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Articoli filtrati per data: Monday, 27 Aprile 2020

Giuseppe Conte in conferenza stampa nazionale rassicura la popolazione che da buon amante del calcio farà ripartire il campionato, che la famiglia è sempre la famiglia e che la fase 2 è una sfida alla quale non ci si può sottrarre per ripartire, ma raccomandandosi di non cedere alla rabbia. Che finisse a tarallucci e vino ce lo si poteva certo aspettare, la fiducia nei confronti di questo (e dei precedenti) governi l’avevamo perduta da tempo immemore, ma sentirsi in balia di una manica di incapaci che schizofrenicamente oscillano tra la passione criminale di mandare al macello centinaia di migliaia di persone e la bonarietà che mal cela la sete di profitto, sta iniziando a essere troppo.

Non è bastato a Giuseppe Conte che l’OMS dichiarasse che all’oggi la ripartenza fosse troppo precipitosa perchè i numeri dei contagi e delle vittime, soprattutto in alcune regioni italiane, sono ancora troppo simili alla fase 1. Non è bastato nemmeno l’avviso di qualche giorno fa dei medici piemontesi riuniti nell’associazione Anaao Assomed, che “Il rischio è che alla fase 2 coincida il picco 2. Che potrebbe essere peggiore del picco 1", appello ripreso anche da alcune testate giornalistiche non famose per essere ragionevoli o obiettive nel diffondere le informazioni. "Se ci fosse un piano chiaro e certezze, potremmo forse pensare davvero alla fase 2.  Ma mancano, come manca una chiara definizione dei ruoli", sostiene l’Assomed. È evidente che i tagli decennali alla sanità pubblica, la sua progressiva privatizzazione, la concezione della cura in termini prettamente ospedalocentrici, l’assenza di una rete territoriale funzionante, la mancanza di piani emergenziali precisi, il ritardo nella chiusura delle attività produttive in una prima fase, così come la gestione dei tamponi, insufficiente, lenta, poco attenta alla diffusione dei casi, l’abbandono del personale sanitario solo di fronte alla catastrofe dell’assenza di dpi, di mezzi, di protocolli, la poca chiarezza sull’importanza delle precauzioni e il loro corretto utilizzo, sono tutti i limiti che stiamo scontando e contando, nell’ordine delle centinaia di morti. Non si capisce come per Giuseppe Conte tutto questo non fosse evidente prima di annunciare una fintamente lenta ripartenza. Cosa dovremmo leggerci? Incapacità o tendenze delittuose ?

Quando gli operai scioperano per non ammalarsi, quando la scuola, gli insegnanti, i bambini e ragazzi sono lasciati soli, insieme alle loro famiglie sprovviste di sostegno economico e psicologico, quando la casa diventa troppo stretta perchè c’è il contagio da limitare e c’è la violenza tra le mura domestiche da cui pararsi, quando non si può pagare l’affitto e le bollette, quando l’unica responsabilità che questo governo vuole riconoscere è quella individuale, non è possibile accettare che vengano prese delle decisioni palesemente contrarie alla tutela della salute di tutti e tutte. C’è poi chi cavalca l’onda dell’insopportabilità, della sofferenza e dell’impossibilità materiale di sopravvivere – dato che i ritardi dell’Inps nel dividere due briciole tra gli affamati sono sotto gli occhi di tutti – nel nome di chissà quali libertà individuali, calpestate per collezionare un po’ di consenso da parte di quei settori della società come la piccola e media impresa, i commerciati, le partite IVA. Risulterebbe quasi ridicola l’idea di Salvini di chiamare a un primo maggio che chieda di andare a lavorare, non fosse che a braccetto con Confindustria da un lato e la Chiesa dall’altro, perchè le Madonne non sono ancora passate di moda, il Capitone si voglia costruire un bell’esercito di sfruttati da sfruttare.

In Piemonte poi, posizionato a un buon secondo posto sorpassata l’Emilia Romagna e a un passo dalla Lombardia, la Task Force regionale si trova da un lato a fronteggiare delle percentuali tra contagi e decessi per niente ottimistiche, con il rischio di dover richiudere tutto dopo due settimane, come sostiene uno dei membri, esperto del reparto malattie infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia. E dall’altro, a inaugurare la poltrona del ei fu Roberto Rosso, con la nomina a assessore alla semplificazione e agli affari legali, della vecchia conoscenza Maurizio Marrone di Fratelli d’Italia. Come non sentirsi tranquilli nelle mani di chi invocava poco tempo fa di revocare le borse di studio a quei ragazzi che in università difendevano l’antifascismo a suon di botte della celere.

È quanto mai vitale costruire un’agibilità e un sapere autonomi che siano slegati dai dettami, che siano responsabilità collettiva per davvero, che possano iniziare a segnare un punto di non ritorno a partire dal quale le priorità siano la salute e la cura, la condivisione e la socializzazione contro il dominio del profitto, dell’induzione al consumo, contro la predazione e lo sfruttamento indiscriminato dei territori, dei corpi, della libertà. Una libertà che non è la possibilità tutta individuale e liberal di essere autorizzati a uscire per lavorare, guadagnare e consumare ma che si basi sulla responsabilità di scegliere collettivamente come distruggere un sistema pur mantenendo in vita la possibilità di ricostruirne un altro, che sia un’organizzazione della società che si possa riprodurre per amore della vita e non per autocondannarsi alla morte.

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Segnaliamo la nascita di un nuovo progetto di elaborazione teorica, inchiesta e ricerca militante che intende proporsi come "zona di discussione franca" nel panorama dei movimenti contemporanei. 

 

Tutto era pronto, il primo numero impacchettato, il manifesto rivisto e limato. Stavamo per andare in stampa e ci siamo ritrovati – come tutta Italia, come mezzo mondo – nel pieno dell’emergenza da Covid-19, con tutte le sue conseguenze sanitarie, economiche, sociali e culturali. Per il primo numero sono stati necessari piccoli ritocchi e qualche aggiustamento. Gli obiettivi e i metodi del progetto, invece, ci sono sembrati ancora più necessari.

Il lavoro capitalistico, il lavoro per conto terzi nelle sue molte forme è ancora il rapporto sociale fondamentale, la base delle disuguaglianze. Non si può parlare di società oggi senza tenere in considerazione lo squilibrio tra chi vende la propria forza lavoro e chi la acquista, senza cogliere le mille forme di sfruttamento, autosfruttamento, diseguaglianza negli interstizi della produzione e della riproduzione sociale. Da qui la necessità di superare questo squilibrio ricorrendo alle forme praticabili di conflitto con molteplici tipologie di coalizione.

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che alcune delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti/e che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente, e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale. La domanda a cui tenteremo di volta in volta di rispondere è: come e dove produrre conflitto oggi, in particolare nei rapporti di lavoro e nelle prestazioni di natura tecnico-intellettuale?

A tale domanda non si può rispondere individualmente e unicamente in modo teorico. Chi ha la pretesa di cambiare il mondo che gli si presenta davanti deve inserirsi in un complesso di attività tutte necessarie e nessuna autosufficiente. È per tali ragioni che questo manifesto vuole essere un invito alla partecipazione rivolto a realtà e singoli/e che si ritrovano su questi punti e vogliono unirsi per aprire uno spazio di confronto critico prendendo parte attiva alla costituzione dell’Officina Primo Maggio. Sappiamo che si tratterà di un lavoro lungo: la realtà va analizzata e le idee si devono elaborare, in contemporanea con la mediazione culturale, necessaria per evitare che analisi e concetti finiscano per essere autoreferenziali. E la mediazione deve interagire con azioni politiche e sociali, che a loro volta devono rimodulare e orientare le analisi; fare e sapere o procedono assieme o si riducono a passatempi di cui è già pieno il mondo. Queste fasi (analisi, mediazione, azione) sono tutte necessarie e si interrogano reciprocamente in continuazione, senza una di esse il resto o non serve o viene male.

