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Articoli filtrati per data: Wednesday, 29 Aprile 2020

Niente sarà più come prima è la frase che abbiamo sentito più spesso dall’arrivo dell’epidemia di coronavirus in Europa. Non che di per sé queste parole siano garanzia di nulla. Quante volte sono risuonate nella bocca dei “leader” del mondo, pronti a ripeterle come un mantra dopo ogni crisi per assicurarsi precisamente che niente cambiasse davvero? Eppure ci sembra che stavolta l’arrivo del virus si è accompagnato effettivamente di una sensazione diffusa, quella che la pandemia stia marcando il capolinea di un modello socioeconomico di produzione delle beni e di riproduzione della vita umana e della natura. La consapevolezza che il prezzo altissimo pagato in questa guerra, come amano definirla i media, è imputabile a scelte politiche ed economiche precise rimane però, per ora, allo stato liquido e si disperde nei mille rivoli delle singole esperienze di chi sta pagando a caro prezzo la crisi del coronavirus in termini di sofferenza, lutto, paura, privazione degli affetti, mancanza di reddito, angoscia per l’avvenire. Se è vero che la storia non marcia sulla testa, è necessario interrogarsi da ora su come e dove questa consapevolezza trasversale potrebbe coagularsi e prendere forma, parlando una lingua comune e ponendo delle istanze concrete. Pensiamo che la val di Susa, con la densità politica accumulata nella lotta pluridecennale contro il TAV, con il tessuto di relazioni costruito proprio grazie alla battaglia contro il supertreno, rappresenti uno di questi possibili contesti di coagulazione. Questo a patto, innanzitutto, di avere chiaro in quale modo la crisi pandemica s’intrecci con i nodi politici che sono sempre stati posti in maniera più o meno esplicita dal/nel movimento notav ma come, allo stesso tempo, l’irruzione del virus rappresenti una cesura che ci obbliga ora a un salto. Prima che la vita riprenda il corso di una nuova normalità che potrebbe essere ben peggiore della precedente, ci sembra quindi necessario provare a operare una sorta di ricognizione preliminare per capire quali sentieri potrebbe prendere la lotta. Perché tutto non resti come prima servirà una decisa spinta. Cominciamo ad attrezzarci.

Chiomonte è come Wuhan

La comparsa del covid19 è un fenomeno tutt’altro che “naturale”. Dietro al virus non c’è però, purtroppo, nessun complotto invisibile ma la manifestazione ben visibile delle inevitabili conseguenze causate dal sistema sociobiologico in cui viviamo, il capitalismo.

Se l’arrivo del coronavirus ha colto di sorpresa i nostri sciagurati governanti, è almeno dal 1997, dal primo morto per l’influenza aviaria H5N1 à Hong-Kong, che i virologi osservano fenomeni simili di più piccola portata o limitati localmente. L’interrogativo è sempre stato solo come e quando uno di questi nuovi patogeni avrebbe avuto la forza non solo di lasciare il suo serbatoio biologico originario ma anche di trasmettersi in maniera esponenziale da uomo a uomo[1]. Fin dalla rivoluzione neolitica ogni fase di addomesticamento della natura è stata accompagnata dalla trasmissione di nuovi malattie dagli animali all’uomo (la tubercolosi viene dalle mucche, la pertosse dai maiali, l’influenza dalle anatre, etc.). Questo processo si è però accelerato con l’industrializzazione e ha cambiato scala attraverso la globalizzazione, partendo dall’occidente, estendendosi all’intero pianeta e facendo così incombere la minaccia di crisi pandemiche sempre più violente e ravvicinate[2]. Il coronavirus è quindi solo una manifestazione, ancora incipiente, di ciò che ci aspetta nel mondo che verrà, se non ci sarà la forza d’imporre un radicale cambio di rotta del vivere comune.

Grazie all’espansione del commercio mondiale, merci e alimenti che si potrebbero facilmente produrre a qualche km da dove viviamo vengono fatti arrivare dall’altro capo al mondo affinché le multinazionali possano sfruttare differenze infinitesimali di prezzo e accumulare giganteschi profitti. Supermercati e centri commerciali rigurgitano di prodotti che hanno differenze minime l’uno dall’altro, la pubblicità induce bisogni prima assenti creando una domanda fittizia per l’offerta di oggetti sostanzialmente inutili. Questa espansione senza precedenti della produzione capitalistica di merci  ha causato lo sfruttamento di zone sempre più vaste della terra, rompendo definitivamente l’equilibrio tra consumo dell’uomo e riproduzione della natura. Una delle conseguenze di questa gigantesca messa a valore degli ecosistemi è la deforestazione con annessa distruzione di habitat naturali. Gli animali selvatici sono stati decimati e si trovano ormai costretti in zone sempre più anguste con un duplice riflesso epidemiologico. Da una parte, visto che i serbatoi naturali per i patogeni sono via via più scarsi, i virus e i batteri diventano sempre più aggressivi nella ricerca di nuovi ospiti da infettare. Il salto di specie, il famoso spillover, si fa quindi sempre più frequente e violento. Dall’altra parte, a causa della crescente urbanizzazione e della costruzione di infrastrutture sempre più mastodontiche che l’accompagnano, gli animali selvatici non solo hanno meno spazio ma vivono anche sempre più in promiscuità con le zone abitate. Il nuovo ospite dei patogeni quindi rischia di essere sempre più spesso l’uomo, che sia per contagio diretto o per tramite degli animali domestici[3]. Per esempio, l’origine dell’ultima mutazione del virus dell’ebola – quella che ha causato l’epidemia tra il 2013 e il 2016 – è stata individuata in una specie di pipistrello[4]. Lo spillover è avvenuto, significativamente, in Africa occidentale, ossia proprio in una delle zone che ha subìto la deforestazione più feroce negli ultimi anni, in particolare a causa delle pressioni dell’agroindustria per ottenere olii vegetali a basso costo per assemblare snack preconfezionati[5]. Anche se le conclusioni non sono ancora definitive, gli strumenti dell’epidemiologia evolutiva hanno permesso di rintracciare anche l’origine del Covid19 nel pipistrello, che si conferma essere il principale serbatoio dei diversi coronavirus[6]. Il mercato all’aria aperta di Wuhan avrebbe rappresentato il primo focolaio, probabilmente a causa del contatto tra sangue animale e sangue umano.

