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Articoli filtrati per data: Thursday, 30 Aprile 2020

 

Partite oggi le 48 ore di mobilitazione e sciopero dei lavoratori in tutta Italia, lanciate lo scorso 25 aprile dai sindacati di base SI Cobas e ADL Cobas.

Uno stato di agitazione dichiarato dopo la scena muta del governo sulle misure realmente necessarie per fronteggiare l'emergenza Covid-19; tra le altre, come si legge nella dichiarazione congiunta: radicale potenziamento della sanità pubblica, diritto al lavoro in sicurezza e con gli adeguati dispositivi di protezione, garanzia del salario e ammortizzatori, sanatoria generale per gli immigrati senza documenti, decongestionamento delle carceri, patrimoniale sul 10% più ricco della popolazione. Di seguito, dalla pagina del SI Cobasdalla pagina del SI Cobas, un primo aggiornamento sulle iniziative messe in campo.

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30 aprile e 1 maggio: da stamattina sono incominciate due grandi giornate di mobilitazione e di lotta dei lavoratori (per la dichiarazione dello stato di agitazione clicca qui) nei luoghi di lavoro e nelle città, insieme ai disoccupati e precari della campagna Vogliamo Tutto con i Movimenti di Lotta per il Diritto all’Abitare.

Altissima la partecipazione dei lavoratori, che hanno incrociato le braccia e usando l’arma dello sciopero hanno fermato le merci in centinaia e centinaia di aziende in tutte le regioni d’Italia; oltre agli scioperi attivi, organizzati anche numerosissime azioni come presidi esterni ed interni al luogo di lavoro, astensioni dal posto di lavoro, iniziative nelle città.

Bloccate le filiere della logistica, in particolare dei colossi Tnt-Fedex, Dhl, Gls, Sda, Brt, Fercam e Ups.

In tantissime altre aziende, anche ben oltre il settore della logistica, la mobilitazione sta coinvolgendo migliaia di lavoratori che si sono organizzati per scendere in lotta uniti, con queste chiare forti rivendicazioni a padroni e governo come parole d’ordine per tutta la classe lavoratrice:

NO AL RICATTO TRA VITA E LAVORO.
LA CRISI LA PAGHINO I PADRONI.
SUL CAPITALE 10% DI PATRIMONIALE!
SE DOBBIAMO SOLO LAVORARE…
POSSIAMO ANCHE SCIOPERARE!
30 APRILE E 1 MAGGIO SCIOPERO GENERALE

S.I. Cobas

Ecco un aggiornamento parziale delle iniziative in corso (per gli aggiornamenti dalla pagina facebook nazionale: clicca qui)…

