ssssssfff
Articoli filtrati per data: Thursday, 09 Aprile 2020

Voci dalla pandemia: Racconti dall’Italia e dal mondo è un nuovo progetto di Until the Revolution, laboratorio di Ecologia e Critica Politica con sede a Bologna. Riprendiamo il lancio del progetto: “La romanticizzazione della quarantena è un privilegio di classe. In un momento in cui la crisi pandemica riporta alla luce tutte le contraddizioni del sistema-mondo che conosciamo e che siamo costretti a vivere, istituzioni e governi rendono appetibile l’emergenza solo per determinati tipi di persone, escludendone molte altre. La polvere sotto al tappeto comincia a sbucare in ogni dove. I tagli alla sanità pubblica fanno vacillare le narrazioni idilliache di un’economia neoliberista che tende in realtà alla privatizzazione e all’intensificazione delle disuguaglianze sociali. Quello che ci proponiamo è di essere la voce collettiva di tutte le soggettività tagliate fuori dalla comodità e dalla sicurezza dell’emergenza. Vogliamo bucare la bolla temporale venutasi a creare attorno a questo specifico periodo che costituisce in realtà soltanto un picco di quella che è una crisi ecologia e sociale globale".

Sono giorni di paura in tutto il mondo. L’infezione da Covid-19 colpisce indiscriminatamente, ma senza dubbio è più pericolosa nelle aree sovraffollate o nei luoghi di lavoro. In un contesto come quello brasiliano, sicuramente le favelas sono ambienti dove garantire distanziamento sociale e igiene adeguata è molto difficile. La politica del governo brasiliano, d’altra parte, sembra quella di voler promuovere una strage di poveri, continuando a negare il problema e a far mancare alla popolazione quei servizi che invece riserva alle classi sociali più agiate. Anche qui come nel resto del mondo dunque il Covid mostra in controluce le differenze di classe.

Ne abbiamo parlato con Alessia, ex studentessa italo-brasiliana dell’Unibo, che sta passando questoperiodo di quarantena a Rio de Janeiro.

 

 

Ph. Alessia Caciotto

 

 

Quali problemi ha fatto emergere lo scoppio del Covid-19 in Brasile?

È necessario secondo me contestualizzare la situazione. A Rio de Janeiro, come nel resto del Brasile, le diseguaglianze sociali sono enormi. Da un lato tutto, dall’altro niente. Persone che hanno qualsiasi cosa, persone che non hanno accesso neanche all’acqua.Il Covid-19 mette in luce i differenziali di classe esistenti rispetto all’ambito sanitario. La sanità in Brasile è divisa tra privata e pubblica. Una buona assicurazione sanitaria privata, per chi se la può permettere, costa tra i 1000 e i 5000 real al mese e lo stipendio medio è di 1000 real. La sanità pubblica è assolutamente inadeguata alle esigenze di un paese dove milioni di persone e vivono al di sotto della soglia di povertà. Oltre a liste d’attesa infinite, non ci sono abbastanza medici e strumentazioni per offrire un servizio decente.

Tu in questo momento ti trovi a Rio de Janeiro, in che zona della città vivi?

Io in questo momento sto passando la quarantena a Copacabana, perchè ho preso una camera in affitto in questa zona della città. La mia famiglia si trova nella favela di Jacarezinho. Anche io preferirei trovarmi li, sia per stare insieme ai miei cari che per sentirmi più sicura. Qua a Copacabana si iniziano a verificare dei momenti di rivolta e delle rapine, e ancora di più se neverificheranno quando arriverà il picco.

 

Ph. Alessia Caciotto

 

La situazione è particolarmente grave nelle favelas?

Come noto la popolazione povera vive nelle “favelas”. Essendo quartieri non riconosciuti formalmente dallo Stato che se ne lava le mani, gli abitanti si collegano alle reti elettriche e idriche abusivamente, pagando un minimo mensile ad alcune associazioni che si occupano di fornire questi servizi. Questo succede anche perché il personale delle compagnie di luce, acqua e gas si rifiuta di entrare nelle favelas o nelle zone più pericolose della metropoli. Quando manca l’elettricità, e questo succede spesso per il caldo o la pioggia, bisogna aspettare il giorno dopo che i tecnici (pagatidalle associazioni) vadano a riallacciarla.Anche l’acqua manca spesso. Tutti hanno delle cisterne di riserva sul tetto, ma una volta finita quella bisogna aspettare che le istituzioni risolvano in qualche modo il problema. Per tutto il mese di gennaio c’è stata una crisi idrica in tutta Rio e nei dintorni. L’acqua usciva solo marrone, poi gialla o comunque sporca. Non si è ancora capito bene cosa sia accaduto, fatto sta che tutta la popolazione ha dovuto smettere di bere (anche chi aveva un purificatore collegato al lavandino) e inbreve tempo era diventato impossibile trovare bottiglie d’acqua nei supermercati. Di fatto, a gran parte della popolazione non sono garantiti neanche i diritti essenziali. E stiamo parlando solo delle favelas, senza contare il fatto che Rio è piena di senzatetto, soprattutto nella zona più ricca, quella più a sud.

Tutto questo accadeva anche prima dello scoppio di questa emergenza globale quindi?

Si certo, ma non solo. Un altro problema è quello che riguarda i rifiuti. Praticamente non esiste la differenziata e c’è un consumo di plastica incredibile. Nelle favelas passano a ritirare la spazzatura solo in determinate zone, anche qui a causa della paura.Ricordo che qualche anno fa, quando la polizia aveva occupato diverse favelas, i netturbini inizialmente entravano a pulire. Poco dopo hanno smesso. Va aggiunto però, perlomeno per quanto riguarda la favela dove vive la mia famiglia, quella di Jacarezinho, che c’è anche un concorso di colpa degli abitanti della comunità. Perché non avevano e continuano a non avere ancora oggi un minimo di rispetto per il bene comune. Questo ovviamente va ad aggravare una situazione già grave, favorendo infestazioni di vari animali (topi, scarafaggi ecc.).

I numeri dei contagi però sono ancora relativamente bassi, sia a Rio che in tutto il Brasile. Per quanto riguarda la situazione del virus a Rio.

L’epidemia si sta espandendo principalmente nellezone turistiche, quindi a sud dove mi trovo io in questo momento, e inizia a muoversi anche verso nord. Le favelas si trovano un po’ in tutte le zone della città, quindi anche in quella turistica. Per quanto mi riguarda è strano che ancora non si sappia di intere comunità focolaio. La percezione è quella che in realtà si stiano nascondendo i veri numeri. È impossibile pensare che con tutti gli agglomerati urbani come le favelas, ancora non si sia registrato un numero alto di contagi. Anche perchè se si leggono le statistiche del ministero della salute si può vedere che il virus si sta espandendo tre volte più velocemente che in Italia. La situazione è in realtà problematica in tutto il paese, soprattutto in zone meno note a livello internazionale come quella di Salvador, in cui il virus si sta espandendo a macchia d’olio senza che il governo si decida a prendere reali contromisure.

 

Da Frente DCC

 

Lo stato sta intervenendo in qualche modo?

In teoria è stata dichiarata la quarantena tre settimane fa, ma non è stata seguita molto.Una delle prime decisioni che sono state prese dalle prefetture di Rio e di San Paolo è stata quella di diminuire drasticamente i trasporti, senza però chiudere nessuna attività nelle città, questo ha portato al fatto che si siano creati degli assembramenti enormi all’interno dei mezzi di trasporto visto che la gente ha continuato ad uscire normalmente, anche per andare a lavorare. Poi per fortuna tutte le varie imprese e attività hanno chiuso, ma diciamo che hanno lavorato un po’ al contrario. Ora tutti i negozi sono chiusi, tranne quelli di generi alimentari e le farmacie, ma le persone continuano ad uscire, soprattutto gli anziani.Nella parte ricca della città, ora più della metà delle persone sta a casa. Ma fino ad una settimana fa in molti ancora affollavano le spiagge. Non esistono sanzioni per chi non rispetta la quarantena. Nei supermercati non viene presa nessuna precauzione, fanno entrare le persone normalmente soprattutto nei grossi centri commerciali che sono sempre super affollati. Come noto infatti il presidente Jair Bolsonaro continua a parlare di una semplice influenza che non si diffonderà in Brasile perchè non è un paese di “vecchietti” come l’Italia. Negli ultimi giorni è stato costretto a dei dietrofront dai membri del governo più legati agli apparati sanitari, stanchi di dover passare le giornate e smentire le sue dichiarazioni. Tutto però rimane nella sfera della retorica, in quanto di reale per la salute dei cittadini si continua a non fare niente. Inoltre alcuni suoi sostenitori stanno manifestando per abolire la quarantena e far ripartire il paese, seguendo la sua linea di ridicolizzazione del virus a favore degli interessi economici dei più potenti,come industrie e multinazionali.

Qua in Italia ormai non si fa altro che sentire la frase restate a casa, ma non tutti hanno le stesse possibilità. In un paese dove le diseguaglianze sociali sono altissime, come si vive la quarantena?

Qua il problema del sovraffollamento nelle case era un problema anche prima della quarantena. Ad esempio mia cugina vive in una casa con suo marito e i loro tre figli, hanno solo due camere da lettoma solo in una c’è l’aria condizionata. Qua è autunno, ci sono 35° quindi dormono tutti nella stanza con il condizionatore. Non una situazione ottimale per stare a casa. Tante persone hanno già perso il lavoro e chi può lavorare in smart working molto spesso non ne ha le possibilità, perchè non hanno il computer o un tablet con cui svolgerlo. Il prezzo di tutti quei prodotti igienico-sanitari per la profilassi contro il virus sono cresciti in maniera esponenziale e quindi oltre a vivere in case molto piccole (in cui il rischio del contagio è più alto), aver perso il lavoro, non ci si può neanche permettere di avere accesso a disinfettanti e simili, e anche il cibo inizia a scarseggiare, perchè i soldi non ci sono più. Lo stato continua a promettere aiuti per le fasce più povere, ma ancora non si sono visti. Per questi motivi si stanno iniziando a verificare momenti di rivolta da parte delle persone più povere, già dalla prima settimana. Nella via dove abito io si verificata una rapina che qua si chiama arrastao, ovvero gruppi di 30/40 persone che iniziano a correre, urlare e prendere tutto quello che trovano. Queste cose sono la normalità sempre, soprattutto in estate quando la città è piena di turisti.Se non dovessero trovarsi soluzioni sicuramente la rabbia delle classi più povere esploderà.

 

Da Frente DCC

 

Come si sta cercando di tutelarsi dal virus in quei territori dimenticati dagli apparati statali?

In favela nonostante sia stata dichiarata la quarantena, non tutti la stanno seguendo. Il Comando Vermelho, che gestisce il narcotraffico nella mia e in altre favelas, ha scritto un breve testo in cui vietava alle persone di uscire quanto meno la notte, perchè durante il giorno molti sono costretti ad andare a lavorare. Del resto in Brasile ora come ora a livello sociale lo Stato non esiste e le persone devono arrangiarsi.

 

“Gente, restate a casa, la cosa è diventata seria, nonostante ci siano ancora persone che la stanno prendendo come un gioco, i corrotti di Brasilia (i politici, ndr) hanno detto alle persone di non uscire, ma c’è ancora qualcuno che finge di essere sordo. Adesso dovete restare a casa in un modo o nell’altro, anche a costo di venirvi a prendere in strada se vi troviamo fuori dalle 20 in poi , così da capire come si rispetta il prossimo. Vogliamo il meglio per la nostra comunità e se il governo non trova un modo per risolvere la situazione, il crimine organizzato dovrà farlo.”

 

Ovviamente non sono state bloccate lo operazioni di polizia all’interno delle favelas. Qualche giorno fa sono entrati nella Cidade de Deus, una delle favele più conosciute e più pericolose ad ovest della città. Da quello che raccontano alcune associazioni attive sul territorio, la polizia ha di fatto bloccato una serie di iniziative di solidarietà che si stavano mettendo in campo per aiutare gli abitanti della favela, che in questo momento hanno estrema necessità di iniziative di solidarietà attiva come quelle che portano avanti questi tipi di associazioni.

Per quanto riguarda la situazione carceraria invece? Sai cosa sta succedendo?

Le carceri in Brasile a prescindere dal virus sono sovraffollate. In questo momento hanno deciso di fare uscire chi ha quasi finito di scontare la pena o chi per buona condotta sarebbe comunque uscito a breve. Hanno vietato le visite e i parenti possono recarsi nelle carceri solo per portare cibo o prodotti igienici. Questo perchè nel carcere di cui ho notizie (quello di Bangu, sempre a Nord della città), vengono forniti tre pasti al giorno, spesso di qualità pessima o anche cibo avariato. Se i detenuti non rispettano gli orari del pasti non hanno accesso a una cucina comune o ad altri viveri, per questo le famiglie portano da mangiare ai carcerati. Non penso che abbiano accesso a skype o ad altre forme di comunicazione con l’esterno.

Quindi lo stato di fatto non esiste?

La cosa folle è che tra i trafficanti e lo stato in questo momento i primi stanno agendo molto di più in termini di sicurezza dei cittadini. Il Comando quantomeno si occupa di proteggere davvero gli abitanti (con tutti i pro e i contro della situazione, ovviamente) rispetto ai politici brasiliani. Questi in ogni caso, per vie traverse hanno rapporti con le milizie, quindi anche loro guadagnano dal narcotraffico.Sono le associazioni e i collettivi a svolgere il lavoro più importante. Pur avendo pochi mezzi a disposizione si preoccupano per le comunità, fornendo cibo e altre cose indispensabili vista la gravesituazione, organizzando delle campagne per donazioni e svolgendo un importantissimo lavoro di informazione nelle favele, cosa che le istituzioni non si disturbano a fare.Detto ciò persino il traffico in questo momento è più rispettabile dello stato. Quella del Comando Vermelho infattipuò suonare come una minaccia, ma non lo è. Qua nelle favelas le persone danno retta più al Comando che lo Stato, perchè i banditi sono gli unici a fare davvero qualcosa per le comunità. Anche i trafficanti si sono mobilitati per organizzare momenti di solidarietà, portando beni di prima necessità alle famiglie delle comunità. Inoltre fortunatamente ci sono tante associazioni che si stanno occupando di aiutare le persone in difficoltà, portando beni essenziali alle famiglie e organizzando delle campagne per donazioni che consentano di portare alla gente cibo, acqua, alcol in gel e cose di questo tipo. In Brasile la situazione era abbastanza difficile anche prima dell’arrivo del virus, è importante che sisappia sempre di più quello che accade quotidianamente in questi territori dimenticati dai più.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Sergio Medina

Eccellente documentario sulla Rivolta che può essere liberamente visto nel nostro web e in FB.