Officina Primo Maggio vuol essere un luogo di confronto e di dialogo come operazione politico-culturale, che parte da esperienze concrete di azione sociale: al di là delle conoscenze del singolo/a e del suo ruolo sociale, è solo il confronto collettivo a permettere un’operazione di pulizia del pensiero e di sua verifica incessante. La redazione, ma anche il multiforme ventaglio di autori e autrici che riusciremo ad attivare, vuol essere una vera officina in cui interagiscono persone che portano con sé esperienze e idee di altri soggetti plurali, rendendosi quindi connettori di una rete. La dichiarazione di voler fare rete è scontata e abusata, bisognerà metterla in pratica. Bisognerà creare uno spazio di partecipazione, ma anche avere l’umiltà di partecipare, senza pretendere che la rete si formi attorno a noi. Senza una rete – sparsa e radicata (anche fisicamente) nei territori – l’affermazione che teoria e prassi devono procedere assieme sarebbe solo un enunciato; così come senza una rete vengono meno le basi materiali su cui fondare la solidarietà e organizzare il conflitto.

Ci siamo ritrovati e ritrovate per la prima volta a Milano sabato 9 febbraio 2019: il gruppo è composto da persone di età, formazione, provenienza geografica, culturale e politica differenti. Ci si è riuniti attorno all’ipotesi di ripensare collettivamente che cosa ha lasciato l’esperienza della rivista Primo Maggio, che cessava le sue pubblicazioni nel 1989. Numerosi segnali spingevano la riflessione in questa direzione anche perché nel 2018 la rivista aveva pubblicato un numero speciale di bilancio e discussione. Durante l’incontro abbiamo dovuto chiederci quale fosse il vero scopo del nostro riunirci. L’ipotesi iniziale di dare continuità a quel progetto editoriale è stata presto accantonata. È infatti emerso che non abbiamo la necessità di riproporre la storica rivista Primo Maggio, i suoi intenti e presupposti. Piuttosto vogliamo provare a capire quello che sta succedendo oggi, sia attraverso gli elementi ancora attuali di quella formidabile elaborazione teorico-politica, sia tramite l’elaborazione di nuove categorie, di un nuovo modo di affrontare la mutata realtà. Ciò è necessario per uscire dall’impasse cui sembra votata la maggior parte dei tentativi di comprensione critica del nostro presente – per non parlare dei tentativi di organizzazione politica a essi frequentemente connessi – vuoi per il pervicace ancoraggio a schemi, metodi e parole d’ordine ormai logori, vuoi, al contrario, per la loro totale e irriflessa dismissione.

Non si tratta ovviamente di criticare quella esperienza in quanto tale, ma di prendere atto dello smottamento che abbiamo vissuto in questi decenni; dunque di ripulire il nostro sguardo dalle incrostazioni che gravano su di esso, per renderlo capace di cogliere ciò che effettivamente viviamo. Si tratta, in sostanza, di portare le nostre intelligenze e le nostre categorie al livello dello scontro che quotidianamente ci è imposto.

Anche per questo motivo l’idea di ricostruire una rivista scioltasi tre decenni fa è stata accantonata: tale atto sarebbe destinato a produrre niente più che un’etichetta comune da apporre a materiali disomogenei e aggregati solo esteriormente. La priorità va data alla creazione di un’officina di pensiero critico radicale capace di dar vita a un confronto collettivo. Intendiamo infatti il dialogo come operazione di pulizia del pensiero, da tradursi anche in lavoro redazionale; solo in questo modo può nascere un progetto politico-culturale capace di essere rilevante. Quel che seguirà sarà lo strumento con cui il gruppo – aperto e in costituzione – deciderà di perseguire i suoi obiettivi. In sintesi si tratta di comporre un nucleo di elaborazione teorica che sia in reciproco scambio con la prassi politica della sinistra e dei movimenti sociali esistenti o potenziali. Di Primo Maggio vogliamo raccogliere e rilanciare la capacità di porsi come zona di discussione franca, perché schierata politicamente senza essere però il megafono di un soggetto politico particolare. Di Primo Maggio vogliamo richiamare la capacità di analisi, il suo fare teoria in maniera sistematica, innovativa e controcorrente ma senza accademismi, il suo sapere fare politica e prendere posizione in senso forte senza cadere però nella agitazione, nella propaganda.

Ma perché oggi? Esiste una congiuntura temporale che rende necessario e urgente tentare tale operazione politico-culturale? Ci pare di sì se pensiamo di trovarci alla vigilia di un nuovo salto tecnologico del sistema capitalistico, quello che va sotto il nome di digitalizzazione. Lavoreremo quindi sul presente a partire da un approccio che si articola nelle due facce della stessa, proverbiale, medaglia. Muovere dall’analisi concreta della realtà e da esperienze di conflitto reali per non restare semplici osservatori – e qui di Primo Maggio ci torna utile la vocazione all’inchiesta; allontanarci nel tempo, seguendo lo sguardo obliquo che Primo Maggio era capace di portare sull’attualità appoggiandosi ad altri tempi e altri luoghi, con un’attenzione alla storia e alla memoria che va sotto il nome di storia militante. Inchiesta, conricerca e ricerca militante sono le chiavi di volta che mettiamo al centro per trasformare i germi dei conflitti presenti in vera e propria strategia.

Per mettersi in contatto con Officina Primo Maggio o essere inseriti e inserite nella mailing list e ricevere la newsletter, è possibile scrivere alla redazione: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Visita il sito https://www.officinaprimomaggio.eu/

 

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Lo scorso 8 aprile è iniziato un ciclo di interventi online organizzato da una rete composta da varie realtà di ecologia politica, per parlare della crisi pandemica secondo una prospettiva diversa da quella mainstream.

 

 

Perché a differenza di quello che la narrazione sistemica vorrebbe far trapelare, il Covid-19 è legato con un filo molto stretto a quelle che sono le conseguenze delle devastazione ambientale, che i movimenti ecologisti cercano di denunciare da tempo. Le stesse rivendicazioni che già venivano espresse a gran voce da quei movimenti, oggi più che mai, visto le scenario che si sta delineando e le prospettive ancora una volta di devastazione e sfruttamento scellerato di vivente e territori, trovano più che mai ragion d’essere. Pare evidente infatti che il sistema capitalista neoliberista non sia intenzionato a cedere di un millimetro, anzi, cerca di approfittare della situazione per radicarsi ancora di più e sacrificare la vita per l’aumento dei profitti e per trovare il modo di portarli avanti. Basta buttare un orecchio alle dichiarazioni di Conte nel suo discorso di ieri, per sentire una retorica che sicuramente predilige un’azione che faccia gli interessi di Confindustria piuttosto che della salute delle persone.

Se ripercorriamo i vari interventi che hanno composto il ciclo fino ad ora, riusciamo a delineare bene quelle che sono le responsabilità e le traiettorie del capitale rispetto alla crisi pandemica. Partendo proprio dalla parola “crisi”, assieme a Maura Benegiamo (sociologa e ricercatrice associata presso il  Collège d’Étude Mondiales di Parigi; POE ) si è analizzato come il sistema neoliberista basi il proprio modello di sviluppo scommettendo sul rischio e il suo continuo spostarne l’asticella, perché le crisi, oltre a creare nuove prospettive di investimento, sono essenziali per la sopravvivenza del capitalismo, poiché grazie ad esse trova il modo di reinventarsi e di rafforzarsi. Il modo in cui poi giustifica le drastiche conseguenze da esso stesso prodotte, è naturalizzando le catastrofi come qualcosa di inevitabile e indipendente dal perpetuarsi di un’azione di mutamento continuo sulla biosfera, per una continua ed inarrestabile accumulazione di ricchezza. Chi avrà saputo scommettere bene sul rischio, si arricchirà, mentre le conseguenze ricadranno sempre sulle classi più deboli e sfruttate, sia in termini di salute che di disagio socioeconomico. Nel frattempo si cercherà di modificare ancora gli assetti precedenti, alimentando il divario tra sfruttatori e vita sfruttata e incentrando la ricerca scientifica verso soluzioni che non facciano fronte alle problematiche prodotte, ma alla ripresa a pieno ritmo dello sfruttamento (Covid-19: accumulazione del rischio e conflitti nel neoliberismo - si veda qui e qui).

