punti di controllo in tutti i principali ingressi della riserva - hanno effettivamente fermato il virus ai confini della riserva. La tribù ha visto solo un caso positivo di coronavirus, un membro non tribale che aveva viaggiato a Denver e che la tribù ha bandito a causa delle preoccupazioni che aveva violato le misure di salute tribale in partenza e poi di ritorno da un luogo colpito duramente dal virus.

"Non abbiamo alcun caso qui. Eppure vuole aprirla”, ha detto Brewer di Noem. "Non riesco a capire perché voglia mettere in pericolo tutti noi. Siamo cittadini dello stato del South Dakota. Eppure siamo trattati in questo modo anche se viviamo nella nostra stessa terra, una nazione sovrana. "

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Ha detto che teme che il coronavirus infetti vaste aree della popolazione di Oglala Lakota se ottiene un punto d'appoggio nella riserva a causa delle condizioni di vita anguste - molte case hanno più famiglie che vivono in esse - e gravi condizioni di salute di base vissute da molti membri tribali che li rendono più sensibili al coronavirus.

"Se viene qui, si diffonderà molto in fretta", ha detto. "Questo è il motivo per cui non possiamo lasciarlo entrare. Dobbiamo mantenere la nostra riserva al sicuro."

Quasi 220 miglia a nord di Batesland, in Eagle Butte, nella riserva del fiume Cheyenne, anche il presidente Harold Frazier ha resistito domenica.

Ha detto che lo stato del South Dakota non ha l'autorità per controllare i viaggi sulle autostrade statali che attraversano la riserva del fiume Cheyenne. Solo la tribù ha questo diritto, ha detto Frazier a Indianz.Com.

"Questa è la nostra terra", ha detto. "Abbiamo giurisdizione. Abbiamo l'autorità per farlo."

Un gruppo di legislatori del Sud Dakota ha espresso sostegno domenica per gli sforzi dei leader tribali per fermare l'invasione dello stato sulle loro terre.

In una lettera bipartisan firmata da 17 membri del Congresso del Sud Dakota, i legislatori hanno criticato Noem per aver agito in modo conflittuale e provocando una crisi costituzionale nei suoi sforzi per far rispettare la legge statale entro i limiti di una riserva.

Hanno messo in dubbio l'affermazione del governatore secondo cui le tribù non hanno l'autorità di stabilire posti di blocco all'interno della loro terra, citando il 1851 e il 1868 Ft. Trattati di Laramie e una decisione della Corte d'appello dell'8 ° Circuito del 1990, secondo cui lo stato del South Dakota non ha giurisdizione sulle autostrade che attraversano le terre tribali.

"Non desideriamo essere parte di un'altra causa che alla fine costerà più denaro alla popolazione del Dakota del Sud", hanno scritto i legislatori. "Desideriamo lavorare con tutte le parti coinvolte per una soluzione ragionevole, legale e appropriata che affronti le preoccupazioni di tutte le sovranità coinvolte."

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Ma Frazier ha affermato di non avere alcun desiderio di negoziare con Noem sulla questione dei checkpoint tribali.

"Questi posti di blocco non verranno sciolti, non importa quello che dicono", ha detto. "Non stiamo causando alcun danno. Non stiamo facendo nulla di dannoso. Stiamo cercando di salvare delle vite ".

Ha detto che la sua tribù è pronta a intraprendere qualsiasi azione necessaria per impedire allo stato di chiudere i suoi posti di blocco - che considera baluardi contro l'assalto di una pandemia globale. E ha detto che non avrebbe tollerato la presenza di soldati della Guardia Nazionale nella riserva.

"Se entrano e fanno in qualche modo tentativi, li arresteremo", ha detto. "Penso che sia altamente improbabile che ci provino."

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Ha detto che la tribù sta permettendo la maggior parte del traffico attraverso la riserva, incluso il traffico commerciale e gli abitanti della zona che cercano di passare, ma il personale del checkpoint ha respinto i viaggiatori provenienti da aree che sono state duramente colpite dal coronavirus.

Di fronte a tassi sproporzionati di diabete, obesità, malattie polmonari e malattie cardiache, le persone del fiume Cheyenne sono particolarmente sensibili al coronavirus e Frazier ha affermato che il suo strumento migliore è la prevenzione.

"Se mai arrivasse qui, si diffonderebbe come un incendio", ha detto. "Sarebbe qualcosa che sarebbe davvero devastante per la nostra gente e per tutti i residenti in questa riserva."

Molte miglia a sud, nel cuore delle Badlands, Francisca Tobacco ha detto che intende tornare al checkpoint vicino a Buffalo Gap lunedì.

Domenica, ha presidiato il checkpoint da solo, sebbene un ufficiale tribale abbia tentato di convincerla a lasciare il suo posto, temendo che un guidatore frustrato potesse ferire i suoi figli. Ha detto che fermare i viaggiatori che potrebbero diffondere il coronavirus alla sua gente valeva il rischio.

"Questa è la nostra terra e questo è il nostro territorio e abbiamo il diritto di proteggere la nostra terra", ha detto.

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Di Kevin Abourezk

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Il settore della cultura, e ancor di più dello spettacolo, è abbandonato e rimane sotto una coltre di imbarazzante silenzio. E’ un settore ad alta intensità di prossimità sociale perché la produzione culturale nel suo farsi ha bisogno di qualcuno che fruisce del suo “prodotto”. Gli eventi musicali (e spettacolistici in generale) dal vivo sono uno dei settori più colpiti dalle limitazioni imposte per contenere la pandemia Covid-19, anche per il loro perdurare. I tempi della ripresa della musica live sono colpevolmente indefiniti dal governo, la sorte degli “attori” di questo articolato mondo è più che mai incerta, il sistema è al collasso. Migliaia di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, senza i quali questo mondo non potrebbe girare, sembrano essere invisibili: senza nessun tipo di tutela e sostegno economico.