Colectivo Chile en Flammen

Questo documentario fa conoscere tutto quello che oggi, in piena pandemia si intensifica e viene a riaffermare i motivi della lotta per la dignità in Cile.

Sinossi:

“Chile in Revolte”, la sequela del cortometraggio documentario “Chile in Flammen”, si costruisce a partire da diversi racconti che permettono di rendere conto della complessità della crisi politico-sociale che sta attraversando questo paese latinoamericano. In questi si rivela la tensione politica che attualmente si vive in Cile tra coloro che chiedono un cambiamento radicale del sistema e coloro che cercano di conservare il Cile che conoscono.

Pertanto, dalla repressione delle forze dello stato cileno, appoggiata dagli stessi settori che quasi 50 anni fa difesero la dittatura civico-militare, sono sorte nuove forme di organizzazione e resistenza che ridefiniscono quanto è politico, mentre un governo che ha perso ogni legittimità continua ad essere a capo dello stato. Al di là delle domande poste nell’agenda per una società più giusta e una vita degna, sono messi in discussione anche i principi che hanno dato origine alla costruzione di quello che oggi si conosce come Cile.

Diretto e prodotto da: Colectivo Chile en Flammen, composto da: Daniela Huenchuan, Melisa Matzner, Javiera Prada, Nicolás Rupcich e Martina Schliessler.

Producido in Germania, Lipsia e Santiago del Cile, da novembre 19 a marzo 2020.

Chile en Revolte in rete gratis e multidioma:

*fotografo, cineasta, comunicatore sociale.

8 aprile 2020

Resumen Latinoamericano

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Fonte: https://monthlyreview.org/2020/04/01/covid-19-and-circuits-of-capital/

by  Rob Wallace, Alex Liebman, Luis Fernando Chaves and Rodrick Wallace

Pubblichiamo in traduzione (a cura di Ecologia Politica Milano) questo testo originariamente apparso sulla Monthly Review per insistere ancora sulle cause strutturali della crisi epidemiologica (e di civiltà capitalistica) in corso: agrobusiness, appropriazione e sfruttamento della terra, definitivo disallineamento tra il ciclo della riproduzione sociale umana in questo sistema specifico e rigenerazione della terra. C’è un compito di conoscenza da porsi nel disattivare le matrici strutturali di questa crisi, sia per superarla sia per combattere un sapere tecnoscientifico che ha servito da base quel modello estrattivista dell’economia che è all’origine di questa crisi. Al momento il ventaglio di interventi approntati per fronteggiare l’emergenza non può non rispondere a domande formulate nell’ottica della protezione e sopravvivenza dell’ordine sociale vigente che, nelle sue istanze di dominio, ha fatto un uso del sapere scientifico per i propri esclusivi fini accumulativi. C’è già qui un campo di battaglia. Appropriarsi di un nuovo sapere scientifico non per l’uso della natura ma per un’integrazione con questa e i suoi cicli. Quali forze effettive, sia nell’emergenza che nelle strategie di lungo periodo, imporranno questa esigenza contro la crisi di un paradigma dominante? Per chi lo desiderasse è anche possibile scaricare il pdf impaginato di questo articolo qui.

 

Calcolo

Il COVID-19, la malattia causata dal coronavirus SARS-CoV-2, il secondo virus da sindrome respiratoria acuta grave dal 2002, è ora ufficialmente una pandemia. Dalla fine di marzo, intere città sono state messe in quarantena e, uno dopo l'altro, gli ospedali si sono riempiti per l’impennata improvvisa di pazienti.

La Cina, la Corea del Sud e Singapore al momento tirano un sospiro di sollievo. L'Europa (soprattutto l’Italia e la Spagna), ancora all’inizio dell’epidemia, è gravata da moltissime morti. mentre in America Latina e Africa stiamo avendo i primi casi; alcuni Paesi sono più pronti ad affrontare l’epidemia di altri. Negli Stati Uniti, uno fra i paesi più ricchi, il futuro prossimo appare tetro. Il picco dell'epidemia negli USA non è previsto prima di maggio e già adesso, gli operatori sanitari ed i pazienti degli ospedali stanno lottando duramente per avere accesso alle sempre più scarse scorte di dispositivi di protezione individuale. Gli infermieri, ai quali il Centers for Disease Control and Protection (CDC) ha spaventosamente raccomandato di usare bandane e sciarpe come mascherine, hanno dichiarato che "il sistema è spacciato”3.

Nel frattempo, l'amministrazione statunitense continua a sovraccaricare i singoli Stati di quelle stesse attrezzature mediche di base che si era rifiutata di procurare all’inizio [dell’epidemia]. È stato anche annunciato, come manovra per la salute pubblica, un inasprimento dei controlli alle frontiere, mentre il virus imperversa all’interno del paese senza essere adeguatamente affrontato4.

Un'equipe di epidemiologi dell'Imperial College ha previsto che la migliore campagna di mitigazione – ovvero appiattire la curva di accumulazione dei casi, mettendo in quarantena i casi rilevati e distanziando socialmente gli anziani - lascerebbe comunque gli Stati Uniti con 1,1 milioni di morti e un ammontare di casi pari a otto volte il numero totale di letti di terapia intensiva del paese5. Per fermare il virus, ponendo dunque fine all’epidemia, sarebbe necessaria una quarantena dei malati (e dei loro famigliari) in stile cinese e un distanziamento sociale comunitario, compresa la chiusura delle attività istituzionali. Ciò ridurrebbe negli Stati Uniti il numero dei decessi a circa 200.000 .

Il gruppo di ricerca dell'Imperial College stima che una campagna di soppressione [della malattia ndt.] di successo dovrebbe durare almeno diciotto mesi, comportando dunque una contrazione economica ed un peggioramento dei servizi pubblici. Il team ha proposto di bilanciare le esigenze di controllo della malattia e quelle dell'economia, attivando e disattivando la quarantena comunitaria sulla base della quantità di posti disponibili in terapia intensiva.

Altri esperti hanno respinto l'idea. Un gruppo guidato da Nassim Taleb, famoso per “Il Cigno Nero”, ha dichiarato che il modello dell'Imperial College non include il "contact tracing" e il monitoraggio porta a porta6. Il loro punto di vista non tiene conto del fatto che la gravità dell’epidemia ha impedito il desiderio di molti governi di adottare quel tipo di cordone sanitario e la situazione rimarrà tale fino a quando l'epidemia non inizierà il suo declino, quando molti paesi prenderanno in considerazione tali misure, si spera con un test funzionale e accurato. Come scherzosamente si sente dire in questi giorni: "Il Coronavirus è troppo radicale. L'America ha bisogno di un virus più moderato al quale possiamo rispondere in modo incrementale"7.

Il gruppo di Taleb sottolinea che il team dell'Imperial non ha voluto indagare in che modo il virus possa essere portato all'estinzione. Tale estirpazione non significa “zero casi”, ma un isolamento sufficiente a far sì che i singoli casi non producano nuove catene di infezione. Solo il 5% dei soggetti vulnerabili a contatto con un caso in Cina sono stati successivamente infettati. In effetti, il team di Taleb è favorevole al programma di soppressione utilizzato Cina, che è il più veloce nel debellare l'epidemia senza entrare in una gara tra controllo della malattia e garanzia di manodopera per l'economia. In altre parole, l'approccio rigoroso della Cina (che richiede molte risorse) libera la sua popolazione dalla reclusione di mesi, o addirittura di anni, che il team dell'Imperial raccomanda ad altri Paesi.

L'epidemiologo matematico Rodrick Wallace, uno di noi, ha capovolto completamente la discussione. Per pianificare la gestione di un’emergenza è necessario individuare ciò che l’ha causata. Le cause strutturali fanno parte dell'emergenza, includerle ci aiuta a capire come rispondere al meglio andando oltre il semplice riavvio dell'economia che ha prodotto il danno. "Se ai vigili del fuoco vengono date risorse sufficienti", scrive Wallace,

“in condizioni normali, la maggior parte degli incendi, il più delle volte, può essere contenuta con il minimo di vittime e di distruzione di beni. Tuttavia, tale rischio può essere contenuto attraverso uno sforzo molto meno romantico, ma non meno eroico: attraverso persistenti, continui, sforzi di regolamentazione che limitino l’azzardo edilizio attraverso lo sviluppo e l'applicazione del regolamento e assicurino anche che le risorse per la lotta contro il fuoco, l'igiene e la conservazione dell'edificio siano fornite a tutti ai livelli necessari… Il contesto in cui è maturata, è determinante per definire l'infezione pandemica, infatti, le attuali strutture politiche che consentono alle imprese agricole multinazionali di privatizzare i profitti mentre esternalizzano e socializzano i costi, devono diventare oggetto di ulteriori regolamentazioni al fine di ridurre quei costi se si vuole evitare una vera e propria pandemia fatale nel prossimo futuro”8.

L'incapacità da parte degli stati di prepararsi e reagire all'epidemia non si è scoperta a dicembre, quando i paesi di tutto il mondo non sono riusciti ad attuare misure di sicurezza, una volta che il COVID-19 è fuoriuscito da Wuhan. Negli Stati Uniti, per esempio, il primo errore non è stato quando Donald Trump ha sciolto la squadra di preparazione alla pandemia del suo team di sicurezza nazionale o ha lasciato scoperte settecento posizioni del CDC9. Né è stato fatto dai federali che non sono riusciti ad agire in base ai risultati di una simulazione di pandemia del 2017 che mostrava che il Paese era impreparato10. Né è stato quando, come si legge in un titolo di Reuters, gli Stati Uniti "hanno tagliato sul personale tecnico del CDC in Cina mesi prima dello scoppio del virus", sebbene il mancato precoce contatto diretto da parte di un esperto statunitense sul campo in Cina abbia certamente indebolito la risposta degli Stati Uniti. Né è stata la sfortunata decisione di non utilizzare i kit di test forniti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Sicuramente, i ritardi nelle prime informazioni e la totale negligenza nel fare i test sono stati senza dubbio responsabili di molte, probabilmente migliaia di vite umane perse11.

I fallimenti sono stati in realtà programmati decenni fa, quando i beni comuni della sanità pubblica sono stati contemporaneamente trascurati e monetizzati12. Un paese conquistato ad un regime di epidemiologia individualizzata e just-in-time – una contraddizione assoluta – con letti d'ospedale e attrezzature appena sufficienti per le normali operazioni, è per definizione incapace di mobilitare le risorse necessarie per perseguire una soppressione del virus sullo stampo di quella cinese.

Seguendo il punto di vista del team di Taleb sui modelli strategici in termini più esplicitamente politici, l'ecologo delle malattie Luis Fernando Chaves, un altro coautore di questo articolo, fa riferimento ai biologi dialettici Richard Levins e Richard Lewontin per concordare sul fatto che "lasciare che i numeri parlino" non fa altro che mascherare tutte le ipotesi formulate precedentemente13. Modelli come quello dello studio dell'Imperial College limitano esplicitamente il campo di analisi a domande circoscritte e tagliate su misura, formulate all'interno dell'ordine sociale dominante. Per definizione, non riescono a catturare le più ampie forze di mercato che causano le epidemie e le decisioni politiche alla base degli interventi.

Consapevolmente o meno, le proiezioni che ne derivano pongono la salute di tutti al secondo posto, comprese le molte migliaia di persone più vulnerabili che verrebbero uccise se un paese oscillasse tra la lotta alla malattia e l'economia. La visione foucaultiana di uno Stato che agisce su una popolazione nel proprio interesse rappresenta solo un aggiornamento, anche se più benevolo, della spinta malthusiana per l'immunità del gregge che il governo britannico Tory e ora i Paesi Bassi hanno proposto, lasciando che il virus divampi tra la popolazione senza ostacoli14. Ci sono poche prove, al di là di una speranza ideologica, che l'immunità del gregge possa garantire l'arresto dell'epidemia. Il virus può facilmente emergere anche da sotto la coperta immunitaria della popolazione.

Intervento

Cosa si dovrebbe fare invece? In primo luogo, dobbiamo capire che, nel rispondere all'emergenza nel modo giusto, continueremo ad impegnarci sia nella necessità che nel pericolo.

Dobbiamo nazionalizzare gli ospedali come ha fatto la Spagna in risposta all'epidemia15. Dobbiamo sovraccaricare i test in termini di volume e ripetizioni come ha fatto il Senegal16. Dobbiamo socializzare i prodotti farmaceutici17. Dobbiamo applicare le massime protezioni per il personale medico per rallentare il contagio del personale. Dobbiamo garantire che i ventilatori e gli altri macchinari medici vengano riparati18. Dobbiamo iniziare a produrre in massa cocktail di antivirali come il remdesivir e la clorochina antimalarica di vecchia scuola (e qualsiasi altro farmaco che sembri promettente) mentre conduciamo test clinici per verificare se funzionano al di fuori del laboratorio19. Si dovrebbe implementare un sistema di pianificazione per 1) obbligare le aziende a produrre i ventilatori e i dispositivi di protezione personale necessari per gli operatori sanitari e 2) dare priorità all’assegnazione nei luoghi in cui sono più necessari.

89570350 10222275203129393 3556412725598879744 o copia

Dobbiamo istituire un massiccio dispositivo pandemico che fornisca la forza lavoro – dalla ricerca alla cura – che affronti le problematiche che il virus (e qualsiasi altro agente patogeno a venire) ci sta ponendo innanzi. Fare in modo che il numero di casi registrati corrisponda al numero di letti per la terapia intensiva, al personale e alle attrezzature necessarie, in modo che la soppressione possa colmare l'attuale divario numerico. In altre parole, non possiamo accettare l'idea di sopravvivere semplicemente a questo attacco in corso di COVID-19 solo per tornare poi a fare il tracciamento dei contatti e isolare i casi per contenere l'epidemia. Dobbiamo assumere un numero sufficiente di persone per identificare il COVID-19 casa per casa adesso e dotarli dei necessari dispositivi di protezione, come mascherine adeguate. Nel frattempo, dobbiamo fermare questo modello economico basato sull'espropriazione, dai proprietari immobiliari fino alle sanzioni contro gli altri Paesi, in modo che le persone possano sopravvivere sia alla malattia che alla sua cura.