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Lasciamo le foreste tropicali e le terre d’oriente per venire alle nostre contrade. Il raddoppio della linea tra Torino e Lione, se portato a termine, avrà un impatto devastante sulle aree boschive di una regione alpina già fortemente antropizzata (in Val Susa ci sono già un’autostrada, due statali, un elettrodotto e una linea ferroviaria ad alta velocità). Solo per i lavori preliminari dello scavo del tunnel geognostico, sono stati buttati giù dalle “ruspe del progresso” 5.299 alberi, tra cui oltre un centinaio di castagni bicentenari[7]. Secondo i dati della stessa TELT, l’azienda promotrice dell’opera, per realizzare il progetto sarà necessario un disboscamento che coinvolgerà decine di migliaia di piante. Questa distruzione irrimediabile di una porzione dell’habitat alpino ovviamente non sarà senza conseguenze per la fauna locale. Tra le specie messe in pericolo dal TAV, oltre alla ormai celebre farfalla Zerynthia polyxena, ci sono proprio una ventina di specie diverse di pipistrelli che vivono tra Giaglione e Salbertrand, alcuni di loro, tra l’altro, considerati in via d’estinzione a livello nazionale ed europeo. Come già denunciato da Elena Petriarca, referente della stazione teriologica piemontese, le valutazioni preliminari sull’impatto dell’opera sono stati carenti e gli interventi di salvaguardia ambientale previsti dal TELT sono assolutamente insufficienti[8]. I cantieri andranno quindi a togliere preziosi rifugi ai pipistrelli, mettendoli in pericolo, costringendoli verso le zone abitate, impendendo loro di operare, per esempio, il fondamentale lavoro di impollinazione di cui si fanno carico.

Non si tratta, ovviamente, di pensare che il prossimo coronavirus arriverà dalla Val Clarea attraverso il fantasmagorico wetmarket di Bussoleno. Si tratta però di comprendere, questo sì, che il progetto TAV partecipa alla stessa logica che ha portato alla trasmissione e alla diffusione del codvid19. Le aree boschive non possono più essere sacrificate in nome di un progresso che si traduce soltanto in accumulazione di rendite e profitti per pochissimi. Inutile provare a trovare dei palliativi a valle senza risolvere le cose a monte. Se non fermiamo il consumo di suolo, le crisi pandemiche non potranno che susseguirsi a ritmo sempre più ravvicinato.

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Se la definizione di pandemia per qualificare la crisi del coronavirus usata dall’OMS sottolinea il carattere globale della diffusione del virus, una questione a parte resta comunque il suo impatto eccezionale in alcune specifiche regioni del mondo. Basti pensare che, al momento in cui scriviamo, circa il 30% dei decessi per coronavirus in Europa si concentra nell’area padana. Un elemento importante per spiegare questa distribuzione è stato individuato nella fragilità respiratoria delle persone che vivono strette tra le alpi e la dorsale appenninica a causa dell’eccezionale inquinamento di cui soffre l’area. Secondo i dati OCSE, la pianura padana è la zona a più alta concentrazione di polveri sottili d’Europa, con i centri urbani che hanno valori doppi o tripli rispetto ad altre zone metropolitane analoghe del continente[9]. Questo fa dell’Italia il primo paese in Europa per morti precoci dovute alle polveri sottili. La rivista The Lancet, ha stimato a oltre 46mila i decessi attribuibili all’inquinamento atmosferico nel nostro paese[10].

La situazione torinese è la peggiore tra tutte le città italiane. Secondo i dati diffusi nel suo rapporto annuale da Legambiente, il superamento dei limiti di PM10 è avvenuto per 1.086 giorni negli ultimi dieci anni, piazzando il capoluogo piemontese in cima a questa triste classifica[11].

L’incidenza dell’inquinamento sulla letalità di altre polmoniti virali come SARS et MERS è stata messa in evidenza da diverse ricerche scientifiche. Per quanto riguarda l’attuale coronavirus, l’Harvard data science, usando rilevamenti divisi per contee che coprono il 98% della popolazione statunitense, ha calcolato che una variazione minima di concentrazione di PM 2.5 (nell’ordine di 1 µm/m3) aumenta il tasso di mortalità del covid19 del 15%[12].  Per quanto riguarda l’Italia, i differenziali di mortalità osservati nelle diverse regioni, in particolare gli effetti devastanti del coronavirus nell’area padana, sono stati già legati alla presenza di malattie respiratorie pregresse dovute all’inquinamento[13]. I polmoni, resi fragili dallo smog, non riescono semplicemente a reggere l’impatto della carica virale, le complicazioni respiratorie si moltiplicano e diventano fatali[14].