Da Milano provincia: Fercam di Arese e di Rho, facchini in sciopero sin dal mattino. Xpo di Trezzano sul Naviglio: continua lo sciopero anche nel turno pomeridiano con adesione al 100 %. Sifte Berti logistica a Lainate: tutti in sciopero. Bologna: stamattina verso le ore 12 una trentina di compagni e compagne hanno dato vita ad un presidio sotto la Prefettura come S.I. Cobas, Adl Cobas e Crash. La delegazione presente in piazza, tutti distanziati e con mascherine, con striscione e volantini ha rappresentato un primo tentativo di rompere i divieti imposti per rivendicare il diritto alla vita, il blocco degli sfratti, lo sciopero degli affitti, un salario garantito e un reddito universale, l’agibilità sindacale: “Se si può lavorare si può anche manifestare e scioperare!”. Nel corso del presidio è stata consegnata alla prefettura una piattaforma, che affronta nel dettaglio queste tematiche. Particolare attenzione è stata data alla grave situazione dei magazzini della logistica, in cui cresce il contagio mettendo a rischio la salute dei lavoratori e della collettività. Centrale inoltre la richiesta di anticipazione della cassa integrazione, di fronte alla situazione di precarietà vissuta da migliaia di lavoratori. Campagna “Vogliamo Tutto”: i Movimenti di Lotta per il Diritto all’Abitare ed altri attivisti sotto Montecitorio a Roma in conferenza stampa e presidio in sicurezza, per rivendicare lo stop immediato di affitti, bollette, utenze. Servono misure urgenti. Da Milano, dove fin dal mese di marzo si sono succedute settimane di adesione alla campagna di astensione dal lavoro indetta dal S.I. Cobas, nuovamente oggi si registra il successo della mobilitazione con la partecipazione alle due giornate di lotta del 30 aprile e 1 maggio. Ferme le filiere principali. Milano: sciopero dei drivers Brt impegnati da ieri nello sciopero a livello nazionale, (Bovisa, Cinisello , Mecenate, Landriano, Liscate – dove a marzo scorso si era registrato un decesso causato da Covid-19 ) Milano: fermi i lavoratori Sda drivers e facchini (Milano 4) . Tnt: sciopero dei lavoratori drivers e facchini della filiale Milano nazionale e i facchini della filiale Milano internazionale, già in sciopero da una settimana contro il licenziamento degli interinali. Roma: gli occupanti del palazzo Salam solidarizzano con tutti i lavoratori in sciopero. Tnt Monza: fermi facchini e drivers, tutto bloccato dalle luci dell’alba, grande partecipazione allo sciopero dopo che il mese scorso è morto Osvaldo, un compagno driver. Messina: passeggiata a mare di fronte al palazzo del governo dei lavoratori S.I. Cobas e della campagna “Vogliamo Tutto”, conferenza stampa sul diritto alla sanità pubblica e gratuita. Distribuzione gratuita di mascherine e guanti sanitari. Emergenza Covid-19, convivere in sicurezza. Il sistema economico capitalista è il principale responsabile della crisi mondiale che può essere sconfitta solamente se si torna ad avere la consapevolezza che le ricchezze devono essere distribuite in maniera equa. Non si può concepire più che nel mondo esistano Paesi poveri sfruttati e Paesi ricchi che sfruttano. Il diritto alla vita e alla dignità umana per realizzarsi ha bisogno di un modello economico completamente diverso da quello attuale. Tutelare il diritto alla vita vuol dire eliminare dal pianeta le povertà. Milano: Gls drivers e facchini di Paderno e Rho in astensione. Dhl Liscate (MI): i facchini sono in astensione sin dal mese di marzo dopo la morte di Madeleine, stroncata dal Covid-19 dopo che poche settimane fa insieme a tutto il S.I. Cobas aveva scioperato per reclamare maggiore sicurezza sul luogo di lavoro. Bologna: dall’alba in sciopero i lavoratori Logista, distributore unico del tabacco per il Nord Italia . Napoli: al Porto, lavoratori in sciopero ai cantieri Megaride. Napoli: oggi come Brigata di Solidarietà Vincenzo Leone – Mensa Occupata abbiamo aderito alla due giorni di lotta del 30 aprile e 1 maggio indetta dal Patto d’azione. Abbiamo fatto megafonaggio, attacchinaggio, volantinaggio e distribuzione di pacchi alimentari per i vicoli del centro storico. Cosa che ripeteremo domani in altre zone della città. Modena: sciopero dei lavoratori Suincom, nota azienda leader nel settore della carne, come tutti gli alimentari è considerata settore essenziale: poche settimane fa il numero dei contagiati da Covid-19 è arrivato a 20 in un magazzino dove lavorano più di 300 persone e si è purtroppo registrato il primo decesso. Como: da stamattina sciopero dei lavoratori Gls Brt Cesena: sciopero dei lavoratori. Modena: Brt astensione al 100% dei lavoratori drivers. A Brescia sono in sciopero Gls, Brt Rovato e Brescia, Tnt-Fedex, Fercam di Montirone, Zust Ambrosetti, Sda e Ups, grande partecipazione dei lavoratori nonostante la decurtazione subita salariale con gli ultimi stipendi ridotti a 60, 200 euro. Nella Brt di Rovato vi sono stati il mese scorso ben 4 contagiati da Covid, oggi c’è stata un’adesione al 100 % dopo la mobilitazione di ieri che ha coinvolto tutta la filiera nazionale e che si è conclusa con la vittoria dei lavoratori S.I. Cobas. Torino: Tnt Orbassano, sciopero dei lavoratori Elpe che già per quattro settimane hanno fatto astensione dal lavoro. Reggio Emilia: sciopero a Gls Enterprise, fermi facchini e drivers anche perché persistono insicurezza (nessuna sanificazione sul luogo di lavoro), irregolarità continue su buste paghe e tentativi di sostituzione dei lavoratori sindacalizzati in sciopero. I lavoratori compatti respingono in blocco la reazione padronale. Parma: in sciopero i drivers Tnt e i facchini Fercam. Mantova: sono in sciopero Gls e Brt, in quest’ultima filiale nei giorni scorsi abbiamo avuto l’iscrizione al S.I. Cobas dei facchini e di altri drivers. Camac (Modena), prosciuttifficio dove il padrone ha forzato la cassa integrazione solo per gli iscritti al S.I. Cobas, oggi nello sciopero nazionale ha subito uno sciopero al 100%. Zeroquattro / Granarolo (Bologna): leader a carattere internazionale nella distribuzione di latte e mozzarelle, storico marchio Legacoop oggi segnala al 100 % astensione di tutto il personale appaltato alla movimentazione delle merci. Napoli: al Porto, astensioni alla Turi Transport. Ancona: Brt e Tnt stanotte hanno scioperato. Ceva Lazzate (Milano) più di 80 lavoratori in sciopero. Milano: sciopero dei lavoratori Amadori logistica dell’alimentare. Milano: Caloni Logistica in sciopero da Seregno. Milano: sciopero dei lavoratori Brt Cinisello. Tnt Monza in sciopero. Milano: Number One di Settala, i lavoratori già in cassa integrazione aderiscono allo sciopero. Zust Ambrosetti di Milano, drivers e facchini impiegati (più di di 180 lavoratori) in sciopero uniti nel respingere un cambio appalto imposto a condizioni peggiorative. Milano: sciopero a Xpo Trezzano sui Navigli, che impiega più di 200 lavoratori già precedentemente in astensione nel mese di marzo. Campania: sciopero dei lavoratori della manutenzione strada, già protagonisti di diversi scioperi nelle scorse settimane per migliorare la loro condizione (sicurezza, pagamento Fis…).

