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Articoli filtrati per data: Tuesday, 07 Aprile 2020

In questa fase di distanziamento forzato, che si ripercuote anche sulle attività assembleari di centinaia di associazioni, centri sociali e altro, crediamo possa essere utile fare un po' di chiarezza sugli strumenti utilizzabili ai fini delle comunicazioni interne che in questo periodo siamo costretti a usare. Proviamo a farlo nel modo più breve possibile e con linguaggio meno tecnico che si può.

Tagliando con l'accetta, i software si divisono tra software a codice chiuso e software opensource. Altra distinzione è data tra commerciali, quindi a pagamento, e free. Innanzitutto bisogna precisare che le due cose non sono per forza collegate. Possono esserci software free a codice chiuso (vedi Whatsapp, Zoom, Facebook, etc.), ma anche software opensource gestiti da aziende commerciali.

Per software open source si intende un programma il cui codice è aperto e analizzabile da tutti. In questo modo chiunque abbia le capacità per farlo può analizzare, modificare e soprattutto trovare errori nella sua programmazione. Questo rende i software opensource più sicuri rispetto ai concorrenti a codice chiuso - motivo per cui un sistema operativo come Linux è dieci passi avanti rispetto a Windows per quanto riguarda la sicurezza e l'aggiornamento costante. E' infatti presente sulla maggiorparte dei server che costituiscono la rete, anche su quelli delle grosse aziende.

A parte le vulnerabilità da eventuali attacchi esterni o le falle non ancora scoperte dai programmatori o scoperte ma non ancora chiuse, un altro problema che si incontra utilizzando software a codice chiuso è quello della 'fiducia'.

Esempio: WhatsApp nel 2014 inserisce la crittografia end-to-end. Quest'ultima garantisce agli utenti che i loro messaggi possano essere letti solo dai partecipanti alla conversazione. In pratica ogni utente ha due chiavi, una privata e una pubblica. Immaginiamole come un lucchetto (la chiave pubblica) e una combinazione che apre quel lucchetto (la chiave privata).

Per comunicare un utente scrive il suo messaggio e lo chiude in una scatola con il lucchetto dell'altro utente (che è pubblico, quindi utilizzabile ad tutti). A quel punto l'altro utente userà la sua combinazione (la chiave privata che possiede solo lui e che nel caso di WhatsApp è salvata sui nostri smartphone) per aprire il lucchetto e leggere il messaggio. E viceversa.

In questo modo solo con la nostra chiave privata possiamo leggere i messaggi che l'altro ha cifrato con la nostra chiave pubblica; e quindi, in teoria, i gestori di WhatsApp non potrebbero farlo. Tutto molto bello ma, siccome il codice di WhatsApp è chiuso, nessuno mi assicura che questo tipo di cifratura sia realmente implementato; e anche se lo fosse potrebbero comunque essere presenti falle (volute o no) che un malintenzionato (magari gli stessi programmatori di WhatsApp) può sfruttare per leggere le nostre chat.

Banalmente immaginate che mentre scriviamo nelle nostre chat ci sia qualcuno dietro di noi che spia il nostro schermo, quindi abbia accesso ai messaggi prima che vengano cifrati. La domanda a questo punto è: quanto ci si può fidare di WhatsApp e facebook? Zero, e basta dare un'occhiata a questi due link:


1)https://www.internetpost.it/crittografia-end-to-end-mito-realta/
2) https://attivissimo.blogspot.com/2016/04/whatsapp-attiva-la-crittografia-ovunque.html

Intendiamoci, non c'è alcun appello a rinchiudersi in isole felici, senza ragionare sulle possibilità di uso consapevole che dovremmo fare delle app commerciali. Anzi. Un uso consapevole ci vuole anche per le app che noi riteniamo amiche e sicure (un uso sbagliato potrebbe creare addirittura più problemi riguardo ad un post su Facebook). Immaginare percorsi di militanza nel 2020 senza usare strumenti come Facebook, Instagram e
WhatsApp è una scelta miope. Piuttosto, sta a noi capire e far capire come utilizzare questi strumenti e come curvarli per i nostri interessi, consapevoli però di quello che perdiamo in termini di sicurezza.