Andiamo a ricordare ora gli effetti che avrebbe il TAV nel contesto del già catastrofico inquinamento della zona padana. Prendendo per buoni i dati forniti dall’Osservatorio ministeriale sulla Torino-Lione – organismo di per sé viziato da un’ineliminabile parzialità visti i continui andirivieni dei suoi dirigenti con i posti al vertice della società promotrice dell’opera –  lo scavo del tunnel di base causerà l’immissione di un milione di tonnellata di CO2 l’anno nell’atmosfera per tutta la durata del cantiere che nella migliore delle ipotesi durerà 15 anni[15]. Un aumento dell’inquinamento mostruoso per la zona metropolitana torinese che TELT sta provando a giustificare dicendo che sarebbe riassorbito negli anni successivi con il cosiddetto shift modale tra gomma e ferro. Anche facendo astrazione del fatto che l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha chiarito che ci restano solo 11 anni per evitare che il riscaldamento globale diventi irreversibile, e che quindi in questo lasso di tempo bisognerebbe diminuire le emissioni anziché aumentarle, quanto ci vorrebbe per “recuperare” l’inquinamento prodotto dal tunnel del TAV dopo la sua eventuale apertura? È sempre l’Osservatorio ministeriale che stima che con 12 anni di uso della linea a pieno regime gli effetti inquinanti del TAV dovrebbero essere annullati. Prima del 2047, insomma, non se ne parla. Più importante ancora, perché questo recupero sia possibile, secondo l’Osservatorio servirebbe un aumento del traffico sulla direttrice Torino-Lione di circa 20 volte. Una crescita stratosferica, un dato sparato al di là di ogni principio di realtà visto che i volumi di traffico comunicati dal gestore del tunnel del Frejus parlano, nel 2019, del passaggio di poco meno di 1,4 milioni di TIR, un numero addirittura in discesa rispetto all’anno precedente e di un traffico in sostanziale stagnazione dall’inizio degli anni ’90. Le previsioni di traffico spinte dai costruttori d’altronde sono sempre state smentite dai fatti. Basti pensare che nel 2006 la società promotrice dell’opera stimavano il traffico di mezzi pesanti al Frejus nel 2017 a 2,7 milioni di veicoli, il doppio quindi di quello attuale.

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Stop that (global supply) chain

Il TAV era quindi un disastro annunciato ben prima del coronavirus. Progettato ormai trent’anni fa, in un contesto di crescita generalizzata drogata dalla finanza e di globalizzazione cooperativa tra gli stati, si presentava come corollario necessario all’integrazione di un’unione europea che sembrava avere il vento in poppa. Le classi dirigenti torinesi, ancora in piena elaborazione del lutto per la dipartita di mamma FIAT, hanno allora visto nel supertreno un modello intorno a cui aggregare un progetto di città alternativo a quello della motorcity fordista. L’immagine di una Torino smart e a vocazione turistica, capace di attirare visitatori dall’estero e di fungere da hub per l’esportazione dei prodotti del made in italy prende allora piede nei palazzi della borghesia sabauda, disegnando l’orizzonte illusorio di una nuova industrializzazione impossibile.

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L’urgenza del TAV durante il governo Andreotti

Di queste fantasticherie tipicamente anni ‘90 oggi non resta quasi nulla. La crisi finanziaria del 2008 ha inaugurato una nuova fase di competizione globale, in cui gli stati provano a raschiare quote di mercato in un contesto di stagnazione secolare. L’aria tira oggi decisamente verso una politica commerciale di tipo neo-mercantilista, la cui manifestazione più evidente è quella guerra dei dazi tra Cina e USA, in cui l’Europa sta facendo la vece del celebre vaso di coccio tra due vasi di ferro. Se, già prima del virus, il vento stava decisamente cambiando, l’attuale pandemia andrà probabilmente a rinforzare questa tendenza. Il crollo della domanda del petrolio dovuto al lockdown generalizzato ha fatto scendere in picchiata il prezzo del greggio fino a sotto 1 dollaro al barile. A riprova che, al di là del marketing confindustriale sulla ripartenza, non si vede all’orizzonte alcun rapido ritorno dei flussi di merci e passeggeri, per la prima volta nella loro storia i futures petroliferi – i prodotti finanziari derivati indicizzati sul valore a termine del greggio – hanno addirittura toccato valori negativi[16]. Nel frattempo, le global supply chains – le catene del valore globale lungo le quali multinazionali hanno scomposto la produzione negli ultimi 30 anni – hanno mostrato tutta la loro fragilità, in particolare per quanto riguarda le forniture di medicinali e materiale medico-sanitario. Le scene di ministri costretti a elemosinare qualche mascherina sulle piste degli aeroporti non si dimenticheranno tanto facilmente. Oltralpe, dove la classe politica sembra avere un po’ più di senso di realtà e un po’ meno peli sulla lingua, le conseguenze di questa crisi sono assai chiare. Il ministro dell’economia francese, Bruno le Maire, già a inizio marzo annunciava l’intenzione della Francia di “riflettere su una migliore organizzazione delle catene del valore, sulla rilocalizzazione di un certo numero di attività strategiche” tutto ciò per evitare “spostamenti che sono talvolta inutili, allorché certe produzioni possono essere effettuate nelle vicinanze”[17]. Altro che TAV! Le élite piemontesi potranno mettere la testa sotto la sabbia quanto vogliono, ma è tutto il traballante modello economico italiano riorganizzato nelle ultime decadi intorno all’export e alla “turistificazione” delle città d’arte che sarà rimesso in questione. Ben più importante, la natura assolutamente insostenibile e predatoria di un sistema in cui per gli approvvigionamenti essenziali bisogna dipendere da multinazionali che hanno delocalizzato la produzione in altri continenti appaiono oggi in tutta la loro crudezza a un numero crescente di persone. L’esperienza della quarantena ha rimesso per la prima volta in primo piano quesiti dimenticati: di cosa hanno realmente bisogno me e la mia famiglia? Quali sono le attività realmente essenziali? Chi svolge i lavori davvero socialmente necessari e chi si limita a sfruttare il tempo altrui? Quanto sono “vere” le affermazioni scientifiche degli “esperti”? La lotta in Val di Susa, in questo senso, è una vera e proprio cartolina spedita dal futuro.