 

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Condividiamo le pagine del diario che Nicoletta ha tenuto durante la sua esperienza in carcere, trascritte di recente. Qui invece la prima parte del diario.

1 gennaio 2020

Oggi in carcere giornata vuota. Quel che per il
mondo è festa (il pranzo con amici e parenti, la passeggiata in centro,
la gita in montagna a scarpinare un po’ di neve) qui sono cortili
deserti, intravisti da lontano, attraverso le sbarre.
Niente visite a
Capodanno, come del resto succede per tutti i giorni festivi. Sospese
anche le attività interne, scuola, laboratori, biblioteca, palestra.
Ho trascorso le due ore d’aria camminando lungo i muri del cortile destinato
alla sezione “nuove giunte”, un vascone di cemento che esibisce in
bella vista, sotto l’occhio vigile delle telecamere, due osceni
pisciatoi.
In tutto quel cemento ho cercato invano una crepa, una
fessura che lasci trapelare qualche traccia di natura, magari un filo
d’erba: niente.
Il silenzio che grava intorno è rotto solo dai passi
delle detenute in marcia cadenzata sul duro pavimento: camminano
svelte per scaldarsi e smaltire l’immobilità forzata. Mi viene in mente
la “Marcia dei carcerati” di Van Gogh: figure di vinti, uomini
intabarrati, a capo chino, tranne uno che, a capo scoperto, fissa in
volto il testimone fuori dal quadro, con una muta domanda.
Le mie
compagne camminano a piccoli gruppi. Qualcuna, sfidando il freddo, ha
steso per terra un telo e intavolato una partita a carte.
Cerco uno
spicchio di sole, dove sedermi a leggere e, improvvisamente, alzando lo
sguardo al cielo, scopro un rettangolo di terso cobalto, non solcato da
nuvole né da voli: come un artificio, un’illusione ottica che accresce
il senso della non-vita di questo non-luogo.

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2 gennaio 2020

 nic 2g

La cella dove ora vivo è rivolta ad oriente.
Vedo alzarsi un’alba tutta rossa, annuncio di una giornata di sole e
cieli chiari. Il cielo, a poco a poco, trascolora in una luce che
cresce, si fa gialla e poi di un tenero candore che, nel freddo di
gennaio, sa già di primavera.
Penso all’ombra fitta degli alti cedri
di casa mia. Il mattino si impiglia nei loro rami e bussa delicatamente
alle finestre, accarezza i miei gatti addormentati sul letto.
Comincia per me un’altra giornata di assenza dalla quotidianità della vita.

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3 gennaio 2020

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Giornata grigia, oggi. Sta spuntando un’alba tardiva, fumosa: sono i colori della vita, qui.
Nel cortile della prigione si muovono figure in divisa, agenti che prendono servizio. Camminano tranquillamente, come chi va al lavoro quotidiano; l’anomalia sta nel fatto che la materia prima manipolata in questa enorme fabbrica siamo noi, corpi e cervelli rinchiusi, esistenze sospese.
Arrivano due cellulari. Viene scaricata una persona e i suoi bagagli: “qualcuno proveniente da altre carceri” mi spiega la mia compagna di cella.
Il “nuovo giunto” è scortato ai blocchi maschili.
Uno dei cellulari resta nel cortile, evidentemente in attesa. Ricordo di aver visto più volte catafalchi neri come questo, in corsa sulle autostrade o in sosta dietro il tribunale, e ogni volta con un senso di raccapriccio, una stretta al cuore…
Ora è il turno dei furgoni che vengono a prelevare il pane dal laboratorio interno al carcere o a portare da fuori derrate alimentari. Fa uno strano effetto vedere quell’andirivieni che parla di tranquilla quotidianità, della normalità di un giorno feriale qui dove tutto è eccezione, intoppo, divieto….
………………
Mentre scendevo al “passeggio”, mi ha chiamata l’ “ufficio comando” per consegnarmi telegrammi, tanti, affettuosi, da vicino e da lontano. Me li sono portati in cortile per leggerli all’aria libera, ma ho finito col rimetterli in tasca, frenata da una specie di pudore: le altre detenute guardavano quel pacco di messaggi con una meraviglia velata di tristezza. Una ragazza mi ha detto che a lei non scrive mai nessuno…..