Tuttavia, fino a quando un tale programma non sarà attuato, la maggior parte della popolazione verrà lasciata in stato di abbandono. Anche se è necessario esercitare una pressione continua sui governi che non sentono ragione, la gente comune che è in grado di farlo dovrebbe unirsi ai gruppi di mutuo soccorso emergenti e alle brigate di quartiere20, riprendendo lo spirito di una tradizione oggi perduta di organizzazione proletaria che risale a 150 anni fa. Il personale sanitario pubblico professionale dovrebbe formare questi gruppi per evitare che gli atti di carità irresponsabile contribuiscano alla diffusione del virus.

La nostra insistenza nel voler collegare le origini strutturali del virus alla pianificazione dell'emergenza ci offre la chiave avvicinarci a una società fondata sulla salvaguardia delle persone prima che sui profitti.

Uno dei tanti pericoli sta nel normalizzare la "pazzia da cacca di pipistrello" attualmente in corso, nome divertente data la sindrome di cui soffrono i pazienti – la proverbiale merda di pipistrello nei polmoni. Dobbiamo estire lo shock che abbiamo provato quando abbiamo appreso che un altro virus della SARS è emerso dai suoi rifugi selvaggi e nel giro di otto settimane si è diffuso in tutta l'umanità21. Il virus è comparso al capolinea di una linea di approvvigionamento regionale di alimenti esotici, innescando successivamente una catena di infezioni da uomo a uomo fino all'altro capo, a Wuhan, in Cina22. Da lì, l'epidemia si è diffusa a livello locale ed ha viaggiato sugli aerei e sui treni, diffondendosi in tutto il mondo attraverso una rete strutturata da collegamenti di viaggio e lungo una gerarchia che va dalle città più grandi a quelle più piccole23.

Oltre a descrivere il mercato del cibo esotico nel tipico modo orientalista, quasi nessuno sforzo è stato fatto per rispondere alla più ovvia delle domande. Come ha fatto il settore del cibo esotico ad arrivare a un punto in cui poteva vendere le sue merci accanto al bestiame più tradizionale nel più grande mercato di Wuhan? Gli animali non venivano venduti sul retro di un camion o in un vicolo. Pensate ai permessi e ai pagamenti (e alla loro deregolamentazione) che ne derivano24. Ben al di là della pesca, quello degli animali selvatici è un settore sempre più formalizzato in tutto il mondo, sempre più capitalizzato dalle stesse fonti che sostengono la produzione industriale25. Anche se non c'è nulla di simile per quanto riguarda l'entità della produzione, la distinzione è ora più opaca.

La geografia economica si estende dal mercato di Wuhan fino all’entroterra, dove i cibi esotici e tradizionali sono allevati con operazioni al limite di una natura selvaggia in fase di contrazione26. Poiché la produzione industriale invade l'ultimo lembo della foresta, le operazioni per il cibo selvatico devono tagliare più in profondità per allevare le loro prelibatezze o saccheggiare le ultime foreste. Di conseguenza, i più esotici tra i patogeni, in questo caso la SARS-2 ospitata dai pipistrelli, salgono su un camion, sia che si tratti di animali da mangiare o della manodopera che li gestisce, spingendosi da un'estremità all'altra di un circuito periurbano che si allunga, prima di raggiungere la scena mondiale27.

deforestation

Infiltrazione

La connessione porta all'elaborazione, sia per aiutarci a pianificare il futuro durante questa epidemia, sia per capire come l'umanità si è infilata da sola in una tale trappola.

Alcuni agenti patogeni emergono proprio dai centri di produzione. Mi vengono in mente batteri di origine alimentare come la Salmonella e il Campylobacter. Ma molti, come il COVID-19, hanno origine alle frontiere della produzione di capitale. In effetti, almeno il 60% dei nuovi agenti patogeni umani emergono diffondendosi dagli animali selvatici alle comunità umane locali (prima che quelli di maggior successo si diffondano nel resto del mondo)28.

Un certo numero di luminari nel campo dell'eco-salute, alcuni finanziati in parte da Colgate-Palmolive e Johnson & Johnson, società di traino nel sanguinoso processo della deforestazione guidata dal settore agro-alimentare, hanno prodotto una mappa globale basata su precedenti epidemie risalenti al 1940, che indica dove è probabile che emergano nuovi agenti patogeni andando avanti29. Più caldo è il colore della mappa, più è probabile che un nuovo agente patogeno emerga in quella zona. Ma confondendo geografie così assolute, la mappa prodotta dal team - rosso scuro in Cina, India, Indonesia e parti dell'America Latina e dell'Africa - ha tralasciato un punto critico. Concentrarsi sulle zone di espolsione dell'epidemia non tiene conto delle relazioni tra gli attori economici globali, che danno forma alle epidemie30. Gli interessi di profitto che sono alla base dello sviluppo, e della produzione, hanno indotto cambiamenti nell'uso della terra e l'insorgenza di malattie nelle zone sottosviluppate del globo, ricompensano gli sforzi che attribuiscono la responsabilità delle epidemie alle popolazioni indigene e alle loro pratiche culturali così "sporche"31. La preparazione della carne di animali selvatici e la sepoltura in casa sono due pratiche accusate della comparsa di nuovi agenti patogeni. La tracciatura di geografie relazionali, al contrario, trasforma improvvisamente New York, Londra e Hong Kong, punti nevralgici del capitale globale, in tre delle peggiori zone calde del mondo.

Le zone d'esplosione, nel frattempo, non sono più organizzate nemmeno sotto la politica tradizionale. Lo scambio ecologico non equo – che ha reindirizzato i peggiori danni dall'agricoltura industriale verso il Sud del mondo – si è spostato dalle mere località depredate di risorse dall'imperialismo statalista verso nuovi complessi di scala e merci32. L'agrobusiness sta riconfigurando le sue operazioni estrattiviste in reti spazialmente discontinue in territori di diversa scala33. Una serie di "Repubbliche della soia" gestite da multinazionali, per esempio, si estendono ora in Bolivia, Paraguay, Argentina e Brasile. La nuova geografia è rappresentata da cambiamenti nella struttura di gestione aziendale, nella capitalizzazione, nei subappalti, nelle sostituzioni della catena di fornitura, nell’affitto e nella messa in comune delle terre a livello transnazionale [con leasing and land pooling qui si intende che la “messa in comune” è per il Capitale]34. A cavallo dei confini nazionali, questi "paesi delle merci", integrati in modo flessibile attraverso le ecologie e i confini politici, stanno producendo nuove epidemie lungo il percorso35.

Per esempio, nonostante un generale spostamento della popolazione dalle aree rurali standardizzate alle baraccopoli urbane che continua oggi in tutto il mondo, il divario rurale-urbano che guida gran parte del dibattito sull'insorgenza delle malattie dimentica il lavoro rurale e la rapida crescita delle città rurali in desakotas periurbane (villaggi di città) o zwischenstadt (città-di-mezzo). Mike Davis e altri hanno identificato come questi nuovi paesaggi in fase di urbanizzazione fungano da mercati locali e da centri regionali per i prodotti agricoli globali di passaggio36. Alcune di queste regioni sono addirittura diventate "post-agricole"37. Di conseguenza, le dinamiche delle malattie forestali, le fonti primordiali degli agenti patogeni, non sono più limitate ai soli hinterland. Le epidemiologie a loro associate sono diventate a loro volta relazionali, percepite nel tempo e nello spazio. La SARS può improvvisamente riversarsi sull'uomo nella grande città, pochi giorni dopo essere uscita dalla sua bat-caverna.

Gli ecosistemi in cui tali virus "selvaggi" erano in parte controllati dalla complessità della foresta tropicale vengono drasticamente snelliti dalla deforestazione guidata dal capitale e, all'altro estremo dello sviluppo periurbano, dai deficit di salute pubblica e di igiene ambientale38. Mentre molti agenti patogeni selvatici stanno morendo con la specie ospite, come risultato, un sottoinsieme di infezioni che una volta si estinguevano in modo relativamente rapido nella foresta, se non altro per un tasso irregolare di incontro con la loro tipica specie ospite, si stanno ora propagando tra le popolazioni umane suscettibili, la cui vulnerabilità alle infezioni è spesso aggravata nelle città da programmi di austerità e da una regolamentazione corrotta. Anche a fronte di vaccini efficaci, i focolai che ne derivano sono caratterizzati da una maggiore estensione, durata e slancio. Quelle che una volta erano ricadute locali, sono ora epidemie che si stanno facendo strada attraverso le reti globali dei viaggi e del commercio39.

Con questo effetto di parallasse – grazie a un cambiamento dell'ambiente circostante – le vecchie Ebola, la Zika, la malaria e la febbre gialla, che si sono evolute relativamente poco, si sono tutte trasformate in minacce regionali40. Sono passate improvvisamente dal riversarsi di tanto in tanto in remoti villaggi a contagiare migliaia di persone nelle capitali. In un'altra prospettiva ecologica, anche gli animali selvatici, che sono abitualmente serbatoi di malattie da lungo tempo, stanno subendo un contraccolpo. Poiché la loro popolazione è stata dispersa dalla deforestazione, le scimmie indigene del Nuovo Mondo, suscettibili alla febbre gialla di tipo selvatico, a cui sono state esposte per almeno cento anni, stanno perdendo l'immunità del branco e muoiono in centinaia di migliaia41.

Espansione

Già solo tramite la sua espansione globale, l’agricoltura industriale funge sia da propulsore che da connettore tramite cui i patogeni di origini diverse si muovono dalle riserve patogene fino ai centri abitati più cosmopoliti42. È da qui, e lungo la filiera, che nuovi patogeni infiltrano “le gated communities” dell’agricoltura. Più lunga la filiera e maggiore la deforestazione che ne risulta, maggiori (ed esotici) i patogeni zoonotici che entrano nella filiera alimentare. Tra patogeni agricoli e presenti negli alimenti emergenti e riemergenti e causati da attività antropiche, ci sono la peste suina Africana, Campylobacter, Cryptosporidium, Cyclospora, Ebola Reston, E. coli O157:H7, l’afta epizoootica, epatite E, Listeria, Nipah virus, Q fever, Salmonella, Vibrio, Yersinia, e diversi nuovi agenti incluso di H1N1 (2009), H1N2v, H3N2v, H5N1, H5N2, H5Nx, H6N1, H7N1, H7N3, H7N7, H7N9, e H9N243.

20200307 FBD001 0

Sebbene non intenzionale, l’intera filiera di produzione è organizzato intorno a pratiche che accelerano la evoluzione della virulenza patogena e la successiva trasmissione44. Il crescente numero di monocolture genetiche – cibo, animali e pianti con genomi identici – elimina la resistenza immunitaria che nelle popolazioni più diverse rallenta la trasmissione45. Ora gli agenti patogeni possono evolvere rapidamente nei genotipi ospiti immuni più comuni. Nel frattempo, condizioni di sovraffolamento inibiscono la risposta immunitaria46. Dimensioni e densità degli allevamenti maggiori facilitano l’aumento di trasmissione e l’infezione ricorrente47. L’alta produttività, parte di ogni produzione industriale, fornisce uno stock di potenziali infetti continuamente rinnovati al livello di stalla, fattoria e regione, rimuovendo la soglia di evoluzione della letalità dei patogeni48. Tenere molti capi di bestiame insieme ricompensa quei ceppi di malattie che possono diffondersi più velocemente. Riducendo l’età della macellazione – fino a sei settimane nei polli – rende più probabile la selezione di patogeni capaci di sopravvivere in sistemi immunitari più forti49. Estendendo la portata geografica del commercio e l’esportazione di animali vivi ha aumentato la diversità dei segmenti genomici scambiati dai patogeni associati, aumentando il tasso a cui agenti patogeni esplorano le proprie possibilità evolutive50.

Tuttavia, mentre la evoluzione degli agenti patogeni esplode a ritmo esponenziale, si attua poco o nessun intervento, nonostante le richieste dello stesso settore, salvo ciò che è necessario per soccorrere i margini di profitto trimestrali dall’improvviso emergere di un’epidemia51. La tendenza va verso meno ispezioni governative degli allevamenti e degli impianti di lavorazione, legislazioni contro i controlli governativi e il lavoro degli attivisti e addirittura legislazione contro la diffusione sui mezzi di comunicazione di particolari sulle epidemie letali. Nonostante i recenti successi in tribunale contro l’uso di pesticidi e l’inquinamento derivante dagli allevamenti suini, l’obiettivo dei produttori rimane completamente centrato sul profitto. I danni causati dalle epidemie sono esternalizzati sul bestiame, le colture, la fauna selvatica, i lavoratori, i governi locali e nazionali, i sistemi sanitari pubblici; i sistemi di agricoltura alternativa esteri come una questione di priorità nazionale. Negli stati uniti, la CDC segnala che le epidemie causate dalla produzione alimentare stanno aumentando sia in termini di stati federali colpiti che nel numero delle persone infettate52.

In altri termini, la alienazione causata dal capitale sta operando a favore degli agenti patogeni. Mentre l’interesse pubblico è bloccato alle porte degli allevamenti e delle fabbriche di cibo, i patogeni oltrepassano le misure di biosicurezza che l’industria è disposta a fornire alla comunità. Il normale processo di produzione rappresenta una scommessa pericolosa ma lucrativa che corrode il bene comune della nostra salute collettiva.  

Liberazione

C'è una ironia rivelatrice nel vedere New York, una delle più grandi città del mondo, in quarantena contro COVID-19 in un emisfero lontano dalle origini del virus. Milioni di newyorkesi si rifugiano nel settore immobiliare sorvegliato fino a poco tempo fa da Alicia Glen, vice-sindaco della città per l'edilizia abitativa e lo sviluppo economico53 fino al 2018. Glen è un ex dirigente di Goldman Sachs che ha supervisionato il gruppo Urban Investment Group della società di investimento, che finanzia progetti nei tipi di comunità che le altre unità dell'azienda contrassegnano come “zona rossa”54.