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D’altro canto, se la crisi del coronavirus andrà probabilmente a approfondire dinamiche che renderanno il TAV sempre più un progetto fuori dal tempo, osserviamo anche una forte spinta convergente delle élite europee per il finanziamento di nuovi grandi progetti infrastrutturali. Ancora una volta, crisi di sovrapproduzione e crisi di sottoconsumo s’intrecciano. E nonostante anche per il coronavirus la crisi si potrebbe risolvere solo con un deciso intervento pubblico dal lato della DOMANDA, vista la compressione dei redditi e la disoccupazione di massa che saranno causate dal coronavirus, è dal lato dell’OFFERTA che si punterà ad agire. Siamo pronti a scommettere che si proverà a fare della Grande opera, diversamente declinata secondo i contesti locali, il perno di una strategia europea che consenta di finanziare indirettamente con denaro pubblico i grandi capitali in difficoltà. Una sorta di keynesismo padronale che permetterebbe, senza colpo ferire, di salvare i grandi gruppi industriali e bancari legati a doppio filo ai vari general contractor italiani e stranieri[18]. Il modello di uscita-dalla-crisi-col-TAV sarebbe, insomma, una riedizione delle ricette già viste dopo la crisi del 2008. Un cavallo di Troia per il trasferimento massiccio di soldi dal settore pubblico a quello privato, con il conto da pagare a fine crisi che rischia di prendere, ancora una volta, la forma di una nuova tornata di politiche di austerità (tagli al sistema sanitario, alla scuola, etc.). La convergenza su un tale piano di rilancio dei profitti, magari sverniciato di green, è praticamente totale. I partiti italiani (PD, Lega, Renzi…) spingono in questo senso perché i beneficiari di tale “ripresa” sarebbero i grandi capitali che li finanziano[19]. Inoltre, come in ogni buona shock economy, sull’onda dell’emergenza ci sarà anche la possibilità di promuovere politiche neoliberiste al grido “meno burocrazia” che permetteranno di eliminare i residui vincoli sociali e ambientali posti agli imprenditori. Il “partito del PIL” che abbiamo visto all’opera affianco alle Madamin, insomma, ne sarebbe entusiasta. Per quanto riguarda la UE, la commissione europea segue a ruota perché limitarsi al co-finanziamento di nuove infrastrutture consentirebbe di continuare a fare la sola cosa che ha sempre fatto, evitando ancora una volta di distribuire risorse verso il basso attraverso meccanismi di welfare europei che renderebbero i lavoratori – in particolare del sud dell’Europa – meno ricattabili, andando così ad intaccare la “competitività” dell’eurozona.

Se in questi anni le resistenze contro le grandi opere inutili hanno dimostrato di essere uno di pochi punti di pressione in cui i movimenti popolari sono stati capaci di far valere la propria forza davanti ai poteri pubblici e privati, la capacità di sintonizzare le resistenze locali con un nuovo senso comune che sta emergendo dopo la crisi del coronavirus diventerà sempre più cruciale. La questione centrale, che non bisogna stancarsi di porre, rimane quella del quale uso delle risorse, perché e per chi. Domande semplici che assumeranno, nel prossimo futuro, una nuova inaggirabile radicalità.

Grandi opere per grandi ospedali

Pochi dati bastano a rendere l’idea della violenza della scure che ha decapitato la sanità pubblica. In Italia, dal 1980, i posti letto per trattare casi critici si sono dimezzati, passando da 575 ogni 100 mila abitanti ai 275 attuali[20]. Solo negli ultimi 10 anni il servizio sanitario nazionale ha subìto tagli per circa 37 miliardi che hanno portato alla perdita di 70.000 posti letto, di 8.000 medici e di oltre 13 mila infermieri[21]. Per quanto riguarda le terapie intensive, questa politica di de-finanziamento programmatico ha lasciato a inizio pandemia soltanto 5.090 unità attive in tutto il paese, ossia 8,4 posti ogni 100 mila abitanti[22]. Il criterio generale che ha condotto le scelte dei nostri governanti è stato solo uno: ridurre i costi. Esattamente come se si trattasse di una fabbrica qualsiasi, gli imperativi manageriali hanno imposto anche all’impresa-ospedale una sorta di folle modello just in time della salute. Nessun asset fermo e improduttivo, nessuno stock di riserva per affrontare gli imprevisti: i pazienti devono girare il più velocemente possibile tra posti letto che devono essere costantemente occupati, pena la diminuzione dei criteri di produttività su cui sono indicizzati i premi dei dirigenti delle aziende ospedaliere. Una politica nazionale applicata in maniera bipartisan e particolarmente indiscriminata in Piemonte dalle giunta Cota e Chiamparino. Delega al privato, accorpamento delle ASL, chiusura dei presidi ospedalieri, blocco del turnover, smantellamento dei centri analisi si sono susseguiti a ritmo serrato nella nostra regione mentre si provavano a coprire i buchi con infermieri a partita IVA e assistenza socio-sanitaria affidata a barocchi sistemi di cooperative con contratti ultra-precari per spingere ulteriormente al ribasso i costi.  Tutto ciò ha lasciato il servizio sanitario piemontese a inizio epidemia con il numero di posti in terapia intensiva tra i più bassi delle regioni del nord (7.3 posti letto per 100.000 abitanti contro gli 8.9 della Lombardia, i 10 del Veneto, i 12 della Liguria e 10 dell’Emilia Romagna), soltanto due laboratori capaci di analizzare i tamponi (in Veneto erano 17), quasi 4.000 dipendenti in meno rispetto a dieci anni prima e una rete di medicina del territorio completamente sfibrata[23]. Questo precario castello di carte chiamato sanità piemontese – c’è persino chi parla di eccellenza! – è venuto giù al primo colpo di vento. All’inizio dell’epidemia, vista “l’assoluta mancanza di una rete di medicina territoriale” (cit. governatore Cirio), l’unità di crisi della regione, con a capo alcuni noti capoccioni sitav, ha prima trasferito gli anziani malati di covid19 negli ospedali accelerando i contagi e poi, non contenta, li ha riportati nelle case di riposo trasformandole in obitori[24]. Nel frattempo gli exploit della sanità piemontese “efficientizzata” da 20 anni di spending review si susseguivano uno dopo l’altro. Secondo la denuncia del sindacato medici, la regione decideva di “andare a risparmio” sul numero di tamponi fatti, per altro eseguiti solo una volta anziché due[25];  le email con cui i medici di famiglia segnalavano i casi di covid19 al SISP dell’ASL di Torino – quella “razionalizzata” grazie all’accorpamento voluto da Chiamparino – venivano perse per mancanza di spazio sulla casella di posta[26]; dei pochi test eseguiti, sia a domicilio che nelle RSA, una parte veniva smarrita per mancanza di personale e coordinamento[27]. Come in ogni guerra che si rispetti, mentre la stampa si riempieva di retorica a base di santi ed eroi, i soldati (medici, infermieri, operatori sanitari e socio-sanitari) venivano mandati dai generali nascosti nelle retrovie a combattere con armi inadeguate, senza dispositivi di protezione e senza neanche poter conoscere il proprio stato di salute per assenza di tamponi quando non direttamente malati. Basti pensare che, nel pieno dell’epidemia, dopo settimane di lockdown, in Piemonte erano state attivata solo 2 delle 18 Usca, le unità di visita domiciliare istituite per decreto il 9 marzo, per altro continuando ad appoggiarsi su personale stra-precario a partita IVA[28].