…………….

E’ di nuovo notte. Non so valutare l’ora. Con la cena alle 17 si perde la nozione del tempo.
In questo momento sono sola nel cubicolo di due metri per quattro che divido con un’altra detenuta. In realtà lo spazio calpestabile è minimo: per una buona metà la cella è occupata da due letti a castello, a cui si aggiungono due armadietti, due sgabelli, un tavolino a muro.
L’annesso stanzino con lavabo (acqua gelida), water e bidet è ancor più angusto e funge anche da ripostiglio, cucina , dispensa.
Le finestre fungono anche da frigorifero: tra sbarre e reti si infila tutto ciò che è deperibile (d’estate la roba viene conservata nel lavandino, in contenitori di plastica immersi nell’acqua corrente).
In sezione sono cessate le grida e i richiami che durante la giornata sono l’unico modo di comunicare da cella a cella. Anche gli ordini o le chiamate delle secondine avvengono a suon di urla: nei muri delle celle esiste traccia di citofoni disattivati da tempi immemorabili e ricoperti di intonaco.
.Al chiasso è subentrato il brusio quasi domestico dell’”ora di socialità”: le detenute per un’ora possono stare nella “saletta collettiva” o scegliere di “andare in visita” in un’altra cella: una socialità sotto chiave, perché tutti gli spazi sono chiusi e d è fatto divieto di circolare da cella a cella o di passeggiare per il corridoio.
Anche la mia compagna è andata “a prendere il caffè” nella cella di fronte.
Spengo la TV che ronza tutto il giorno sulle ali di di soap-opere, show, spot pubblicitari (le banalità con cui si è costrette a convivere per riempire le ore vuote, fanno parte della pena, dell’insensatezza del carcere).
Ora posso riordinare i pensieri, gustare il dono della malinconia e del silenzio….

 

 

 

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Assemblea radiofonica sulla crisi sociale e sanitaria a Torino e in Piemonte.

Due mesi di emergenza sanitaria e sociale dovuta all’epidemia, ancora in corso, di #Covid19, hanno stravolto le vite di migliaia di persone e purtroppo lasciato sul campo tantissime vittime. Mentre il lockdown sembra volgere al termine e le misure di distanziamento sociale allentarsi, alle porte della tanto decantata fase 2, ci sembra importante fermarci e ragionare sulle settimane passate e fare il punto della situazione in maniera collettiva.
#Rsa trasformate in cimiteri, dormitori abbandonati al contagio, tamponi fatti con il contagocce, sono solo alcune delle colpe e degli errori clamorosi di cui le istituzioni regionali e comunali si sono rese responsabili. Per due mesi, si è accuratamente evitato di chiudere veramente tutta la produzione non necessaria, per non calpestare i piedi a industriali e padroni facendo in modo che lo sforzo per limitare i contagi e i morti, venisse vanificato in nome del profitto ad ogni costo.
Dpi non distribuiti a sufficienza in ospedali, comunità, rsa e dormitori hanno fatto ammalare moltissime lavoratrici e lavoratori del comparto sanitario e operatori e operatrici sociali. Le scelte criminali di #Cirio e company, come mandare i/le pazienti Covid nelle rsa, sono sotto gli occhi di tutti, e l’incapacità delle istituzioni di affrontare questa emergenza è palese.
Dall’altro lato, tutte le persone che si sono dovute astenere dal lavoro e quindi dal percepire reddito, sono state abbandonate a loro stesse, al limite hanno ricevuto qualche briciola, come i bonus spesa del Comune, che comunque non sono bastati per tutt*. In molti hanno bruciato in poche settimane i miseri risparmi accumulati negli anni, e chi già non ne aveva si è trovato con l’acqua alla gola. Il sistema capitalista ha mostrato il suo lato più crudele creando una crisi sociale senza precedenti. Non un euro è stato preso dai grandi patrimoni dei super ricchi, ma a chi sta in basso sono stati chiesti sacrifici enormi. L’ Unione Europea, nelle sue istituzioni politiche e finanziarie si prepara a far pagare il conto di questa crisi ai milioni di proletari che abitano il “vecchio continente”.
Molte aziende hanno continuato a lavorare truccando i codici Ateco e hanno costretto migliaia di lavoratori e lavoratrici a rischiare la propria vita, e a volte a perderla, per la produzione di merci non necessarie ad affrontare i mesi d’emergenza.
Chi è rimasto costretto a casa ha visto intensificarsi i controlli di Polizia, e abusi di ogni tipo si sono moltiplicati giorno dopo giorno. Il controllo sociale high-tech sembra esser diventata la nuova risposta dello Stato per limitare sempre di più la libertà collettiva e garantire la propria esistenza e tenuta di fronte alla crisi.
Davanti ad un quadro così drammatico e difficile, crediamo sia fondamentale chiedersi come affrontare questa emergenza sanitaria, senza doversi affidare ciecamente ai dettami incoerenti e schizofrenici delle Istituzioni.
Come si costruisce la possibilità di affrontare questa situazione dal basso? Come costruiamo una responsabilità collettiva capace e all’altezza di sfidare la gestione criminale e poliziesca delle istituzioni?
Come continuiamo a costruire reti di solidarietà e strategie di autorganizzazione in vista della #Fase2?
Pensiamo sia importante confrontarsi collettivamente su queste domande per costruire insieme una risposta all’altezza.

