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Articoli filtrati per data: Sunday, 05 Aprile 2020

Stiamo vivendo un’esperienza di massa che prende le forme di una crisi sanitaria, sociale, economica di un sistema nella sua totalità, esserci in una fase storica come questa cosa significa?

C’è chi non accetta di pagare il prezzo troppo alto di questa crisi in una lotta quotidiana per la vita. L’emersione di comportamenti di rifiuto, di richieste di necessità, di riformulazione di bisogni è ciò che possiamo intravedere come spinta e possibilità di presentare il conto.

Attraverso l’inchiesta che vogliamo presentare in queste righe, sviluppatasi come una rete che costruisce nodi un po’ qua e un po’ là, ci si propone, innanzitutto, di raccogliere una panoramica di esperienze e racconti vissuti in prima linea. Voci di persone che, a loro dire, nulla hanno di leggendario ma tutto di drammaticamente reale. Tanto reale quanto le ore di vita regalate a chi nei passati decenni ha scelto di tagliare i fondi e i letti di ospedale, quanto il rischio di contagiarsi e di portare la malattia a casa dai propri cari. Reale quanto il peso di convivere quotidianamente con la morte, una morte di massa in una solitudine assordante. Quanto la responsabilità di riorganizzare il proprio lavoro nell’emergenza perché nella cosiddetta normalità i dirigenti hanno pensato esclusivamente alla produttività dimenticandosi di costruire un accesso alla cura equo e universale.

L’intento dell’indagine è sì di partire dall’ambito della sanità, evidentemente “epicentro della crisi e della sua gestione” inteso come luogo di osservazione e di potenziale attivazione privilegiato, in quanto contenitore della trasformazione in atto dei rapporti che riproducono il sistema, e la società stessa, nel continuo trovarsi di fronte alla condizione o di vita o di morte. Nelle interviste che seguiranno proviamo a comprendere questi rapporti: com’erano, come sono ora, perché non funzionano ma anche come e perché cambiano. Non vorremmo limitarci a questo ambito ma provare ad addentrarci nella formazione trasformata in telelavoro, nel ricatto travestito da missione per chi lavora nei settori essenziali del settore sociale, nelle manifestazioni di forza degli operai che si sono rifiutati essere trattati da merce. I limiti precedenti all’emergenza emergono in maniera dirompente e stanno nell’impossibilità stessa di riorganizzare il lavoro secondo i criteri di sicurezza, perché mancano spazi adeguati, manca personale degnamente pagato e formato, mancano forniture di materiali. In questo momento più che mai è ora di immaginare e mettere le basi per una società in cui l’educazione, la cura, la presa in carico delle fasce più deboli, la tutela, la prevenzione, la salute non siano costi scaricati su soggetti sfruttati sia nella sfera della produzione che in quella della riproduzione sociale.

Perché? Perché tutte quelle capacità umane che fino ad oggi sono state schiacciate dentro la dimensione del consumo e della produttività conoscono spinte inedite e si riappropriano del loro valore. Attraverso le parole di chi sta in prima linea possiamo iniziare a darne un nome, stabilire dei confini dell’accettabilità: qualcosa di estremamente prezioso, risorsa antagonistica a un sistema da (s)travolgere. Perché accumularle significa costruire un sapere di parte, autonomo e che sia patrimonio collettivo.

Per provare a essere all’altezza della sfida, inforcando le lenti giuste per individuare le domande nuove che, prima soffocate dal fluire della normalità, possono sorgere. Per esserci nelle nuove direzioni che inizia a prendere la storia. O che potrebbe, se colte in tempo.  

Per iniziare questo percorso vi proponiamo una dettagliata intervista che abbiamo fatto a uno specializzando anestesista rianimatore che svolge il suo lavoro nei reparti di terapia intensiva. Periodicamente, ogni lunedì mattina, faremo uscire una nuova puntata di questo lavoro d'inchiesta, con nuove interviste e materiali. Buona lettura!

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Qual'è il tuo lavoro? Che inquadramento hai dentro il settore sanitario?

Medico specializzando, settore anestesia e rianimazione.

Potresti descriverci la tua esperienza di lavoro dentro la crisi Coronavirus? Cosa è cambiato?

Come medico specializzando in anestesia rianimazione il nostro settore è stato sempre la terapia intensiva. Non siamo stati chiamati a lavorare in questo settore, ma ci siamo trovati ad avere direttamente questi pazienti Covid 19 in terapia intensiva. Quello che è cambiato è che prima la terapia intensiva era un reparto in cui ti trovavi o pazienti post operati oppure pazienti in condizioni critiche che dovevano essere monitorati. Cioè la differenza tra la terapia intensiva e un reparto qualsiasi è che mentre in un reparto qualsiasi il paziente sta nel letto e sostanzialmente sta là come degenza senza nessuna apparecchiatura particolare, la terapia intensiva è un reparto di monitoraggio avanzato. E' collegato a un ECG, con accessi venosi, accessi arteriosi, e monitoraggio avanzato dal punto di vista respiratorio. Quello che ci siamo trovati noi a fare è quindi sostanzialmente riorganizzare completamente le terapie intensive. Noi, ad esempio, abbiamo quattro terapie intensive in un'ospedale e una terapia intensiva in un altro ospedale (consideriamo che entrambi gli ospedali sono parte della stessa azienda ospedaliera integrata). Dal momento che c'è stato un aumento in pochissimo tempo dei contagiati, non si poteva mettere nella stessa terapia intensiva sia pazienti Covid che non Covid perchè altrimenti rischiavi di infettare tutti, quindi alcune terapie intensive, tutte sostanzialmente, sono diventate terapie intensive Covid e una sola terapia intensiva è rimasta come terapia intensiva che accoglie tutto il resto dei pazienti. Quello che sta succedendo però è in continuo divenire: anche oggi stesso stavano dicendo poco fa l'unica terapia intensiva rimasta non Covid potrebbe diventarlo a breve. E dunque vengono aperte anche nuove terapie intensive. C'erano delle aree dell'ospedale che noi chiamavamo "terra di mezzo" perchè appunto erano tra le varie terapie intensive, che sono state adibite a nuove terapie intensive. Lo stesso blocco operatorio (tu pensa che l'anestesista si divide tra la sala operatoria, la terapia intensiva e poi i ruoli d'emergenza all'interno dell'ospedale),  dal momento che le sale operatorie d'elezione sono state tutte sospese (ovviamente si cerca di evitare ulteriori contagi, quindi gli interventi procastinabili, d'elezione programmabili a tre - quattro mesi, sono stati fatti tutti saltare) è diventato una terapia intensiva. Il nostro lavoro sostanzialmente di per sè non è cambiato (come medici anestesisti) perchè noi ci siamo trovati ad affrontare quello che affrontiamo giornalmente. E' cambiato per tutte le altre categorie di medici, perchè i chirurghi si sono ritrovati senza lavoro, allo stesso modo di chi fa attività ambulatoriali.

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Il problema per gli altri è che chiaramente tutti si volevano rendere utili, ma o sei anestesista e rianimatore, medico dell'emergenza, o comunque una categoria di medico che lavora in questo settore o altrimenti non puoi essere utile in una terapia intensiva. Fondamentalmente perchè non hai le conoscenze adeguate. Un neurologo, un endocrinologo, un diabetologo, cioè un qualsiasi clinico che non sia un anestesista rianimatore non è formato adeguatamente, paradossalmente ne so più io che sono un medico specializzando al primo anno che un medico strutturato di un altro settore: non è abituato a lavorare con i ventilatori, non ha idea di come impostare i parametri del ventilatore, non ha idea di accessi venosi, arteriosi. Ed è un problema dal momento che non ti sono utili in quel senso, quindi agli anestesisti rianimatori sostanzialmente la vita lavorativa dal punto di vista delle conoscenze non è cambiata tanto perchè i pazienti Covid che vanno peggio sono dei quadri di stress respiratorio e lo gestisci come se fosse un quadro di stress respiratorio. Poi sono tutti pazienti uguali, sono pazienti che se tu vedi le TAC sono uno la fotocopia dell'altro e li tratti tutti allo stesso modo. Impostare i ventilatori, i parametri per intubazione (sono tutti pazienti intubati) sono cose che l'anestesista rianimatore fa sempre. I problemi principali sono problemi gestionali. E' quello che sta andando tutto sottosopra. In Lombardia che è stato l'epicentro hanno avuto proprio grosse difficoltà a dover gestire un numero enorme di pazienti. Perchè una terapia intensiva per esempio di 48 posti letto è una terapia già di notevoli dimensioni che però è abituata a gestire un certo numero di ingressi giornalieri. Se improvvisamente ti ritrovi a dover gestire un numero di ingressi che è tre - quattro volte il tuo solito accesso giornaliero si complica tutto.