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Per riuscire un gioco di prestigio non è importante nascondere il trucco ma distrarre attraverso una sapiente manipolazione (la prestidigitazione, appunto) l’attenzione del pubblico. Mentre i ciarlatani della politica schioccavano le dita indicando il futuro radioso che ci attendeva alla fine di un secondo tunnel ad alta velocità per Lione, la sanità piemontese veniva devastata da vent’anni di politiche liberiste che stiamo pagando oggi a carissimo prezzo. Come in tutti trucchi di magia, la cosa è sempre stata sotto gli occhi di tutti. C’erano i dati, c’erano le denunce, le code agli ospedali, l’indebitarsi per pagare le cure. C’erano generazioni di giovani medici costretti ad emigrare, altrettanti operatori sanitari costretti a una vita di precarietà per appalti al ribasso. Ora che si cominciano a vedere le conseguenze dei trucchi, in tanti stanno cominciando a guardare dietro la schiena di questi maghi da strapazzo. Purtroppo c’è poco da sperare che sarà l’opposizione all’attuale giunta regionale a dare battaglia. I tagli sono stati portati avanti da destra a sinistra e quest’ultima, anche nelle sue propaggini sindacali, si guarderà probabilmente bene dal chiedere conto del disastro. Può il movimento notav essere un catalizzatore di una mobilitazione dal basso a favore della salute, sulla falsariga di quanto fatto nel 2014 e 2015 contro la chiusura del punto nascite di Susa causato delle stesse scellerate logiche di cui vediamo gli effetti nella crisi del coronavirus?[29]  La mobilitazione per la salute e la vita è sempre stata al centro della lotta notav. Ne costituisce forse l’essenza. Quando in Piemonte già si iniziavano a contare morti a decine, uno striscione è comparso davanti all’ospedale di Susa, recitava “1 metro di TAV = 100 giorni di terapia intensiva”.

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La Val di Susa ha sofferto, come tante altre zone d’Italia. Ha pagato un prezzo alto. Abbiamo visto compagni costretti a casa in situazioni poco facili, operatori a rischio lasciati settimane a marcire nelle loro abitazioni in attesa di un tampone, nonni sotterrati senza un funerale, amici obbligati a lavorare, senza protezioni, con il groppo in gola per la paura di prendere il virus e di perdere il lavoro. Nel frattempo, gli stessi magnaccia venuti a venderci una colata di cemento sulla nostra valle e un futuro di paccottiglia balbettavano in TV di responsabilità, di stare a casa, di unirsi nelle difficoltà.

Le ideologie non esistono più. Neanche le idee, dicono, figuriamoci gli ideali. Se la politica è gestione e il politico è un buon manager, allora chi pretende di governarci dovrebbe aver il solo compito di prevedere situazioni complesse e agire di conseguenza. Cosa ha previsto? Cosa ha deciso questa classe dirigente? Hanno previsto che mezz’ora in meno per andare a Lione valeva bene qualche posto letto in terapia intensiva. Hanno decretato che non c’erano i soldi per gli ospedali, ma c’erano per fare un tunnel che costa 160.000 euro al metro. Insomma, hanno fallito e ne stiamo sperimentando ora tutti i dolorosi risultati.

Perché tutto cambi davvero, bisogna cominciare dalla Val di Susa. Perché un’epoca in cui la velocità delle merci veniva prima della vita delle persone non torni mai più.

29/4/2020

Da notav.info

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[1] Si ascoltino su questo punto le considerazioni inequivocabili del dott. Ernesto Burgio, Presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e membro del consiglio scientifico di ECERI (European Cancer and Environment Research Institute) di Bruxelles https://www.ondarossa.info/redazionali/2020/03/coronavirus-origini-effetti-e

[2] Think Exotic Animals Are to Blame for the Coronavirus? Think Again
https://www.thenation.com/article/environment/coronavirus-habitat-loss/

[3] COVID-19 e i Circuiti del Capitale https://www.infoaut.org/global-crisis/covid-19-e-i-circuiti-del-capitale

[4] This bat species may be the source of the Ebola epidemic that killed more than 11,000 people in West Africa
https://www.sciencemag.org/news/2019/01/bat-species-may-be-source-ebola-epidemic-killed-more-11000-people-west-africa

[5] Si possono visualizzare i dati sulla deforestazione grazie al lavoro di Global forest watch: https://bit.ly/3eOYgoQ

[6] 6 new coronaviruses discovered in bats
https://www.livescience.com/6-new-coronaviruses-found-bats.html