? Quest’anno non potremo essere in piazza il #1Maggio a causa dell’epidemia in corso, costretti dalla necessità di non contagiarci e ammalarci, ma la nostra rabbia e determinazione sono più vive e necessarie che mai.

? Per questo diamo appuntamento a tutti e tutte dalle 13 di questo 1° Maggio sulle libere frequenze di Radio Blackout 105.250.
Qui lo streaming sul sito: https://radioblackout.org/

> CHIAMA AL NUMERO 0112495669
> MANDA UN VOCALE AL NUMERO 3466673263

Evento facebook

Network Antagonista Torinese
(Csoa Askatasuna, Csa Murazzi, Collettivo Universitario Autonomo - Torino, Kollettivo Studenti Autorganizzati Torino - KSA, Prendocasa Torino, Infoshop Senza Pazienza, Le famiglie dello Spazio popolare Neruda)

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Cosa è stato fatto per fermare il contagio? Cosa va fatto ora? Se lo chiedono le realtà di movimento di Brescia, Bergamo, Cremona, Piacenza e Pavia, che, a partire da questi interrogativi, hanno prodotto un comunicato intitolato “Non vogliamo tornare alla normalità in cui i profitti sono più importanti della salute delle persone!”.

Nella nota, firmata a più mani – Magazzino 47, Diritti per Tutti e CGA dal Bresciano, Barrio Campagnola da Bergamo, Controtendenza Piacenza, cs Dordoni di Cremona e Movimento Pavia, si ripercorrono cronologicamente i fatti più importanti degli ultimi 3 mesi e che hanno interessato alcune zone di Lombardia ed Emilia, quelle maggiormente colpite dal contagio.

Fatti che hanno messo a nudo l’inadeguatezza del sistema sanitario nell’affrontare l’emergenza, sopratutto a causa della gestione e preparazione da parte delle istituzioni, sia Locali, come Comuni e Regioni, fino a quelle centrali, come il Governo. E che di fronte all’imminente quanto confusionaria annunciata Fase2 fanno temere un possibile deja-vu.

Ne abbiamo parlato con Emanuele, compagno del Cs Dordoni di Cremona Ascolta o scarica

“NON VOGLIAMO TORNARE ALLA NORMALITA’ IN CUI I PROFITTI SONO PIU’ IMPORTANTI DELLA SALUTE DELLE PERSONE!

Ripercorriamo cronologicamente alcuni degli avvenimenti che hanno interessato le nostre zone, in particolare #Bergamo, #Lodi, #Brescia, #Piacenza, nel periodo compreso tra febbraio e aprile, durante il dilagare della pandemia. Si tratta di avvenimenti che rappresentano drammaticamente una gestione del tutto inadeguata dell’emergenza sanitaria da parte delle istituzioni di tutto il nord Italia e che mettono in mostra i rischi che tuttora corriamo:

20 febbraio l’ospedale di Codogno (Lodi) è stato chiuso al pubblico dopo che a un trentottenne è stato diagnosticato il Coronavirus.

21 febbraio: Codogno diventa immediatamente zona rossa e lo resterà fino all’8 marzo, il sindaco ha chiuso scuole ed esercizi commerciali.

22 febbraio: all’ospedale di Alzano Lombardo (Bergamo) vengono fatti i primi due tamponi, ma più pazienti con polmoniti interstiziali erano nei reparti già dal 10 febbraio segnalano fonti interne. Le vittime e i parenti sono a contatto senza che venga presa alcuna precauzione. A nessuno dei parenti dei contagiati viene suggerito di mettersi in quarantena. Il contagio dilagherà inarrestabile nei giorni successivi.