I principali problemi che si sono avvistati sono stati quelli dal punto di vista organizzativo. Numero di ventilatori, numero di pazienti e soprattutto la degenza di questi pazienti: sono dei pazienti che purtroppo non stanno uno due giorni e poi vengono dimessi, non è un post-operato. Rispetto al numero dei contagiati, quello dei guariti è pochissimo, perchè sono pazienti che stanno qui quindici - venti giorni prima di essere dimessi. Quindi noi abbiamo avuto un sacco di difficoltà e sono proprio nel reclutare sempre nuovi posti letto perchè ci sono nuovi contagi, si aprono nuovi posti, però rimangono ancora per molti giorni tutti i vecchi contagiati (finchè si risolve il quadro). Dal punto di vista della terapia in realtà è una cosa abbastanza standardizzata e ha fatto da apripista la Lombardia con i protocolli terapeutici. Quindi si seguono quelli, si segue la letteratura dei casi che ci sono stati nelle vecchie ARDS (queste sindromi da distress respiratorio) dei vecchi coronavirus (il MERS e il vecchio SARS) e si seguono quei tipi di terapia. E' una terapia di supporto, più che altro. Si guarisce per reazione del sistema immunitario. Anche per gli antivirali in realtà non è stata comprovata l'efficacia. Tanto che stanno pensando forse di sospendere anche l'attuale terapia retrovirale che era fatta di un'associazione di farmaci usati per l'HIV. Sono farmaci difficili da prescrivere perchè spesso i pazienti hanno pure problemi epatici. Degli altri farmaci alcuni non sono neanche diretti contro il virus vero e proprio, ma contro la reazione infiammatoria che è scatenata dal virus che ti provoca i quadri peggiori. A volte secondo me sono più utili quelli.

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Qual'è l'estrazione generazionale e sociale dei pazienti che arrivano in terapia intensiva?

Non sono solo anziani. Anzi anziani ultraottantenni ce ne sono pochi, la maggior parte sono tra la fascia d'età tra i 60 e gli 80 anni. La maggior parte dei ricoverati sono tra i 55 e i 75 anni. Ci sono anche alcuni giovani, non molti, però abbiamo due o tre sui trenta - quarant'anni. La maggior parte hanno co-morbilità, quindi hanno anche già delle situazioni di problemi respiratori, di cuore ecc... ecc... Tranne i giovani che hanno sostanzialmente una storia patologica muta. I ragazzi non hanno niente. Quello che ancora io non ho ben capito, però si pensa nell'ambiente, è che non si spiega bene come mai questo virus attecchisce così tra i giovani e l'ipotesi è che i quadri peggiori siano dati da una reattività del sistema immunitario. Cioè ci sono dei soggetti predisposti che hanno un sistema immunitario che dà una reazione eccessiva e quindi il quadro di distress respiratorio è proprio frutto di questa reazione eccessiva del corpo nel fronteggiare il virus. Cioè da un'ipersensibilità individuale. Questo potrebbe spiegare come la maggior parte dei pazienti che sono immunodepressi o che hanno un sistema immunitario debilitato hanno pochi quadri di coronavirus avanzato, si vedono più in soggetti che hanno un sistema immunitario normale. Quindi qualcuno stava avanzando l'ipotesi che sia dovuta, al contrario del SARS, a un'ipersensibilità individuale. E' un virus che non fa distinzioni, tranne i bambini in cui decorre in maniera per lo più asintomatica. Non è chiaro il perchè, anche qui un'ipotesi è che sia per via del sistema immunitario immaturo che hanno i bambini.

Secondo te era prevedibile che potesse succedere una cosa del genere? In ambito medico si discuteva di questa possibilità? C'è stata una sottovalutazione?

Sì, che è stato sottovalutato è vero. E' stato sottovalutato pure in ambito medico. Nel senso, quando a fine gennaio, inizio febbraio si cominciava a parlare dei primi casi, se ne parlava anche molto in televisione, in ambito ospedaliero veniva un poco sottovalutato. Si pensava fosse come un'H1N1, viene fa il suo corso e sparisce e nessuno se ne ricorda, poi si guardavano i dati, le statistiche e si pensava "Ma questo ha una mortalità che è inferiore a quella del virus dell'influenza stagionale, di cosa stiamo a preoccuparci?". Quindi pure in ambito ospedaliero si è sottovalutata la faccenda, si guardavano i dati della Cina, si vedeva la mortalità e si pensava che effettivamente fosse un banale virus di influenza. Non giravano ancora immagini di TAC, di parametri della popolazione coinvolta e soprattutto a differenza del virus dell'influenza non si era verificato ancora quanto fosse contagioso questo virus. Perchè una delle armi peggiori che ha a disposizione il Covid è proprio l'alto tasso di contagiosità. Sicuramente si sarebbero dovute prendere prima le precauzioni. Si è sottovalutato in Italia questo. Questa rapida diffusione poi che c'è stata è stata dovuta al fatto che non sono state prese misure preventive soprattutto per le persone di rientro. Cioè, infatti adesso stanno dando risposta positiva.

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Il fatto che si stia bloccando tutto pare abbia qualche effetto dato che stanno diminuendo i contagi in questi giorni. Non si sa se effettivamente ci sia una diminuzione dovuta al fatto perchè molti dati vengono pure falsati dal fatto che si eseguono meno tamponi. Se si eseguono meno tamponi effettivamente risultano meno contagi. Ma dal momento che non c'è un parametro a livello europeo o mondiale di esecuzione dei tamponi, ma cambia da regione a regione addirittura, non c'è uniformità nell'eseguire un protocollo su questo aspetto, sono tutti dati falsati un po' ovunque. Che si dica che in Cina la mortalità è del tot percento mentre in Italia la mortalità media è del 6% e in Lombardia del 10%, questi sono dati falsati, perchè in Lombardia è la regione in cui si eseguono il maggior numero di tamponi. In Cina ne hanno eseguiti tantissimi, in Cina si eseguivano pure su persone asintomatiche, in Italia si eseguono per lo più sui sintomatici. Se tu esegui i tamponi solo su persone sintomatiche è normale che la mortalità ti risulta più alta, perchè tu stai facendo un'analisi su campioni di popolazione contagiata che già sta molto male non su gli asintomatici. Un sacco di persone magari hanno contratto il virus, si sono fatti la convalescenza a casa, non hanno mai avuto un tampone e sono guariti. In Germania probabilmente falsano i dati o fanno campioni a tappeto e da loro risulta una mortalità più bassa, ma non perchè il virus sia meno letale. Più tamponi fai, più si riduce la mortalità. Regione per regione ognuno raccoglie i dati in una maniera diversa e quello è anche un problema che ti complica la possibilità di fare previsioni.

Com'è la situazione emotiva tua e delle persone che come te sono in prima linea?