Glen, ovviamente, non è in alcun modo personalmente responsabile per lo scoppio, quanto il simbolo di una connessione che colpisce più vicino a casa. Tre anni prima che la città la assumesse, in seguito a una crisi abitativa e alla Grande recessione in parte autoprodotta, il suo ex datore di lavoro, insieme a JPMorgan, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo & Co. e Morgan Stanley, prese il 63 percento del conseguente finanziamento di prestiti di emergenza federale55. Goldman Sachs, liberato dalle spese generali, è passato alla diversificazione delle sue partecipazioni dalla crisi. Goldman Sachs ha acquisito il 60 percento delle azioni di Shuanghui Investment and Development, parte della gigantesca industria agroalimentare cinese che ha acquistato la Smithfield Foods, con sede negli Stati Uniti, il più grande produttore di maiali al mondo56. Per $ 300 milioni, ha anche ottenuto una proprietà totale di dieci allevamenti di pollame nel Fujian e Hunan, una provincia da Wuhan e ben all'interno del bacino di cibo selvaggio della città57. Ha investito fino a altri $ 300 milioni a fianco di Deutsche Bank nella raccolta di maiali nelle stesse province58.

Le geografie relazionali esplorate sopra sono circolate indietro nel tempo. C'è la pandemia che oggi sta facendo ammalare i collegi elettorali di Glen da appartamento a appartamento in tutta New York, il più grande epicentro degli Stati Uniti di COVID-19. Ma dobbiamo anche riconoscere che il ciclo di cause dell'epidemia va in parte esteso da New York all'inizio, anche se in questo caso gli investimenti di Goldman Sachs potrebbero certamente avere un peso minore in un sistema delle dimensioni dell'agricoltura cinese.

Puntare il dito nazionalistico, dal razzista "virus cinese" di Trump al continuum [del discorso] liberale, oscura le direzioni globali interconnesse di stato e capitale59. "Fratelli nemici", li descrisse Karl Marx60. La morte e il danno sopportati dai lavoratori sul campo di battaglia, nell'economia e ora sui loro divani su cui lottano per riprendere fiato, manifestano sia la competizione tra le élite che manovrano per ridurre le risorse naturali, sia i mezzi condivisi nel dividere e catturare la massa dell'umanità negli ingranaggi di queste macchinazioni.


In effetti, una pandemia derivante dal modo di produzione capitalistico e che da un lato lo stato dovrebbe gestire, dall’altro può offrire un'opportunità sulla quale i gestori e i beneficiari del sistema possono prosperare. A metà febbraio, cinque senatori degli Stati Uniti e venti membri della Camera hanno scaricato milioni di dollari in azioni detenute personalmente in settori che potrebbero essere danneggiati dalla pandemia in arrivo61. I politici hanno basato il loro insider trading sull'intelligence non pubblica, anche se alcuni rappresentanti hanno continuato a ripetere pubblicamente le missive del regime secondo cui la pandemia non rappresenterebbe una tale minaccia. Al di là di questo grossolano fracasso, la corruzione negli Stati Uniti è sistemica, un indicatore della fine del ciclo di accumulazione degli Stati Uniti, il momento in cui il capitale passa all’incasso. C'è qualcosa di relativamente anacronistico negli sforzi per mantenere il controllo, per quanto questo si basi sulla reificazione finanziaria della realtà delle ecologie primarie (e delle epidemiologie correlate). Per la stessa Goldman Sachs, la pandemia, come le crisi precedenti, offre "spazio per crescere":


“Condividiamo l'ottimismo dei vari esperti e ricercatori di vaccini delle aziende biotecnologiche sulla base dei buoni progressi compiuti finora con varie terapie e vaccini. Crediamo che la paura diminuirà alla prima prova significativa di tali progressi... Cercare di negoziare con un possibile obiettivo al ribasso quando l'obiettivo di fine anno è sostanzialmente più elevato è appropriato per i day trader, i momentum follower e alcuni gestori di hedge fund, ma non per gli investitori a lungo termine. Di pari importanza, non vi è alcuna garanzia che il mercato raggiunga i livelli più bassi che possono essere utilizzati come giustificazione per la vendita odierna. D'altro canto, siamo più fiduciosi che il mercato alla fine raggiungerà l'obiettivo più elevato, data la resilienza e la preminenza dell'economia statunitense. Infine, riteniamo che i livelli attuali offrano l'opportunità di lente aggiuntere ai livelli di rischio di un portafoglio. Per coloro che potrebbero essere seduti su liquidità in eccesso e hanno un potere stabile con la giusta allocazione di asset strategici, questo è il momento di iniziare ad aggiungere in modo incrementale azioni S&P”.62

Inorriditi dalla carneficina in corso, la gente di tutto il mondo trae conclusioni diverse63. I circuiti di capitale e produzione che i patogeni segnano come etichette radioattive una dopo l'altra sono ritenuti inconcepibili. Come caratterizzare tali sistemi al di là dell’episodico e del circostanziale? Il nostro gruppo è quasi giunta al punto di derivare un modello che supera gli sforzi della moderna medicina coloniale del tipo espressa nell'eco-salute e nella One Health, che continua a incolpare i piccoli proprietari locali e gli indigeni della deforestazione che porta all'emergere di malattie mortali64.

La nostra teoria generale sull'emergenza della malattia neoliberale, Cina inclusa, combina:

- i circuiti globali di capitale;

- il dispiegamento di detto capitale che distrugge la complessità ambientale regionale che tiene sotto controllo la crescita virulenta della popolazione di agenti patogeni;

- i conseguenti aumenti delle tariffe e dell'ampiezza tassonomica degli eventi di ricaduta;

- i circuiti di merci periurbani in espansione che trasportano questi patogeni appena versati nel bestiame e nel lavoro dall'entroterra più profondo alle città regionali;

- le crescenti reti di viaggi globali (e commercio di bestiame) che consegnano i patogeni da tali città al resto del mondo in tempi record;

- i modi in cui queste reti riducono l'attrito della trasmissione, selezionando per l'evoluzione di una maggiore mortalità dei patogeni sia nel bestiame che nelle persone;

- e, tra le altre imposizioni, la scarsità della riproduzione in loco del bestiame industriale, eliminando la selezione naturale come servizio ecosistemico che fornisce protezione in tempo reale (e quasi gratuita) dalle malattie.

Black Skin White Masks Image

La premessa operativa di base è che la causa di COVID-19 e altri agenti patogeni simili non si trova solo nell'oggetto di un agente infettivo o nel suo decorso clinico, ma anche nel campo delle relazioni ecosistemiche che il capitale e altre cause strutturali hanno individuato per il loro vantaggio65. L’ampia varietà di agenti patogeni, che rappresentano diversi taxa, host di origine, modalità di trasmissione, corsi clinici ed esiti epidemiologici, tutti i segni distintivi che ci inviano frenetici i nostri motori di ricerca ad ogni epidemia, contrassegnano diversi parti e percorsi lungo gli stessi tipi di circuiti di uso del suolo e accumulo di valore.

Un programma generale di intervento corre in parallelo ben oltre un determinato virus.

Per evitare i risultati peggiori, la disalienazione offre l’opportunità di una prossima grande transizione umana: abbandonare le ideologie dei coloni, reintrodurre l'umanità nei cicli di rigenerazione della Terra e riscoprire il nostro senso di individuazione in moltitudini oltre lo Stato e il Capitale66. Tuttavia, l'economicismo, la convinzione che tutte le cause sono solo economiche, non sarà sufficiente per un’autentica liberazione. Il capitalismo globale è un'idra a molte teste, che si appropria, interiorizza e ordina molteplici strati di relazione sociale67. Il capitalismo opera attraverso terreni complessi e interconnessi di razza, classe e genere per relizzazare [capitalisticamente] differenti regimi di valore da un posto all’altro.

A rischio di accettare i precetti di ciò che la storica Donna Haraway ha bollato come storia della salvezza – "possiamo disinnescare la bomba in tempo?" – la disalienazione deve smantellare queste molteplici gerarchie di oppressione e le modalità specifiche locali che interagiscono con l'accumulazione68. In questo modo, dobbiamo uscire dalle espansive riappropriazioni del capitale attraverso materialismi produttivi, sociali e simbolici69. Cioè, da ciò che si riassume in un totalitarismo. Il capitalismo mercifica tutto: l'esplorazione di Marte qui, il sonno lì, le lagune al litio, la riparazione del ventilatore, persino la sostenibilità stessa, e così via, queste molte permutazioni si trovano ben oltre la fabbrica e la fattoria. Tutti i modi in cui quasi tutti ovunque sono soggetti al mercato, che in un momento come questo è sempre più antropomorfizzato dai politici, non potrebbe essere più chiaro70.

In breve, un intervento in grado di impedire a uno dei tanti agenti patogeni in coda nel circuito agroeconomico per uccidere un miliardo di persone, deve attraversare la porta di uno scontro globale con il Capitale e i suoi rappresentanti locali, per quanto ogni singolo soldato della borghesia, Glen tra loro, tenta di mitigare il danno. Come il nostro gruppo descrive in alcuni dei nostri ultimi lavori, l'agroindustria è in guerra con la salute pubblica71. E la salute pubblica sta perdendo.

Se, tuttavia, un’umanità migliore dovesse vincere un tale conflitto generazionale, possiamo ricollocarci in un metabolismo planetario che, per quanto espresso in modo diverso da luogo a luogo, ricolleghi le nostre ecologie e le nostre economie72. Tali ideali non sono solo affari dell'utopista. Nel fare ciò, convergiamo su soluzioni immediate. Proteggiamo la complessità della foresta che impedisce agli agenti patogeni mortali di allineare gli ospiti e sferrarci un colpo diretto attraverso la rete di viaggio globale73. Reintroduciamo il bestiame e le diversità delle colture e reintegriamo l'agricoltura animale e delle colture su scale che impediscano agli agenti patogeni di aumentare in virulenza ed estensione geografica74. Permettiamo ai nostri animali da cibo di riprodursi in loco, riavviando la selezione naturale che consente all'evoluzione immunitaria di tracciare i patogeni in tempo reale. Quadro generale: smettiamo di trattare la natura e la comunità, così pieni di tutto ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, come solo un altro concorrente da sconfiggere sul mercato.

La via d'uscita non implica niente meno che far nascere un mondo (o forse più qualcosa tipo un ritorno alla Terra). Aiuterà anche a risolvere – maniche rimboccate – molti dei nostri problemi più urgenti. Nessuno di noi, bloccato nei nostri salotti da New York a Pechino o, peggio ancora, in lutto per i nostri morti, vuole nuovamente affrontare una tale epidemia. Sì, le malattie infettive, che per gran parte della storia umana sono state la nostra più grande fonte di mortalità prematura, rimarranno una minaccia. Ma dato il bestiario di agenti patogeni ora in circolazione – il peggiore spillover verrà fuori con cadenza annuale – affronteremo un'altra mortale pandemia in tempi molto più brevi rispetto alla pausa centenaria dal 1918. Possiamo regolare in forme un po’ più profonde le modalità con cui ci appropriamo della natura e arrivare a qualcosa di più di una tregua con queste infezioni?

 

[i]1 -  Max Roser, Hannah Ritchie, and Esteban Ortiz-Ospina, “Coronavirus Disease (COVID-19)—Statistics and Research,” Our World in Data, accessed March 22, 2020.

[i]2 - Brian M. Rosenthal, Joseph Goldstein, and Michael Rothfeld, “Coronavirus in N.Y.: ‘Deluge’ of Cases Begins Hitting Hospitals,” New York Times, March 20, 2020.

[i]3  - Hannah Rappleye, Andrew W. Lehren, Laura Stricklet, and Sarah Fitzpatrick, “’The System Is Doomed’: Doctors, Nurses, Sound off in NBC News Coronavirus Survey,” NBC News, March 20, 2020.

[i]4 - Eliza Relman, “The Federal Government Outbid States on Critical Coronavirus Supplies After Trump Told Governors to Get Their Own Medical Equipment,” Business Insider, March 20, 2020; David Oliver, “Trump Announces U.S.-Mexico Border Closure to Stem Spread of Coronavirus,” USA Today, March 19, 2020.

[i]5 - Max Roser, Hannah Ritchie, and Esteban Ortiz-Ospina, “Coronavirus Disease (COVID-19)—Statistics and Research,” Our World in Data, accessed March 22, 2020.

[i]6        Nassim Nicholas Taleb, The Black Swan (New York: Random House, 2007); Chen Shen, Nassim Nicholas Taleb, and Yaneer Bar-Yam, “Review of Ferguson et al. ‘Impact of Non-Pharmaceutical Interventions,’” New England Complex Systems Institute, March 17, 2020.

[i]7        NewTmrw, Twitter post, March 21, 2020.

[i]8       Rodrick Wallace, “Pandemic Firefighting vs. Pandemic Fire Prevention” (unpublished manuscript, March 20, 2020). Available upon request.

[i]9       Jonathan Allen, “Trump’s Not Worried About Coronavirus: But His Scientists Are,” NBC News, February 26, 2020; Deb Riechmann, “Trump Disbanded NSC Pandemic Unit That Experts Had Praised,” AP News, March 14, 2020.

[i]10        David E. Sanger, Eric Lipton, Eileen Sullivan, and Michael Crowley, “Before Virus Outbreak, a Cascade of Warnings Went Unheeded,” New York Times, March 19, 2020.

[i]11         Marisa Taylor, “Exclusive: U.S. Axed CDC Expert Job in China Months Before Virus Outbreak,” Reuters, March 22, 2020.

[i]12         Howard Waitzkin, ed., Health Care Under the Knife: Moving Beyond Capitalism for Our Health (New York: Monthly Review Press, 2018).

[i]13         Richard Lewontin and Richard Levins, “Let the Numbers Speak,” International Journal of Health Services 30, no. 4 (2000): 873–77.

[i]14         Owen Matthews, “Britain Drops Its Go-It-Alone Approach to Coronavirus,” Foreign Policy, March 17, 2020; Rob Wallace, “Pandemic StrikePandemic Strike,” Uneven Earth, March 16, 2020; Isabel Frey, “‘Herd Immunity’ Is Epidemiological Neoliberalism,” Quarantimes, March 19, 2020.

[i]15         Adam Payne, “Spain Has Nationalized All of Its Private Hospitals as the Country Goes into Coronavirus Lockdown,” Business Insider, March 16, 2020.

[i]16         Jeva Lange, “Senegal Is Reportedly Turning Coronavirus Tests Around ‘within 4 Hours’ While Americans Might Wait a Week,” Yahoo News, March 12, 2020.

[i]17         Steph Sterling and Julie Margetta Morgan, New Rules for the 21st Century: Corporate Power, Public Power, and the Future of Prescription Drug Policy in the United States (New York: Roosevelt Institute, 2019).

[i]18         Jason Koebler, “Hospitals Need to Repair Ventilators: Manufacturers Are Making That Impossible,” Vice, March 18, 2020.