23 febbraio: il Pronto soccorso di Alzano Lombardo chiude per poche ore nel pomeriggio, poi viene sorprendentemente riaperto, si continua a lavorare senza percorsi differenziati e la sanificazione del Pronto Soccorso viene descritta come inadeguata dagli stessi lavoratori dell’ospedale, i quali devono anche fare turni massacranti nella totale scarsità di dispositivi di protezione individuale. Moltissimi tra medici, infermieri e personale degli ospedali contraggono il virus.
Il 24 febbraio una paziente minorenne ricoverata in Psichiatria a Alzano risulta positiva al tampone.

Il 25 febbraio il Direttore sanitario Marzulli scrive “in queste condizioni il Pronto soccorso di Alzano Lombardo non può restare aperto” , ma questo non servirà a far cambiare idea all’Assessorato al Welfare della Regione Lombardia.
La sottovalutazione di ciò che sta succedendo nella bergamasca fa sì che nessuno ancora valuti l’istituzione della zona rossa che invece è già entrata in vigore a Codogno e nei Comuni limitrofi e a Vò Euganeo in Veneto.
In Consiglio regionale il Presidente Fontana invita a non drammatizzare: “il virus è poco più di una normale influenza”. Le voci istituzionali si uniscono al coro delle leghe padronali che portano avanti il più ottuso negazionismo, mentre le vittime e i contagi aumentano di giorno in giorno.

28 febbraio: Confindustria diffonde il video #Bergamoisrunning e in contemporanea Confcommercio produce un altro video #BergamoNonSiFerma, accolto dal plauso del sindaco di Bergamo Gori, che offre, al prezzo di una sola corsa, trasporti gratuiti per affollare il centro città. Lo stesso atteggiamento è condiviso da altri personaggi in vista, come il sindaco di Milano Giuseppe Sala. Anche in altre città, come per esempio Piacenza, le istituzioni girano il video #PiacenzaNonSiFerma. Diventa sempre più chiara la responsabilità di enti locali e imprese nella diffusione incontrollata del virus.
Salvini grida che bisogna riaprire tutto e Zingaretti va a farsi un aperitivo a Milano (risulterà in seguito positivo al Coronavirus… Per lui il tampone era a disposizione).

2 marzo: Il numero dei contagiati nella Val Seriana (provincia di Bergamo) è talmente alto che, con enorme ritardo, una relazione dell’Istituto Superiore di sanità suggerisce di istituire una zona rossa. Nella stessa relazione dell’Iss è contenuta l’indicazione di istituire una zona rossa anche nel paese di Orzinuovi (provincia di Brescia), dove la diffusione dei contagi è altrettanto preoccupante.

4 marzo: arrivano militari e forze dell’ordine per gestire la chiusura dei comuni di Alzano e Nembro, la voce della zona rossa rimbomba ovunque. Ma la decisione ufficiale non arriva.

5 marzo: il sindaco di Alzano, Bertocchi (Lega), dichiara: “Creare una zona rossa sarebbe un enorme dramma per il nostro tessuto economico”. Forti pressioni vengono fatte dalle associazioni degli industriali più forti sul territorio, Confindustria e Assolombarda in testa.

7 marzo: Il Presidente del Consiglio Conte annuncia una zona arancione unica in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. In Val Seriana non viene adottata nessuna misura particolare. Nella notte, prima che entri in vigore il Decreto, dal nord partono in migliaia verso le altre Regioni d’Italia.

8 marzo: una circolare della Regione Lombardia stabilisce che pazienti Covid devono essere spostati nelle RSA, creando focolai con un altissimo tasso di mortalità. Il Sistema Sanitario Nazionale è già al limite: anni di tagli alla sanità pubblica si riversano ora sulle vite delle persone.

9 marzo: le misure applicate al nord Italia vengono estese all’intero Paese.

10 marzo: Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana annuncia il conferimento all’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso dell’incarico di sovrintendere all’allestimento, all’interno dei locali di Fiera Milano, di un polo ospedaliero completamente dedicato ai malati di Covid. I posti letto previsti sono 400, i tempi di realizzazione una settimana.

15 marzo: Bertocchi, Sindaco di Alzano Lombardo, dichiara: “Volevamo la zona rossa, nessuno ci ha ascoltato”, contraddicendo le sue stesse dichiarazioni della settimana precedente.

22 marzo: con un DPCM vengono sospese tutte le attività industriali e commerciali non essenziali nell’ambito dell’emergenza. Oltre al clamoroso ritardo dovuto alla continua mediazione con gli interessi di Confindustria, occorre sottolineare come i settori classificati come “non essenziali” sono stati meno di quelli che avrebbero dovuto essere: su 23 milioni di lavoratori solo 8 milioni hanno visto una breve sospensione dal lavoro. L’Italia, in realtà, non si è mai fermata. Sempre in questi giorni, l’Italia supera la Cina per il numero di vittime da Covid-19.