La nostra principale difficoltà è sempre stata la questione organizzativa. Tu prima eri abituato a lavorare avendo dei turni settimanali fissi. Quindi tu sapevi già di settimana in settimana che turno saresti andato a ricoprire, quale giorno libero avevi nel mese, cioè tu avevi un prospetto mensile definito più o meno. Adesso è tutto in divenire, fai dei turni che non hai mai ricoperto prima in altri settori, sei un tappabuchi essenzialmente. Attualmente c'è una situazione in cui si corre a tappare buchi ovunque perchè c'è questa emergenza e quindi è tutto vissuto alla giornata. Magari vai a coprire sale operatorie o terapie intensive dove non sei mai stato prima, viene aperta una nuova terapia intensiva e quindi si deve riorganizzare tutto. Noi siamo tantissimi specializzandi, i turni ce li gestiamo tra di noi, c'è un capogruppo per ogni settore che ti organizza i turni. Mediamente per ogni gruppo ci sono una cinquantina di persone, siamo più o meno duecento, duecentocinquanta e quindi devi riorganizzare tutto per coprire tutti i turni. I turni del Covid sono molto pesanti in generale. Quello che percepisci in tutti è molta stanchezza, perchè sono dei turni in cui entri vestito tutto bardato, tre - quattro paia di guanti, camice, sovracamice, calzari, sovracalzari, visiera, mascherine che sono scomodissime e ti lasciano segni sul naso, quindi sono dei turni che in generale uno vive male dal punto di vista proprio fisico. Dal momento in cui tu entri in terapia intensiva sei considerato infetto e non puoi più uscire, o almeno, se esci ti devi svestire e poi ti devi rivestire per rientrare. Solitamente si esce massimo una volta a turno, questi turni sono dei turni molto lunghi di solito. A volte stiamo più tempo a casa proprio perchè facciamo dei turni molto più lunghi però facciamo meno frequenza. Normalmente tu lavori tutti i giorni della settimana, facendo così capita che stai un giorno di riposo a casa. Il turno è stremante, anche se non fai niente, è stremante dover tenere tutta quella divisa e non poter mangiare, non poter bere. C'è molta stanchezza in generale. Infatti molti si chiedono "ma quanto possiamo andare avanti tenendo questi ritmi?". Diventa proprio sfiancante, dal punto di vista proprio umano, perchè, sì, l'ospedale è il nostro ambiente, per gli estranei la terapia intensiva è un posto che mette soggezione, però è il nostro ambiente, un luogo dove noi oltre a lavorare scherziamo tra di noi, parliamo, facciamo battute. Adesso diventano difficili i contatti umani perchè ormai non ci si stringe la mano, un abbraccio, non esiste più niente. Quindi tu fai quel lavoro in maniera robotica, e diventa molto pesante arrivare a fine turno. Ci sono stati dei casi di infermieri che si sono suicidati. Che non hanno sopportato lo stress. Ci sono anche stati degli psicologi che si sono offerti di fare consulenze gratuite su Skype per dare il loro supporto.

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Poi come reazioni emotive ognuno ha delle reazioni individuali. C'è chi anche tra il personale medico che magari era già un po' ipocondriaco, aveva paura delle malattie infettive, che ha sviluppato una fortissima paranoia. C'è chi non vorrebbe andare a lavorare, chi vorrebbe stare solo chiuso nello studio medico e non uscire. C'è chi è anche un poco entusiasta (ovviamente non della situazione ma dal punto di vista medico), perchè ti stai confrontando dal punto di vista conoscitivo, scientifico, ecco, con qualcosa che non si era mai visto prima e quindi un nuovo modo di imparare, di fronteggiare la situazione. I pazienti ti lasciano un segno dentro perchè molto spesso li vedi entrare e sono dei pazienti che effettivamente chiedono dei loro parenti, alcuni pensano addirittura che i loro parenti si siano dimenticati di loro, ma effettivamente è un ambiente isolato. Noi li chiamiamo i parenti e poi riportiamo telefonicamente a loro com'è la situazione, ora stiamo cercando addirittura di utilizzare la strumentazione che abbiamo interna per poter fare delle videochiamate in maniera da fare in modo che loro possano vedere i parenti. Adesso vediamo se ci riusciamo, perchè tu dentro effettivamente non puoi utilizzare il tuo telefono perchè non te lo porti dentro il reparto. Nel momento in cui entri qualsiasi cosa è da considerarsi infetta e quindi tu lasci tutto fuori. Quelle dodici ore che fai sono dodici ore in cui tu non hai nessuna strumentazione elettronica con te. Cioè se tu la portassi dentro quella poi dovrebbe rimanere dentro. Abbiamo portato dei cellulari da lasciare lì, ma soltanto perchè ci servono per raccogliere alcuni dati e fare delle foto, ma restano lì. Ai parenti poi noi diamo le comunicazioni ed è brutto perchè magari a un certo punto qualcuno muore e il parente non ha più visto il proprio caro. Il proprio caro sta lì quattro, cinque, dieci giorni, due settimane senza poter avere una comunicazione diretta, quindi anche per quello si sta cercando di trovare un modo per permettere di comunicare. Perchè è difficile sia per noi, ma soprattutto per i parenti. Sì, i pazienti ti fanno molta tristezza perchè vedi pure dei giovani, che sono ridotti lì a testa in giù, cioè li proniamo per farli respirare meglio, girati con la pancia rivolta verso il letto, che effettivamente respirano meglio. Vedere un giovane di 35 anni ridotto in quel modo certo ti fa preoccupare della situazione. E' un virus che sicuramente farà, quando finirà, ma anche adesso ripensare a molte cose, un nuovo setting proprio, non solo emotivo, ma proprio la società. Ti fa proprio riscoprire e dare il giusto peso a certi valori. Un poco riassettato nuovamente secondo me. Cambierà, cambierà tutto quando finirà. Sta cambiando adesso, ma cambierà secondo me proprio il modo di vivere, di vedere le cose. 

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Come sensazioni, sono diverse le sensazioni tra gli operatori. Quello che c'è è lo stress, quello è una cosa comune a tutti. Perchè per quanto qualcuno può essere entusiasta o c'è chi ha molta paura di fare il turno, quello che a fine turno ti porti è quella stanchezza infinita. Anche se dal punto di vista pratico non è un turno diverso da tutti gli altri turni che facevamo prima, anzi i turni in terapia intensiva sono dei turni in cui hai dei pazienti molto critici, non dormi mai perchè c'è sempre da fare, devi monitorarli continuamente e succede sempre qualcosa. I pazienti covid sono dei pazienti tutti uguali che sostanzialmente sono, a meno che non abbiano delle patologie pregresse importanti, stabili, dal punto di vista emodinamico sono pazienti che una volta che li attacchi al respiratore dici aspettiamo e vediamo come va la terapia e come risponde il loro sistema immunitario. Non c'è un carico di lavoro in più, il carico di lavoro in più è proprio nella gestione di questa situazione infettiva. Quindi come ti devi vestire tu, come ti devi comportare all'interno, cos'è il percorso sterile all'interno dell'ospedale, percorso non sterile ecc... ecc... E' pure tutta la burocrazia che cambia completamente, e il ritmo di lavoro. Il punto sono le difficili condizioni in cui si lavoro, non tanto il carico di lavoro. E' un carico di lavoro diverso dovuto appunto alla situazione che si è venuta a creare.

La privatizzazione ha avuto un impatto e di che tipo?

C'è da dire che anche gli ospedali privati sono stati piuttosto d'aiuto in questo contesto. Si sono resi anche loro disponibili ad ammortizzare. Anzi una delle prime cose che si faceva inizialmente è proprio per non congestionare l'ospedale pubblico, prima di riempire terapie intensive, si cercava di mandare negli ospedali periferici, poi non è che si faceva tanta distinzione tra privato e pubblico dell'ospedale periferico. Quindi si cercava di contenere l'epidemia inizialmente negli ospedali più piccoli perchè gli ospedali più piccoli sono una fonte minore di contagio. Prima di riempire una terapia intensiva di un ospedale grande, in cui per ogni settore ci sono 12 - 16 - 18 posti letto, poi le varie terapie intensive arrivano a grandi numeri come quella di 48 che citavamo prima. Le terapie intensive piccole invece hanno minori numeri e quindi si cercava di mandarli in questi ospedali periferici all'inizio. In questo senso hanno dato una mano anche le strutture private, più che i privati i privati convenzionati con il pubblico. Quelli hanno dato una mano. Sicuramente in una situazione di questo tipo però si fa sempre riferimento all'ospedale pubblico. E' sempre l'ospedale pubblico quello che gestisce queste situazioni, i grossi interventi, le chirurgie maggiori vanno sempre negli ospedali pubblici. Sono sempre quelli pubblici che gestiscono situazioni di questo tipo e effettivamente avere avuto in questa situazione molti più ospedali pubblici avrebbe aiutato. Perchè uno legge gli articoli di giornale e vede: "Gli ospedali privati hanno salvato la situazione che sarebbe precipitata soltanto con il pubblico", è vero che hanno dato una mano, ma se ci fossero stati fondi maggiori per gli ospedali pubblici e più ospedali pubblici sarebbe stata vista da tutta un'altra prospettiva la cosa. In questa situazione di emergenza tutti cercano di dare una mano, se l'ospedale pubblico avesse avuto più fondi disponibili non ci sarebbe stato il rischio di essere a fine mascherine, manca il materiale, manca tutto, avremmo parlato diversamente... Situazioni di questo tipo sono sempre state gestite dagli ospedali pubblici quindi sarebbe stato meglio avere investito di più nella sanità. Forse se ne stanno rendendo conto nelle nuove manovre che stanno facendo. L'Italia investe poco in questo.