Torniamo alla distinzione tra opensource e codice chiuso. Abbiamo detto che possono esistere app opensource ma gestite da aziende commerciali. In questo caso la community può analizzare il codice, quindi posso avere la certezza che la crittografia end-to-end sia realmente implementata; ma l'azienda ad esempio potrebbe salvare i nostri metadati (chi scrive a chi, a che ora, da che luogo, con che frequenza), che sono dei dati che per loro hanno comunque valore perchè possono rivenderli ad altrettante aziende commerciali.

Notare bene che anche per le procure che fanno indagini questi dati sono molto importanti perchè, anche non conoscendo il contenuto delle nostre chat (ad esempio cifrate con la end-to-end), possono ricostruire le abitudini comunicative di un utente.

Alcuni esempi:

1) Tizio scrive a Caio un solo messaggio a settimana usando una app che questi metadati li conserva, per il resto non ha altri contatti 'virtuali' con Caio. Diciamo che non ci vuole un genio per capire o quantomeno per ipotizzare qual è il legame tra Tizio e Caio :-p

2) due persone non si scrivono da molto tempo, ma a un certo punto si scambiano tanti messaggi magari scrivendosi da città diverse e il giorno dopo dalle celle telefoniche risulta che erano presenti in una zona dove è stato commesso un reato. Anche in questo caso si fa subito a ricostruire la vicenda.

Ovviamente questi non costituiscono una prova in tribunale, ma sono utilissimi ai fini delle investigazioni. A questo punto la soluzione migliore sarebbe affidarsi a un software opensource e gestito da qualcuno di cui ci possa fidare, e che tratti i dati nel modo più trasparente e sicuro possibile. Tutto ciò per dire che la soluzione più sicura, nel caso di chat audio e video, è essere sempre anche gestori dei propri server.

Si ma quindi che si fa? Niente paura. In soccorso ci vengono software opensource per conferenze come Mumble e Jitsi. Ovviamente anche qui vale il discorso della 'fiducia'. Quindi le possibilità sono due. Usare istanze di questi software ospitate su server affidabili (è il caso questo di A/I, collettivo made in Italy "nato nel 2001 dall’incontro di individualità e collettivi provenienti dal mondo antagonista e anticapitalista, impegnati a lavorare con le tecnologie e attivi nella lotta per i diritti digitali" che offre servizi come mail, blog, hosting web, vpn, con un occhio di riguardo a sicurezza dei dati e trasparenza. E' da poco attiva sui loro server proprio un istanza di Jitsi). Oppure, mettere su un proprio server su cui installare questi software in modo da avere il pieno controllo dei propri dati.

La morale della favola, per concludere, è farla finita di cadere nella trappola della facilità di utilizzo e installazione di un software, se questo va a discapito della nostra sicurezza.  Approfittiamo quindi di questo momento particolare per affinare e diffondere la conoscenza di alcuni strumenti che torneranno utili anche in futuro. Non c'è neanche bisogno di spiegare perché dunque utilizzare Zoom per le assemblee sia quantomeno problematico, ci limitiamo dunque ad allegare degli articoli:

https://www.punto-informatico.it/zwardial-trova-meeting-zoom-senza-password/


https://www.punto-informatico.it/zoom-fix-falla-credenziali-windows/


https://www.punto-informatico.it/zoom-crittografia-end-to-end-privacy/


https://www.punto-informatico.it/elon-musk-zoom-vietato-spacex/


https://www.punto-informatico.it/zoom-privacy-sicurezza/


https://www.punto-informatico.it/zoom-no-scuole-new-york/


https://www.punto-informatico.it/zoom-nuovo-problema-sicurezza/


https://www.punto-informatico.it/zoom-vulnerabilita-mac-privacy-rischio/


https://www.punto-informatico.it/zoom-windows-rischio-password-chat/


https://www.punto-informatico.it/zoom-privacy-app-ios-invia-dati-facebook/


https://www.repubblica.it/dossier/stazione-futuro-riccardo-luna/2020/04/05/news/il_boom_di_zoom_e_perche_e_un_problema_serio-253253651/