[i]19         Manli Wang et al., “Remdesivir and Chloroquine Effectively Inhibit the Recently Emerged Novel Coronavirus (2019-nCoV) In Vitro,” Cell Research 30 (2020): 269–71.

[i]20         Manli Wang et al., “Remdesivir and Chloroquine Effectively Inhibit the Recently Emerged Novel Coronavirus (2019-nCoV) In Vitro,” Cell Research 30 (2020): 269–71.

[i]21         Kristian G. Andersen, Andrew Rambaut, W. Ian Lipkin, Edward C. Holmes, and Robert F. Garry, “The Proximal Origin of SARS-CoV-2,” Nature Medicine (2020).

[i]22         Rob Wallace, “Notes on a Novel Coronavirus,” MR Online, January 29, 2020.

[i]23         Marius Gilbert et al., “Preparedness and Vulnerability of African Countries Against Importations of COVID-19: A Modelling Study,” Lancet 395, no. 10227 (2020): 871–77.

[i]24         Juanjuan Sun, “The Regulation of ‘Novel Food’ in China: The Tendency of Deregulation,” European Food and Feed Law Review 10, no. 6 (2015): 442–48.

[i]25         Emma G. E. Brooks, Scott I. Robertson, and Diana J. Bell, “The Conservation Impact of Commercial Wildlife Farming of Porcupines in Vietnam,” Biological Conservation 143, no. 11 (2010): 2808–14.

[i]26         Mindi Schneider, “Wasting the Rural: Meat, Manure, and the Politics of Agro-Industrialization in Contemporary China,” Geoforum 78 (2017): 89–97.

[i]27         Robert G. Wallace, Luke Bergmann, Lenny Hogerwerf, Marius Gilbert, “Are Influenzas in Southern China Byproducts of the Region’s Globalising Historical Present?,” in Influenza and Public Health: Learning from Past Pandemics, ed. Jennifer Gunn, Tamara Giles-Vernick, and Susan Craddock (London: Routledge, 2010); Alessandro Broglia and Christian Kapel, “Changing Dietary Habits in a Changing World: Emerging Drivers for the Transmission of Foodborne Parasitic Zoonoses,” Veterinary Parasitology 182, no. 1 (2011): 2–13.

[i]28               David Molyneux et al., “Zoonoses and Marginalised Infectious Diseases of Poverty: Where Do We Stand?,” Parasites & Vectors 4, no. 106 (2011).

[i]29         Stephen S. Morse et al., “Prediction and Prevention of the Next Pandemic Zoonosis,” Lancet 380, no. 9857 (2012): 1956–65; Rob Wallace, Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Infectious Disease, Agribusiness, and the Nature of Science (New York: Monthly Review Press, 2016).

[i]31         Robert G. Wallace et al., “The Dawn of Structural One Health: A New Science Tracking Disease Emergence Along Circuits of Capital,” Social Science & Medicine 129 (2015): 68–77; Wallace, Big Farms Make Big Flu.

[i]32         Steven Cummins, Sarah Curtis, Ana V. Diez-Roux, and Sally Macintyre, “Understanding and Representing ‘Place’ in Health Research: A Relational Approach,” Social Science & Medicine 65, no. 9 (2007): 1825–38; Luke Bergmann and Mollie Holmberg, “Land in Motion,” Annals of the American Association of Geographer, 106, no. 4 (2016): 932–56; Luke Bergmann, “Towards Economic Geographies Beyond the Nature-Society Divide,” Geoforum 85 (2017): 324–35.

[i]33         Andrew K. Jorgenson, “Unequal Ecological Exchange and Environmental Degradation: A Theoretical Proposition and Cross-National Study of Deforestation, 1990–2000,” Rural Sociology 71, no. 4 (2006): 685–712; Becky Mansfield, Darla K. Munroe, and Kendra McSweeney, “Does Economic Growth Cause Environmental Recovery? Geographical Explanations of Forest Regrowth,” Geography Compass 4, no. 5 (2010): 416–27; Susanna B. Hecht, “Forests Lost and Found in Tropical Latin America: The Woodland ‘Green Revolution,’” Journal of Peasant Studies 41, no. 5 (2014): 877–909; Gustavo de L. T. Oliveira, “The Geopolitics of Brazilian Soybeans,” Journal of Peasant Studies 43, no. 2 (2016): 348–72.

[i]34         Mariano Turzi, “The Soybean RepublicThe Soybean Republic,” Yale Journal of International Affairs 6, no. 2 (2011); Rogério Haesbaert, El Mito de la Desterritorialización: Del ‘Fin de Los Territorios’ a la Multiterritorialidad (Mexico City: Siglo Veintiuno, 2011); Clara Craviotti, “Which Territorial Embeddedness? Territorial Relationships of Recently Internationalized Firms of the Soybean Chain,” Journal of Peasant Studies 43, no. 2 (2016): 331–47.

[i]35         Wendy Jepson, Christian Brannstrom, and Anthony Filippi, “Access Regimes and Regional Land Change in the Brazilian Cerrado, 1972–2002,” Annals of the Association of American Geographers 100, no. 1 (2010): 87–111; Patrick Meyfroidt et al., “Multiple Pathways of Commodity Crop Expansion in Tropical Forest LandscapesMultiple Pathways of Commodity Crop Expansion in Tropical Forest Landscapes,” Environmental Research Letters 9, no 7 (2014); Oliveira, “The Geopolitics of Brazilian Soybeans”; Javier Godar, “Balancing Detail and Scale in Assessing Transparency to Improve the Governance of Agricultural Commodity Supply Chains,” Environmental Research Letters 11, no. 3 (2016).

[i]36         Rodrick Wallace et al., Clear-Cutting Disease Control: Capital-Led Deforestation, Public Health Austerity, and Vector-Borne Infection (Basel: Springer, 2018).

[i]37         Mike Davis, Planet of Slums (New York: Verso, 2016); Marcus Moench & Dipak Gyawali, Desakota: Reinterpreting the Urban-Rural Continuum (Kathmandu: Institute for Social and Environmental Transition, 2008); Hecht, “Forests Lost and Found in Tropical Latin America”.

[i]38              Ariel E. Lugo, “The Emerging Era of Novel Tropical Forests,” Biotropica 41, no. 5 (2009): 589–91.

[i]39              Robert G. Wallace and Rodrick Wallace, eds., Neoliberal Ebola: Modeling Disease Emergence from Finance to Forest and Farm (Basel: Springer, 2016); Wallace et al., Clear-Cutting Disease Control; Giorgos Kallis and Erik Swyngedouw, “Do Bees Produce Value? A Conversation Between an Ecological Economist and a Marxist Geographer,” Capitalism Nature Socialism 29, no. 3 (2018): 36–50.

[i]40         Robert G. Wallace et al., “Did Neoliberalizing West African Forests Produce a New Niche for Ebola?,” International Journal of Health Services 46, no. 1 (2016): 149–65.

[i]41         Wallace and Wallace, Neoliberal Ebola.

[i]42         Júlio César Bicca-Marques and David Santos de Freitas, “The Role of Monkeys, Mosquitoes, and Humans in the Occurrence of a Yellow Fever Outbreak in a Fragmented Landscape in South Brazil: Protecting Howler Monkeys Is a Matter of Public Health,” Tropical Conservation Science 3, no. 1 (2010): 78–89; Júlio César Bicca-Marques et al., “Yellow Fever Threatens Atlantic Forest PrimatesYellow Fever Threatens Atlantic Forest Primates,” Science Advances e-letter, May 25, 2017; Luciana Inés Oklander et al., “Genetic Structure in the Southernmost Populations of Black-and-Gold Howler Monkeys (Alouatta caraya) and Its Conservation Implications,” PLoS ONE 12, no. 10 (2017); Natália Coelho Couto de Azevedo Fernandes et al., “Outbreak of Yellow Fever Among Nonhuman Primates, Espirito Santo, Brazil, 2017,” Emerging Infectious Diseases 23, no. 12 (2017): 2038–41; Daiana Mir, “Phylodynamics of Yellow Fever Virus in the Americas: New Insights into the Origin of the 2017 Brazilian Outbreak,” Scientific Reports 7, no. 1 (2017).

[i]43         Mike Davis, The Monster at Our Door: The Global Threat of Avian Flu (New York: New Press, 2005); Jay P. Graham et al., “The Animal-Human Interface and Infectious Disease in Industrial Food Animal Production: Rethinking Biosecurity and Biocontainment,” Public Health Reports 123, no. 3 (2008): 282–99; Bryony A. Jones et al., “Zoonosis Emergence Linked to Agricultural Intensification and Environmental Change,” PNAS110, no. 21 (2013): 8399–404; Marco Liverani et al., “Understanding and Managing Zoonotic Risk in the New Livestock Industries,” Environmental Health Perspectives 121, no, 8 (2013); Anneke Engering, Lenny Hogerwerf, and Jan Slingenbergh, “Pathogen-Host-Environment Interplay and Disease Emergence,” Emerging Microbes and Infections 2, no. 1 (2013); World Livestock 2013: Changing Disease LandscapesWorld Livestock 2013: Changing Disease Landscapes (Rome: Food and Agriculture Organization of the United Nations, 2013).

[i]44         Robert V. Tauxe, “Emerging Foodborne Diseases: An Evolving Public Health Challenge,” Emerging Infectious Diseases 3, no. 4 (1997): 425–34; Wallace and Wallace, Neoliberal Ebola; Ellyn P. Marder et al., “Preliminary Incidence and Trends of Infections with Pathogens Transmitted Commonly Through Food—Foodborne Diseases Active Surveillance Network, 10 U.S. Sites, 2006–2017,” Morbidity and Mortality Weekly Report 67, no. 11 (2018): 324–28.

[i]45         Robert G. Wallace, “Breeding Influenza: The Political Virology of Offshore Farming,” Antipode 41, no. 5 (2009): 916–51; Robert G. Wallace et al., “Industrial Agricultural Environments,” in The Routledge Handbook of Biosecurity and Invasive Species, ed. Juliet Fall, Robert Francis, Martin A. Schlaepfer, and Kezia Barker (New York: Routledge, forthcoming).

[i]46         John H. Vandermeer, The Ecology of Agroecosystems (Sudbury, MA: Jones and Bartlett, 2011); Peter H. Thrall et al., “Evolution in Agriculture: The Application of Evolutionary Approaches to the Management of Biotic Interactions in Agro-Ecosystems,” Evolutionary Applications 4, no. 2 (2011): 200–15; R. Ford Denison, Darwinian Agriculture: How Understanding Evolution Can Improve Agriculture (Princeton: Princeton University Press, 2012); Marius Gilbert, Xiangming Xiao, and Timothy Paul Robinson, “Intensifying Poultry Production Systems and the Emergence of Avian Influenza in China: A ‘One Health/Ecohealth’ Epitome,” Archives of Public Health 75 (2017).

[i]47              Mohammad Houshmar et al., “Effects of Prebiotic, Protein Level, and Stocking Density on Performance, Immunity, and Stress Indicators of Broilers,” Poultry Science 91, no. 2 (2012): 393–401; A. V. S. Gomes et al., “Overcrowding Stress Decreases Macrophage Activity and Increases Salmonella Enteritidis Invasion in Broiler Chickens,” Avian Pathology 43, no. 1 (2014): 82–90; Peyman Yarahmadi , Hamed Kolangi Miandare, Sahel Fayaz, and Christopher Marlowe A. Caipang, “Increased Stocking Density Causes Changes in Expression of Selected Stress- and Immune-Related Genes, Humoral Innate Immune Parameters and Stress Responses of Rainbow Trout (Oncorhynchus mykiss),” Fish & Shellfish Immunology 48 (2016): 43–53; Wenjia Li et al., “Effect of Stocking Density and Alpha-Lipoic Acid on the Growth Performance, Physiological and Oxidative Stress and Immune Response of Broilers,” Asian-Australasian Journal of Animal Studies 32, no, 12 (2019).

[i]48         Virginia E. Pitzer et al., “High Turnover Drives Prolonged Persistence of Influenza in Managed Pig Herds,” Journal of the Royal Society Interface 13, no. 119 (2016); Richard K. Gast et al., “Frequency and Duration of Fecal Shedding of Salmonella Enteritidis by Experimentally Infected Laying Hens Housed in Enriched Colony Cages at Different Stocking Densities,” Frontiers in Veterinary Science (2017); Andres Diaz et al., “Multiple Genome Constellations of Similar and Distinct Influenza A Viruses Co-Circulate in Pigs During Epidemic Events,” Scientific Reports 7 (2017).

[i]49         Katherine E. Atkins et al., “Modelling Marek’s Disease Virus (MDV) Infection: Parameter Estimates for Mortality Rate and Infectiousness,” BMC Veterinary Research 7, no. 70 (2011); John Allen and Stephanie Lavau, “‘Just-in-Time’ Disease: Biosecurity, Poultry and Power,” Journal of Cultural Economy 8, no. 3 (2015): 342–60; Pitzer et al., “High Turnover Drives Prolonged Persistence of Influenza in Managed Pig Herds”; Mary A. Rogalski, “Human Drivers of Ecological and Evolutionary Dynamics in Emerging and Disappearing Infectious Disease Systems,” Philosophical Transactions of the Royal Society B 372, no. 1712 (2017).

[i]50              Wallace, “Breeding Influenza”; Katherine E. Atkins et al., “Vaccination and Reduced Cohort Duration Can Drive Virulence Evolution: Marek’s Disease Virus and Industrialized Agriculture,” Evolution 67, no. 3 (2013): 851–60; Adèle Mennerat, Mathias Stølen Ugelvik, Camilla Håkonsrud Jensen, and Arne Skorping, “Invest More and Die Faster: The Life History of a Parasite on Intensive Farms,” Evolutionary Applications10, no. 9 (2017): 890–96.

[i]51              Martha I. Nelson et al., “Spatial Dynamics of Human-Origin H1 Influenza A Virus in North American Swine,” PLoS Pathogens 7, no. 6 (2011); Trevon L. Fuller et al., “Predicting Hotspots for Influenza Virus Reassortment,” Emerging Infectious Diseases 19, no. 4 (2013): 581–88; Rodrick Wallace and Robert G. Wallace, “Blowback: New Formal Perspectives on Agriculturally-Driven Pathogen Evolution and Spread,” Epidemiology and Infection 143, no. 10 (2014): 2068–80; Ignacio Mena et al., “Origins of the 2009 H1N1 Influenza Pandemic in Swine in Mexico,” eLife 5 (2016); Martha I. Nelson et al., “Human-Origin Influenza A(H3N2) Reassortant Viruses in Swine, Southeast Mexico,” Emerging Infectious Diseases 25, no. 4 (2019): 691–700.