Lo “shock” è profondo e l’impegno di ognuno finalizzato a “salvare il salvabile”.
Noi crediamo che sia importante cogliere questa occasione per riflettere, certo, sul qui e ora, ma allo stesso tempo siamo profondamente convinti che questa crisi può essere un’occasione straordinaria per ripensare completamente questo sistema. Ragionando di un’idea di resilienza che non sia, come da etimologia, il ritornare nella condizione in cui si era prima, ma che sia un’idea di resilienza che ti fa assumere un’altra forma. Questo trauma, questo schianto contro qualcosa che non ti aspettavi, potrebbe essere occasione per capire come ricominciare in maniera diversa, per aprire un confronto, una discussione.

A noi sembra evidente che qualcosa non funzionava perché è un “mercato” in cui vince il più ricco e il più forte. Da diverso tempo, prima dell’emergenza da Covid-19, abbiamo discusso e deciso che era arrivato il momento di prendere parola per denunciare la situazione, ormai insostenibile, in cui versa la musica live. Un tema di cui non si parla pubblicamente, soffocato da un silenzio assordante.

Questa lettera vuole lanciare un segnale per aprire un dibattito pubblico. Il tema è molto complesso, ne siamo consapevoli. Non vogliamo semplificare e molto ci sarebbe da dire e da approfondire. Per questo abbiamo scelto di partire da un dato oggettivo con il quale dobbiamo maledettamente fare i conti ogni volta che organizziamo un concerto o un festival. Da alcuni anni ormai stiamo assistendo ad un aumento importante dei costi della musica, in particolare dei cachet di artiste e artisti e delle produzioni. Ciò mette a rischio l’esistenza stessa della musica live, sempre più minacciata dal pesante monopolio esercitato dalle multinazionali. Questa situazione è ancora più complessa per chi crede che i concerti, siano, prima di tutto, spazi di attivazione sociale e culturale. Per chi, nonostante tutto, crede che l’arte debba essere anche un diritto sociale. Il “sistema”, per come era prima, è destinato a far scomparire molte realtà medio piccole, che sono anche le prime a pagare questa crisi. Si rischia di snaturarne altrettante che invece vogliono rimanere libere e indipendenti nella proposta, nell’organizzazione e nel metodo. Si rischia di tenere in vita solo chi può permettersi di continuare a livellare, al rialzo, il costo dei biglietti. Oggi, poi, la posta in palio è decisamente più alta: ad essere messa in discussione non è “soltanto” la tenuta di un mercato già fragile di per sé; si sta rischiando non “solo” un patrimonio immenso e tangibile (monetizzabile dal mercato) accumulato da abilità professionali, capacità artistiche, creatività produttive, intelligenze e competenze, che, necessariamente vanno tutelate e salvaguardate.  Ciò che è in gioco è in fondo il “bene” più prezioso che sta alla base e fa girare la “giostra”, la natura e la funzione stessa dell’evento live, del concerto: lo stare insieme!

Sopra, sotto, dietro, ai margini, prima e dopo, fisicamente e metaforicamente… Su quello stesso palco ci vogliamo e dobbiamo tornare tutti e tutte, per emozionare ed emozionarci, per ridere, cantare, saltare, lavorare, litigare, sudare insieme. E per riuscirci non dobbiamo aver paura di cambiare, di metterci in gioco, di abbandonare interessi specifici, insomma di “guardare la Luna”. In questo articolato mondo alcuni/e possono fare delle scelte, possono mettere in campo dei rapporti di forza, possono esprimere e rivendicare una differenza. Lo sappiamo perché noi lo facciamo da quando esistiamo. Giochiamo nella contraddizione, con passione ma anche con professionalità e competenza cerchiamo di costruire spazi dove la musica abbia una grande importanza ma allo stesso tempo non sia un “prodotto” senz’anima. Siamo riusciti a costruire festival o concerti, nei quali si crea un’atmosfera unica tra artista, pubblico e organizzatore, garantendo qualità e professionalità in quello che facciamo.

In sintesi i nodi che noi riteniamo più critici sono:

– scarsa attenzione ai festival indipendenti e, in generale, alle realtà con un taglio più sociale
– aumento esponenziale dei cachet degli artisti e degli oneri di produzione
– prezzo dei biglietti d’ingresso in crescita incontrollata
– pratiche monopolistiche / di esclusività forzata imposte agli artisti dalle multinazionali
– cambiare la logica delle mega produzioni
– imposizione di canali di prevendita esclusiva
– nessuna tutela per tecnici e lavoratori dello spettacolo (fra i primi colpiti dallo stato di crisi, se non i primi)
– suddivisione iniqua dei rischi in caso di annullamento dell’evento per cause non imputabili al controllo o alla volontà dell’organizzatore

Noi firmatari siamo pronti al confronto con chi vorrà provare a costruire un futuro diverso e possibile per molti e molte, con e per la musica.

Chi volesse sottoscrivere questa lettera può scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Salviamo il salvabile, ma cambiamo musica!

Festival Alta felicità, Festa di Radio Onda D’Urto, Sherwood Festival

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