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in varie

A quest’ora in carcere sta passando il carrello della cena. Il sabato sera chi ha qualcosa sul conto-spesa può ordinare la pizza: un cartone di otto fette per otto-nove euro. E’ preparata dalla panetteria interna: niente di speciale, ma sempre meglio della sbobba scotta e maleodorante di strutto che regolarmente passa il convento.

Chi la compra, ne offre a chi non può comprarla, secondo una regola di solidarietà naturale e rispettata in una comunità che vive di antiche leggi non scritte, rigorose nell’imporre la tutela dei più deboli, il rispetto degli anziani e dei bambini, la condivisione con il compagno di cella delle poche cose che sono ammesse, quali il fornelletto da campeggio, un tegame e un pentolino, ceste di plastica dove riporre gli alimenti, i pacchi di cibi che i parenti portano da casa.

Grande è il consumo della plastica, l’unico materiale ammesso per piatti, bicchieri, posate, bottiglie: un mare di plastica non riciclata, che fa delle carceri una potente macchina dell’usa e getta e non solo di vite…

Chissà se altre detenute sono state scarcerate….Alla mia uscita c’è stata nella sezione la battitura di saluto: si sbatte contro il blindo lo sportello della finestrella-spioncino che di notte serve alle guardie per verificare la presenza delle recluse in cella.

Le mie compagne mi hanno lasciato un messaggio: di chiedere anche per loro il diritto alla salute, il che significa poter essere liberate, sfuggendo all’epidemia che sta già facendo vittime oltre le mura; ed anche di parlare di loro e di che cosa sia il carcere, di raccontare le loro storie, di pena più che di colpa.

Dietro le sbarre, nella convivenza forzata ma istruttiva, si impara a conoscere concretamente e ad odiare la sproporzione tra colpa e pena ed a capire come nella società che vogliamo non possa esserci posto per le prigioni.

Anche perché me lo hanno chiesto loro, rivendico il dovere di prendere parola per chiedere libertà per tutte e tutti, che nessuno debba aspettare forzatamente immobile e indifeso l’assalto del male.

………

Oggi domenica delle palme. Sono andata a rileggermi la storia di quel figlio di falegname che, sovversivo, finì in croce. In quelle pagine c’è la storia di tanti:

l’arrivo nella cittadella del potere, tra un tripudio popolare non destinato a durare;

la consapevolezza degli arresti imminenti, tanto che Yeshua avvertirà i compagni

“Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una”. La grande paura dei suoi compagni, i quali, incapaci di fronteggiare la repressione, lo l’abbandoneranno, ad uno ad uno.

Il processo senza difesa. La condanna a morte con l’accusa di sovversione: La morte da schiavo per chi aveva dichiarato che “ sarà più facile per una gomena entrare nella cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli”.

In tutte le celle del carcere, tra i pochi arredi, esiste il crocifisso: è il segno dell’espiazione, il monito di un potere che, attraverso il tempo, ha stravolto e addomesticato ai suoi fini quella memoria….. (Ah la croce come simbolo di guerra, dalle crociate fino ai cappellani militari, il crocifisso brandito sui roghi degli eretici e quello imposto nelle scuole e nei luoghi pubblici a sancire il privilegio dei patti lateranensi…. davvero, come ricorda Benjamin, “…neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”).

Ma, nella mia cella, della croce era rimasto solo il legno, l’uomo non c’era.

Forse è un epilogo differente della storia di sempre, forse non tutti i compagni se ne stanno nascosti, per sfuggire al potere che li bracca…e magari quel condannato è stato aiutato a fuggire e respira l’aria della primavera, libero ancora sul cammino delle lotte. Oppure, più semplicemente, a schiodare dal patibolo quel crocifisso è stato un altro condannato, come segno di ribellione e di pietas, da parte di chi la giustizia ingiusta l’ha provata e la vive quotidianamente sulla propria pelle.

