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Articoli filtrati per data: Monday, 06 Aprile 2020

Diffondiamo volentieri...

Questo è il disperato appello e richiesta di aiuto che gli ospiti della palazzina dei semiliberi ,oggi occupata da soggetti in articolo 21 per lavoro esterno, lanciano a tutti gli amministratori e tutori della salute e della vita altrui.

Viviamo in un ambiente di circa 100 metri quadrati suddiviso in più camere per un totale di 45 persone, 2 servizi igienici per tutti e al pian terreno di questa struttura ci sono anche delle mamme con dei bambini innocenti che continuano ad essere rinchiusi.

Alle nostre, critiche e disperate, condizioni assistono anche gli operatori della polizia penitenziaria, vittime anch’essi del totale menefreghismo istituzionale onnipresente e oggi ancor più irritante. Siamo da giorni isolati a causa dell’accertamento della contaminazione da virus di un soggetto tra noi. Non veniamo visti da nessuno e nessuno ne parla per voler nascondere la realtà di un lazzaretto che lascerà alle spalle morti preannunciate, e forse volute, nella più totale indifferenza.

Pandemia, terza guerra mondiale, #state a casa, #ce la faremo: giuste considerazioni del momento che attraversiamo, ma fatte solo esclusivamente per tirare acqua al proprio mulino.

Allo stato attuale nella nostra palazzina permangono i semiliberi che si son visti rigettare richiesta di licenza premio come previsto e disposto dal Dpcm ( scritto con l’apparente obbiettivo di sfollare i carceri). A testimonianza di una non volontà di assicurare, in un momento di così altamente critico e rischioso, la tutela della salute e della vita.

Non privilegiano coscienza, sentimenti umanitari e ragionevolezza, termine quest’ultimo spesso adoperato in sede di formulazione delle sentenze di condanna quando si presentano non poche incertezze e lati oscuri. Poltrona, autorità e potere è ciò che sovrasta ogni cosa compresa la vita. Eppure Cesare Beccaria già nel lontano 1700 lottava contro la pena di morte e contro la tortura che a secoli di distanza trova diversa applicazione nelle condizioni psicofisiche che viviamo: massacranti ed insopportabili.

Pure l’OMS, l’ISS e la stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri consigliano, obbligano, sanzionano, per effetto di direttive salvavita paradossalmente escluse e nascoste all’interno delle carceri, bombe ad orologeria che coinvolgono figli, mogli, madri, fratelli angosciati dal cattivo e sempre più incerto futuro che ci aspetta. Ma dove sono finiti i diritti umani riconosciuti e sanciti nelle costituzioni di società e paesi che ancora oggi hanno il coraggio di autodichiararsi civili, industrializzati, sviluppati e anche democratici? Il razionale è fortemente discriminante!

Oggi purtroppo si registra il primo detenuto morto per COVID 19, o forse il primo che hanno avuto il coraggio di rendere pubblico dopo tanti silenziosi casi. La situazione può precipitare in tutto il paese se dal carcere vengono a svilupparsi i cosiddetti contagi di ritorno.

E allora perché non prevenire questa ecatombe attraverso provvedimenti pro tempore? Almeno fino al perdurare dell’emergenza sanitaria, magari attraverso l’ampliamento dell’applicazione dell’articolo124 del decreto legge 18/2020 nei confronti di coloro che abbiano già dato prova di buona condotta, nei confronti di chi gode di permesso premio, con obbligo di permanere presso il proprio domicilio o altro luogo di assistenza.

Il nemico attuale è invisibile, imprevedibile e silenzioso per tutti ma letale per qualcuno. Chi, potendo farlo, non interviene oggi, sarà suo complice in responsabilità soggettive e oggettive di esiti criminali contro la salute e contro la vita.

Aiuto è ciò che chiediamo, aiuto è ciò che ci dovete. Già è troppo tardi...fate presto!

Domenica 5 aprile

I DETENUTI RECLUSI E ISOLATI NELLA PALAZZINA DEI SEMILIBERI DEL CARCERE DI TORINO

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Nel perdurare dell'isolamento di massa imposto dal governo Conte-bis in seguito allo scoppio dell'epidemia di Covid-19, la posta politica in gioco in questa nuova e inaspettata fase che si è aperta si rivela sempre con maggiore ampiezza. Approfondendosi con la continua entrata in gioco di nuovi conflitti, di pari passo con lo scorrere del tempo. Preannunciato dalle agitazioni nelle carceri e nelle fabbriche, rivelatori delle differenze profonde sul terreno di classe rispetto al diritto alla salute, lo scontro in merito agli effetti di questa crisi sanitario-economica si sta attestando sul piano della riproduzione sociale in senso ampio.

Una grande parte della popolazione inizia a fare i conti con la fragilità della propria costituzione esistenziale ed economica, a cavallo tra le difficoltà a sostenere nel lungo periodo le stringenti disposizioni governative e quelle nel far quadrare i conti, tra affitti, bollette e non solo. La crisi si sente con ancora maggior forza nell'ambito del lavoro nero, tendenzialmente azzerato dallo scoppio della pandemia, con le ovvie ricadute sulla tenuta di un sistema sociale dove ad emergere è in particolare la condizione di quel Meridione già vessato da forme strutturali di impoverimento. Le scene viste di fronte ai supermercati, la rabbia montante rispetto alle insufficienti misure del governo sembrano segnalare l'esistenza di qualcosa di molto diverso rispetto ai primi giorni. Non si canta più sui balconi, è palese che non andrà tutto bene, è sempre più chiaro come non tutti siano sulla stessa barca. Le stime sui milioni di disoccupati che verranno creati da questa crisi sono inquietanti.