[7] Il disboscamento della Val Clarea: ecco l’opera compatibile con il territorio https://www.notav.info/post/il-disboscamento-della-val-clarea-ecco-lopera-compatibile-con-il-territorio/

[8] Tav, farfalle e pipistrelli. Non nel nome della biodiversità, prego…
http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/tav-farfalle-e-pipistrelli-non-nel-nome-della-biodiversita-prego/http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/tav-farfalle-e-pipistrelli-non-nel-nome-della-biodiversita-prego/

[9] Exposure to PM2.5 in countries and regions https://stats.oecd.org/index.aspx?queryid=72723

[10] Si tratta degli ultimi dati disponibili su https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(19)32596-6/fulltext

[11] Dossier Malaria 2019 a cura di Legambiente https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/Malaria2019_dossier.pdf

[12] “L’inquinamento favorisce il virus”| L’extraterrestre (allegato a Il Manifesto del 23/04/2020

[13] Can atmospheric pollution be considered a co-factor in extremely high level of SARS-CoV-2 lethality in Northern Italy?
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0269749120320601?via%3Dihub#!

[14]  È stata recentemente anche avanzata l’ipotesi che l’aria irrespirabile non sarebbe solo fattore aggravante del virus ma anche un suo possibile vettore del virus attraverso il particolato atmosferico si veda https://www.agi.it/cronaca/news/2020-04-24/inquinamento-particolato-coronavirus-sima-8427205/

[15] Si veda il Quaderno nr 8 dell’Osservatorio sull’asse ferroviario Torino-Lione https://www.notav.info/documenti/operazione-verita-il-quaderno-n-8-dellosservatorio-lo-pubblichiamo-noi/

[16] Crash! US crude futures turn negative for first time in history https://www.aljazeera.com/ajimpact/crash-crude-futures-turn-negative-time-history-200420183431731.html

[17] « Game changer » : le coronavirus va changer la donne dans la mondialisation selon Bruno Le Maire
https://www.ouest-france.fr/sante/virus/coronavirus/game-changer-le-coronavirus-va-changer-la-donne-dans-la-mondialisation-selon-bruno-le-maire-6752150

[18] Le multinazionali della cantieristica infatti già spingono in questo senso per ottenere una pioggia di finanziamenti pubblici si veda https://www.corriere.it/economia/aziende/20_aprile_14/salini-un-piano-infrastrutture-pubbliche-ridare-lavoro-speranza-paese-44b7560c-7db5-11ea-bfaa-e40a2751f63b.shtml

[19] Il M5S non sembra d’altro canto essere più neanche in condizione di paventare un pensiero alternativo alla cantierite si veda https://www.affaritaliani.it/politica/coronavirus-piano-per-cantieri-nuove-opere-si-parte-da-anas-e-rfi-109-mld-663334.html?refresh_ce

[20] Acute care hospital beds per 100 000 | OMS
https://gateway.euro.who.int/en/indicators/hfa_478-5060-acute-care-hospital-beds-per-100-000/visualizations/#id=19535&tab=table

[21] Report Osservatorio GIMBE n. 7/2019. Il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale https://www.gimbe.org/osservatorio/Report_Osservatorio_GIMBE_2019.07_Definanziamento_SSN.pdf Medici Smi, meno 70 mila posti letto in 10 anni
https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2018/06/11/medici-smi-meno-70-mila-posti-letto-in-10-anni_12fe3896-a266-4c96-b0f7-cda2abc8ea70.html

[22] Coronavirus. Il Ssn è pronto a gestire la crisi? Il punto su dotazioni posti letto e personale con Carlo Palermo dell’Anaao
https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?approfondimento_id=14479

[23] Coronavirus, collasso della sanità: in 10 anni tagliati quattromila lavoratori
https://www.lastampa.it/topnews/edizioni-locali/torino/2020/03/23/news/coronavirus-collasso-della-sanita-in-10-anni-tagliati-quattromila-lavoratori-1.38626727
Difficile parlare di letalità o di mortalità quando non è preciso il numero dei decessi o dei malati (comunicato congiunto  ANAAO ASSOMED – NURSIND PIEMONTE) https://www.anaaopiemonte.info/anaaopiemonte/difficile-parlare-di-letalita-o-di-mortalita-quando-non-e-preciso-il-numero-dei-decessi-o-dei-malati/

[24] Coronavirus, la strage nelle Rsa in Piemonte: 660 morti in più rispetto al 2019
https://www.lastampa.it/torino/2020/04/24/news/coronavirus-la-strage-nelle-rsa-in-piemonte-660-morti-in-piu-rispetto-al-2019-1.38757759
Sul ruolo di una vecchia conoscenza della regione Piemonte nell’unità di crisi: https://www.notav.info/senza-categoria/coronavirus-dietro-il-disastro-in-piemonte-anche-una-vecchia-conoscenza-dei-notav-il-pm-rinaudo/

[25] Piemonte, rabbia dei medici: «Sui tamponi la Regione ha tirato al risparmio»
https://torino.corriere.it/cronaca/20_aprile_15/mail-perse-tamponi-rabbia-medicisui-test-piemonteha-tirato-risparmio
Coronavirus, l’accusa degli infermieri: “In Piemonte un solo tampone anziché due”
https://www.lastampa.it/torino/2020/04/16/news/coronavirus-l-accusa-degli-infermieri-in-piemonte-un-solo-tampone-anziche-due-1.38726049

[26] Coronavirus, perdute centinaia di mail dei medici di base ai servizi d’igiene https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/04/15/news/coronavirus_perdute_centinaia_di_mail_dei_medici_di_base_ai_servizi_d_igiene-254066339/

[27] Tamponi fatti e “spariti” https://www.lospiffero.com/ls_article.php?id=51629