Anche la libertà è un bene collettivo. Libere tutte e tutti!

Da Osservatorio RepressioneOsservatorio Repressione

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“Il virus non ferma le esercitazioni: attività militare intensa dal 6 aprile al 9 giugno. Ecco dove finiscono i soldi sottratti alla sanità: da domani due mesi di esercitazioni sui cieli della Sardegna. In barba all'emergenza sanitaria e alla crisi economica.” Così inizia la denuncia AFORAS, movimento contro l’occupazione militare della Sardegna, in un comunicato diramato domenica sera. Contemporaneamente il governo sardo tenta, attraverso una delibera, di mettere la maggioranza della popolazione “[a]gli arresti domiciliari”.

A sostenere quest’accusa non è un qualche ‘pericoloso movimento antagonista’ bensì l’ex presidente della prima sezione civile della Corte d'Appello di Cagliari: Gian Giacomo Pisotti. Questa evidente ingiustizia fa emergere la condizione di subalternità coloniale alla quale la Sardegna è sottoposta. La popolazione a casa mentre i militari arrivano dall’Italia e, probabilmente anche dall’estero, per fare i loro giochi di guerra.

 Mentre il governo nazionale è impegnato a decidere cosa e quando riaprire c’è un settore che non va mai in crisi il cosiddetto comparto della difesa, l’industria della guerra. In piena emergenza sanitaria lo stato Italiano si prepara a spostare un gran numero di uomini e mezzi nell’isola per esercitazioni militari, con buona parte della popolazione sull’orlo del baratro economico e sociale, costretta a tirare la cinghia e restare segregata in casa. Proprio in un momento in cui “i nostri ospedali hanno un disperato bisogno di risorse economiche per far fronte alla crisi.” Questa è la denuncia di AFORAS che ha fatto una richiesta semplice: più ospedali e meno militari, basta con lo sperpero inutile di soldi pubblici.

In questo contesto la politica della giunta regionale è continuare a diffondere il panico tra la popolazione e inasprire i divieti per nascondere il disastro sanitario nel quale è stata lasciata l’isola. Come testimonia il divieto assoluto imposto dalla regione agli operatori sanitari di parlare pubblicamente delle carenze nel sistema sanitario locale. Un vero e proprio bavaglio corredato di minacce di provvedimenti disciplinari per il personale in prima linea per combattere il virus.

Intanto in Sardegna aumentano le restrizioni ma solo per la popolazione civile. La regione attraverso l’ordinanza del presidente Solinas (n. 17 del 4 aprile 2020) dispone nuove limitazioni che tenta di mettere agli arresti domiciliari la popolazione. “Uscire dalla propria abitazione è consentito, per l’approvvigionamento alimentare a una sola persona del nucleo familiare una sola volta al giorno. Impone ai possessori di orti, vigneti o attività di coltivazione il permesso di uscire a un componente per nucleo familiare anche questo non più di una volta giorno e solo se questa attività è indispensabile per la sussistenza della famiglia.” Infine consente la possibilità di uscire in prossimità della propria abitazione solo in caso di “persone affette da gravi patologie, che, per certificazione medica, richiedano la necessità di uscire una volta al giorno”.