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Cosa cambierà secondo te nel settore della sanità dopo quello che sta succedendo? C'è un dibattito tra il personale sanitario?

Non è un argomento di cui si parla tanto perchè siamo ancora nell'occhio del ciclone per cui il pensiero principale attualmente è cercare di capire come uscirne, se ne usciremo. Quindi questa è più una questione economica e gestionale, come dovrebbe essere organizzata la sanità. Però tra gli operatori sanitari non è il principale argomento di discussione questo attualmente. Sicuramente c'è la presa di coscienza che ha dato questo virus e però attualmente non ti so dire come potrebbe essere riorganizzato l'intero sistema. Bisognerebbe vedere anche tutte le esperienze degli altri paesi. Secondo me fare previsioni adesso è un poco prematuro, anche perchè dobbiamo vedere come sta rispondendo l'Italia e come rispondono gli altri stati. Perchè qui siamo da venti giorni nell'occhio del ciclone però in Spagna, Germania, Inghilterra hanno avvertito il peso solo nell'ultima settimana. Ecco gli Stati Uniti sarebbero secondo me uno dei metodi di paragone più interessanti perchè sono quelli che hanno un sistema sanitario completamente privato e quindi sarà interessante vedere come andrà lì che sarà totalmente diverso rispetto alle nostre realtà. Solo alla fine, secondo me, dopo aver fatto i bilanci di ogni sistema sanitario (facendo statistiche è sempre difficile però come dicevo prima, i dati già hanno degli indici di errore in tempi di pace, figuriamoci adesso) si trarranno le conclusioni. E' utile facendo anche un confronto con gli altri paesi.

Durante la vostra formazione a tuo parere siete stati preparati ad affrontare questa situazione?

La parte più epidemiologica viene affrontata nei sei anni di studio universitario, il fatto è che in quei sei anni hai una formazione teorica, poi iniziato il percorso di specialità tu vai sempre ad ipersettorializzarti. Una volta che ti ipersettorializzi, non soltanto dal punto di vista dell'epidemiologia, perdi proprio la visione di insieme delle cose. Tanto che ci sono delle categorie di medici che in questa situazione non possono proprio essere utili, almeno che non si mettano a svolgere solo dei lavori di burocrazia per dare una mano. Non saprebbero totalmente come affrontare una situazione di questo tipo. Per quanto riguarda l'epidemiologia, ognuno che fa ricerca se ne occupa: gli igenisti, chi fa statistica. C'è proprio una specializzazione che riguarda quello. Gli igenisti sono quelli che si occupano proprio di fare statistica, di analizzare i dati e i trend nel tempo di un qualsiasi patogeno. Noi non siamo esperti di epidemiologia, noi andiamo sul fronte e facciamo la terapia d'attacco. Loro sono la figura medica più inserita nel settore gestionale - amministrativo - politico. Come è giusto che sia, perchè l'igenista è quello che ha la maggiore conoscenza sia rispetto al punto di vista epidemiologico, ma anche da quello gestionale - organizzativo. La maggior parte dei direttori sanitari sono igenisti. Alcuni diventano sindaci, è normale che sia così perchè sono quelli che hanno oltre la formazione medica anche la formazione giuridica amministrativa. Se li metti dentro un reparto ospedaliero però non sanno lavorare, non hanno mai visto o visitato un paziente, però conoscono benissimo dal punto di vista epidemiologico gestionale come organizzarsi.

Che ne pensi delle misure che sono state prese in ambito sociale?

Tutte le informazioni che loro, sia gli infettivologi che gli igenisti, stanno dettando tartassandoci in tv come lavarsi le mani ecc... ecc.... sono cose che la gente dovrebbe fare indipendentemente dal Coronavirus. Dovrebbero essere le regole del quotidiano per qualsiasi cosa, che sia un banale virus dell'influenza o  altro. Sembra che un sacco di persone abbiano scoperto le regole dell'igene personale solo dopo il coronavirus. E' un dato assurdo. Ormai tutti sanno come lavarsi le mani. Sono contento che, almeno da quello che vedo, un po' ovunque si sia presa coscienza e si sia presa sul serio questa quarantena. Anche a Sud ho visto foto di strade centrali delle città completamente vuote. E' una fortuna dal punto di vista sanitario - sociale che sia arrivata prima al Nord, in Lombardia dove c'è il sistema sanitario più ricco, perchè quei giorni in cui c'è stata l'epidemia in Lombardia hanno permesso al Sud di prendere coscienza e organizzarsi. Se fosse arrivato prima al Sud con l'organizzazione e la strumentazione che ci sono al sud sarebbe stato una catastrofe. Non oso immaginare. 48 forse sono i posti letto in terapia intensiva di tutta l'intera regione Puglia o Calabria, non di un singolo ospedale. E' stata una grande fortuna per il Sud arrivare a prendere coscienza tra le persone e stare a casa. Non mi aspetto che ci sia un aumento dei contagi al Sud continuando su questa linea. Non so come evolverà la situazione, può darsi che ci saranno nuovi cicli e nuove ondate di contagi. Una volta che la misura contenitiva più drastica verrà meno non credo che si potrà riprendere subito la vita come prima. L'obbiettivo è diminuire il contagio. Come l'effetto campana: tu non stai cercando di abbattere sul momento i contagi, ma di dilazionarli in un periodo più ampio. Perchè se tu hai cento contagi in due giorni è diverso da averli in quindici giorni. Dilazionandoli in quel modo riesci a non saturare il sistema sanitario e a permettere alle strutture di andare avanti. Bisognerà vedere quando si potrà uscire di casa quale sarà il trend perchè non penso che si potrà riprendere a vivere come si faceva prima all'inizio. Riscrive un poco le abitudini della gente, sarà difficile ritornare alla normalità, ci sarà una normalità diversa.

L'organizzazione molto specialistica dei saperi di cui parlavamo prima, secondo te, di fronte a quello che sta succedendo e che potrebbe succedere in futuro, andrebbe ripensata?

Io credo che non cambierà, che resterà così. Non è tanto una questione di saperi, i sei anni di università sono uguali per tutti che tu faccia il chirurgo, l'ortopedico, l'anestesista, il cardiologo ecc... ecc... Quello che c'è nei sei anni sono saperi di base che bene o male tutti hanno. Il punto è che dopo ultraspecializzandoti perdi quella visione, e quindi non hai più idea del resto. Prima della crisi mi trovavo a cena con degli altri colleghi urologi, ginecologi e otorinolaringoiatri, tre settori chirurgici, in cui loro mi dicevano che non avevano completamente idea su alcune questioni base che sono cose molto simili a quelle che sono accadute con l'avvento del Coronavirus. Mi hanno detto: "noi non abbiamo completamente idea di come fare questo o quello, se dovessimo entrare in una situazione di questo tipo". Ma perchè? Perchè al di là della questione del sapere è l'attività pratica che ti porta a dimenticare tutto. Tu hai potuto anche studiare tutte quelle cose, ma se poi non hai un riscontro, un'applicazione, inevitabilmente li dimentichi. Se l'ortopedico sta tutto il giorno facendo sala operatoria e ogni volta che c'è un problema internistico chiama il medico internista o l'anestesista per risolvere il problema è abituato a lavorare in quel modo. Secondo me non cambierà questa visione ultraspecialistica perchè uno impara lavorando in quel settore specifico. Lo studio c'è ma viene coltivato per lo più a livello individuale, ma la tua formazione avviene eminentemente nella pratica.