Covid-19:accumulazione del rischio e conflitti nel neoliberismo). Questo modus hoperandi e le sue conseguenze, pagate sempre dalle solite persone, anche in termini di sofferenza e salute mentale, è stato spiegato bene nell’ incontro seguente dalla testimonianza di Michael Tortorella (attivista del comitato di quartiere Città Vecchia Taranto), che facendo riferimento al caso tarantino, ha delineato come il capitale cerchi sempre di normalizzare le sue nocive conseguenze, mirando a farle assorbire e assumere alla popolazione come qualcosa di inevitabile e senza responsabili, mentre la produzione e i suoi danni continuano. Questo è qualcosa che sul territorio pugliese va avanti da più di cinquant’anni, a causa dei veleni prodotti dall’ Ilva (ora Arcerol Mittal), particolarmente sentiti durante i “Wind Days”, che costringono le persone a chiudersi nelle proprie abitazioni, mentre il messaggio che viene fatto trapelare è di abituarsi a questa condizione come normale. Qualcosa che ci ricorda quello che ora vediamo riprodotto a tutto il territorio nazionale, con decreti che intimano alle persone di stare a casa, ma che non bloccano le fabbriche e che, in termini più ampi, riscontriamo su scala globale (La normalizzazione e la standardizzazione del dolore e della morte: qui e qui).

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E proprio durante la quarantena, un dover stare a casa per far fronte a nuove nocività, chi si sobbarca tutto quel lavoro invisibile, ancora più essenziale in una situazione emergenziale come questa, che è il lavoro di cura?  Sono come sempre le donne, che vista la gran parte della società costretta a vita domestica, si ritrovano in una situazione ancora più esasperante, di lavoro senza sosta caricato sulle loro spalle dentro alle mura di casa, che rendono ancora più difficile la relazione con l’esterno in caso di bisogno d’aiuto. Questo e quanto siano necessarie nuove reti di solidarietà attiva dal basso è stato spiegato nell’intervento di  Marie Moïse (ricercatrice della rivista Jacobin Italia) e Dario Firenze (psicologo in formazione e attivista dello sportello #NONSEISOLA di Ri-Make). Oggi la solidarietà può assumere connotati nuovi e diventare una nuova forma di relazione di cura, questa intesa non più come orientata alla riproduzione sociale di un sistema basato sullo sfruttamento e la violenza sulle donne, bensì dedita ad interrompere l'isolamento e a riprodurre un sistema sociale basato sulla cura reciproca e in conflitto con le asimmetrie strutturali esistenti (Cura e distanziamento sociale in tempi di Covid-19). 

 

 

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La crisi che stiamo attraversando è infatti un terreno di contesa, perché se da un lato il capitalismo cerca di reinventarsi come ha sempre fatto, dall’altro mai come oggi si vedono crepe, spiragli e potenzialità da ampliare per far franare l’ordine costituito e immaginare la costruzione di una realtà differente. Nell’intervento di Salvo Torre (Università degli studi di Catania, POE) si è parlato proprio della grande trasformazione storica in corso, di quanto il capitalismo stia mostrando con estrema violenza tutte le sue contraddizioni ora che si è mostrato nella sua forma più pura. Se si prospetta un grande sconvolgimento politico sociale che sancirà un radicale cambiamento delle istituzioni moderne, sicuramente ci sarà lottare perché l’alternativa che proponiamo non venga assorbita e perché siano visibili i percorsi concreti e attuabili che si stanno aprendo. Tutto il pianeta e ciò che vi vive viene sfruttato fino ad essere prosciugato, si ammala, soffre e continue crisi si manifestano, la Terra sta diventando un luogo sempre più inospitale e i primi a pagarne le conseguenze già da adesso si vede chi sono. Il capitalismo quindi non solo ti ruba la vita, relegando la tua esistenza alla sua riproduzione, ma sei anche quell* che si becca in primis le sue nocività e anche le conseguenti crisi economiche. Chi sta pagando con la vita questa pandemia? E chi pagherà il tentativo del capitalismo di riassettarsi? Chi pagherà  con la vita per il riscaldamento globale e per le prossime crisi ecologiche? Se per la prima domanda dovranno rendere conto, per le altre due non dovranno esserci i presupposti per cui a pagare saremo noi. Adesso è il momento di immaginare come attuare nuove forme di società, in cui le relazioni con l’ambiente, con gli essere umani e non umani e con noi stessi siano basate sulla convivenza reciproca e non sulla prevaricazione (Mondi possibili. Costruire il futuro, difendere il vivente).

Sicuramente è necessario iniziare facendo trapelare un’altra narrazione. Riuscire ad analizzare e capire quali siano state le cause e ciò che ha contribuito alla diffusione del Covid-19, ci permette di smascherare un sistema che cerca di nascondere le proprie responsabilità a più non posso. Come è stato spiegato assieme a Gianluigi De Gennaro (professore associato all’università di Bari) e Francesca Dominici (Harvard University), il virus viene veicolato da un’altra conseguenza nociva del capitalismo, ovvero dal PM10, particolato estremamente dannoso, presente nell’aria inquinata, che fa da trasportatore del virus, il quale vi si attacca (Covid-19 e inquinamento dell’aria).

Del resto la stessa presenza di PM10 nell’aria che respiriamo viene alimentata anche da quell’industria che ha fatto entrare in contatto l’essere umano con il Coronavirus, ovvero quella alimentare. Ma ciò precisamente com’è avvenuto? È stato descritto per filo e per segno, da Ettore Camerlenghi (Monash University-Melbourne) e Silvio Paone (Università la Sapienza-Roma): distruggendo gli ecosistemi, disboscando intere foreste per avere spazio per monocolture e allevamenti intensivi, si alterano i delicati e millenari equilibri tra specie, cosicché virus a noi sconosciuti debbano trovare nuove case, che individuano proprio negli animali domestici privi di qualunque barriera immunologica che compongono gli allevamenti. Dopodiché il passaggio all’essere umano è immediato (Ecologia e Pandemia: biodiversità, estinzione e malattie infettive emergenti).

 

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È evidente come la crisi che stiamo vivendo abbia radici nel lungo processo di devastazione ambientale e di saccheggio delle risorse per mano del capitalismo. La pandemia ci palesa gli effetti distruttivi della colonizzazione di corpi e territori, del dominio sul vivente, che controllato e reso funzionale alla riproduzione del capitale è esasperato. Possiamo vedere nitidamente le linee lungo le quali questo dominio colonialista, patriarcale, razzista e classista si articola e quindi individuare in queste le sue debolezze e immaginare nuove forme di resistenza e nuovi mondi a venire. Di questo e di come i processi di valorizzazione capitalista investono direttamente i nostri corpi, la biosfera, il vivente tutto, ma anche di come le lotte anticapitaliste possono interromperli e creare alternative, si è parlato con Alice Dal Gobbo (sociologa e ricercatrice presso l’Università di Trento, POE) (Liberare il corpo. Covid-19 tra pratiche di dominio e decolonizzazione: vedi qui).

Il ciclo di interventi prosegue, per far trapelare una narrazione differente, per individuare le contraddizioni e i punti di debolezza di un sistema da decostruire per poter finalmente far prevalere la salute di vita e territori sul profitto. Questa settimana altri due appuntamenti:

Lunedì 27/04 ore 18.30: “Pandemia_ Occupazione militare in Sardegna ai tempi del Covid-19 tra disastro sanitario sociale e ambientale” con A Foras - Contra a s'ocupatzione militare de sa Sardigna

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Mercoledì 29/04 ore 18.00: "Devastazione ambientale e pandemie vs giustizia climatica e transizione energetica" con Emanuele Leonardi (Università di Parma; POE).

E il 04/05: "L' autonomia ritrovata: agroecologia e comunità del cibo nella transizione ecologica" con Andrea Ghelfi (University of Nottingham).

 

Le dirette e le differite degli interventi si possono trovare sulle pagine Facebook di UTR-Ecologia Politica Bologna; Ecologia Politica Milano; Ecologia Politica-Torino; Ecologia Politica-Pisa; Ecologia Politica-Firenze e sul canale You Tube Ecologia Politica Network.

 

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in CULTURE

Pubblichiamo questo interessante intervento apparso su Carmilla di Fabio Ciabatti che riflette esplicitamente sullo scontro tra i concetti di libertà che oggi si giocano nel contesto della crisi da Covid, come vera crisi del comando capitalista, ma anche conseguentemente incrinatura della sua narrazione ideologica. L'autore sottolinea come riemergano i limiti "naturali" a ciò che l'uomo può fare, individualmente e socialmente. Una sorta di contrappasso in cui la "finitezza delle risorse" e la loro distribuzione secondo quale utilità sembrano essere uno dei veri campi di contesa. Buona lettura!

Il distanziamento sociale cui ci costringe l’epidemia da COVID-19 si configura, a prima vista, come la versione più estrema dell’isolamento individualistico tipico della società borghese. Il mondo che stiamo vivendo ci appare popolato da atomi che evitano qualsiasi rapporto sociale con gli altri atomi, fatti salvi quelli strettamente utilitaristici, necessari a soddisfare i bisogni materiali essenziali. Stando così le cose, sembriamo proprio fottuti, intrappolati come siamo in un sogno che non è il nostro. E’ il sogno di Margaret Thatcher: “La società non esiste. Ci sono solo gli individui, uomini e donne, e le loro famiglie”. Ma è davvero così?
Per rispondere a questa domanda partiamo da una famosa affermazione di Marx: “L’uomo è nel senso più letterale uno zoon politikon, non soltanto un animale sociale, ma un animale che solamente nella società può isolarsi”. Queste parole, seppur scritte nell”800 per polemizzare con le “robinsonate” degli economisti borghesi, possono aiutarci a comprendere qualcosa della crisi attuale. Per capire come sia possibile, aggiungiamo un’altra affermazione dello stesso Marx, immediatamente precedente a quella prima citata, che riporto di seguito con una piccola variazione: “l’epoca che genera questo modo di vivere, il modo di vivere dell’individuo isolato, è proprio l’epoca dei rapporti sociali (generali da questo punto di vista) finora più sviluppati” (nell’originale al posto della parola “vivere” si trovava “vedere”).1
Quello che vorrei sostenere è che, per quanto paradossale possa sembrare, per isolarci al massimo al fine di evitare il contagio abbiamo bisogno del livello più alto possibile di sviluppo dei rapporti sociali. Non siamo in una società che si basa su piccole unità produttive sostanzialmente autosufficienti dal punto di vista della produzione dei beni di prima necessità, come poteva essere la società contadina precapitalistica. Moltissimi beni che consumiamo vengono prodotti attraverso filiere produttive lunghe e internazionalizzate. Ogni singolo bene prevede l’interazione di una molteplicità di individui, organizzazioni, unità produttive sia a livello di produzione che di distribuzione. E’ evidente che ciascuna delle interazioni umane necessarie al nostro sostentamento, anche se ci limitiamo ai beni relativamente essenziali, porta con sé rischi di contagio. Occorrerebbe allora un altissimo livello di integrazione economica, sociale e politica per far funzionare una macchina così complessa al servizio di tutti i singoli individui separatamente presi assicurando loro il benessere materiale e al contempo minimizzando l’esposizione al virus. 

CO MA 6Non indugiamo ulteriormente e spariamola grossa: per fare fronte efficacemente alla situazione di pandemia globale, senza dar luogo a dinamiche di pesante regressione sociale, avremmo bisogno di un sistema che iniziasse a somigliare vagamente al comunismo. Avremmo cioè bisogno di una società che cominciasse ad orientarsi in base al vecchio motto marxiano “a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità”. Stiamo parlando di una società che dovrebbe provvedere ai bisogni di tutti, sia a livello strettamente medico che a livello socio-economico: capillare assistenza attraverso una sanità organizzata sul territorio, cure adeguate nei reparti ospedalieri, sussidi dignitosi per chi ha perso reddito e lavoro, distribuzione porta a porta di beni e servizi soprattutto per le persone più a rischio e così via. Ma per rendere ciò possibile dovrebbe funzionare l’altra faccia della medaglia: da ciascuno secondo le sue capacità. Ciascuno, in altri termini, dovrebbe attivarsi senza costrizione, nei limiti delle sue attitudini e possibilità, per rispondere alle necessità collettive.
Tutto questo, ovviamente, non potrebbe prescindere da una capacità di coordinamento dei produttori associati che prevedesse strumenti di programmazione con diversi livelli di centralizzazione, adeguatamente articolati con forme di autorganizzazione a livello territoriale. Una programmazione che fosse in grado di concentrare gli sforzi sulle produzioni essenziali, di riconvertire rapidamente la macchina produttiva laddove necessario, di accorciare le filiere anche in presenza di momentanee perdite di produttività, di distribuire capillarmente e equamente i beni necessari. E visto che non ci vogliamo nascondere, il fatto che molte produzioni attuali si basano su filiere internazionali, un coordinamento come quello che stiamo immaginando andrebbe a prospettare i primi embrioni di una’autentica “comunità umana”.

CO MAIl “regno della libertà” rappresentato dalla “comunità umana” è però ancora lontanissimo. Dobbiamo ancora imparare a gestire adeguatamente il “regno della necessità”. La nostra società dimentica troppo facilmente che la produzione rimane sempre ed essenzialmente “ricambio organico tra l’uomo e la natura”. Una natura che pone limiti a ciò che possiamo fare individualmente e socialmente.  Ce ne siamo scordati perché siamo prigionieri dell’illusione di una crescita senza fine. Il singolo capitalista, da quando si è affacciato sul proscenio della storia moderna,  ha sempre avuto una sola e meschina ossessione: l’incessante autovalorizzazione del suo capitale. E l’intero sistema gli è continuamente andato appresso.  Più recentemente siamo diventati collettivamente adoratori del feticcio per eccellenza, il capitale fittizio. Stiamo parlando, per intenderci, del capitale finanziario che sembra capace di moltiplicarsi a dismisura senza doversi sporcare le mani con il mondo materiale. Denaro che produce altro denaro e niente di più. E, infine, c’è stata un’altra diffusa allucinazione, tutta postmoderna, quella della smaterializzazione degli strumenti e dei processi lavorativi.
Il COVID-19 sta lì a ricordarci che esiste una realtà oggettiva fuori del nostro controllo individuale e sociale. La pandemia ci rammenta che la natura non è un docile strumento nelle nostre mani, ma può diventare matrigna. Affrontando la diffusione del coronavirus e le sue conseguenze socio-economiche ci scontriamo dunque con un fenomeno naturale che non può essere manipolato a nostro piacimento, o immediatamente eliminato, ma soltanto parzialmente governato nei suoi effetti. In questo contesto, l’unica libertà possibile rimane quella che indicava Marx quando sosteneva che mai e poi mai si sarebbe potuto abolire il regno della necessità: 

l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguano il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa.2

CO MA 3D’accordo, sembra proprio che stiamo lasciando correre a briglia sciolta la fantasia. Ma si può dire che ogni crisi profonda e generale dei rapporti sociali, quale che ne sia la causa immediata, sospendendo il normale corso delle cose, apre temporaneamente alla realizzazione di inedite possibilità, a un potenziale momento di svolta storica in bilico tra rigenerazione e apocalisse. O se si preferisce tra socialismo e barbarie. Oggi, a dire il vero, sembra che sia la barbarie ad avanzare a passi rapidi. Se la società non esiste ma ci sono gli individui allora è naturale il laissez-faire all’immunità di gregge e, cioè, al darwinismo sociale allo stato puro. Ma anche il sogno  più persuasivo che i nostri governanti ci costringono a sognare deve fare i conti con il principio di realtà. La società alla fine non può che manifestarsi e finisce per assumere le caratteristiche di un Leviatano che regola autoritariamente ogni aspetto della vita individuale. Guai a chi si muove da casa!
Quanto più individuo e società appaiono come entità meccanicamente separate tanto più l’organizzazione sociale della vita individuale appare intrinsecamente oppressiva.  Un’apparenza che è reale e, al tempo stesso, ingannatrice perché nella società concreta siamo davvero tutti individui ma alcuni sono più individui di altri: il laissez-faire vale solo per l’attività di impresa mentre per il resto della vita sociale ci si deve attenere ad una ferrea regolazione sociale. 

In fin dei conti tutto ciò non dovrebbe sorprenderci. “Après moi, le déluge! è la parola d’ordine di ogni capitalista e di ogni nazione capitalista. Quindi il capitale non si cura della salute o della durata della vita del lavoratore, a meno che non sia costretto dalla società”.3 Questo dovrebbe essere noto da tempo, almeno per chi ha un po’ di familiarità con le idee marxiane. Però oggi, come non mai, tutti quanti rischiamo concretamente di essere sommersi da questo diluvio. Mai come in questo momento è stato chiaro che la riproduzione del capitale è in contraddizione con la riproduzione sociale complessiva, cioè con la salute e la sopravvivenza dei singoli individui. I singoli lavoratori devono andare al lavoro anche se privi di ogni dispositivo di protezione potendosi infettare in ogni momento o devono rimanere a casa in quarantena anche quando nessuno provvede alle loro esigenze mediche o di sussistenza. E poco male se i vecchi muoiono a grappoli nelle Residenze Sanitarie Assistenziali, così risolviamo il problema delle pensioni!

CO MA 4Stiamo esagerando? Per prima cosa bisogna considerare che la crisi attuale ce la porteremo avanti per molto tempo ancora sia a livello di emergenza epidemiologica (“La domanda non è se ci sarà una seconda ondata, la domanda è se impareremo dalla lezione che abbiamo avuto finora” ha detto Hans Kluge, direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa) sia a livello di conseguenze socio-economiche (il Fondo Monetario Internazionale prevede per questo anno una caduta del PIL del 9,1% in Italia e del 3% a livello mondiale). A posteriori veniamo a sapere che gli epidemiologi si aspettavano una pandemia già da tempo. Le condizioni che l’hanno provocato non verranno meno una volta debellato il COVID-19. La situazione potrebbe benissimo ripetersi.
Come sempre il capitale utilizza la crisi per riorganizzarsi e, scontrandosi con i suoi limiti intrinseci, cerca nuove soluzioni per soddisfare la sua infinita brama di sfruttamento. Dalla situazione attuale, dunque, usciranno profondamente mutati gli equilibri e i rapporti di forza tra le diverse fazioni del capitale. Chi ha interrotto per meno tempo la produzione, chi non lo ha fatto per niente e chi riceverà più aiuti dal proprio Stato, avrà dei forti vantaggi, alle volte decisivi, nella competizione internazionale. I padroni sono vampiri assetati di sangue, anche quando è infetto. Ma lo sono anche perché tra le singole fazioni capitalistiche è sempre in corso una guerra che per molti capitali può rivelarsi fatale. Questa però è solo una parte della storia perché saranno trasformati anche i rapporti di forza tra capitale e lavoro. Solo per fare un esempio, si sta sperimentando su larga scala un utilizzo del telelavoro che aumenta lunghezza e intensità della giornata lavorativa diminuendo al contempo i costi di esercizio per il capitale. Una manna dal cielo per lor signori anche senza considerare il più che probabile utilizzo di distanziamento e tracciamento anti-contagio come strumenti di controllo sociale.
Fortunatamente ci sono anche segnali che indicano una direzione opposta: dagli scioperi spontanei nelle fabbriche a forme embrionali di autorganizzazione sul territorio per far fronte collettivamente alle prime esigenze materiali.

Di certo molti nodi stanno venendo al pettine. C’è un’esigenza di fermarsi a riflettere, di comprendere le dinamiche concrete della crisi attuale che ha caratteristiche, per molti versi, inedite. Un’esigenza che non può essere soddisfatta semplicemente applicando a una situazione nuova vecchi strumenti concettuali. Utilizzare Marx, come è stato fatto in questo articolo, di certo non basta. Però aiuta. E di aiuti abbiamo dannatamente bisogno perché ci troviamo di fronte a un’urgenza politica cui non ci si può sottrarre. La locomotiva della storia sembra aver accelerato improvvisamente senza curarsi dei pericoli sempre più concreti di deragliamento. Nessuno può scendere. Abbiamo bisogno di tirare il freno d’emergenza. Per poi ripartire verso una diversa direzione, per molti aspetti sconosciuta.

Si ringrazia Daniele Molajoli per le immagini

K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze 1997, I, p. 5. K. Marx, Il capitale, Libro III, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 933. K. Marx, Il capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 305.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Abbiamo intervistato un medico recentemente impiegato nelle nuove Unità Sanitarie di Continuità Assistenziale (USCA) istituite dal governo per fronteggiare l’emergenza coronavirus.

Alcuni temi che riguardano il modello di sanità pubblica sono comuni a tante testimonianze: il rapporto tra personale sanitario e paziente, tra ospedale e territorio, le gerarchie dirigenziali burocratizzate e impreparate, la mancanza di risorse e direttive. In questa intervista però abbiamo una prospettiva particolare, perché si tratta di un medico che lavora come partita IVA e che vive delle contraddizioni che, soprattutto sul territorio, si stanno mostrando in tutta la loro gravità. Da questa prospettiva emerge il problema di una vasta componente di personale medico che non riesce ad accedere ai corsi di specializzazione e si ritrova a coprire innumerevoli mansioni, soprattutto nella sanità privata, come forza lavoro altamente flessibile e poco garantita.

Qui le precedenti puntate:

Intervista dalla terapia intensiva

«Ci sono una serie di limiti e problemi che questo sistema ha sempre avuto»

Voci dalla corsia, tampone sì tampone no

 

Che lavoro fai? Che formazione hai?

Sono un medico e sono in formazione come psicoterapeuta. Sono medico partita IVA, quindi ho iniziato come tante persone quando inizi a essere nel mercato del lavoro. Non entrando in specialità ho cominciato a fare un po' qualsiasi lavoro che mi venisse chiesto. Un po' per volta, mi sono indirizzato verso la gestione dei servizi sulla disabilità, turni in strutture con pazienti psichiatrici, qualcosina sul territorio, come sostituzioni di pediatri più che altro. Meno a chiamata e con un po’ più di ritmi: il pediatra che conosco che mi chiede un periodo preciso o un giorno alla settimana fisso; i turni in clinica, non più spot, ma andando a essere inserito nei turni di alcune strutture e non di altre. E poi ho lavorato anche in RSA, ma è un lavoro che è un po’ di tempo che non faccio più. Tra l’altro con tutto quello che sta succedendo forse meno male, perché deve essere molto difficile in questo momento avere responsabilità di direzione sanitaria in questo contesto. E poi c’è stato il coronavirus che ha stravolto la quotidianità di tutti e anche la mia.

Il medico di medicina generale o del pediatra di libera scelta che è convenzionato con il sistema sanitario nazionale (i medici che, insieme alla “continuità assistenziale”, ovvero la guardia medica, costituiscono la medicina territoriale e di cure primarie) non è considerato un dipendente, quindi le ferie e queste cose qua se le gestisce tutte lui. Procurarsi i Dpi già per loro è difficile, per me, come libero professionista, come cittadino qualsiasi, fa parte del rischio professionale. Ho fatto il giro delle farmacie nei paesi in cui lavoravo, ma non ce n’erano. Adesso per fortuna la situazione è cambiata, però, fino a febbraio, ho trovato solo una mascherina chirurgica che ho utilizzato per vedere i bambini tutto il giorno. Per tipo 10 giorni. Alla fine di questo periodo sono risultato sintomatico e mi sono ammalato.

Poi tutto nel momento più sbagliato possibile. Ho avuto problemi personali e sfortune che mi hanno reso difficile la vita in casa... è stato un bel casino perché comunque non sono finito in rianimazione però ho avuto la mia influenza pesante. Degli amici mi portavano la spesa perché sennò non mangiavo perché, a parte che non potevo uscire, ma non ce la facevo neanche. A parte questo periodo qua sono stato bene per diverse settimane. Nonostante avessi attivato più volte il SISP per chiedere il tampone non sono mai stato ricontattato. Perché i contatti che ho avuto o non erano con persone positive o, anche quando ho avuto contatti di lavoro dimostrati positivi, non sono stati giudicati finora stretti. Poi tra l'altro proprio su un caso che è risultato positivo a Marzo in una clinica, adesso hanno ottenuto di smuovere un po' le acque e verranno a farci i tamponi martedì. Noi abbiamo attivato il SISP di quella provincia già il 19, praticamente un mese fa. Se qualcuno di noi fosse stato positivo non lo sapremo mai e se risulta positivo adesso, anche rispetto al quesito con cui vengono e sono attivati, non c'entra nulla. Questo è per darti la sensazione di come è stato. Perché inizia il coronavirus e all’inizio le notizie anche per noi non è che sono sempre state subito chiarissime. Perché da una parte siamo sia medici sia però è una cosa nuova, quindi anche per noi capire e inquadrare i rischi è stato complicato e probabilmente sul territorio ci si è esposti, ci si è esposti tanto. Infatti da quello che ho capito la categoria in cui si sono ammalati di più e sono morti di più sono i medici del territorio.  

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Quale tipo di contratto hai con le cliniche in cui lavori?

Io sono partita IVA, quindi sono contratti di consulenza con singole cliniche che tendenzialmente sono convenzionate o singoli medici del territorio, quindi sono strutture private o pazienti che vedo come libero professionista, però i pazienti che vedo li vedo quasi sempre con il Sistema Sanitario Nazionale. 

 

Quindi a voi medici partita IVA nessuna istituzione ha dato i DPI perchè rientrano nel rischio professionale dovete procurarveli da soli?

Sì, tra l'altro questo vale anche per i medici di medicina generale. Poi in alcune realtà le cose sono cambiate, ci sono state iniziative, tipo a Cuneo hanno dato a tutti i medici delle mascherine.  Questo soprattutto sul territorio, però in clinica se la clinica riesce a procurarsi i dispositivi non è che dice al dipendente si e quello assunto con la cooperativa no. Per fortuna questa roba non l’ho mai vista. Il concetto del territorio è proprio quello che tu sei un professionista. Sei tu che decidi di comprarti o no l'ecografo se lo vuoi avere in studio. Però se già era difficile per i medici titolari delle convenzioni, per noi sostituti è stato veramente ancora più difficile. Perché magari loro conoscono il territorio e quindi hanno anche canali con le farmacie o cose così. Oppure iniziative, per esempio, come la Croce Rossa che distribuisce a tutti i medici della zona una mascherina, la Croce Verde distribuisce i guanti. A me invece no, io non ho il mio studio, quindi sono lì che giro e mi devo cercare le cose io da privato. Questa è secondo me la grande contraddizione, che il sistema del privato convenzionato non tutela mai i lavoratori. Se faccio una visita a un paziente, se la facesse nel pubblico il professionista avrebbe una serie di diritti, dalle ferie alla malattia, e potrebbe rifarsi con la sua direzione sanitaria se gli mancano dispositivi. Da Partita IVA questo è molto più difficile e sei lasciato molto più a te stesso. 

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La tua condizione di lavoro come è cambiata in questa emergenza?

Con il fatto che sono partita IVA sono su progetti o cose che non sono viste come così essenziali. Tipo in comunità. Io non sono il clinico della comunità, ma mi occupo della parte più gestionale, riunioni, supervisioni, formazione. Non c'ho più messo piede. Una parte di lavoro è proprio andata via. Una parte l’ho convertita con telelavoro, però è diverso ovviamente fare riunione su cose cliniche che però a volte sono più emozioni e dinamiche relazionali, farla su un computer o farla dal vivo. Tutti i lavori che avevo di sostituzione anche banalmente le vacanze di Pasqua dei pediatri e queste robe qua ciao, ovviamente. Poi su questo c’è stata anche molta solidarietà e molto confronto in questo momento. Qualcuno me lo ha detto: “guarda non lavorerò. Non andrò in vacanza. Ti avevo detto che 10 giorni te li davo, se vuoi te ne fai cinque”. Poi comunque ho trovato altri lavori. Anche dal punto di vista psicologico sono stato fermo per un sacco, un sacco di problemi, finalmente posso ricominciare a uscire, sono usciti un sacco di bandi, tra cui questi dell'Unità speciale e allora poi sono stato arruolato lì. Tra l'altro, nella disperazione per un attimo ho pensato di farlo veramente, è uscito un bando per militari. Quello che ho trovato assurdo è che, in uno di questi decreti quando non hanno stanziato delle risorse per fare anche questo bando per la medicina militare, è stato l'unico bando dove mi avrebbero comunque garantito un’assunzione. Perché nel momento in cui tu firmi un anno. Che tu firmi sia inquadrato come medico, quindi già graduato o che fai quello semplice, comunque hai una serie di robe come la malattia. L’unico contratto finora che abbia mai trovato nella mia vita che mi propone la malattia è quello dell’esercito e questo l’ho trovato assurdo. E poi in un momento in cui non ci sono risorse sanitarie da altre parti, pensi che è un po' un modo per gestire la situazione sanitaria, sia quella di stanziare dei fondi per poter arruolare. Il giorno prima sono lì che devo cercare di comprarmi le mascherine da solo, i colleghi che letteralmente muoiono perché mancano le mascherine e tu, governo,  stanzi i fondi per i militari. 

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Perché lavori come partita IVA?

Il settore della sanità sta andando un po' in quella direzione. E soprattutto c'è una grande differenza tra chi è specialista e chi no. Negli anni i tagli su questo si sono fatti sentire. Prima si specializzava chiunque, il percorso di specializzazione era anche visto in un modo diverso. Adesso siamo in tanti che siamo fuori dalla specializzazione medica. Io volevo lavorare in campo psichiatrico, dopo 3 anni che sono rimasto fuori mi sono detto: ma tanto lavorare sto già lavorando, per continuare a tentare di passare questo concorso e rimanere fuori, che poi magari vengo anche preso, e mi trovo da un momento all’altro a capire se mollare tutto, tutti i lavori che ho, la quotidianità che ho e prendere magari a Bergamo a fare lo psichiatra… piuttosto mi iscrivo a una scuola di psicoterapia. Ed è da lì che sono in formazione come psicoterapeuta. Diciamo che più si rimane in questa zona grigia, più è difficile essere assunti. Perché lavoro ce n’è e ce n’è tanto, ti chiamano in tanti modi. Però in realtà se non sei specialista è difficile che tu riesca ad avere dei contratti di assunzione. Nessuno assume un medico in quanto medico. Pochissimo. Assumi un medico in quanto ha fatto un corso di medicina generale, ha fatto una specializzazione (cardiologo, neurologo, chirurgo…), ci sono i concorsi eccetera. Poi ora a furia di avere carenze, si sta aprendo anche sempre di più il pubblico con i bandi anche a chi non è specialista. O, in alcuni casi estremi, c’è un giovane medico a fare il pediatra del territorio che viene rinnovato più o meno ogni sei mesi, però il primo pediatra che arriva lui se ne va. Finché non si sbloccherà questa roba che o cambiano il modo di formarsi o stanziano più borse di specializzazione, quelli come me continueranno a fare sei mesi in una clinica, poi vai in RSA, poi la comunità, poi vai a far la sostituzione. Si mangia e si mangia anche bene, non sono povero. Vengo da una famiglia di estrazione operaia tranquilla e non ho mai avuto tanti soldi come da quando faccio il medico, quindi non voglio far finta di no.  Però non ho mai avuto un giorno di malattia, mio padre che faceva il camionista si. 

 

In questo modo quali sono i tuoi ritmi di lavoro?

Sono alti, perché è un po' è la formazione personale che hai. Con il fatto che tu non riesci ad avere un contratto che ti da una serie di robe, finisce che sei sempre a disposizione. Ti viene difficile dire di no, un po' perché sei portato magari a dire di no, perché viviamo in una società capitalista e ti senti quasi in colpa a rifiutare il lavoro, poi specialmente se sono lavori pagati €40 l'ora. Tuo padre ha fatto il camionista tutta la vita. Dici vabbè, ma per quel mezzo turno in più lo faccio anche. Però non è solo quel pezzo lì, però c’è anche il pezzo che tu più dici di sì, più lavoro hai. Più cominci a dire di no, più cominci a essere fuori. Tra l’altro io ho scelto di fare medicina, tra le altre cose, dicendo: ci impiegherò quello che ci devo impiegare, succede quello che deve succedere, però appena finisci ti sistemi tranquilla. Invece poi il mercato è cambiato molto negli anni in cui mi sono laureato. 

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Quanto c'è una componente comunque di voglia individuale di fare il medico per curare gli altri e quanto c'è il discorso economico? 

È una domanda molto personale, la risposta varia da tante persone. Quello che ho imparato lavorando è che nella medicina c’è tantissima roba in mezzo, quindi il tipo di persona che sceglie certi interessi scientifici, che avendo una certa predisposizione di lavoro fa il chirurgo, una con una predisposizione diversa fa il medico di laboratorio. Non è che uno non è un medico e l'altro si. Anche se magari il chirurgo penserebbe questo e l’internista penserebbe quello del chirurgo. E non se ne esce. Però veramente ci sono i lavori che faccio come medico che proprio da legge può fare solo un medico in dei centri diurni per disabili. Ovviamente la mia presenza è una volta al mese e neanche settimanale, perché non servo come medico a fare altre cose. Nella medicina ci sono tante cose e ognuno riesce anche un po’ a trovare la propria strada. E un po’ la scegli perché ti interessa quell’aspetto di cura, qualsiasi sia il significato che gli dai e che poi gli darai. Perché anche quello più brillante inizia che ha 19 anni e finisce che ne ha 25, quindi sono anni in cui cambi. E studiare medicina ti cambia. Sei a contatto con la sofferenza della gente. Uno lo sceglie per tanti motivi, un po’ perché hai il narcisismo di pensare di curare l’altro, però se da domani dicessero che i medici prendono 5 euro l’ora non so se ci sarebbero le folle a fare il concorso. Le due cose concorrono. Più che la ricchezza economica per me, è proprio l’idea che so che se faccio il medico faccio un lavoro che penso possa piacermi. e poi sono all’interno di certi canali e non succede come in altri campi nei quali ci metti 10 anni a essere assunto da qualche parte, e magari ritorni a fare le ripetizioni con un dottorato. 

 

In altre interviste dei medici delle strutture ospedaliere ci hanno detto di una spinta a considerare il loro ruolo come quello di “meccanici del corpo”, e quindi un rapporto con i pazienti molto rapido nel quale trovare una cura in breve tempo. Però tante patologie che possiamo curare sul corpo hanno anche dei fattori sociali ed economici, quindi ci vorrebbe un assistenza sul territorio di altro tipo. In sostanza un rapporto con i pazienti che diventa da supermercato. Quindi una cosa che viene vista come negativa nel rapporto medico-paziente...

Sui territori forse è anche peggio, perché loro vendono la mercanzia grossa. Però il la persona prima di rivolgersi all’ospedaliero tendenzialmente deve passare dal medico di medicina generale. Io non faccio tante sostituzioni di medicina generale dell'adulto per quello. Perché con i pediatri hanno un rapporto diverso. Invece se io visito e ti dico guarda aspettiamo tre giorni e poi al massimo ripassi, rivisito e deciderò se dargli antibiotico, tendenzialmente la mamma si fida, magari devo spendere un po’ più di tempo a spiegare perché non prescrivo, però va bene così. Invece c’è gente che arriva e ti chiede delle cose assurde pretendendole senza neanche spiegarti. Poi a maggior ragione io sono sostituto, non mi ha mai visto, prima di farti una prescrizione ti farò delle domande che magari per te sono banali perché è la tua storia cronica e il tuo medico la sa. Però io ti vedo la prima volta. Arrivi invece dici allora io vorrei questo, questo, quello. E se tu dici di no o cerchi di capire il perché... ti verrebbe da buttarli fuori tutti. Però conti fino a 10 e dici: Ok, mi stai portando un bisogno, cerco di capire cosa c’è dietro. Il male alla pancia per cui mi chiedi quello “eh, ma tanto lei non è un gastroenterologo”. Quindi sul territorio c’è proprio questa roba. Si c’è il ruolo sociale del medico, però poi ci sono anche aggressioni, eccetera. Cambia anche molto da territorio a territorio, tipo io per scelta lavoro pochissimo a Torino e quando lo faccio poi vado in burnout per una settimana almeno. Questo è allucinante. Invece gli stessi lavori che a Torino faccio fatica a fare, in altri territori no. Per farti capire, ho vissuto in montagna per un anno da quel punto di vista lì nessuno mi veniva a dire “ma lei che ne sa”. Una volta volevano chiamarmi per far partorire una mucca. Volevano il mio numero di reperibilità per una mucca. Per il rapporto do un po’ colpa alla categoria. Perché è vero che è logorante, io sono anche relativamente giovane, però sei un professionista e il rapporto è uno dei tuoi strumenti. Come hai imparato a leggere l’ECG, devi imparare anche un po' a gestire il rapporto. Poi il rapporto in medicina è molto complicato. Se sai che con l’oncologico non riesci a lavorare, non fai oncologia. Se sai che il rapporto della medicina territoriale è molto logorante, se non vedi il rapporto come uno strumento professionale, non fare quello vai a fare l'anestesista. Che è un lavoro bellissimo ma è un altro tipo di rapporto col paziente, e anche un altro numero di pazienti. Dall'altra parte la cultura non aiuta. Perché non si vede il medico in quanto medico, in quanto persona, ma si pensa che funzioni soltanto il farmaco. Se tu vieni da me e io penso che quella roba passa in 5 giorni senza farmaci, però tu vuoi il farmaco a tutti i costi, nel momento in cui trovi quello che te lo prescrive, se magari sei alla quinta giornata, quella cosa sarebbe passata a prescindere, ma guarda è proprio il primo giorno di antibiotico che mi ha sfebbrato. Noi abbiamo delle colpe nel non mettere questo pezzo di rapporto, però è vero che dall'altra parte tante volte la cultura non ti porta a vedere la prestazione medica, al fatto che tu sei con me e parli e io ti visito e decido. L'unica vera prestazione è la ricetta, che sia per l'esame o per la visita specialistica, cioè o hai la ricetta o non ti ho visitato. Un lavoro che non faccio più, ma che una volta facevo era per un'assicurazione che ha tante persone straniere. Vai a fare delle domiciliari come se fosse il medico di medicina, però di persone che sono fuori dal sistema sanitario nazionale, oppure sarebbero dentro ma non l’hanno capito. Io poi ovviamente non avrei dovuto farlo, ma ho anche spiegato come puoi andare a iscriverti ai medici. Una volta uno mi ha detto “ con tutto quello che pago per l'assicurazione lei mi ha detto che sto bene”. “Scusi, mi spiace doveva pagare un po' di più, così riusciva ad avere il pacchetto malattia mortale e riuscivo a fare una diagnosi un po'  migliore. Però ha fatto il pacchetto normale. Purtroppo sta bene. Non so proprio come dirglielo. Mi dispiace darle questa notizia”. 