Il tentativo, seguendo la denuncia pubblicata sui social network dall’ex presidente della Corte d'Appello di Cagliari, sarebbe quello di segregare la popolazione, impedendo anche “la modesta attività motoria sotto l’abitazione, consentita dall’ordinanza nazionale”. Su questo punto controverso si è dovuto esprimere lo stesso presidente della regione specificando che: “L’autorizzazione esplicita è necessaria solo per i soggetti che non possono stare soli per motivi terapeutici. Per tutti gli altri funziona il buon senso: si può fare la passeggiata entro i 200 metri, possibilmente con la mascherina e mantenendo il distanziamento”. Un’evidente retromarcia per la pioggia di critiche che avrebbero potuto investire la regione per l’ennesima restrizione proprio quando paradossalmente, lo stato proseguirà con lo spostamento di contingenti militari verso l’isola. Come quelli che si sono spostati l’otto marzo dalla Sicilia per arrivare in Sardegna, tra l’altro scatenando il panico a Palermo. Si preparano esercitazioni militari in un periodo in cui le stesse nazioni unite hanno chiesto un cessate il fuoco su scala globale per concentrare i propri sforzi nella lotta al virus.

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Mezzi militari attraversano Palermo 8 marzo 2020

AFORAS sostiene che proprio la quarantena per la popolazione consentirà ampia libertà di manovra ai mezzi militari e che: “L'istituzione del corridoio aereo in questione, non è un fatto comune: avviene soprattutto in occasione di grandi esercitazioni, come durante la Joint Stars svoltasi tra il 13 e il 31 maggio 2019.” “In quell’occasione più di 2 000 uomini, non solo dell’esercito italiano invasero l’isola”, il controsenso è evidente si chiede un grande sacrificio sociale a tutta la popolazione con limitazioni e restrizioni enormi per evitare la diffusione del virus ma si spostano migliaia di militari nell’isola. Quali sarebbero i rischi per la popolazione se tra il personale militare ci fossero delle persone infette? Queste risorse utilizzate per spese militari non sarebbero potute essere invece impiegate per interventi nella sanità di cui, non solo l’isola, c’è un urgente bisogno, specialmente in un periodo di emergenza come questo?

Inoltre la Sardegna dovrà utilizzare i posti letto degli ospedali privati a fronte dell’indisponibilità del ministero della difesa a mettere a disposizione gli ospedali militari nell’isola per la popolazione civile. La regione intende pagare per utilizzare i diversi ospedali privati come il Mater Olbia Hospital, il Policlinico Sassarese e la Clinica Città di Quartu. Stando alle informazioni che circolano su diversi quotidiani locali il costo che la regione dovrà sborsare per ogni posto letto arriverà sino a 900€ al giorno. Una spesa notevole a fronte di reparti che non sono ancora pronti per ricevere i malati per l’assenza di: macchinari per la diagnosi; apparecchiature per le terapie intensive; personale medico. Infatti i macchinari saranno comprati con soldi pubblici e il personale si troverà, come già avvenuto ad Olbia e a Sassari, tra le fila dei medici militari.

Tutto questo nonostante la Sardegna abbia un numero enorme di posti letto disponibili negli ospedali militari, ben 1065 su un totale di 5723 su tutto il territorio dello stato. Tuttavia a inizio marzo il sottosegretario alla Difesa Giulio Calvisi, ha dichiarato che le strutture ospedaliere-militari sarde accoglieranno solo i militari di stanza nell’isola. Una presa di posizione che è possibile comprendere solo alla luce delle manovre militari che si stanno preparando in questo periodo.

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 Questi sono i fatti, per quanto possano sembrare surreali. Tali contraddizioni svelano il vero volto di un dominio coloniale dello stato sulla popolazione sarda. Popolazione che combatte contro l’epidemia con le pochissime risorse disponibili. In un momento di crisi medica, ma soprattutto sociale, enorme lo stato getta la maschera e mostra tutta l’indifferenza per le necessità della popolazione. Il vero interesse nei confronti della Sardegna è lo sfruttamento del territorio per fini bellici e strategici, oggi come ieri, anche a scapito delle finanze regionali e della salute pubblica.

Pensiamo sia giusto concludere rilanciando le rivendicazioni che il movimento AFORAS ha da tempo formulato rispetto all’occupazione militare nell’isola: Smettere, dismettere e bonificare, blocco delle esercitazioni, la completa dismissione dei poligoni, il risarcimento delle popolazioni da parte di chi ha inquinato e la bonifica dei territori compromessi.

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