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Tendenzialmente i medici internisti, i geriatri e gli anestesisti sono quelli meno ultraspecializzati perchè hanno a che fare con diverse patologie e tipologie di pazienti. Ti trovi ad affrontare quotidianamente situazioni diverse tra di loro. Un ortopedico, un neurochirurgo invece fanno solo quello, difficilmente visitano altri reparti. Per avere una visione più di insieme hanno introdotto ed è tutt'ora presente, durante il periodo di formazione, una rotazione di tot mesi all'interno di altri reparti proprio per non perdere la visione d'insieme. Adesso non so nelle chirurgie come sia organizzata, ma in tutte le specializzazioni devono fare questi periodi che chiamano "tronco comune" in cui nel biennio o nel triennio ruotano negli altri reparti. Non so se la facciano anche i chirurghi in realtà. Noi ad esempio questa rotazione non la facciamo anche perchè noi siamo dei jolly già di nostro come anestesisti. Noi facciamo interventi di qualsiasi specialità, quindi ci tocca restare aggiornati un po' ovunque. Forse invece di fare solo poche settimane o uno - due mesi si potrebbe allungare il tempo di questa rotazione anche per non congestionare gli altri reparti in modo che se si trovano ad avere un problema all'interno del loro reparto magari siano capaci di gestirlo un po' da soli. Questa sarebbe magari un'opzione futura: aumentare il periodo di rotazione oppure farlo più frequentemente durante gli anni di formazione. 

 

 

 

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È iniziata sabato 7 marzo a Salerno, ed è andata avanti per tutta la settimana successiva, seppur in forme diverse a seconda degli istituti, la protesta dei detenuti in decine di carceri italiane. In alcuni penitenziari ci sono stati scontri violenti con la polizia e reparti distrutti, in altri numerose evasioni, in altri ancora proteste pacifiche e battiture sulle sbarre di celle e finestre, ma il dato comune è che migliaia di persone hanno iniziato a rivoltarsi nelle celle e nei padiglioni di tutta Italia.

Le proteste sono cominciate dopo le restrizioni ai colloqui e alle attività formative imposte dal decreto emergenziale entrato poi in vigore lunedì 8 marzo, mentre del tutto insufficienti apparivano le misure sanitarie e di prevenzione adottate per contrastare la diffusione del Coronavirus. In pochi giorni ci sono state almeno dodici morti accertate, ma potrebbero essere anche quindici. Sembra assurdo non avere certezze su questo, ma sui decessi sono state e tutt’ora sono pochissime e confuse le informazioni ufficiali, talvolta contraddittorie tra loro. Almeno otto di queste morti sarebbero riconducibili alla rivolta nel carcere di Modena: quattro oppure cinque detenuti sarebbero deceduti all’interno del carcere emiliano mentre gli altri durante i trasferimenti ad Alessandria, Parma, Ascoli Piceno. Un detenuto proveniente da Modena è morto nel carcere di Verona, ma la destinazione del suo trasferimento era Vicenza. Altre cinque o sei morti sono avvenute a Bologna e Rieti.

Dopo le rivolte il ministro Bonafede ha riferito al Senato semivuoto con un intervento goffo, a tratti imbarazzante. Cifre generiche, nessun dettaglio né assunzione di responsabilità. I provvedimenti del decreto sono stati per lo più confermati: colloqui sospesi, stesso discorso per le attività scolastiche e formative, interlocuzione con le famiglie solo attraverso telefonate e Skype, sebbene in molti istituti gli strumenti per procedere con i colloqui online siano inadeguati.

Bonafede ha parlato di decessi avvenuti «perlopiù per abuso di sostanze trafugate alle infermerie», e ha annunciato provvedimenti insufficienti a tamponare l’emergenza come l’arrivo di centomila mascherine. Nessun dettaglio viene fornito sui trasferimenti. Alcuni familiari di detenuti dal carcere di Poggioreale denunciano spostamenti punitivi fuori regione, addirittura in piena zona rossa, mentre dal fronte istituzionale non si racconta nulla di quanto successo nelle prigioni durante le sommosse. Non lo fa il ministro Bonafede, non lo fa Basentini, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria in odore di defenestrazione, la cui gestione inadeguata del caso e in generale del sistema non può nascondere le falle strutturali. In coerenza con questa confusione e nell’assurda assenza di un decreto ministeriale, direttori di istituti, magistrati di sorveglianza e gip stanno adottando dopo le proteste provvedimenti differenti regione per regione, carcere per carcere talvolta, come nel caso dei semiliberi (che in alcune carceri hanno avuto il permesso per rientrare a casa per la notte, in altri no), dei detenuti con pena inferiore ai diciotto mesi (a cui sono stati concessi i domiciliari solo da alcuni istituti), dei detenuti con problemi di salute.

Anche le istanze all’interno delle prigioni sono diverse: c’è chi chiede amnistia e indulto, chi maggiori diritti, chi interventi strutturali, chi prevenzione dal contagio del virus. Un comune denominatore è invece la violenza che viene denunciata in questi giorni. Detenuti che a Napoli stanno tornando ai domiciliari denunciano maltrattamenti successivi alla rivolta nelle “celle di giù” (rivive lo spettro della Cella ZeroCella Zero), e lo stesso fanno i familiari dei venti trasferiti da Poggioreale a Carinola.

Se per i provvedimenti strutturali, però, il dibattito sull’estensione delle pene alternative e lo svuotamento di istituti desueti e sovraffollati sarà necessaria una battaglia serrata nei prossimi mesi, l’urgenza adesso è di monitorare la situazione per una gestione immediata dell’emergenza Coronavirus: ritorno a casa la notte per tutti i semiliberi, domiciliari per tutti i detenuti con pena (definitiva o meno) inferiore almeno ai due o tre anni, domiciliari per tutti i detenuti con problemi di salute, aumento delle rilevazioni agli ingressi e alle uscite degli agenti di penitenziaria, primo possibile fattore di contagio; e ancora: intervento immediato sulle condizioni igienico-sanitarie, a livelli ormai sotto lo zero, stop ai trasferimenti punitivi e controllo attraverso organismi speciali di una situazione di tensione che ora a portoni chiusi è altissima, come racconta chiunque abbia possibilità di interagire con i detenuti.

Il tentativo che Monitor cercherà di mettere in atto nei prossimi giorni è quello di un focus sulla questione carceraria durante l’emergenza. Un post in continuo aggiornamento per provare a tenere alta l’attenzione su quello che è successo, sta succedendo e succederà, e allo stesso tempo mettere in rete le diverse realtà politiche e sociali, le associazioni, gli avvocati, gli attivisti e i solidali, i giornalisti che faticosamente provano a occuparsi del tema.

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AGGIORNAMENTO: GIOVEDÌ 2 APRILE

Mentre il paese sembra essere prossimo al superamento del picco dell’epidemia, nelle carceri la situazione è ancora tanto confusa quanto tesa. Le notizie sul numero di contagi e sulla gestione dei pazienti fanno sempre fatica ad arrivare all’esterno, mentre nella maggior parte degli istituti dove si sono verificate rivolte tra il 7 e il 10 marzo, a distanza di un mese i detenuti scontano ancora punizioni, isolamenti, provvedimenti restrittivi, ritorsioni di vario genere. Nell’ultima settimana è arrivata notizia dell’apertura di un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Udine per far luce sulla morte di Ziad Dzhihad Krizh, ventiduenne deceduto il 15 marzo tra le mura del carcere della città friulana. Proprio questa mattina è morto invece a Bologna, in ospedale, il primo detenuto affetto da Coronavirus

Cala intanto il numero dei ristretti all’interno di alcuni istituti. È il caso del carcere di Poggioreale, il più sovraffollato del paese. In un mese le presenze sono scese da 2150 a 1900 circa. Si tratta tuttavia di un dato che non ha grossi legami con i provvedimenti governativi successivi allo scoppio dell’emergenza. Sono soltanto poche decine infatti le persone che hanno beneficiato del decreto Bonafede, mentre almeno un paio di centinaia restano da settimane in attesa dei braccialetti elettronici, nella paradossale situazione di chi ha diritto agli arresti domiciliari ma non può beneficiarvi, solo perché lo Stato non riesce a garantire le condizioni che ha previsto per poterglieli concedere. Fa riflettere, piuttosto, il fatto che uno sfoltimento del corpo detentivo arrivi in seguito a un’interpretazione più elastica delle norme e a una conseguente accelerazione nella concessione dei benefici, applicabili sempre ma raramente applicati in condizioni di normalità: estensione degli arresti domiciliari ai giudicabili, velocizzazione degli affidamenti in prova, licenze per i semiliberi, maggior numero di dichiarazioni di incompatibilità per motivi di salute. La dimostrazione che, se affrontato, il problema del sovraffollamento potrebbe trovare delle risposte rapide ed efficaci. 