[i]52              Wallace, Big Farms Make Big Flu, 192–201.

[i]53             “Safer Food Saves Lives” Centers for Disease Control and Prevention, November 3, 2015; Lena H. Sun, “Big and Deadly: Major Foodborne Outbreaks Spike Sharply,” Washington Post, November 3, 2015; Mike Stobbe, “CDC: More Food Poisoning Outbreaks Cross State Lines,” KSL, November 3, 2015.

[i]54         Sally Goldenberg, “Alicia Glen, Who Oversaw de Blasio’s Affordable Housing Plan and Embattled NYCHA, to Depart City Hall,” Politico, December 19, 2018.

[i]55         Gary A. Dymski, “Racial Exclusion and the Political Economy of the Subprime Crisis,” Historical Materialism 17 (2009): 149–79; Harold C. Barnett, “The Securitization of Mortgage Fraud,” Sociology of Crime, Law and Deviance 16 (2011): 65–84.

[i]56               Bob Ivry, Bradley Keoun, and Phil Kuntz, “Secret Fed Loans Gave Banks $13 Billion Undisclosed to Congress,” Bloomberg, November 21, 2011.

[i]57         Michael J. de la Merced and David Barboza, “Needing Pork, China Is to Buy a U.S. Supplier,” New York Times, May 29, 2013.

[i]58             “Goldman Sachs Pays US$300m for Poultry Farms,” South China Morning Post, August 4, 2008.

[i]59             “Goldman Sachs Invests in Chinese Pig Farming,” Pig Site, August 5, 2008.

[i]60              Katie Rogers, Lara Jakes, Ana Swanson, “Trump Defends Using ‘Chinese Virus’ Label, Ignoring Growing Criticism,” New York Times, March 18, 2020.

[i]61         Karl Marx, Capital: A Critique of Political Economy, vol. 3 (New York: Penguin, 1993), 362.

[i]62         Eric Lipton, Nicholas Fandos, Sharon LaFraniere, and Julian E. Barnes, “Stock Sales by Senator Richard Burr Ignite Political Uproar,” New York Times, March 20, 2020.

[i]63         Sharmin Mossavar-Rahmani et al., “ISG Insight: From Room to Grow to Room to Fall,” Goldman Sachs’ Investment Strategy Group.

[i]64         Sharmin Mossavar-Rahmani et al., “ISG Insight: From Room to Grow to Room to Fall,” Goldman Sachs’ Investment Strategy Group.

[i]65      Wallace et al., “The Dawn of Structural One Health”.

[i]66              Wallace et al., “Did Neoliberalizing West African Forests Produce a New Niche for Ebola?”; Wallace et al., Clear-Cutting Disease Control.

[i]67              Ernest Mandel, “Progressive Disalienation Through the Building of Socialist Society, or the Inevitable Alienation in Industrial Society?,” in The Marxist Theory of Alienation (New York: Pathfinder, 1970); Paolo Virno, A Grammar of the Multitude (Los Angeles: Semiotext(e), 2004); Del Weston, The Political Economy of Global Warming: The Terminal Crisis (London: Routledge, 2014); McKenzie Wark, General Intellects: Twenty-One Thinkers for the Twenty-First Century (New York: Verso, 2017); John Bellamy Foster, “Marx, Value, and Nature,” Monthly Review 70, no. 3 (July–August 2018): 122–36); Silvia Federici, Re-enchanting the World: Feminism and the Politics of the Commons (Oakland: PM, 2018).

[i]68              Butch Lee and Red Rover, Night-Vision: Illuminating War and Class on the Neo-Colonial Terrain (New York: Vagabond, 1993); Silvia Federici, Caliban and the Witch: Women, the Body and Primitive Accumulation(New York: Autonomedia, 2004); Anna Tsing, “Supply Chains and the Human Condition,” Rethinking Marxism 21, no. 2 (2009): 148–76; Glen Sean Coulthard, Red Skin, White Masks: Rejecting the Colonial Politics of Recognition (Minneapolis: University of Minnesota Press, 2014); Leandro Vergara-Camus, Land and Freedom: The MST, the Zapatistas and Peasant Alternatives to Neoliberalism (London: Zed, 2014); Jackie Wang, Carceral Capitalism (Los Angeles: Semiotext(e), 2018).

[i]69              Donna Haraway, “A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century,” in Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature (New York: Routledge, 1991); Keeanga-Yamahtta Taylor, ed., How We Get Free: Black Feminism and the Combahee River Collective (Chicago: Haymarket, 2017).

[i]70              Joseph Fracchia, “Organisms and Objectifications: A Historical-Materialist Inquiry into the ‘Human and the Animal,’” Monthly Review 68, no. 10 (March 2017): 1–17; Omar Felipe Giraldo, Political Ecology of Agriculture: Agroecology and Post-Development (Basel: Springer, 2019).

[i]71              Franco Berardi, The Soul at Work: From Alienation to Autonomy (Los Angeles: Semiotext(e), 2009); Maurizio Lazzarato, Signs and Machines: Capitalism and the Production of Subjectivity (Los Angeles: Semiotext(e), 2014); Wark, General Intellects.

[i]72              Rodrick Wallace, Alex Liebman, Luke Bergmann, and Robert G. Wallace, “Agribusiness vs. Public Health: Disease Control in Resource-Asymmetric Conflict,” submitted for publication, 2020, available at https://hal.archives-ouvertes.fr.

[i]73          Robert G. Wallace, Kenichi Okamoto, and Alex Liebman, “Earth, the Alien Planet,” in Between Catastrophe and Revolution: Essays in Honor of Mike Davis, ed. Daniel Bertrand Monk and Michael Sorkin (New York: UR, forthcoming).

[i]74              Wallace et al., Clear-Cutting Disease Control.

[i]75              Wallace et al., “Industrial Agricultural Environments.”

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

di Maurizio Lazzarato

Un intervento riuscito che impedisca a uno degli agenti
patogeni che fanno la coda nel circuito agroeconomico di
uccidere un miliardo di persone deve passare attraverso
uno scontro mondiale con il capitale e suoi rappresentanti
locali, qualunque sia il numero dei soldati della borghesia
che tentino di attenuare i danni. L’agribusiness è in guerra
con la salute pubblica. E la salute pubblica sta perdendo!

Covid-19 et les routes du capital
(Rob Wallace, Alex Liebman, Luis Fernando Chaves e Rodrick Wallace,
4 aprile 2020 – https://monthlyreview.org/2020/04/01/covid-19-and-circuits-of-capital/)

Il capitalismo non è mai uscito dalla crisi del 2007/2008. Il virus si innesta sull’illusione di capitalisti, banchieri, politici di poter far tornare tutto come prima, dichiarando uno sciopero generale, sociale e planetario che i movimenti di contestazione sono stati incapaci di produrre.
Il blocco totale del suo funzionamento mostra che in mancanza di movimenti rivoluzionari, il capitalismo può implodere e la sua putrefazione cominciare a infettare tutti (ma secondo rigorose differenze di classe). Il che non significa la fine del capitalismo, ma solo la sua lunga e estenuante agonia che potrà essere dolorosa e feroce. In ogni modo era chiaro che questo capitalismo trionfante non poteva continuare, ma già Marx, nel Manifesto, ci aveva avvisati.
Non vi contemplava solo la possibilità di una vittoria di una classe su un’altra, ma anche la loro vicendevole implosione e una lunga decadenza.
La crisi del capitalismo comincia ben prima del 2008, con la fine della convertibilità del dollaro in oro e conosce una intensificazione decisiva a partire dalla fine degli anni Settanta.
Crisi che è diventata il suo modo di riprodursi e di governare, ma che inevitabilmente sfocia in «guerre», catastrofi, crisi di ogni genere e caso mai, se ci sono delle forze soggettive organizzate, eventualmente, in rotture rivoluzionarie.
Samir Amin, marxista che guarda il capitalismo dal Sud del mondo, la chiama «lunga crisi» (1978-1991) che si produce esattamente un secolo dopo un’altra «lunga crisi» (1873-1890) .
Seguendo le tracce lasciate da questo vecchio comunista, potremo cogliere similitudini e differenze tra queste due crisi e le alternative politiche radicali che la circolazione del virus, che sta rendendo vana la circolazione della moneta, apre.

La prima lunga crisi
Il capitale ha risposto alla prima lunga crisi, che non è soltanto economica perché arriva dopo un secolo di lotte socialiste, culminate nella Comune de Parigi «capitale de XIX secolo» (1871), con una triplice strategia: concentrazione/centralizzazione della produzione e del potere (monopoli), allargamento della mondializzazione e una finanziarizzazione che impone la sua egemonia sulla produzione industriale.
Il capitale diviene monopolistico facendo del mercato una sua appendice. Mentre gli economisti borghesi celebrano l’«equilibrio generale» che il gioco della domanda e dell’offerta determinerebbe, i monopoli avanzano grazie a spaventosi disequilibri, guerre di conquista, guerre tra imperialismi, devastazione di umani e di non umani, sfruttamento, rapina. La mondializzazione significa una colonizzazione che sottomette ormai il pianeta intero, generalizzando la schiavitù e il lavoro servile, per la cui appropriazione si affrontano gli imperialismi nazionali armati fino ai denti.
La finanziarizzazione produce un’enorme rendita di cui approfittano soprattutto i due più grandi imperi coloniali dell’epoca, l’Inghilterra e la Francia. Questo capitalismo, che segna una profonda rottura con quello della rivoluzione industriale, sarà l’oggetto delle analisi di Hilferding, Rosa Luxembourg, Hobson. Lenin è sicuramente il politico che ha colto meglio e in tempo reale il cambiamento della natura del capitalismo e con timing ancora insuperato ha elaborato, con i bolscevichi, una strategia adeguata all’approfondimento della lotta di classe che centralizzazione, mondializzazione, finanziarizzazione implicano.
La socializzazione del capitale, su una scala e a una velocità fino quel momento sconosciute, farà rifiorire i profitti e le rendite, provocando una polarizzazione dei redditi e dei patrimoni, un super sfruttamento dei popoli colonizzati e una esacerbazione della concorrenza tra imperialismi nazionali . Questo breve e euforico periodo, compreso tra il 1890 e il 1914, la «Belle époque», apre al suo contrario: la pirima guerra mondiale, la rivoluzione sovietica, guerre civile europee, fascismo, nazismo, Seconda guerra mondiale, l’avvio dei processi rivoluzionari e anticoloniali in Asia (Cina, Indocina), Hiroshima e Nagasaki.
La «belle époque» inaugura l’epoca delle guerre e delle rivoluzioni. Queste ultime si succederanno lungo tutto il Ventesimo secolo, ma solo nel sud nel mondo, nei paesi in grande «ritardo» di sviluppo tecnologico, senza classi operaie, ma con molti contadini. Mai la storia dell’umanità aveva conosciuto una tale frequenza di rotture politiche, tutte, come disse Gramsci a proposito della sovietica, «contro il Capitale» (di Marx).

La seconda lunga crisi
Comincia già all’inizio degli anni Settanta, quando la potenza imperialista dominante, liberando il dollaro dagli impacci dell’economia reale, riconosce la necessità di cambiare strategia rompendo il compromesso fordista.
Durante la seconda lunga crisi (1978-1991) i tassi di crescita dei profitti e degli investimenti si dimezzano rispetto al dopoguerra e non torneranno mai più a quei livelli. Anche in questo caso la crisi non è solo economica, ma interviene dopo un potente ciclo di lotte in Occidente e una serie di rivoluzioni socialiste e di liberazioni nazionali nelle periferie. Il capitale risponde alla caduta del profitto e alla prima possibilità della “rivoluzione mondiale”, riprendendo la strategia di un secolo prima, ma con una più forte concentrazione del comando sulla produzione, una mondializzazione ancora più spinta e une finanziarizzazione capace di garantire un’enorme rendita ai monopoli e a gli oligopoli. La ripresa di questa triplice strategia costituisce un salto di qualità rispetto a quella di un secolo fa. Lenin credeva che i monopoli della sua epoca costituissero la «stadio ultimo» del capitale. Al contrario, si sviluppa, tra il 1978 e il 1991, una nuova e più agguerrita tipologia di ciò che Samir chiama «oligopoli generalizzati» perché controllano oramai l’insieme del sistema produttivo, dei mercati finanziari e della catena del valore. La celebrazione del mercato nel momento stesso in cui si affermano i monopoli caratterizzerà anche la ripresa dell’iniziativa capitalista contemporanea (Foucault parteciperà a questi fasti, infettando generazioni di sinistrorsi accademici).
Dopo la seconda «belle epoque» segnata dallo slogan di Clinton «It’s the economy, stupid», la fine della storia, il trionfo del capitalismo e della democrazia sul totalitarismo comunista, e altre amenità del genere, come un secolo fa (e in maniera differente) si apre l’epoca delle guerre e delle rivoluzioni. Guerre certe, rivoluzioni solo (lontanamente) possibili.
Il trittico, concentrazione, mondializzazione, finanziarizzazione è all’origine di tutte le guerre, le catastrofi, economiche, finanziarie, sanitarie, ecologiche che abbiamo conosciuto e che conosceremo. Ma procediamo con ordine. Come funziona la fabbrica del disastro annunciato?
L’agricoltura industriale, una delle cause maggiori dell’esplosione del virus, fornisce un modello del funzionamento della nuova centralizzazione del capitale da parte degli «oligopoli generalizzati» (1). Attraverso le semenze, i prodotti chimici e il credito gli oligopoli controllano la produzione a monte, mentre a valle lo smercio delle merci prodotte e la fissazione dei prezzi non è determinata dal mercato ma dalla grande distribuzione che li fissa in maniera arbitraria affamando i piccoli agricoltori indipendenti.
Il controllo capitalistico sulla riproduzione della «natura», la deforestazione, l’agricoltura industriale e intensiva altera profondamente il rapporto tra umani e non umani da cui emergono, da anni, nuovi tipi di virus. Lo sconvolgimento degli ecosistemi da parte di industrie che ci dovrebbero nutrire, è sicuramente a fondamento delle ciclicità ormai assodata dei nuovi virus.
Il monopolio dell’agricoltura è contemporaneamente strategico per il capitale e mortale per l’umanità e il pianeta. Lascio la parola à Rob Wallace, autore di «Big Farms Make Big Flu», il quale sostiene che l’aumento dell’incidenza dei virus è strettamente legato al modello industriale dell’agricoltura (e in particolare la produzione del bestiame) e ai profitti delle multinazionali.
«Il pianeta Terra è ormai diventato il Pianeta Azienda Agricola, sia per biomassa che per porzione di terra utilizzate (…) La quasi totalità del progetto neoliberale è basata sul supportare i tentativi da parte di aziende provenienti dai paesi più industrializzati di espropriare terreni e risorse dei paesi più deboli. Come risultato, molti di questi nuovi agenti patogeni precedentemente tenuti sotto controllo dagli ecosistemi a lunga evoluzione delle foreste stanno venendo liberati, minacciando il mondo intero (…) Allevare monoculture genetiche di animali domestici rimuove ogni tipo di barriera immunologica in grado di rallentare la trasmissione. Grandi densità di popolazione facilitano un più alto tasso di trasmissione. Condizioni di tale sovrappopolamento debilitano la risposta immunitaria [collettiva]. Alti volumi di produzione, aspetto ricorrente di ogni produzione industriale, forniscono una continua e rinnovata scorta di suscettibili, benzina per l’evoluzione della virulenza. In altri termini l’agroindustria è talmente concentrata sui profitti che l’essere colpiti da un virus che potrebbe uccidere un miliardo di persone è considerato come un rischio che val la pena correre».