[28] Soltanto due unità per visite a casa “Il 90% dei torinesi senza assistenza | la Stampa 22/04/2020. Per una descrizione delle condizioni di lavoro nelle USCA piemontesi si veda: https://www.infoaut.org/precariato-sociale/sulla-prima-linea-cosa-vuol-dire-lavorare-in-una-usca

[29] In questo senso il lavoro di raccolta di testimonianze attraverso il Festival Alta Felicità costituisce già la prova della capacità della lotta notav di aggregare dei vissuti e una certa intelligenza collettiva di chi sta studiando e combattendo contro il coronavirus. L’inchiesta sulla sanità in Piemonte ai temp del covid19 è disponibile all’indirizzo https://www.youtube.com/playlist?list=PLWytajkuTxdxibIQbPEeCAx8LROaZPxI9

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Riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Giovanni Castellano sul processo di accentramento che stanno vivendo i gruppi editoriali,  sulla sempre maggiore relazione che sussiste tra le grandi famiglie imprenditoriali italiane e l'informazione e sul suo utilizzo per orientare l'opinione pubblica.

Molto spesso una notizia che può sembrare insignificante nasconde invece un significato importante che non è facile comprendere se non si analizzano le conseguenze profonde della stessa. Leggere che “il 23 aprile si è conclusa la vendita della partecipazione del 43,78% di CIR in GEDI in favore di Giano Holding, società per azioni detenuta da EXOR” non desterebbe infatti l'interesse di nessun lettore che non abbia una particolare conoscenza delle dinamiche che muovono il capitalismo italiano.

In realtà dietro questa operazione si cela il passaggio di proprietà del quotidiano Repubblica,  ma anche de L'Espresso, HuffPost Italia, la Stampa, il Secolo XIX, Limes, MicroMega, Radio DeeJay, Radio m2o, Radio Capital e tanto altro ad una holding finanziaria olandese controllata dalla famiglia Agnelli.

La Repubblica, precedentemente pubblicata dal gruppo editoriale della famiglia De Benedetti, finisce quindi sotto il controllo diretto dagli Agnelli, che hanno spostato il centro degli interessi finanziari nei Paesi Bassi per ovvie ragioni economiche.

Queste possono sembrare informazioni poco utili agli occhi di un lettore poco attento. Eppure è importante richiamare l'attenzione sul fatto che la promozione di un dibattito democratico non può prescindere dalla richiesta di garantire l'autonomia e l'indipendenza degli organi di informazione non solo dal potere politico, ma anche dai grandi gruppi d'interesse.

Se i maggiori organi d'informazione sono controllati, infatti, dai grandi gruppi economici   la visione del mondo fornita da queste testate si discosterà difficilmente dall'ideologia dominante.

Pur riconoscendo la possibilità che qualche giornalista coraggioso possa provare a imporre un discorso differente, sarà molto più difficile veicolare, in questo caso, dei messaggi che confliggano con gli interessi del grande capitale nazionale e internazionale.

Per questo motivo può essere utile comprendere chi sono gli attuali proprietari dei principali organi d'informazione italiani, tenendo presente che spesso questi quotidiani riescono a imporre l'agenda politica anche alle realtà più piccole, decidendo gli argomenti da trattare ogni giorno; inoltre i grandi giornali forniscono le fonti d'informazione primarie alle quali possono poi attingere gli altri organi di informazione.

Se La Repubblica è il giornale più seguito nel centro-sud, il giornale più letto nella parte settentrionale del Paese è certamente il Corriere della Sera; capire chi controlla questo giornale vuol dire conoscere un importante spaccato del capitalismo italiano.

Gran parte delle azioni del Gruppo Rizzoli (RCS MediaGroup) sono ora nelle mani di Urbano Cairo, il manager milanese con un passato nelle aziende di Berlusconi, che gli è valso una condanna in via definitiva per i reati di appropriazione indebita, fatture per operazioni inesistenti e falso in bilancio. Molti avranno avuto la possibilità di ammirare  l'imprenditore lombardo, tra le altre cose proprietario di La 7 e presidente del Torino, in un video diffuso nelle scorse settimane, nel quale lo stesso si mostrava raggiante per le opportunità offerte dalla pandemia a tante realtà imprenditoriali.

Importanti quote del capitale azionarie del Gruppo Rizzoli sono inoltre detenute dalla potente Mediobanca, dall'imprenditore Diego Della Valle (proprietario di Hogan e Tod's e importante azionista di Italo), dall'assicurazione Unipol e dalla multinazionale Pirelli (ormai controllata da un'impresa pubblica cinese).

Meriterebbe un capitolo a parte l'impero creato da Silvio Berlusconi, a partire da Mediaset, Mondadori, Il Giornale e Panorama (quest'ultima finita da poco nelle mani di Maurizio Belpietro). Molti hanno scritto in merito al conflitto d'interessi dell'imprenditore lombardo, ma qui basta ricordare che i giornali e le televisioni commerciali possedute da Berlusconi non solo hanno agevolato il suo personale percorso politico ma hanno anche profondamente influito sull'immaginario collettivo degli italiani, favorendo la diffusione del processo di deculturazione del Paese.

Per quanto riguarda La Stampa, la sua storia è legata alla famiglia Agnelli sin dal 1920 e, come è stato anticipato precedentemente, è appena tornata nelle loro mani, insieme alle altre realtà del gruppo GEDI. La potente famiglia di costruttori Caltagirone possiede, invece, il controllo su Il Messaggero, Il Mattino, Leggo e il Gazzettino, mentre il quotidiano cattolico Avvenire è controllato direttamente dalla conferenza dei vescovi italiani (CEI).

Un particolare cenno va fatto all'eccezione rappresentata dal quotidiano comunista Il Manifesto e dal giornale Il Fatto Quotidiano, molto vicino alle idee del Movimento Cinque Stelle. Il primo, infatt, è edito da una cooperativa composta dai propri giornalisti, mentre il secondo è pubblicato da una società di capitali controllata, in misura maggioritaria, da alcune grandi firme del giornale.