CASA CIRCONDARIALE DI UDINE

Ziad Dzhihad Krizh è morto in carcere a Udine a ventidue anni lo scorso 15 marzo, per cause ancora da chiarire. Il tampone per verificare una eventuale affezione da Coronavirus è risultato negativo. Il giovane era in carcere per possesso e spaccio di stupefacenti. Era di origine bulgara ma viveva in Italia da quando era bambino con la madre e il fratello. Aveva in passato effettuato un percorso al Sert ed era seguito farmacologicamente.

Nelle ultime settimane, il ragazzo si lamentava con la madre di frequenti dolori alla schiena che il personale medico del carcere stava affrontando semplicemente aumentando le dosi dei medicinali che regolarmente gli venivano somministrati. L’ultima volta Ziad ha parlato con la madre il 14 marzo, il giorno prima di morire, riferendole che aveva febbre e dolori da due giorni e di essere stato sottoposto a una terapia di paracetamolo.

La prima parte dell’esame autoptico sul corpo del giovane è stata già effettuata ma non sono stati resi pubblici i risultati. I periti hanno ora sessanta giorni di tempo per depositare gli esami dei liquidi, effettuati per capire che tipo di sostanze possono essere state assunte.

CASA CIRCONDARIALE DI PAVIA – TORRE DEL GALLO

A distanza di quasi un mese dai trasferimenti punitivi successivi alle rivolte, i detenuti arrivati a Pavia da altre carceri hanno ricevuto soltanto pochi vestiti e generi di prima necessità. Alcune famiglie sono riuscite a sentire i loro cari per la prima volta solo venti giorni dopo il trasferimento. Il clima è molto teso, si segnalano continue provocazioni soprattutto per i nuovi arrivati da parte degli agenti di penitenziaria e una gestione impegnativa degli spazi anche tra gli stessi detenuti. Ci sono detenuti in isolamento da oltre venti giorni.

CARCERE DI MILANO – OPERA

Per oltre venti giorni a un numero indefinibile di detenuti è stata bloccata la possibilità di fare la spesa. Il direttore ha dichiarato ad alcuni parenti che il provvedimento “potrebbe essere stato preso” in seguito ai danni arrecati alla struttura nel corso delle rivolte, a titolo di “pignoramento per il dovuto risarcimento ex articolo 72 del DPR 230/00”. Di questo provvedimento le famiglie non hanno ricevuto alcun avviso e solo a chi ha chiesto informazioni è stata proposta una rateizzazione del risarcimento. Solo successivamente alle denunce, è stato concesso lo sblocco dei conti come d’altronde è obbligo di legge, ma per l’acquisto di sole bottiglie d’acqua, caffè e sigarette.

Al 25 marzo, il primo reparto, quello della rivolta, era l’unico in cui a differenza delle altre sezioni i detenuti non potevano fare attività e avevano la spesa bloccata. Alcuni detenuti hanno riferito di un prigioniero picchiato violentemente perché trovato dagli agenti di penitenziaria in possesso di un telefono cellulare.

Quello di Opera risulta uno degli istituti più presenti (con otto segnalazioni) nel dossier raccolto dall’associazione Antigone sulle violenze ai danni di detenuti nelle carceri di tutta Italia nell’ultimo mese. Secondo le denunce, le violenze avrebbero riguardato anche persone anziane e malati oncologici e avrebbero portato “a mascelle, setti nasali e braccia rotte”. Secondo l’associazione risultano “tutte concordanti”. Il dossier è stato inviato il 20 marzo alla Procura di Milano. Una segnalazione ricevuta da NapoliMonitor parla in particolare di un giovane di Torino “ridotto come Stefano Cucchi”.  

CASA CIRCONDARIALE DI BOLOGNA – DOZZA

All’ospedale civile di Bologna è morto il primo detenuto d’Italia per Coronavirus. Si tratta di un ristretto del circuito dell’Alta sicurezza, ricoverato in stato di detenzione e poi ammesso agli arresti domiciliari a seguito del trasferimento in terapia intensiva. Era italiano, aveva settantasei anni e pare fosse affetto da altre patologie.

Intanto la testimonianza di un detenuto raccolta da Reti Evasioni fornisce dettagli sulla rivolta del 9 marzo:

“I detenuti sono stati padroni della Dozza per ventinove ore, dalle 13:30 del 9 marzo fino alle 18:30 del 10 marzo. Il primo giorno le duecento guardie con caschi, scudi e manganelli non sono riuscite a entrare perché era stata bloccata l’entrata con i frigoriferi e i tavoli delle celle. Sarebbero riuscite ad entrare solo dal tetto. C’era chi era pronto alla guerra con le gambe dei tavoli in mano e calzini impregnati d’olio pronti ad essere infuocati. Da fuori si è poi sentito urlare: ‘Ritirata!’ da parte delle guardie. Era un vero campo di battaglia.

Alle 18:30 del 10 marzo la rivolta è finita. La rivolta si è conclusa, per volontà dei detenuti, per poter tutelare la salute dei detenuti più anziani e più vulnerabili. I detenuti della sezione giudiziaria sono poi stati rinchiusi nelle proprie celle, senza luce, senza tv, con l’acqua alta cinque centimetri . Tutte le celle e tutta la sezione sono rimaste al buio”.

CARCERI DI NAPOLI – POGGIOREALE E SECONDIGLIANO

Il 25 marzo viene diffusa dall’Assemblea anticarceraria napoletana una lettera firmata dai parenti dei detenuti delle carceri di Poggioreale, Secondigliano, Carinola, Santa Maria  Capua Vetere e Palmi. La lettera contiene una serie di rivendicazioniuna serie di rivendicazioni per il fronteggiamento dell’emergenza e altre per la gestione politica generale del problema carcerario, identificando come del tutto insufficienti le misure previste dal decreto Cura Italia.

Intanto, mentre sale il numero dei contagi nelle prigioni di tutto il paese (delicata sembra essere la situazione nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere) aumentano le spinte per l’eliminazione dell’istituto della sorveglianza dinamica, ovvero la possibilità data ai detenuti di rimanere nel padiglione, all’esterno delle celle, per alcune ore durante la giornata. Lo denunciano alcuni detenuti del carcere di Secondigliano in una lettera inviata alla stampa, in cui si chiede di intervenire anche sul numero di postazioni di isolamento per la cura del virus, attualmente limitate a quattro. 

Il 1 aprile l’Asseblea anticarceraria napoletana 1 aprile ha rilanciato l’iniziativa nazionale di battitura sulle finestre delle abitazioni della città per chiedere amnistia e indulto per tutti i detenuti. 

AGGIORNAMENTO: LUNEDÌ 23 MARZO

Le misure previste dal decreto del ministro Bonafede, emanato la scorsa settimana, si rivelano del tutto insufficienti da un punto di vista sanitario e scontentano tutti: i detenuti, i loro familiari, gli organi di polizia penitenziaria. L’interruzione dei colloqui con i familiari e la difficoltà quasi ovunque a portare avanti in maniera efficace e accessibile a tutti le video-telefonate, insieme al crescente allarme per i contagi da Coronavirus sempre più diffusi, fanno sì che la situazione all’interno delle carceri sia ancora molto tesa. La violenta repressione delle rivolte del 7-10 marzo, però, insieme a tutto quanto è avvenuto nei giorni successivi, fungono ancora da deterrente per limitare nuove proteste.

Intanto sale il numero dei contagi all’interno degli istituti, complici misure di prevenzione e protezione praticamente inesistenti. Alcuni agenti penitenziari (sicuramente uno a Vicenza e uno a Milano, nel carcere di Opera) sono in terapia intensiva. A Santa Maria Capua Vetere è risultato positivo il dirigente sanitario del carcere Uccella: dopo la notizia sono stati effettuati dieci tamponi, tutti a personale sanitario, medici, infermieri e agenti, nessun tampone invece per i detenuti. Contagiati quattro tra medici, infermieri e agenti a Bologna. A Vicenza sono stati comunicati contagi tra i detenuti come anche a Voghera, Pavia, a Milano-Opera, Modena, Lecce. I detenuti colpiti (di cui si ha notizia) sarebbero almeno venti, ma decisamente alto potrebbe essere, considerando la media età del corpo detenuto, il numero degli asintomatici non curati.