31 marzo: viene inaugurato, in pompa magna, con una conferenza stampa affollata e noncurante delle distanze di sicurezza, l’ospedale Covid di Milano Fiera. È costato 21 milioni di euro per ospitare appena 20 malati, contro le centinaia annunciate, per mancanza di personale medico specializzato.

6 aprile: la Procura di Bergamo apre un’indagine per epidemia colposa e sequestra cartelle e documenti all’interno dell’Ospedale Fenaroli di Alzano Lombardo. Nelle settimane successive, anche la procura di Milano inizierà a indagare sulla gestione dell’epidemia nelle RSA meneghine, a partire dal caso del Pio Albergo Trivulzio.

7 aprile: Gallera in merito alle mancate zone rosse in provincia di Bergamo e di Brescia dichiara:“Ho approfondito, effettivamente c’è una legge che lo consente”. La credibilità delle autorità locali nella gestione della crisi sanitaria crolla completamente.

Oggi sui giornali, in televisione e nei discorsi dei politici si parla solo di Fase 2 e ripartenza. Il presidente del Consiglio Conte ha anticipato i contenuti del DPCM che sarà attivo dal 4 maggio 2020.

Bisogna evitare che la discesa della curva si traduca in un tragico “dejà vu” della tragedia che i nostri territori hanno vissuto nella fase ascendente della pandemia. Perché, alle condizioni attuali, il riavvio totale della produzione che abbiamo letto per mesi sulla carta stampata e che ora è stato ufficializzato dal Governo suona come una minaccia intollerabile. La #Lombardia ha già pagato un prezzo altissimo, dovrà rivivere gli stessi errori una seconda volta? Continueremo a vedere la continuità produttiva anteposta alla salute pubblica? Il governo della Regione continuerà ad adottare questa disastrosa gestione dell’emergenza? Il Governo Conte continuerà a sacrificare la salute delle persone per garantire agli industriali e ai grandi imprenditori i loro profitti? Urgono misure diverse, prima ancora dei comportamenti individuali, il grande problema sono le masse di persone obbligate ad andare a lavorare, molto spesso senza il rispetto delle condizioni di sicurezza.”

CSA Magazzino47 – Associazione Diritti per tutti – Kollettivo Studenti In Lotta – Barrio Campagnola – CSA DORDONI – MovimentoPavia – ControTendenza Piacenza

da Radio Onda d'Urto

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Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta degli operatori e delle operatrici della bassa soglia di Torino che si sono trovat* ad affrontare sul campo la crisi da Covid19 confrontandosi con un'assoluta inadeguatezza da parte delle istituzioni.

Le tempistiche inadeguate.

Il 10 Marzo 2020 vengono rese note al Comune di Torino le prime richieste da parte di operatori e operatrici impegnati nel lavoro e nella gestione delle Case di Ospitalità Notturna comunali:

1) apertura delle strutture h24, a fronte di una riduzione drastica dei posti che permetta il rispetto del distanziamento sociale (come richiesto dal DCPM emanato il 1 Marzo 2020), 2) la ricerca e la messa in funzione di nuovi spazi in cui poter “smistare” le persone in esubero, 3) sostegno sanitario per la gestione del pre-triage all’ingresso delle strutture, 4) dpi adeguati a far fronte allo stato di emergenza sanitaria, 5) non ultima, la ricerca di strutture adeguate dove gli eventuali Covid positivi e relative quarantene vengano gestiti da personale sanitario.

L'11 Marzo l'OMS dichiara lo “stato di pandemia” ma niente sembra cambiare all'interno delle strutture.

Solo il 20 Marzo viene comunicata ufficialmente dagli enti preposti del Comune di Torino una riduzione dei posti (di Sacchi, Tazzoli, Carrera e Ghiacciaie) che si rivela assolutamente insufficiente per il rispetto del distanziamento sociale ma nessuna notizia ufficiale viene data riguardo l’apertura di strutture nuove. Le persone in esubero, infatti, vengono inserite in dormitori già esistenti e già funzionanti a pieno regime - Massaua e Ghedini - scegliendo, di fatto, di aumentarne ulteriormente la capienza.

Il 24 Marzo ci viene chiesto di aprire 20/24h, obbligando gli ospiti delle strutture a stare in mezzo alla strada per 4 ore ogni giorno (dalle 10 alle 14), nonostante le nostre numerose obiezioni. Come abbiamo più volte sottolineato, un potenziale contagio in un contesto in cui le persone sono costrette a stare in strada per molte ore ogni giorno, si ripercuote inevitabilmente sulla Salute Pubblica, esponendo, di fatto, tutta la popolazione ad un grave pericolo.