Per quanto riguarda l'informazione economica, infine, il quotidiano più letto è sicuramente Il Sole 24 Ore, testata ufficiale di Confindustria, la principale organizzazione rappresentativa degli industriali; Italia Oggi, così come Milano Finanza, Capital e Class sono controllate, invece, da una società residente in Lussemburgo, per cui è difficile comprendere chi siano i reali proprietari.

Finora abbiamo analizzato come i grandi gruppi d'interesse possono avere una propria influenza sull'informazione controllando in maniera diretta le società editrici. Ci sono però tanti altri modi attraverso i quali questi gruppi possono far sentire il proprio peso sul mondo dell'informazione.

Mentre una piccola testata online sostiene normalmente dei costi relativamente bassi, basandosi perlopiù sul contributo volontario dei propri giornalisti, un giornale più importante deve invece sostenere delle spese molto più cospicue, soprattutto se vuole remunerare in maniera adeguata i propri giornalisti.

In particolare sarà essenziale per un giornale di un certo rilievo reperire delle informazioni “di prima mano” ricorrendo a giornalisti presenti nei diversi contesti; l'alternativa è il ricorso alle veline governative e al semplice “copia e incolla” dei comunicati ufficiali, sminuendo così il ruolo di controllo dell'informazione.

Per questo motivo le principali testate finiscono spesso per finanziarsi inserendo pubblicità nelle pagine del proprio giornale; in questo modo è più difficile garantire un buon livello di autonomia rispetto ai grandi interessi economici. Un giornale molto critico nei confronti di Confindustria avrà, ad esempio, molta più difficoltà nel trovare imprese disposte a inserire uno spazio pubblicitario rispetto ad un'altra testata con una posizione più morbida nei confronti del mondo imprenditoriale.

Se guardiamo al mondo dell'informazione online possiamo pensare che un aiuto può venire dalla capacità dei giornali di catturare visualizzazioni (e quindi risorse). Questo metodo, che potrebbe sembrare profondamente democratico, in realtà nasconde un grave problema.

Un lettore che acquista un giornale cartaceo, infatti, spendendo una piccola somma, dimostra di fidarsi di questa testata, di ritenerla in qualche modo affidabile. Nel mondo della rete, invece, siamo portati a visualizzare anche contenuti la cui affidabilità è incerta o che, comunque, non apprezziamo molto.

Come dimostrano le ormai usuali polemiche nei confronti di Vittorio Feltri, guardare un video o leggere un articolo non corrisponde necessariamente a un attestato di stima; in molti casi siamo addirittura portati a “regalare visualizzazioni” a personaggi che detestiamo profondamente, cadendo nella trappola dei professionisti della provocazione.

In linea generale, dando un'occhiata ai contenuti diffusi nel web, possiamo constatare che è facile ottenere visualizzazioni alimentando polemiche sterili, facendo un tipo di informazione sensazionalistica, diffondendo fake news o teorie complottista, seminando odio e intolleranza.

Provare a fare un giornalismo affidabile, corretto, tentare di fornire una visione dei fatti alternativa rispetto a quella dominante non è certamente la via maestra per ottenere facili  risultati, se utilizziamo il metro di giudizio delle visualizzazioni ottenute.

Se un grande giornale, per far fronte alle spese necessarie per garantire un servizio di qualità, ricorre quindi al sostegno finanziario diretto o indiretto (tramite la pubblicità) delle grandi imprese limiterà fortemente la propria autonomia.

Si pone pertanto l'alternativa del ricorso al finanziamento pubblico all'editoria, ma attualmente quest'ultimo è regolato da una normativa molto confusa che finisce per privilegiare i giornali che godono dell'appoggio dei gruppi politici presenti in Parlamento.

Per questo motivo sarebbe opportuno riconsiderare tale normativa cancellando tutte le forme di finanziamento clientelare e permettendo un sistema trasparente che premi l'editoria indipendente, sulla base delle preferenze espresse dagli stessi cittadini.

La libertà di espressione è solo una delle componenti della vita democratica di un Paese perché questa forma di libertà può servire a poco se il modo in cui si forma l'opinione pubblica è influenzato dal potere del grande capitale nazionale ed internazionale.

Per questo motivo l'indipendenza del mondo dell'informazione è un requisito fondamentale per garantire il rispetto dei principi democratici ed è importante sostenere in ogni modo chi cerca di offrire un'informazione autonoma dal potere politico ed economico.

Giovanni Castellano

 

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Pubblichiamo questa intervista audio a Bruno Cartosio, americanista e attento osservatore dei movimenti sociali negli US, estratta dalla trasmissione Voci dall'Antropocene su Radio Blackout.

L'intervista inizia affrontando la questione delle linee di classe e di razza su cui è distribuita la pandemia per poi analizzare le mobilitazioni della base trumpiana anti-lockdown e le contro-risposte dei lavoratori della sanità e di alcune fasce della popolazione più colpita che sembrano alludere ad un possibile movimento in embrione. Mentre l'alt right, alla luce della caduta nei consensi di Trump, prova a rilanciarsi appoggiandosi alle ideologie di darwinismo sociale e individualismo proprietario di cui è pregna la società americana, dall'altro lato si affaccia una prima confusa consapevolezza, su strati sociali piuttosto ampi, dell'insostenibilità del sistema.

Cartosio in questo senso fa l'esempio del sistema sanitario statunitense che è il più costoso del mondo sviluppato, ma allo stesso tempo il meno efficiente.

Infine l'intervista accenna al tentativo di costruzione della retorica del "virus cinese" da parte degli ambienti neo-cons, per provare a scaricare le tensioni sociali sul nemico esterno.

Sarà da vedere quali tendenze si consolideranno in questo quadro di tensione inedito. Buon ascolto!

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