La finanziarizzazione
La finanziarizzazione funziona come una «pompe à fric» (pompa da soldi) operando un prelevamento (rendita) sulle attività produttive e su ogni forma di reddito e di ricchezza in quantità inimmaginabili anche per la finanziarizzazione a cavallo del XIX e XX secolo. Lo Stato gioca un ruolo centrale in questo processo, trasformando i flussi di salario e reddito in flussi di rendita. Le spese del Welfare (soprattutto le spese per la sanità), i salari, le pensioni sono oramai indicizzati sull’equilibrio finanziario, sul livello cioè della rendita desiderato dagli oligopoli. Per garantirlo, i salari, le pensioni, il Welfare sono costretti ad adeguarsi, sempre al ribasso, alle esigenze dei «mercati» (il mercato non è mai stato né sregolato né capace di autoregolazione, nel dopoguerra è stato regolato dallo Stato, negli ultimi 50 anni dai monopoli). I miliardi risparmiati sulle spese sociali sono messi a disposizione delle imprese che non sviluppano né impiego né crescita né produttività, ma rendita.
Il prelevamento si esercita in maniera privilegiata sul debito pubblico e privato che costituiscono fonti di una ghiotta appropriazione, ma anche focolai di crisi quando si accumulano in maniera delirante come dopo il 2008 favoriti dalle politiche delle banche centrali (la bolla dei debiti delle imprese che hanno usato il quantitative easing per indebitarsi a costo zero per speculare in borsa, sta esplodendo!) Le assicurazioni e i fondi pensione sono degli avvoltoi che spingono continuamente alla privatizzazione tutto il Welfare per gli stessi motivi.

La crisi sanitaria
Questo meccanismo di cattura della rendita ha messo in ginocchio il sistema sanitario e indebolito le capacità di fronteggiare le urgenze sanitarie.
In questione non sono soltanto i tagli alle spese sanitarie cifrati in miliardi di dollari (37 negli ultimi dieci anni in Italia), il non reclutamento di medici e personale sanitario, la chiusura continua di ospedali e la concentrazione delle attività restanti per aumentare la produttività, ma soprattutto il criminale «zero bed, zero stock» del New Public Management. L’idea è di organizzare l’ospedale secondo la logica dei flussi just in time dell’industria: nessun letto deve restare inoccupato perché costituisce una perdita economica. Applicare questo management alle merci (senza parlare dei lavoratori!) era già problematico, ma estenderlo ai malati è da pazzi. Lo zero stock riguarda anche il materiale medico (le industrie sono nella stessa situazione per cui non hanno dei respiratori disponibili in stock, ma devono produrli), i medicinali, le maschere ecc. tutto deve essere «just in time». Basta un qualsiasi intoppo e il sistema salta producendo costi in vite umane, ma anche costi economici molto più elevati dei miliardi che sono riusciti a accaparrarsi sulla pelle della gente (con buona pace di Weber, il capitalismo non è un processo di razionalizzazione, ma esattamente il suo contrario).
Il piano anti pandemia (dispositivo biopolitico per eccellenza) costruito dallo Stato francese dopo la circolazione dei virus H5N1 nel 1997 e nel 2005, Sras nel 2003, H1N1 nel 2009, che prevedeva riserve di maschere, respiratori, medicinali, protocolli di intervento, preparazione del sistema sanitario ecc., gestito da una istituzione specifica (Eprus), è stato, a partire dal 2012, smantellato dallo logica contabile che si è affermata nella Pubblica amministrazione ossessionata da un compito tipicamente capitalista: ottimizzare sempre e comunque il denaro (pubblico) per cui ogni stock è una immobilizzazione inutile, adottando un altro riflesso tipicamente capitalistico: agire sul breve periodo. Per cui lo Stato francese perfettamente allineato con l’impresa, mancando a ogni principio di «salvaguardia delle popolazioni», si trova completamente impreparato di fronte a l’«imprevedibile» emergenza sanitaria attuale.
Basta un qualsiasi intoppo e il sistema sanitario salta producendo costi in vite umane, ma anche costi economici molto più elevati dei miliardi che sono riusciti a accaparrarsi sulla pelle della gente (con buona pace di Weber, il capitalismo non è un processo di razionalizzazione, ma esattamente il suo contrario).
Ma è il monopolio sui farmaci che è forse l’ingiustizia più insopportabile.
Con la finanziarizzazione molti oligopoli farmaceutici hanno chiuso le loro unità di ricerca e si limitano a comprare i brevetti da start-up per poter possedere il monopolio dell’innovazione. Grazie al controllo monopolistico propongono in seguito i medicinali a prezzi esorbitanti, riducendo l’accesso ai malati. Il trattamento della epatite C ha fatto recuperare in pochissimo tempo 35 miliardi all’impresa che aveva comprato il brevetto (costato 11), facendo degli enormi profitti sulla salute dei malati (senza neanche più la solita giustificazione dei costi della ricerca, trattasi di pura e semplice speculazione finanziaria). La Gilead, proprietaria del brevetto è anche quella che possiede il farmaco più promettente contro il Covid-19. Se non si espropriano questi sciacalli, se non si distruggono gli oligopoli delle Big Pharms, ogni politica di salute pubblica è impossibile.
I settori della «salute» non sono governati dalla logica biopolitica del «prendersi cura della popolazione» ne dall’altrettanto generica «necropolitica». Sono comandati da dei precisi, minuziosi, pervasivi, razionali nella loro follia, violenti nel loro effettuarsi, dispositivi di produzione del profitto e della rendita (2).
La governamentalità non ha nessun principio interno che ne determina gli orientamenti, perché ciò che deve governare è il trittico concentrazione, mondializzazione, finanziarizzazione e le sue conseguenze non sulle popolazioni, ma sulle classi. I capitalisti ragionano in termini di classi e non di popolazione, e anche lo Stato che gestiva i cosiddetti dispositivi biopolitici, decide ormai apertamente su queste basi perché è letteralmente in mano ai «fondés du pouvoir» del capitale da almeno cinquant’anni. È la lotta di classe del capitale, il solo, per il momento, che la conduce coerentemente e senza esitazione, che orienta tutte le scelte come dimostrano spudoratamente le misure anti-virus.
Tutte le decisioni e i finanziamenti presi da Macron sono per le imprese in perfetta continuità con le politiche dello Stato francese dal 1983. Dopo aver represso a manganellate le lotte del personale ospedaliero (medici compresi) che denunciavano il degrado del sistema sanitario durante tutto l’anno appena concluso, ha concesso, una volta scoppiata la pandemia, 2 miserabili miliardi per gli ospedali. Su «pressione» dei padroni ha invece sospeso i diritti dei lavoratori che ne regolano l’orario (adesso si può lavorare fino a 60 ore la settimana) e le ferie (i padroni possono decidere di trasformare i giorni persi a causa del virus in giorni di ferie), senza indicare quando questa legislazione speciale del lavoro finirà.
Il problema non è la popolazione, ma come salvare l’économia, la vita del capitale.
Non c’è nessuna rivincita del Welfare all’orizzonte! Macron ha ordinato uno studio per la riorganizzazione del settore della salute alla «Cassa di depositi e prestiti» che incita a utilizzare ancor più il settore privato.
Il lockdown in Italia è stato a lungo una farsa (come lo è in Francia attualmente), perché la Confindustria si è opposta alla chiusura delle unità di produzione. Milioni di lavoratori si spostavano quotidianamente, si concentravano in trasporti pubblici, fabbriche e uffici, mentre si tacciavano di irresponsabili i runner e si vietavano gli assembramenti di più di due persone.
Sono stati gli scioperi selvaggi che hanno spinto per una chiusura «totale» alla quali gli imprenditori si stanno ancora opponendo.
La dichiarazione dello stato di emergenza di Trump ha trasformato la pandemia in una colossale occasione di trasferimento di fondi pubblici a compagnie private. Secondo quanto emerso lo stato di emergenza sanitaria permetterà a:
– Walmart di condurre drive-thru testing nei 4769 parcheggi dei suoi negozi
– Target di condurre test nei parcheggi dei suoi negozi
– Google di mettere a lavoro 1700 ingegneri per creare un sito web per determinare se le persone hanno bisogno di test – anzitutto nella Bay Area e non su tutto il territorio nazionale
– Becton Dickinson di vendere dispositivi medici
– Quest Diagnostics di elaborare i test di laboratorio
– il colosso farmaceutico svizzero Roche autorizzato da U.S. Food and Drug Administration a usare i propri sistemi diagnostici
– Signify Health, Lab Corp, CVS, LHC Group, di fornire test e servizi sanitari a domicilio
–Thermo Fisher, una società privata di collaborare con il governo per fornire i test
Le azioni di queste compagnie stanno già andando alle stelle.
Dopo che Trump ha smantellato con un timing perfetto il consiglio di sicurezza nazionale per le pandemie nel 2018 (spese inutili!), la «risposta innovativa» del governo, come ha detto Deborah Birx, supervisore della risposta al coronavirus della Casa Bianca, è ora «centrata completamente sullo scatenamento del potere del settore privato».
L’assurdità assassina di questo sistema si rivela non soltanto quando la rendita si accumula come «allocazione ottimale delle risorse» nelle mani di pochi, ma anche quando, non trovando opportunità di investimento o resta nel circuito finanziario o al sicuro nei paradisi fiscali, mentre i medici e gli infermieri mancano di maschere, mancano i tamponi, i letti, il materiale, il personale.
Hanno pompato tutto il denaro che potevano e questo denaro, nelle condizioni del capitalismo attuale, è solo sterile e impotente, carta straccia perché non riesca a trasformarsi in denaro – capitale. Anche i cosiddetti «mercati» se ne stanno rendendo conto e ne domandano sempre di più pur non sapendo cosa farne. I finanziamenti e gli interventi delle banche centrali rischiano di andare a vuoto, perché non si tratta più di salvare le banche, ma le imprese. I miliardi immessi con il quantitative easing sono finiti a finanziare la speculazione delle banche, ma anche delle imprese e degli oligopoli e a gonfiare il debito privato che ha superato da anni quello pubblico. La finanza è più disastrata che dopo il 2008. Ma questa volta, à differenza del 2008 è l’economia reale che si ferma (sia dal lato della domanda che dell’offerta) e non le transazioni tra banche. Rischiamo di assistere a un remake della crisi del ’29 che potrebbe trascinarsi dietro un remake di quello che è successo subito dopo.

Un nuovo piano Marshall?
Il denaro funziona, è potente se c’è una macchina politica che lo utilizza e questa macchina è costituita da rapporti di potere tra classi. Sono questi che si devono cambiare perché sono questi che sono all’origine del disastro. Continuare a iniettare denaro volendo mantenerli inalterati non fa che riprodurre le cause della crisi, aggravandole con la costituzione di bolle speculative sempre più minacciose. È per questo motivo che la macchina politica capitalista sta girando a vuoto provocando danni che rischiano di essere irreparabili.
Le politiche keynesiane non sono state solo una somma di denaro da inserire nell’economia in funzione anti ciclica, ma implicavano, per poter funzionare, un cambiamento politico radicale rispetto al capitalismo a egemonia finanziaria del secolo scorso: il controllo ferreo della finanza (e dei movimenti dei capitali che, adesso, si stanno ritirando velocemente, a causa del virus, dai paesi in via di sviluppo) perché lasciata libera di espandersi e di allargare il potere degli azionisti e degli investitori finanziari che si dividono la rendita, non potrà che ripetere i disastri delle guerre, delle guerre civili e delle crisi economiche del primo Novecento. Il compromesso fordista prevedeva un ruolo centrale delle istituzioni del «lavoro» integrate alla logica della produttività, un controllo dello Stato sulle politiche fiscali che tassavano il capitale e i ricchi per ridurre i differenziali di reddito e patrimonio imposti dalla rendita finanziaria ecc. Niente che assomigli anche lontanamente a queste politiche sta dietro ai miliardi di miliardi che le banche centrali immettono nell’economia e che servono solo a non fare crollare il sistema e a ritardare la resa dei conti. Non cambia assolutamente niente se al posto del quantitative easig ci sono miliardi investiti nella green economy, e neanche se viene stabilito un surrogato di reddito universale (che intanto, se lo danno, lo prendiamo per finanziare le lotte contro questa macchina di morte).
Keynes che conosceva bene queste canaglie diceva che per «garantire il profitto sono disposti a spegnere il sole e le stelle». Questa logica non è minimamente intaccata dagli interventi delle banche centrali, ma confermata. Non possiamo che attenderci il peggio!
Basta spingere un po’ più in là questa logica (ma di molto poco, vi assicuro) e conosceremo nuove forme di genocidio che i diversi «intellettuali» del potere non sapranno poi come spiegarsi («il male oscuro», il «sonno della ragione», la «banalità del male» ecc.).