Il 30 Marzo viene reso noto il primo ospite Covid-positivo all'interno del dormitorio di via Reiss Romoli (oltre che nelle strutture di via Ghedini e piazza Massaua), a cui segue non solo il contagio dell’équipe tutta, ma anche il contagio della quasi totalità degli ospiti presenti in struttura, trasformando così il dormitorio in un focolaio Covid a tutti gli effetti.

La conseguente gestione della “situazione Reiss Romoli” ha dell'inverosimile e vede il servizio Boa e operatori e operatrici di vari servizi e settori occupati a presidiare esternamente la struttura senza avere notizie certe da parte del Comune e dell'Unità di Crisi su quale possa essere il destino delle persone ancora “residenti” che quotidianamente, a scaglioni, vengono portate in ospedale perché sintomatiche e successivamente risulteranno positive al tampone.

Solo il 23 Aprile 2020, dopo circa 20 giorni, i pochi superstiti vengono allontanati dalla struttura e il dormitorio chiuso, in attesa di nuove disposizioni.

Solamente il 18 Aprile, dopo 38 giorni dalla dichiarazione dello stato di pandemia, si arriva, finalmente all'apertura h24 di tutte le strutture di accoglienza notturna, ma è ormai troppo tardi. Il 26 Aprile vengono resi noti 4 casi conclamati di Covid-19 all'interno del dormitorio di via Carrera; in aggiunta ad un operatore già risultato positivo vi sono operatori che mostrano sintomi riconducibili al virus in numero destinato inevitabilmente ad aumentare nei prossimi giorni.

Nel dormitorio di via Ghedini, il 31 Marzo, si è verificato il primo caso positivo, immediatamente ricoverato in ospedale. Tutti gli ospiti entrati in contatto hanno però dovuto attendere fino al 22 Aprile perché venisse fatto loro il tampone e l’attesa è proseguita fino al 26 Aprile per le donne accolte nella medesima struttura. Sono ben 23 giorni di attesa, un tempo veramente infinito.

I risultati arrivati il 27 Aprile evidenziano la presenza di un’ulteriore persona positiva tra gli uomini che viene quindi subito trasferita presso la nuova struttura di via San Marino. Il fatto che siano passati 5 giorni tra l’esecuzione del tampone e la comunicazione degli esiti ha esposto altri ospiti a possibile contagio, poiché nel frattempo hanno condiviso bagni e spazi comuni. Altri 11 uomini sono stati trasferiti quest’oggi all’ostello Alfieri di Via Pinerolo ma, nel frattempo, in Ghedini rimangono ancora 8 uomini che dovranno attendere un tempo imprecisato prima di essere sottoposti a loro volta al tampone.

Intanto, operatori sintomatici permangono in casa da quasi un mese in attesa di essere contattati dagli organi competenti per fare il tampone.

Non è pensabile arrivare ad una nuova “situazione Reiss Romoli” ed è necessario che delle misure vengano messe in atto nell'immediato dalle amministrazioni preposte e non con i tempi che hanno contraddistinto la gestione dell'emergenza fino a questo momento.

Numerose sono state in questi mesi le lettere e i comunicati da parte di operatori, CUB Sanità, Fio.PSD e altri enti, indirizzate a Comune di Torino, Regione Piemonte ed Unità di Crisi per segnalare la precarietà e l'assoluta inadeguatezza del contesto nel quale ci siamo trovati a lavorare, nonché per rinnovare le richieste già avanzate ad inizio emergenza.

Nonostante questo, il lassismo che ci ha visti spettatori, non ha ancora avuto fine.

Le conseguenze della scelta di muoversi con simile leggerezza nella gestione di un'emergenza di tale portata vengono pagate quotidianamente non solo da ospiti, operatori, operatrici e relative famiglie, ma anche dalla società stessa in cui viviamo.

Chiediamo quindi nuovamente che venga messa in atto al più presto la procedura di screening e somministrazione di tamponi, sia per gli ospiti sia per gli operatori, per avere una fotografia chiara della situazione attuale e per poter attuare, in caso di positività, le necessarie misure di isolamento e cura.

Questo si dimostra essere prerequisito fondamentale ed imprescindibile per la gestione futura delle strutture di accoglienza notturna, nonché necessità inderogabile per le future assunzioni previste per affrontare l'emergenza operativa. Gli operatori e le operatrici non si rendono più disponibili a lavorare in queste condizioni di totale precarietà e abbandono da parte delle istituzioni.

Chiediamo inoltre che, dopo (e solo dopo) aver mappato la situazione sanitaria, venga disposta un'ulteriore (drastica) diminuzione dei posti che renda veramente possibile il distanziamento sociale

Nessuno può e deve essere sacrificabile.

28 aprile 2020

Lavoratori del Settore Adulti in Difficoltà di Torino

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