L’associazione Antigone intanto ha ricostruito i nomi dei detenuti deceduti durante e dopo le rivolte. Sono: Hafedh Chouchane, trentasei anni; Slim Agrebi, quaranta; Ali Bakili, cinquantadue; Lofti Ben Masmia, quaranta; Erial Ahmadi, trentasette, tutti morti nel carcere di Modena. Nel corso dei trasferimenti da Modena sono deceduti: Salvatore Cuono Piscitelli, quarant’anni (ad Ascoli); Ghazi Hadidi, trentasei (a Verona); Abdellah Rouan, trentaquattro (ad Alessandria). Nel carcere di Bologna è morto Haitem Kedri, trentasei anni. A Rieti: Marco Boattini, trentacinque anni; Ante Culic, quarantun’anni; Carlo Samir Perez Alvarez, ventotto anni.

CASA CIRCONDARIALE DI TORINO – LE VALLETTE

In fibrillazione a Torino ci sono anche i semiliberi, a cui sono stati revocati i permessi speciali per tornare a casa e possono recarsi solo a lavoro (spesso sono costretti a reperire dei “mezzi propri”, anche a pagamento, a causa della riduzione delle corse del trasporto pubblico). Molti hanno perso del tutto il lavoro a causa del blocco delle attività produttive e quindi non escono più dal carcere. Questo comporta ulteriore sopraffollamento, sebbene i provvedimenti di contrasto al virus prescrivano, sulla carta, una gestione che va in direzione opposta.

CASA CIRCONDARIALE DI PAVIA – TORRE DEL GALLO

Si ha notizia di almeno un caso di Coronavirus accertato ma anche di una serie di violenze fisiche e non solo, punitive dopo la rivolta dell’8 marzo. Per molti giorni le celle sono rimaste senza acqua e tutt’ora sono senza riscaldamenti. Dall’8 marzo sono state prima sospese e poi reintrodotte a scartamento ridotto le telefonate. Telegrammi e vaglia sono stati sospesi per molti giorni. Alcuni parenti non sono riusciti a ottenere notizie sulle condizioni dei detenuti per oltre dieci giorni, ricevendo le uniche informazioni attraverso qualche fugace comunicazione – tutt’altro che incoraggiante – dalle finestre del carcere. Alcuni detenuti trasferiti hanno raccontato di una repressione molto violenta della sollevazione. Molti dei trasferimenti sono stati punitivi, sono avvenuti fuori regione o verso carceri di massima sicurezza come quello di Monza. I detenuti trasferiti denunciano di essere stati lasciati giorni interi senza vestiti e senza la possibilità di visite mediche. Alcuni detenuti ex tossicodipendenti sono stati lasciati senza farmaci e in preda a violente crisi di astinenza.

CARCERE DI MILANO – SAN VITTORE

Sono assai più di quanto era trapelato inizialmente i detenuti che hanno partecipato alla rivolta, e sembra che il malcontento sia pronto a esplodere nuovamente. A metà di questa settimana i detenuti erano ancora senza acqua e riscaldamenti. La sorveglianza dinamica è stata ridotta a quattro ore dalle otto/dodici del pre-rivolta. La possibilità di un colloquio con l’avvocato viene data arbitrariamente dall’amministrazione o declinata senza spiegazioni.

CARCERE DI MILANO – OPERA

Anche da Opera arrivano notizie sempre più precise di quanto successo dopo la rivolta. L’ora d’aria è stata eliminata. La sospensione dei colloqui estesa fino al 31 maggio, sostituita con telefonate di dieci minuti, ma per più di dieci giorni alcuni familiari denunciano di non aver sentito i loro cari. Altri segnalano come le telefonate vengano interrotte bruscamente non appena il discorso scivoli sulle violenze nella repressione della rivolta e sulle denunce ai danni dei promotori della stessa, in particolare i detenuti del primo e secondo reparto. Alcuni hanno raccontato di non aver ricevuto il vitto per molti giorni e di aver avuto sequestrate le televisioni come provvedimento punitivo.

CASA CIRCONDARIALE DI MODENA – SANT’ANNA

L’associazione Antigone ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica affinché si possa far luce sulle morti avvenute all’interno del carcere e durante i trasferimenti successivi alla rivolta dell’8 marzo. Una nota congiunta con le camere penali chiede inoltre ufficialmente di conoscere il numero di detenuti ancora presenti nel penitenziario (fortemente danneggiato dalle rivolte), in quali reparti e quale sia la loro posizione giuridica. Da fonti ufficiose dovrebbero essere circa ottanta.

Alcuni detenuti trasferiti che sono riusciti a telefonare ai familiari hanno raccontato che dopo la rivolta, probabilmente la più violenta, i detenuti trasferiti, appena arrivati nei nuovi istituti, sono stati fatti spogliare e sono stati picchiati. Ad alcuni tra i contusi è stato proibito di vedere un medico per giorni. I trasferimenti sono stati fatti tutti in ottica punitiva, in carceri lontane dal luogo di residenza o più difficili da raggiungere per i familiari (almeno tre nel carcere di Porto Azzurro dell’Isola d’Elba).

CASA CIRCONDARIALE DI BOLOGNA – DOZZA

Fino a metà della scorsa settimana nessuno tra i familiari dei detenuti aveva avuto notizie rispetto alla destinazione di trasferimento dei propri cari. Per i detenuti delle due sezioni protagoniste della rivolta le telefonate sono state bloccate per più di una settimana. I trasferimenti sarebbero almeno venti. Intanto i sindacati di polizia penitenziaria ne approfittano per scagliarsi contro la sorveglianza dinamica, che prevede l’apertura delle celle per alcune ore della giornata (misura attualmente sospesa).

CARCERI DI NAPOLI – POGGIOREALE E SECONDIGLIANO

In nessuno dei due penitenziari sono ancora arrivati gli smartphone per effettuare i colloqui visivi tra i detenuti e i loro cari. Attualmente l’unica via di comunicazione sono telefonate di dieci minuti ognuna (due a Secondigliano, tre a Poggioreale), pochissimi soprattutto per i tanti detenuti che hanno a casa famiglie particolarmente numerose.

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AGGIORNAMENTO: DOMENICA 15 MARZO

CASA CIRCONDARIALE DI NAPOLI – POGGIOREALE

Le rivolte cominciate domenica scorsa hanno provocato danni a diversi padiglioni, su tutti il Napoli e il Livorno. Approfittando della situazione di parziale inagibilità, nel corso di questi giorni sono stati effettuati numerosi trasferimenti colpendo in particolare, a quanto raccontano alcuni detenuti in semilibertà, i protagonisti della sollevazione. 

Numerosi familiari riferiscono di non ricevere notizie riguardo la destinazione di trasferimento di parenti detenuti. Nei padiglioni sembra esserci una situazione di grande tensione e ripercussioni anche nei confronti dei detenuti che hanno inscenato una protesta non-violenta attraverso urla e battiture. Da giovedì i parenti dei ristretti, che durante i precedenti quattro giorni avevano effettuato presidi all’esterno del carcere, sono rimasti a casa preoccupati per la diffusione del virus in Campania, ma anche per le possibili ritorsioni che starebbero avendo luogo ai danni dei detenuti. Secondo le stesse fonti, un detenuto, tra i promotori della rivolta, sarebbe stato inviato nel carcere di Venezia, in piena zona rossa.

Intanto, in seguito alle proteste, ai semiliberi di Poggioreale, ma anche a quelli di Secondigliano, è stato concesso un permesso di quindici giorni durante i quali i detenuti rientreranno a dormire nelle loro abitazioni dopo il lavoro, anziché in carcere. In Campania, lo stesso provvedimento è stato adottato per i semiliberi delle carceri di Salerno e Santa Maria Capua Vetere. Gli Uffici di sorveglianza del tribunale di Avellino (sotto la cui competenza ricadono le carceri di Avellino e Benevento) non hanno emanato nessun provvedimento in questo senso.

Da Poggioreale tornano a casa in detenzione domiciliare anche i detenuti con pena pari o inferiore ai diciotto mesi e quelli con problemi di salute accertati dalla direzione sanitaria. Nessun provvedimento è stato applicato allo stato dai giudici delle indagini preliminari per trasformare le custodie cautelari in detenzioni domiciliari.