Le guerre contro i «viventi»
Il confinamento che stiamo vivendo assomiglia molto a una prova generale della prossima, ventura crisi «ecologica» (o atomica, come preferite). Chiusi in casa per difenderci da un «nemico invisibile» sotto la cappa di piombo organizzata da quelli che sono responsabili della situazione creatasi.
Il capitalismo contemporaneo generalizza la guerra contro i viventi, ma lo fa fin dall’inizio della sua storia perché sono l’oggetto del suo sfruttamento e per sfruttarli deve sottometterli.
La vita degli umani, come tutti possono constatare, deve sottostare alla logica contabile che organizza la salute pubblica e decide chi vive e chi muore. La vita dei non umani si trova nelle stesse condizioni perché l’accumulazione del capitale è infinita e se il vivente, con la sua finitudine, costituisce un limite alla sua espansione, il capitale lo affronta come tutti gli altri limiti che incontra, superandoli. Questo superamento implica necessariamente l’estinzione di ogni specie.
Sia la specie umana che le specie non umane sono accattivanti solo come occasioni di investimento e unicamente come fonte di profitto.
Gli oligopoli se ne sbattono altamente (bisogna dirlo come lo sentono!) di tutte le Cop del mondo, dell’ecologia, di Gaia, del clima, del pianeta. Il mondo non esiste che nel breve periodo, il tempo di far fruttificare i capitali investiti. Ogni altra concezione del tempo è loro completamente estranea.
Ciò che li preoccupa è la «rarità» relativa di risorse naturali ancora largamente disponibili cinquanta anni fa. Sono assillati dal garantirsi l’accesso esclusivo di queste risorse di cui hanno bisogno per assicurare la continuità della loro produzione e del loro consumo che costituiscono uno spreco assoluto. Sono perfettamente al corrente che non ci sono risorse per tutti e che lo squilibrio demografico andrà accentuandosi (già oggi 15% della popolazione mondiale vive al nord e 85% nei sud del mondo).
Lontani da ogni preoccupazione ecologica, pronti a tagliare fino all’ultimo albero in Amazzonia, coscienti che solo una militarizzazione del pianeta potrà garantire loro l’accesso esclusivo alle risorse naturali. Non si stanno preparando solo altre enormi catastrofi naturali, ma anche guerre «ecologiche» (per l’acqua, la terra ecc).
Disposti come sempre a regolare i loro conflitti con il sud del mondo attraverso le armi, le utilizzano e le utilizzeranno senza alcun stato d’animo per prendersi tutto di cui hanno bisogno, proprio come con le colonie. L’Africa con le sue risorse è fondamentale, gli africani che ci abitano molto meno.

Ma continuiamo con l’analisi del disastro prossimo venturo già in corso sempre sulle tracce de Samir Amin
La mondializzazione, apparentemente, non oppone più paesi industrializzati a paesi «sottosviluppati». Opera invece una delocalizzazione della produzione industriale in questi ultimi che funzionano come dei subappalti dei monopoli senza alcuna autonomia possibile perché la loro esistenza dipende dai movimenti dei capitali stranieri (tranne in Cina). Ma la polarizzazione centro/periferie che dà all’espansione capitalista il suo carattere imperialista, prosegue e si approfondisce. Si riproduce all’interno paesi emergenti: una parte della popolazione lavora nelle imprese e nell’economia delocalizzata , mentre la parte più importante cade, non nella povertà, ma nella miseria.
La finanziarizzazione impone a questi paesi una «accumulazione originaria» accelerata. Devono industrializzarsi, «modernizzarsi, ripercorrendo in qualche anno quello che i paesi del nord hanno realizzato in secoli. L’accumulazione originaria sconvolge in maniera assurdamente accelerata la vita di umani e non umani e altera i loro rapporto creando le condizioni per l’apparizione di mostri di ogni tipo.
La novità della mondializzazione contemporanea è che questa distribuzione centro/periferia, si installa anche all’interno dei paesi del Nord: delle isole di lavoro stabile, salariato, riconosciuto, garantito da diritti e codici (in via, comunque, di restringimento continuo) circondate da oceani di lavoro non pagato o a buon mercato, senza diritti e senza protezioni sociali (precari, donne, migranti). La macchina «centro/periferie» non è scomparsa. Non solo ha assunto la forma neocoloniale, ma si è inserita anche nelle economie occidentali.
Analizzare l’organizzazione del lavoro partendo dal general intellect, dal lavoro cognitivo, neuronale e via cantando, è assumere un punto di vista eurocentrico, uno dei peggiori difetti del marxismo occidentale che continua, imperterrito, a riprodursi.
I paesi delle periferie non sono controllati e comandati solo dalla finanza, ma anche dal monopolio della tecnica e della scienza strettamente in mano agli oligopoli (il diritto ha messo a loro disposizione anche l’arma della «proprietà intellettuale»). Quale sia la potenza della tecnica e della scienza , si tratta di dispositivi che funzionano all’interno di una macchina politica. Il capitalismo che stiamo subendo è, per dirlo con una formula, un XIX secolo high-tech, con un sottofondo di darwinismo sociale, altro «capitalismo delle piattaforme», numerico, della conoscenza ecc. È la macchina politica del capitale che crea differenze abissali di reddito e di patrimonio, di ricchezza e povertà che comanda, ordina, distribuisce scienza e tecnica per produrre e riprodurre queste differenze di classe, non l’inverso!

Guerre certe! E le rivoluzioni?
La seconda lunga crisi, come la prima, apre a una nuova epoca di guerre e di rivoluzioni.
La guerra ha cambiato di natura. Non si scatena più tra imperialismi nazionali come nella prima parte del XX secolo. Ciò che emerge dalla lunga crisi non è l’Impero di Negri e Hardt, ipotesi largamente smentita dai fatti, ma una nuova forma di imperialismo che Samir Amin chiama «imperialismo collettivo». Costituito dalla triade Usa, Europa, Giappone e guidato dai primi, il nuovo imperialismo gestisce dei conflitti interni per la spartizione della rendita e conduce delle guerre sociali senza tregua contro le classi subalterne del nord per spogliarle di tutto quello che è stato costretto a cedere loro durante il XX secolo, mentre organizza invece guerre vere e proprie contro i sud del mondo per il controllo esclusivo delle risorse naturali, le materie prime, il lavoro gratuito o a buon mercato, o semplicemente per imporre il suo controllo e un apartheid generalizzato.
Gli Stati che non operano gli aggiustamenti strutturali necessari per farsi saccheggiare saranno strozzati dai mercati e dal debito o dichiarati «canaglia» da dei gentlemen come i presidenti americani che hanno un numero spaventoso di morti sulla coscienza.
I neoliberali americani e inglesi, all’inizio dell’epidemia hanno cercato di spingere ancora oltre la guerra sociale contro le classi subalterne, trasformandola, grazie al virus, in eliminazione maltusiana dei più deboli. La riposta liberista alla pandemia, prima ancora che da Boris Johnson, era stata lucidamente articolata da Rick Santelli, analista della emittente economica CNBC: «inoculare tutta la popolazione col patogeno. Si accelererebbe solo un decorso inevitabile, ma i mercati si stabilizzerebbero». Questo è quello che pensano veramente. Con condizioni più favorevoli non esiterebbero un istante a mettere in opera «l’immunità di gregge».
Questi gentlement, spinti dagli interessi della finanza, sono ossessionati dalla Cina. Ma non per i motivi che loro stessi danno in pasto all’opinione pubblica. Quello che non li fa dormire non è la concorrenza industriale o commerciale, ma il fatto che la Cina, unica grande potenza economica, ha integrato l’organizzazione mondiale della produzione e degli scambi, ma rifiuta di essere inserita nei circuiti dei pescecani della finanza. Banche, cambi, borse, movimento dei capitali sono sotto lo stretto controllo del Partito comunista cinese. L’arma più temibile del capitale, che succhia valore e ricchezza in ogni angolo della società e del mondo, non funziona con la Cina. I grandi oligopoli non possono neanche controllare la produzione, il sistema politico, e sono nell’impossibilità di distruggere le economie, come hanno fatto con altri paesi asiatici a cavallo del passaggio del secolo, quando non rispettavano gli ordini dettati delle istituzioni internazionali del capitale. In questo caso potrebbero essere tentati di aprire un conflitto. Ma vista l’approssimazione e l’incompetenza dei governi e degli Stati imperialisti nella gestione della crisi sanitaria, ci dovrebbero pensare due volte. Visti dall’Oriente, restano comunque delle «tigri di carta».
Per essere chiari: la Cina non è un paese socialista, ma non è neanche un paese capitalista nel senso classico, né tantomeno neolibearale come molti sciocchi dicono.

Lo stato d’eccezione
Quello che Agamben ed Esposito, sulla scia di Foucault, sembrano non voler integrare è che la biopolitica, se mai è esistita, è ora radicalmente subordinata al Capitale e continuare a usare il concetto non sembra avere molto senso. Difficile dire qualsiasi cosa sull’attualità senza un’analisi del capitalismo che si è completamente inghiottito lo Stato. L’alleanza Capitale e Stato che funziona dalla conquista delle Americhe, ha subìto nel XX secolo un cambiamento radicale, di cui Carl Schmitt stesso rende perfettamente e malinconicamente conto: la fine delle Stato come l’Europa l’aveva conosciuto dal XVII secolo perché la sua autonomia si è andata progressivamente riducendo e le sue strutture, tra le quali anche le cosiddette biopolitiche, sono diventate delle articolazioni della macchina del capitale.
I pensatori dell’Italian Thought hanno preso lo stesso abbaglio di Foucault che nel 1979 (ma quaranta anni dopo, è imperdonabile!), anno strategico per l’iniziativa del capitale (la Fed americana inaugura la politica del debito in grande stile), afferma che la produzione di «ricchezza e povertà» è un problema del XIX secolo. La vera questione sarebbe il «troppo potere». Di chi ? Non si capisce. Dello Stato? Del biopotere? Dei dispositivi di governamentalità? Proprio in quell’anno, si delinea invece una strategia tutta imperniata invece sulla produzione di differenziali dementi di ricchezza e povertà, di ineguaglianze mastodontiche di patrimonio e di reddito e il «troppo potere» è del capitale che, se vogliamo usare le loro vecchie e logore categorie, è il «sovrano» che decide della vita e della morte di miliardi di persone, delle guerre, delle emergenze sanitarie.
Anche lo stato d’eccezione è stato ammaestrato della macchina del profitto, tant’è vero che convive con lo stato di diritto e sono, entrambi, al suo servizio. Catturato dagli interessi di una volgare produzione di merci, si è imborghesito, non ha più il significato che gli attribuiva Schmitt! Persa la sua aulica e truce capacità di «decidere» di una fine tragica o un nuovo inizio, è ridotto a semplice strumento di ordine pubblico!

Conclusione sibillina
I comunisti sono arrivati all’appuntamento con la fine della prima «Belle Epoque», armati di un bagaglio concettuale d’avanguardia, di un livello di organizzazione che ha resistito anche al tradimento della socialdemocrazia che ha votato i crediti di guerra, di un dibattito sul rapporto capitalismo-classe operaia, rivoluzione i cui risultati hanno fatto tremare, per la prima volta, capitalisti e Stato. Dopo il fallimento delle rivoluzioni europee hanno spostato il baricentro dell’azione politica all’est, nei paesi e nei «popoli oppressi», aprendo il ciclo di lotte e rivoluzioni più importanti del XX secolo: la rottura della macchina capitalistica organizzata dal 1942 sulla divisione tra centro e colonie, lavoro astratto e lavoro non pagato, tra produzione manchesteriana e rapina coloniale. Il processo rivoluzionario in Cina e in Vietnam è stato d’impulso per tutta l’Africa , l’America Latina e tutti i «popoli oppressi».
Molto rapidamente, subito dopo la Seconda guerra mondiale questo modello è entrato in crisi. Lo abbiamo aspramente e giustamente criticato ma senza essere in grado di proporre niente che si issasse a quel livello. Molto lucidamente dobbiamo dire che siamo arrivati alla fine della seconda «Belle époque» e dunque all’«epoca delle guerre e delle rivoluzioni» completamente disarmati, senza concetti adeguati allo sviluppo del potere del capitale e con livelli di organizzazione politica inesistenti.
Niente paura, la storia non precede linearmente. Come diceva Lenin: «ci sono decenni in cui non succede nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni».
Bisogna però ripartire, perché la fine della pandemia sarà l’inizio di livelli di scontri di classe molto duri. Partire da quello che è stato espresso nei cicli di lotta del 2011 e del 2019-20, che continuano a mantenere delle significative differenze tra nord e sud. Non c’è alcuna possibilità di ripresa politica se restiamo chiusi in Europa. Capire il perché dell’eclissi della rivoluzione che ci ha lasciati senza alcune prospettiva strategica e ripensare cosa significa una rottura politica con il capitalismo oggi. Criticare i limiti più che palesi di categorie che non rendono minimamente conto delle lotte di classe a livello mondiale. Non abbandonare questa categoria e organizzare invece il passaggio teorico e pratico dalla lotta di classe, alle lotte di classe al plurale. E su questa affermazione sibillina mi fermo.

29 marzo 2020

da deriveapprodi

Note:

Gli oligopoli sono «finanziarizzati», il che non significa che un gruppo oligopolistico sia costituito semplicemente da fondi finanziari, assicurativi o pensionistici che operano in mercati speculativi. Gli oligopoli sono gruppi che controllano sia grandi istituti finanziari, banche, fondi assicurativi e pensionistici sia grandi gruppi produttivi. Controllano i mercati monetari e finanziari che occupano una posizione dominante su tutti gli altri mercati. Il confinamento è sicuramente una delle tecniche biopolitiche (gestione della popolazione tramite statistiche, esclusione e individualizzazione del controllo che entra nei più infimi dettagli dell’esistenza ecc.), ma queste tecniche non hanno una logica propria, piuttosto sono, almeno dalla metà del XIX secolo , de quando il movimento operaio è riuscito a organizzarsi, oggetto di lotta tra le classi (recupero da parte dello Stato delle pratiche di “mutuo soccorso” operaie). Il Welfare nel XX secolo è stato un elemento di scontri e negoziazioni tra capitale e lavoro, strumento fondamentale per contrastare le rivoluzioni del secolo scorso e integrare le istituzioni del movimento operaio, e poi delle lotte delle donne ecc. Il Welfare contemporaneo, una volta che i rapporti di forza sono, come oggi, in favore del capitale, è diventato un suo settore di investimento e management come ogni altra industria e ha imposto la logica del profitto alla sanità, alla scuola, alle pensioni ecc. Anche quando lo Stato contemporaneo interviene come in questa crisi lo fa secondo un punto di vista di classe per salvare la macchina del potere di cui non è che una parte. Non viviamo in una sociétà biopolitica (R. Esposito) ma hypercapitalista.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons