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Articoli filtrati per data: Tuesday, 28 Aprile 2020

Condividiamo di seguito la lettera e l’appello scritti dagli specializzandi e dalle specializzande dei Policlinici universitari di Roma (Gemelli, Umberto I, Tor Vergata e Sant’Andrea), per esigere ciò che la Regione Lazio ha promesso e poi si è rimangiata. La suddetta Regione infatti (così come Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, dove si sono prodotte simili proteste), l’11 aprile, con un Decreto regionale, ha dichiarato l’assegnamento di un bonus di mille euro a favore di tutti i medici del Lazio, inclusi gli specializzandi, riconoscendo il lavoro durissimo e sfiancante svolto in prima linea durante l’emergenza Covid, salvo poi tornare sui propri passi due settimane dopo, escludendo dal “premio” tutti coloro che non hanno un contratto di lavoro, dunque gli specializzandi. Infatti queste figure ibride e ubique, trattate come medici a tutti gli effetti per quantità di ore lavorate, carico di lavoro e presenza in prima linea, pari a strutturati e ospedalieri, sono però de iure universitari in formazione, con un contratto erogato dalle università. Purtroppo però, ben lontani da fare formazione, sono esposti e buttati, per lo più non tutelati, nella gestione dell’emergenza a tutti gli effetti, sfruttati e invisibilizzati, non riconosciuti e, evidentemente, mal retribuiti. A conferma di ciò basti pensare all’ultimo discorso tenuto dal nostro Presidente del Consiglio, in cui non si trova traccia né accenno alcuno ai medici e al loro destino o addirittura a tutto ciò che concerne l’ambito sanitario in generale.

Qui la petizione.

ORA BASTA! VOGLIAMO IL RISPETTO DEL RUOLO DEGLI SPECIALIZZANDI ED IL RICONOSCIMENTO DEL LAVORO SVOLTO

Siamo gli specializzandi e le specializzande impegnati nei reparti COVID19 della regione Lazio. Siamo medici in formazione: una strana figura mitologica, una chimera, ibrido tra studente e lavoratore. Veniamo retribuiti con un contratto di formazione-lavoro, paghiamo le tasse universitarie ma è noto che la nostra formazione spesso assume contorni sfumati, ed è frequentemente carente a scapito di un’attività professionale totalizzante. Noi abbiamo chiaro quale sia il nostro ruolo all’interno del Servizio Sanitario Nazionale e Regionale. Siamo parte delle fondamenta degli Ospedali Universitari dove prestiamo servizio, forza motrice instancabile e sempre a disposizione, al fianco dei lavoratori dipendenti, ci prendiamo responsabilità che talvolta non ci competono, il nostro carico di ore lavorative eccede sempre quello previsto da contratto mentre i nostri programmi formativi vengono spesso disattesi. In condizioni ordinarie suppliamo alle carenze del nostro SSN dovute ai definanziamenti degli ultimi decenni e, dall’inizio dell’emergenza sanitaria COVID19, grazie alla nostra immediata partecipazione, abbiamo permesso alle strutture sanitarie universitarie della regione Lazio di rispondere in maniera adeguata alla sfida di questa pandemia. Abbiamo condiviso con tutto il personale sanitario coinvolto nell’emergenza turni massacranti, riposi mancati, un rischio biologico elevatissimo, l’ansia e lo stress di combattere contro un nemico ancora troppo sconosciuto, la paura di contagiare i nostri cari. Alcuni di noi si sono offerti volontari per dare il proprio aiuto nei reparti COVID19, anche se la loro specializzazione non lo avrebbe previsto, andando ad affiancare specialisti e specializzandi coinvolti dal primo momento. I nostri percorsi formativi ne hanno fortemente risentito, sono state sospese o rinviate le attività didattiche e non sappiamo quando potranno ripartire. Siamo consapevoli del nostro ruolo e pronti a garantire la nostra assistenza in futuro contribuendo alla lotta alla pandemia da SARS-CoV2.

Abbiamo applaudito alle dichiarazioni dell’Assessore regionale alla Salute che in data 11 aprile comunicava a mezzo stampa l’accordo con i sindacati per il bonus agli operatori sanitari. Non ci interessavano e non ci interessano i contributi economici, ma piuttosto il riconoscimento morale del nostro lavoro ed il rispetto del nostro essere medici, troppo spesso dimenticato dalle Istituzioni. In data 24 aprile la Regione fa un passo indietro e attraverso una nota redatta dalla Direzione Regionale Salute chiarisce che il presupposto per la corresponsione del premio è “la titolarità di un rapporto di lavoro, di tipo libero professionale o subordinato a tempo determinato”. In tal modo (come si legge dal testo della nota), nascondendosi dietro un cavillo burocratico, la Regione Lazio esclude dall’erogazione del bonus tutti gli specializzandi che non hanno stipulato contratti aggiuntivi, che nel caso delle aziende ospedaliere del Lazio, sono la maggioranza dei medici in formazione specialistica coinvolti nell’emergenza COVID19.

Deve essere assolutamente chiaro come la sospensione della didattica universitaria non abbia in alcun modo influito sulla partecipazione degli specializzandi chiamati all’attività clinica nel corso dell’emergenza COVID-19 e come nella quotidianità la scissione supposta tra attività didattica e attività operativa del medico in formazione specialistica sia assolutamente inesistente. Nella quasi totalità dei casi l’attività di noi specializzandi è volta all’adempimento di compiti a carattere esclusivamente clinico-operativo e rappresenta il fulcro del nostro sistema sanitario. La specifica sul requisito d’attribuzione del bonus diviene allora un modo subdolo da parte delle Istituzioni di operare nuovamente al risparmio sulla nostra figura, sfruttando un vuoto di tutela contrattuale da troppo tempo noto.

Siamo amareggiati, siamo rammaricati, siamo disillusi e siamo stanchi. Questa è un’occasione sprecata di riconoscere il valore dei medici in formazione, un’ulteriore conferma della visione che hanno le istituzioni della nostra figura: siamo medici quando siamo utili per fornire forza lavoro nelle strutture sanitarie, siamo studenti quando veniamo esclusi dal riconoscimento del lavoro che stiamo svolgendo. E’ uno schiaffo alla nostra attività quotidiana e al nostro sacrificio. E’ una dimostrazione di quanto possa essere falsa la retorica degli “eroi in corsia”: chi la utilizza e poi agisce così non ha a cuore il presente e il futuro del SSN e di chi ci lavora, sempre pronto a sacrificarsi per i propri pazienti.

Per questo chiediamo:

- Il rispetto del nostro ruolo e l’equiparazione della nostra attività a quella del personale sanitario dipendente. Il SARS-CoV2 non considera lo status contrattuale degli operatori sanitari con cui giunge in contatto e che la Regione Lazio non può che prendere atto del fatto che, anche in assenza di contratti integrativi, il medico in formazione specialistica ha risposto a questa emergenza con la sua presenza, assumendosi responsabilità e rischi;

- L’estensione dell’emolumento a tutti gli specializzandi coinvolti nell’assistenza COVID19 come sta avvenendo nelle regioni Emilia-Romagna e Toscana;

- Una riduzione delle tasse universitarie o una compartecipazione della Regione alla somma alla luce dell’attività eccezionale svolta nel corso della componente professionalizzante della nostra formazione;

- L’apertura di un tavolo di discussione con Regione e Università per tutelare e valorizzare il ruolo dei medici in formazione specialistica e per ripartire dalla formazione medica nella ristrutturazione del SSN al termine della pandemia.

Nessuno deve rimanere indietro!

Gli specializzandi e le specializzande della rete COVID19 della regione Lazio

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La Commissione Arte e cultura del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) ha rilasciato una dichiarazione scritta e ha chiesto una iniziativa urgente per Ibrahim Gökçek, Membro di Grup Yorum in sciopero della fame. Il Comitato ha chiesto una sollevazione prima che le bare escano dalle carceri.

La dichiarazione del Commissione Arte e cultura del PKK ha affermato: ” Gli artisti rivoluzionari del popolo, da Pir Sultan a Victor Jara, da Gurbet Aydın a Hozan Serhat, hanno difeso la dignità dell’umanità con la loro resistenza. L’artista Helin Bölek, seguace di questa tradizione, sono caduti a seguito della death fast. così fece Mustafa Koçak.

Il sciopero della fame fino alla morte compiuto dal prezioso artista Ibrahim Gökçek viene ignorato. Chiediamo a tutti di agire con urgenza per Ibrahim Gökçek, che afferma di essere determinato a continuare la sua azione.

Coloro che resistono dentro e fuori non dovrebbero essere lasciati soli e si dovrebbe fare pressione sul governo affinché accetti le loro richieste per evitare nuove morti. Nelle condizioni odierne, ci sono vari metodi per farlo poiché la resistenza è possibile in qualsiasi circostanza “.

La dichiarazione prosegue: “I partiti politici e i rappresentanti delle organizzazioni della società civile dovrebbero tentare di ottenere risultati e tutti gli artisti dovrebbero agire immediatamente. Sebbene gli appelli che abbiamo fatto fino ad oggi abbiano trovato una certa risposta nella società e tra gli artisti, oggi le loro voci devono essere molto più forti, dato l’ambiente globale di attacco del virus che stiamo affrontando.

Dovrebbe anche essere osservato che il regime, che trasforma il virus in un’opportunità e intensifica i suoi attacchi militari e tutti i tipi di azioni sporche, usa direttamente il virus come strumento di attacco biologico, ideologico e psicologico, e questo processo deve incontrare una grande resistenza “.

La Commissione arte e la cultura del PKK ha dichiarato: “Ogni giorno devono essere intraprese azioni per liberare tutti gli ostaggi politici nelle carceri. Un massacro è sulla nostra porta! Dovete prendere posizione prima che le bare inizino a uscire dalle carceri.

Case, balconi, finestre e strade dovrebbero essere usate come piattaforme per le iniziative. Gli artisti devono partecipare a queste iniziative con la loro arte. Ovunque dovrebbe essere trasformato in area di iniziativa fino ad ottenere i risultati.

Ibrahim Gökçek deve vivere e tutti gli insorti devono essere protetti.Esprimiamo ancora una volta le nostre condoglianze alle famiglie e agli amici di Helin Bölek e Mustafa Koçak, promettendo che manterremo i loro ricordi nella nostra lotta per la democrazia e la libertà con la distruzione del regime fascista.

ANF

Da Rete KurdistanRete Kurdistan

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Abbiamo tradotto questa breve petizione elaborata da Black Lives Matter, il movimento nato nel 2013 contro le violenze della polizia nei confronti della popolazione afroamericana negli USA. Negli States gli afroamericani, i latinos e i bianchi poveri sono le categorie più colpite dalla diffusione del virus Covid19 che ha mietuto oltre 56mila vittime fino ad oggi.

L'atteggiamento di Trump nei confronti dell'emergenza e i progressivi tagli dello stato sociale hanno disegnato uno scenario disastroso. Queste richieste elaborate da BLM sono di semplice buonsenso, si direbbe quasi moderate, ma nel contesto degli Stati Uniti (e tutto sommato anche da noi) sono considerate come rivoluzionarie, mentre la base trumpiana scende in piazza contro il lockdown e di tutta risposta nascono embrioni di mobilitazione tra i lavoratori della sanità e i settori della popolazione più a rischio.

 

Al ritmo attuale, gli Stati Uniti rischiano non solo di subire una mortale crisi sanitaria, ma anche quella che ha il potenziale di provocare massicci sconvolgimenti sociali, economici e politici quando i sistemi raggiungono i punti di crisi e iniziano a fratturarsi.

Possiamo prevenire tale devastazione, se agiamo ora.

Unisciti a noi nel chiedere quanto segue:

1) Approvare immediatamente un pacchetto di aiuti per il coronavirus che fornisca assistenza per il finanziamento di emergenza per coprire le spese al fine di testare in modo massiccio la popolazione, a milioni e fornire cibo e alloggio di emergenza a tutti i senzatetto e ai poveri.

 

2) Fornire un piano di protezione e test per le persone incarcerate durante la custodia e al momento del rilascio.

3) Espandere SNAP(Supplemental Nutrition Assistance Program) e disoccupazione (sussidio) per tutta la durata della pandemia.

4) Legiferare immediatamente congedo per malattia completamente retribuito per tutti i lavoratori.

5) Attuare una moratoria immediata su sfratti e chiusure di utenze.

6) Finanziamento d'emergenza per l'assistenza all'infanzia familiare e comunitaria per le famiglie che non possono lavorare da casa.

 

 

Da blacklivesmatter

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Condividiamo le prime riflessioni di un ragionamento che s’impone riguardo a quella macchina estremamente complessa che è l’istituzione scolastica. Tra le prime strutture a esser chiuse al profilarsi all’orizzonte della minaccia pandemica, la scuola di ogni genere e grado rimane tutt’ora sospesa a metà tra un approccio emergenziale al fenomeno - in cui gli attori in gioco sono spinti a fare del loro meglio, con gli strumenti che già avevano, nel caso rafforzati dai sempre validi poteri dell’improvvisazione e della dedizione - e la promessa di piani che a lungo termine cambierebbero il metodo di insegnamento e di apprendimento, con un conseguente adeguamento di strumenti, contenuti e modalità d’interazione. Ci è sembrato che un’inchiesta - composta di interviste semi-strutturate a vari soggetti che fanno parte del settore -  sarebbe stato lo strumento più adeguato per cercare di tenere insieme le criticità salienti del sistema-scuola con la dimensione più soggettiva, quella del senso che i soggetti attribuiscono al proprio lavoro. Chi lavora nel contesto della scuola è portat* di istanze differenti che generano visioni specifiche di come dovrebbe essere svolta l’istruzione e dell’autonomia di cui l’insegnante dovrebbe godere, nella possibilità di un accesso totale e indifferenziato a strumenti e risorse.

In questi mesi sono usciti numerosi contributi, perlopiù critici, sulla didattica a distanza. In un precedente articolo, una professoressa di un istituto tecnico di periferia individua nella DAD un dispositivo di esasperazione delle diseguaglianze - di classe, di razza e in certi casi anche di genere, dato che viene svolta nella sfera della domesticità. Da tale prospettiva, si vede l’impiego delle tecnologie ricalcare coerentemente l’impostazione della scuola, storicamente voluta come apparato gerarchico di disciplinamento e incasellamento, che rende quasi impossibile che bambin* e ragazz* di estrazione sociale diversa possano avere gli stessi riconoscimenti e banalmente anche stare all’interno dello stesso istituto. D’altra parte, per molti soggetti che lavorano nel settore la scuola rimane il luogo principale nella quale si apprende a muoversi nel mondo, con tutte le contraddizioni che ne derivano, ma con un bagaglio di strumenti cognitivi e relazionali che bambin* e ragazz* non possono sviluppare nella sfera del privato. In questo senso, la DAD penalizza fortemente l’apprendimento, visto che tra l’altro non c’è stato alcun tipo di formazione per i docenti nell’utilizzo di tali mezzi e si è dato per scontato una facilità d’utilizzo da parte dei giovani a causa della retorica dei “nativi digitali” portata avanti per anni, ignorante il fatto che utilizzare Youtube o uno smartphone fin da piccoli banalmente non è lo stesso che scrivere un file con un pacchetto Office. 

Il dibattito in corso sulla didattica a distanza è solo un esempio di come in un contesto complesso come quello scolastico, non vi siano problemi non che non preesistevano già all’emergenza covid 19 e al suo merito di aver esasperato le contraddizioni sociali - in questa prima fase soprattutto nei settori in cui vi è una centralità nonché un disconoscimento sistematico del lavoro riproduttivo.

Ma incominciamo con ordine, a partire dai risultati della nostra inchiesta. Nell’organizzazione gerarchica della scuola, per quanto riguarda l’organizzazione del corpo docente e delle risorse a sua disposizione, la figura del dirigente scolastico gioca un ruolo decisivo dall’articolo 9 della riforma 107 di Renzi, nel quadro di un piano di autonomia di ogni istituto. A seconda de* presidi che ha, ogni scuola ha visto una gestione diversa dell’emergenza, soprattutto in un primo momento, in cui non si sapevano i tempi indicativi di riapertura e dal Ministero non arrivavano risposte sull’impostazione di una didattica alternativa. L’evento ha reso manifesta la propensione aziendalistica della scuola - incoraggiata per una ventina d’anni dai vari governi susseguitisi - fornendo il pretesto ad alcun* dirigenti per dimostrarsi superpresidi renziani e compattare il team dei docenti su una maniera per affrontare univocamente la nuova sfida, mentre altri hanno lasciato all’arbitrio di ogni insegnante il capire cosa fare e come farlo. Di quest* ultim*, al momento uno su cinque è precario, molt* sono supplenti che con la MAD vanno a coprire con contratti mensili i posti lasciati scoperti da settembre da 17mila collegh* con la misura Quota 100 di pensionamento anticipato. Quasi nessun* ha una formazione nell’utilizzo di strumenti digitali. In compenso - dato che l’ambito scolastico viene sempre sacrificato nelle leggi di bilancio e il personale ridotto all’osso - la maggior parte di loro si trova ad avere a che fare con classi sovraffollate e con studenti dal diversissimo grado di alfabetizzazione, soprattutto nelle scuole di periferia e negli istituti tecnici.

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In un sistema così organizzato risulta eloquente la critica di T., maestra di scuola primaria: Rispetto alla mia situazione lavorativa prima della pandemia posso solo denunciare un sentire comune di una professione che è andata svalutandosi agli occhi della società, grazie anche a politiche di faciloneria, di riforme che hanno passato come fondamentali delle norme che ci han portato indietro nel tempo, e mi riferisco alla legge 107 dove sono state create divisioni nell’ambito dei lavoratori, che sono stati messi uno contro l’altro per la questione del bonus merito, ma questo è solo un esempio dei tanti.

Una situazione che in molti casi genera uno scarto tra le volontà e le possibilità de* insegnanti e il loro contesto di lavoro, con conseguente frustrazione; come si evince dalle parole di AL., maestra d’asilo: La mia condizione lavorativa pre pandemia era stressante dal punto di vista emotivo. Lo stress era dovuto principalmente alla mancanza di organizzazione nel lavoro, derivante da una lacuna dal punto di vista dirigenziale, che inevitabilmente ricadeva in una sfiducia dilagante non solo nelle relazioni umane, ma anche nel modo in cui il lavoro doveva essere condotto. Si viveva tra la consapevolezza di qual era la cosa giusta da fare e il non poterla fare per qualche assurda ragione esterna al piano prettamente educativo.Credo che questo sia il risultato di una visione della scuola come merce, che si adegua al mercato la cui domanda è data da qualcuno che probabilmente non ha la priorità educativa, o ne ha un concetto intuitivo, non supportato da conoscenze o interesse effettivo.

Grazie a queste premesse, si arriva al paradosso nel momento in cui si chiede ai docenti di pagare i costi dell’emergenza covid, sulla base dei loro strumenti e con livelli di motivazione molto diversi, attraverso la retorica di una responsabilità umana e sociale che nasce surrettiziamente nel momento stesso in cui le scuole hanno chiuso fisicamente i battenti. M., supplente di italiano in una scuola media, descrive così la sua situazione: È un carico che si porta dietro l’insegnante senza che gli venga riconosciuto né a livello sociale né a livello economico che sto percependo molto al momento. Com’è possibile che gravi sulla mia responsabilità personale il fatto di svegliarmi la mattina e dire “preparo cose che a loro [student*] possano arrivare, che loro possono guardare” e quindi lavorare come una bestia.

Una “gestione ideale” dell’emergenza vede docenti sovraccarich* di lavoro ingegnarsi per non rendere le lezioni totalmente inutili. Questo per molt* ha comportato mettersi integralmente a disposizione, creando gruppi WhatsApp per avere uno scambio diretto con ile student* o delle lezioni e dei compiti personalizzati per quell* che non hanno gli strumenti - molt* docenti hanno dovuto inventarsi da zero una didattica a distanza per smartphone - o restano indietro nell’apprendimento. Ciò comporta un’enorme quantità di lavoro di cura, la cui gestione rimane nella sfera individuale di ciascun* docente, senza retribuzione alcuna, né tutele sulla privacy. Dice SM.: Da una parte ti senti la responsabilità di dover garantire un diritto allo studio ai tuoi alunni e alunne ma dall’altra parte ti rendi conto di non avere gli strumenti per non poterlo fare. Poi subentra tutta una serie di problematiche che invece riguardano le famiglie, gli alunni e il loro approccio alla didattica a distanza. [...] Sono molto in contatto coi miei colleghi, non con tutti però comunque ci coordiniamo in molti, è chiaro, questa situazione. Io sto vivendo al telefono ecco, dalla mattina alla sera parlo al telefono con colleghe, con i genitori, quindi questa cosa aumenta tantissimo lo stress che ha il singolo docente, le robe da gestire.

Spesso si innesca un meccanismo di colpevolizzazione, sia tra insegnanti che si vedono impiegare quantità di tempo e sforzi molto diversi, sia tra insegnanti e genitori. Nello specifico, tra queste due parti emerge un conflitto irrisolto: a scuole chiuse e uffici, aziende, fabbriche, strutture aperte, chi dovrebbe prendersi in carico l’educazione di bambin* e ragazz*? In molti contesti diventa impossibile trovare una soluzione in quanto -  già da prima di adottare la didattica a distanza - l’istituzione scolastica nella sua impostazione gerarchica ed eccessivamente burocratizzata, non ha mai favorito la costruzione di un tessuto relazionale tra soggetti e l’impostazione di un progetto educativo condiviso. Piuttosto ha delegato alle famiglie - e quindi anche alla loro impossibilità di farlo - la gestione solitaria dei casi più fragili, portat* di disabilità o difficoltà di apprendimento.

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Vengono fuori anche dei problemi che in qualche modo prima si potevano nascondere più facilmente, si poteva far finta di niente, ora con la didattica a distanza, in caso di assenza sotto i riflettori c’è quel ragazzo, la situazione familiare, il contesto socio economico, anche solo municipale quindi secondo me il discorso diventa un po’ più complicato in bene, perché bisogna andare a analizzare determinate caratteristiche che prima  andavi a analizzare: «beh questo ha preso quattro, questo otto» e basta, mentre in questo momento qualsiasi docente è costretto a interrogarsi anche su: «Che famiglia ho davanti? Qual’è il grado di istruzione della famiglia? Grado economico? Come mai siamo messi in questa situazione?”». G., insegnante di scuola media, in linea con le criticità espresse in precedenza descrive la necessità di andare più a fondo in questa dicotomia e cercare di costruire relazioni più vere nei contesti educativi, a scapito della forte verticalizzazione spesso imposta a traverso della burocrazia. Questo è causa della grande contraddizione del sistema scolastico per cui da un lato, il contesto in cui è inserito l’edificio-scuola - la sua popolazione, le possibilità che offre, le diseguaglianze che presenta - influenza fortemente le metodologie d’insegnamento, dall’altro lato la rigidità burocratica in senso verticale,  mascherandosi dietro una pretesa di omogeneizzazione e “uguaglianza” della scuola sul territorio nazionale blocca la possibilità di una educazione adeguata al contesto riproducendo disparità e forme di dominio.  È significativo come, se da una parte si chiede ai professori di dare tutto, di utilizzare al meglio la didattica a distanza e gli strumenti tecnologici, il ministero dal suo canto abbia invece dichiarato, scatenando la rabbia dei docenti precari, che non aggiornerà la lista delle terze fasce dopo tre anni, a causa della troppa modulistica e elaborazione che gli si richiede. Sempre G. commenta: C’è sempre l’impressione nonostante la ministra sia una che ha fatto la precaria, ha fatto la segretaria del MIUR ecc ecc c’è sempre l’impressione che le leggi e la gestione di questi problemi, di queste criticità sia fatta da gente che a scuola non ci sia mai entrata, sembra sempre così o che non sappia com’è la vita del precario, che non sa come funzionino le graduatorie, magari perché l’han fatto tanti anni fa e si son dimenticati non lo so, però c’è sempre questa impressione qua che in qualche modo parte della scuola che si impegna in maniera critica anche o comunque riflessiva non venga mai presa in considerazione, ecco.

Emerge in qualche modo una prima presa di coscienza da parte del corpo docenti del proprio ruolo (agency) e della necessità di  costruire legami, reti di solidarietà, alleanze con quelle componenti come le famiglie, i colleghi o il personale della scuola per affrontare la situazione e cercare di reagire a partire dalla crisi che si sta vivendo come momento di ri-progettazione e ripensamento delle alleanze all’interno del mondo della formazione. S., insegnante precaria sottolinea questa esigenza: Credo che tutti quanti abbiamo capito che isolamento e solitudine sono due cose completamente diverse: nella prima condizione ci si indebolisce, non avere rapporti solidi di rete di comunità di collettività è una cosa che fa paura. Per noi che magari la agiamo da tanto tempo sappiamo cosa significa e questi canali li abbiamo aperti. Forse questa può essere una possibilità per quelle persone che hanno vissuto la famiglia in modo troppo individuale troppo chiuso di tornare a pensare che essere felici significa condivisione, così come la libertà. C’è la necessità di innestare meccanismi di collaborazione profonda e orizzontale, nonché di ripensare il ruolo dell’insegnante all’interno della società come motore della formazione e agente trasformatore; pensarlo come un agente di cambiamento, in contrasto con la figura burocratizzata, dispersa, riproduttrice di rigidità e disuguaglianza, potrebbe essere una strada da percorrere nelle prossime fasi. 

Al netto della situazione delle scuole nella prima parte dell’emergenza del coronavirus, molti sono ancora i nodi da sciogliere a ed è ancora presto per poter intravedere forme organizzative tra i soggetti che attraversano il mondo scolastico. Alcune questioni stanno però iniziando a presentarsi come punti importanti del dibattito e sui quali ci proponiamo di continuare le riflessioni a partire dall’inchiesta. Tra le più urgenti: come la gestione dell’emergenza sta contribuendo al progressivo abbandono scolastico, e quali ne saranno le conseguenze? Di fronte ai tentennamenti e rinvii istituzionali rispetto al dibattito che concerne la valutazione scolastica, quali saranno i provvedimenti riguardanti tutti i livelli del sistema-scuola?

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