Dal punto di vista dei movimenti la fase in corso sembra poter mutare radicalmente alcune delle coordinate politiche a cui ci si era abituati. In particolare, ponendo con forza il tema di uno strumento come quello reddito universale slegato dal lavoro. Non interessa aprire questo ragionamento a partire dalle dichiarazioni di politici in questo senso, che pure significano qualcosa, trattandosi di compagini al governo. Piuttosto, preme farlo assumendo la doccia fredda che il Covid-19 sta rappresentando per molti, instillando un’assunzione collettiva dell'enorme precarietà della propria vita di fronte a questo assetto sociale turbo-capitalistico che mai è stato così fragile dal tempo della Seconda Guerra Mondiale.

A quel tempo, la strategia delle democrazie occidentali, spaventate dalla possibilità di un trionfo del modello sovietico su scala globale, fu rispondere alle straordinarie mobilitazioni sociali dell'epoca con quel welfare state poi messo in ginocchio da quarant'anni di controrivoluzione neoliberista. La diffusione dell'individualismo proprietario spinto alla massima potenza, la retorica del There Is No Alternative e della scomparsa della società di thatcheriana matrice portarono ad una profonda atomizzazione delle società. Fino all'odierno tutti contro tutti, corroborato anche dalla serie di riforme precarizzatrici soprattutto negli anni Novanta e Zero, in seguito alla caduta del Muro e all'ipotesi della "fine della storia". Se la crisi del 2008 aveva messo le prime crepe in questo impianto, mettendo in luce quanto questa dittatura del mercato si fondasse sul ruolo di supporto dello Stato ( che infatti salvò i profitti delle banche sacrificando sul loro altare le persone), quanto sta succedendo nel 2020 riapre la contraddizione.

Il nuovo contesto è però uno in cui scaricare sulla popolazione i costi della crisi rischia di mettere KO la stessa sostenibilità del sistema. Attraversato allo stesso tempo da una profonda crisi di stampo ecologico, che è direttamente responsabile anche della nascita e della propagazione del virus. Si apre di conseguenza uno spazio politico, letto in chiave riformista da alcune punte avanzate della socialdemocrazia occidentale (ad esempio negli Usa), su nuove forme di redistribuzione della ricchezza. Nulla più di vecchie formule keynesiane, che mostrano però la difficoltà delle elites di poter procedere come fatto finora. E in cui ciò che sembrava prima difficilmente credibile assume una luce nuova.

Stante questo quadro politico, la rivendicazione di un reddito universale incondizionato sembra assumere lo status di una rivendicazione capace di parlare a moltissimi. Rendendo dunque utile aprire il dibattito sul fatto che possa costituire una proposta sulla quale incentrare importanti sforzi politici e comunicativi nei prossimi tempi.

Negli scorsi anni era infatti decisamente difficile immaginare questa possibilità. Non tanto poiché criticabile nel merito, quanto perchè molto distante dai vissuti e quindi dalle possibilità di attivazione del corpo sociale. Non si intravedeva alcun blocco sociale disposto a pensare credibile una tale proposta, a spendersi in tal senso. Oggi però, con l'aggravarsi della crisi, sembra pacifico immaginare prospettive differenti sul tema. Tali da permettere di inserire questa ipotesi nel campo delle possibilità concrete su cui sperimentare una prassi politica in futuro.

Un approfondimento a partire da questa assunzione. Dal punto di vista della battaglia culturale, della narrazione su ciò che è stato e di ciò che sarà, una grossa differenza in questi giorni la sta facendo la questione dell'emergenzialità. Sul piano comunicativo e politico diventa necessario assumere un ribaltamento della sua logica, invece che subirla come dispositivo terrorizzante. Emerge la necessità di affrontare l'emergenza con un atteggiamento reattivo, contendendo alla controparte la definizione del suo orizzonte temporale.

Da parte dello Stato, gli strumenti che stanno venendo varati puntano ad essere straordinari, pensati non oltre questa fase transitoria. Risulta importante assumere invece, al contrario, una lettura dell'emergenza come permanente, e quindi a rischio di costante ripetizione, in mancanza di risposte adeguate. E immaginare dunque di pretendere misure di carattere universale e continuativo, invece di rischiare di invischiarci da soli in un discorso sul contingente, il quale potrebbe sciogliersi come neve al sole una volta che questo periodo di isolamento sarà finito. Se, come ovunque sentiamo ripetere, nulla sarà come prima, il domani dovrà essere affrontato in maniera completamente differente.

In ultimo è importante sottolineare come nè il governo nè l'opposizione sembrino in grado di raccogliere per davvero il sostegno popolare. In questo sembra avere avuto un ruolo la tenacia del governo, come del resto della finta opposizione, nel difendere a tutti i costi in maniera evidente i propri comuni padrini di Confindustria, nonostante fosse sempre più chiaro che ai sacrifici dei molti non si accoppiassero quelli dei pochi più ricchi. E già si parla di ripartire con la produzione. Inoltre, i dati emersi sull'incredibile diseguaglianza nella distribuzione dei redditi per la quale tre persone posseggono il 10% della ricchezza totale, mostrano che anche il tema di una requisizione delle risorse, della patrimoniale, in un contesto di crisi prolungata potrebbe essere oggetto di largo consenso.

Come in ogni crisi gli schieramenti si delineano con maggiore chiarezza. Se questo non è strano da parte padronale, ora come ora abbiamo la necessità di immaginare un orizzonte comune di senso per chi si trova dalla parte opposta. Il reddito universale incondizionato può essere l'ipotesi da promuovere, oggi come domani, in vista di quello che sarà un contesto fortemente cambiato rispetto al prima? Riteniamo questa domanda particolarmente rilevante nel momento in cui, al netto di molte ambivalenze ancora oggi non del tutto decifrabili nella loro complessità, un orizzonte di possibile sembra tornare a manifestarsi.

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