CASA CIRCONDARIALE FEMMINILE DI POZZUOLI

Nella giornata di ieri sono cominciate le agitazioni anche nel carcere femminile di Pozzuoli. Le detenute affacciate alle finestre hanno gridato per diversi minuti chiedendo un immediato provvedimento di indulto.

CASA CIRCONDARIALE DI BOLOGNA – DOZZA

A Bologna la rivolta è durata un’intera notte, tra il 9 e il 10 marzo, in diversi bracci. I circa quattrocento detenuti che vi hanno partecipato si sono arresi dopo una lunga trattativa durante la quale hanno chiesto garanzie rispetto alle misure alternative durante l’emergenza Coronavirus e a provvedimenti strutturali come l’incremento degli educatori. In termini umani il bilancio è molto pesante. Due sono i detenuti morti, uomini magrebini di ventinove e trentacinque anni, secondo le fonti carcerarie per overdose di farmaci. Almeno venti i feriti.

Anche il carcere di Bologna, come quello di Modena, ha grossi problemi di sovraffollamento, e in particolare il padiglione riservato alla Giudiziaria, dove si trovano i detenuti in attesa di condanna e quelli che scontano una pena inferiore ai cinque anni. Dopo le rivolte, il tribunale di sorveglianza ha concesso ai semiliberi la detenzione domiciliare al termine delle ore lavorative.

CASA CIRCONDARIALE DI MODENA – SANT’ANNA

Il carcere di Modena è stato teatro della rivolta più violenta. Allo stato attuale i decessi dovrebbero essere nove, cinque dei quali avvenuti nel carcere, e gli altri durante i trasferimenti verso i penitenziari di Torino, Parma, Vicenza e Ascoli Piceno. Tutte le morti, riferiscono le fonti ufficiali, sarebbero avvenute a causa di overdose di metadone, benzodiazepine e altre sostanze sottratte dai detenuti durante l’assalto all’infermeria. Tutti i morti, tranne uno, sarebbero migranti.

Dubbi sorgono rispetto alle modalità di trasferimento. I detenuti infatti, se deceduti per overdose di sostanze, avrebbero dovuto essere soggetti a uno screening o essere almeno trasportati su un’ambulanza nelle carceri più vicine (Pisa e Parma, per esempio). Almeno due sono stati invece inviati verso destinazioni assai più lontane, come Torino e Vicenza e, stando alle ricostruzioni delle forze di polizia, sarebbero morti lungo la strada, nei pressi delle prigioni di Alessandria e Verona.

Quasi ottanta sono stati i trasferimenti durante e subito dopo la rivolta, di detenuti costretti a lasciare velocemente il carcere, e con esso gli effetti personali e le documentazioni andate poi in buona parte perdute durante l’incendio all’ufficio matricole. Altri duecento trasferimenti o poco più sono avvenuti tra martedì e mercoledì. Secondo Antigone, nonostante una buona parte dei padiglioni siano attualmente inagibili, fino alla giornata di sabato ancora duecento-duecentoventi detenuti erano ancora nel penitenziario. Intanto c’è grande preoccupazione tra i familiari, dal momento che soltanto una minima percentuale tra loro ha ricevuto comunicazione delle destinazioni dei loro cari. Pochissimi detenuti sono stati trasferiti in regione (non a Bologna, ma soprattutto alle più lontane carceri di Parma e Piacenza), mentre gli altri sono stati dislocati in diverse carceri in giro per l’Italia.

Il carcere di Modena, come tutti quelli dell’Emilia Romagna, presentava un alto tasso di sovraffollamento. Al momento della rivolta i detenuti erano 530 a fronte dei 369 posti. Soltanto tre gli educatori, secondo l’ultimo rapporto di Antigone del maggio 2019.

CARCERI DI MILANO – OPERA, SAN VITTORE, BOLLATE

Parenti di detenuti rinchiusi nel carcere di Opera denunciano ad Acad, Associazione contro gli abusi in divisa, una risposta molto violenta da parte degli agenti della polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti non solo durante rivolte, ma anche nei giorni successivi, una volta ripristinata la calma. Secondo le segnalazioni gli agenti sarebbero entrati nelle celle in piccoli gruppi, spegnendo le luci e picchiando anche in testa i detenuti con i manganelli. Gli agenti in antisommossa avrebbero fatto irruzione nel carcere, subito dopo le rivolte, anche nei padiglioni non interessati dalle proteste. 

Sul versante sanitario, due detenuti e un agente di penitenziaria sono risultati positivi al test per il Coronavirus. Il poliziotto è attualmente in rianimazione. 

A San Vittore i protagonisti della rivolta sono stati soprattutto migranti, per lo più di origine nordafricana. Il braccio maggiormente interessato è stato il quinto, dove gli agenti sono entrati con scudi e manganelli caricando i detenuti. Non sono stati rilasciati bollettini ufficiali dei contusi. Dopo le rivolte milanesi la leader dell’Associazione nazionale dei dirigenti e funzionari di polizia Daniela Caputo ha chiesto punizioni severe per i detenuti, presenza dell’esercito per allontanare familiari e solidali dalle mura e la “interdizione di ogni accesso a esponenti della società civile o associazioni”.

A Bollate non ci sono state rivolte, ma da giorni i detenuti sono in stato di agitazione a causa delle difficoltà a comunicare con le famiglie, considerando le sole otto postazioni Skype. Dopo la sospensione dei permessi premio e le semilibertà, a seguito di una trattativa con l’autorità giudiziaria, ai semiliberi è stato concesso un periodo di licenza lunga fino al 30 aprile.

Da napolimonitor

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Da diversi giorni in Cina non si registravano nuovi casi di Covid-19, se non i cosiddetti casi importati o di ritorno, cioè di persone che rientrano nel paese dall’estero.

Mercoledì 1 aprile, però, la notizia della messa in quarantena della contea di Jia (600mila abitanti), nell’Henan, provincia confinante a sud con l’Hubei – provincia focolaio della pandemia – dove invece le attività stanno gradualmente ripartendo, a eccezione del capoluogo Wuhan, dove l’inizio della riapertura è previsto per l’8 aprile. 

In questi giorni la Banca Mondiale, in una nota, ha espresso preoccupazione per un possibile arresto dell’economia cinese – con un rallentamento ipotizzato al 2,3% dal 6,1% del 2019 – e le sue conseguenze possibili su tutto l’est asiatico. Con 11 milioni di persone in diversi paesi – dice la Banca Mondiale – a rischio povertà.

Insieme a Dario, redattore del portale di movimento InfoautInfoaut e dottorando in studi macroeconomici sulla Cina, abbiamo avanzato alcune ipotesi sull’impatto della pandemia di nuovo coronavirus in corso sull’economia cinese e globale, a partire da una riflessione su questi numeri

“Bisogna specificare che, per quanto riguarda gli ultimi decenni, quella è l’area del pianeta che è cresciuta maggiormente, trainando l’economia mondiale. Per questo i dati che parlano di un rallentamento dell’economia in quell’area preoccupano e non lasciano presagire nulla di buono per quanto riguarda l’impatto anche sulle economie occidentali“, commenta Dario, redattore di Infoaut e dottorando in studi macroeconomici sulla Cina. “Le stime sul rallentamento delle economie mondiali – aggiunge Dario – si basano sulla certezza che nell’ultimo trimestre del 2020 tutto possa ripartire, cosa della quale non si può essere certi in questo momento“. 

La crisi economica che segue l’emergenza sanitaria ancora in corso, arriva dodici anni dopo la crisi dei mutui subprime (cosiddetta dei “Lemhan brothers”) del 2008. Tutto questo, oltre che misure di contenimento differenti a seconda dei vari stati, innesca una serie di dinamiche tra stati in termini di relazioni internazionali e altre anche a livello economico-finanziario.

“L’impatto di politiche protezioniste che verranno adottate dagli stati per far fronte alla crisi determinerà l’aumento dei costi di alcuni beni anche di prima necessità, in un contesto nel quale purtroppo si abbasserà il potere d’acquisto di molte persone“. Inoltre, aggiunge Dario, “già oggi sperimentiamo una delle conseguenze della delocalizzazione della produzione di beni a basso contenuto tecnologico per esempio nella mancanza dei dispositivi di protezione individuale di cui ci sarebbe bisogno in Italia”. 

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Da Radio Onda D'Urto

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