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Cosa sono le USCA (unità speciali di continuità assistenziali)? Perché nascono e come funzionano?

Sono delle unità di continuità assistenziale, quindi fa parte delle cure primarie, la guardia medica diciamo. Una guardia medica diurna attivata apposta in un decreto per occuparsi sul territorio di pazienti covid-19. Però già nel decreto segreto si spiega che non nasce in sostituzione alla rete di medicina generale ma per dare degli strumenti in più. I pazienti continuano a essere comunque del medico curante. L'idea, c'è anche scritto nel decreto, è che in questa situazione un po' emergenziale sugli aspetti legati al covid la medicina territoriale di fatto non è preparata, perché non ci sono abbastanza DPI, perché tanti medici sono ammalati. Quindi concentrare le risorse in alcuni punti specifici può servire per alleviare un po' la medicina territoriale che è proprio scoppiata in questo periodo. E avere tutte le risorse, ma anche le mascherine fighe e le cose così, in un posto. Perché se devo dare a tutti i medici i DPI ho una spesa, se invece io li concentro in un posto, calcolando che alcune di queste sono recuperabili, con due medici soli posso guardare i pazienti di 5 medici. Quindi l'idea un po' questa qua. Il problema del territorio è che è molto frammentato. E al di là del rapporto personale che ognuno ha il suo e si gestisce i pazienti come vuole, però l’organizzazione è molto frammentata da regione a regione, da ASL ad ASL, da distretto a distretto, da territorio di distretto a territorio di distretto. E quindi sono partiti in un modo molto diverso. In alcuni casi non sono riusciti a partire alla data giusta prevista dal decreto. Ad esempio nella mia ASL siamo partiti. Ma perché c'è una pressione politica di far vedere che ci pagavano e iniziavamo a girare. Però per noi la prima settimana è stata più per autorganizzarci. Infatti io attualmente sono su due territori diversi di due distretti diversi ma dello stesso bando della stessa ASL, e ho due modi di lavorare anche molto diversi. Questa cosa non mi sta piacendo e allora sono tornato a dare disponibilità solo in un posto. Però l'organizzazione cambia molto da luogo luogo, quindi ci sono dei posti in cui sono partiti prima e hanno fatto anche delle sperimentazioni prima dell'inizio ufficiale, in cui hanno degli infermieri dedicati con cui quindi si riesce a fare della diagnostica di un certo tipo, hanno attivato delle corsie preferenziali per alcuni tipi di farmaci che si usano in questo momento. Invece noi quando abbiamo iniziato, abbiamo avuto proprio da chi stava in distretto l’indicazione a prescrivere il meno possibile perché comunque le prescrizioni le fa il medico. Su alcuni territori della Regione Piemonte, per cui la legge è uguale, hanno fatto dei decreti a livello di ASL per cui si possono prescrivere per esempio l’ossigeno che è una cosa che si prescrive molto in questo momento, e si può prescrivere senza passare dal piano terapeutico dello specialista. Noi invece dobbiamo passare dal piano terapeutico dello specialista. L'organizzazione cambia molto in base a dove sei e chi sta sopra fornisce dei materiali diversi, da delle possibilità medico-legali diverse. Già non ci sono linee guida, perché è una patologia nuova, e le linee guida che ci sono si rifanno molto all’ambiente ospedaliero, già stai cercando di arginare un po' le cose, anche avere degli strumenti che cambiano tanto, fa in modo che hai sempre la sensazione di dovertele inventare tu. Perché sai che in tutta Italia si fa così, c’è un’esperienza di un certo tipo, poi ci sono le comunicazioni tra chat... Io ho tre chat di lavoro che giorno e notte parlano di covid-19, tra cliniche e altre robe, parliamo praticamente solo di quello e un minimo ti dai delle sicurezze. Però il mio collega che sta ad Alessandria ha il dubbio se dare quel farmaco lì, ha l’infermiere che gli entra in casa e gli fa l’ECG e ha poi il referto dell'ospedale di Alessandria dello specialista. Io forse devo rubare a un medico una cardiolina e andare a refertarmelo io. Sono modi di lavorare diversi. Quindi sull'organizzazione la sensazione è quella. Tra l'altro l'unica cosa su cui dovremmo essere tutti d'accordo è che, con i limiti anche di possibilità numerica e rischio biologico, noi dovremmo fare le domiciliari. In tanti posti i DPI sono davvero più che contati o comunque non sono a norma 100%, per cui dove siamo noi usciamo ma perché abbiamo deciso che ci vestiamo praticamente due volte: abbiamo il DPI e sopra, che cambiamo ogni visita, delle protezioni di altro tipo. Però secondo la legge noi dovremmo cambiare tutto ogni volta, ma se cambiassimo tutto ogni volta avremmo finito di fare le visite la prima settimana. 

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Avete avuto un periodo di autogestione perché dall’alto non vi arrivavano indicazioni?

Il vuoto e la contraddizione. La fortuna del mio territorio è che quelli sopra di noi sono particolarmente cretini, per cui noi siamo riusciti ad avere un margine di azione e di autorganizzazione che funziona. Un po’ per fortuna si è creato un gruppo di lavoro e io quando vado lì mi sento... l'unica vita sociale che ho ormai ce l’ho al lavoro, quindi stare con colleghi e colleghe simpatiche è già un pezzo. Ma si lavora proprio bene. E inoltre funziona perché noi facciamo “sì, sì, sì, sì” su tante cose però poi la ciccia ce la decidiamo noi. Per esempio, c’è un medico di medicina del territorio che ci ha proposto di darci questa cardiolina, non è che ce lo dicono dall’alto, siamo noi a far passare tutto con protocolli eccetera, però rispetto anche i rischi medico-legali della refertazione, chi fa, chi non fa..., siamo noi che ne discutiamo perché se cominciamo a parlarne con i nostri capi fanno i burocrati. Anche chi fa il medico in realtà fa il burocrate, ma neanche bene. Non è che io sia fan delle grandi organizzazioni partitiche del maoismo, però cazzo se devi fare il Partito Comunista voglio che il burocrate sia figura chiave e deve essere anche capace a farlo. Invece sono proprio persone molto disorientate che hanno avuto anche tanto tempo per preparare una roba, perché poi sul territorio dovevano fare quello e hanno avuto tre settimane, ma all'apertura sembrava che alcuni non avessero neanche letto per sbaglio la legge almeno la parte sullo scopo. E quindi l'unico modo per andare avanti è l’autorganizzazione. Dove te lo permettono. Perché da altre parti lavorano male, ma non così male da permetterti quello spazio. 

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I ruoli amministrativi e dirigenziali che dovrebbero svolgere una funzione di coordinamento in questa crisi non la hanno saputo svolgere. Secondo te perché questi ruoli che dovrebbero avere una funzione positiva, di fatto non la svolgono?

C’è un disegno politico del servizio sanitario, secondo me. Le persone che hanno avuto ruoli dirigenziali o sono particolarmente in gamba e sono davvero arrivate a fare certi percorsi o, nella maggior parte dei territori, finisce per essere selezionato non chi è motivato, chi ha interesse, chi vuole fare quello. Anzi chi vuole fare direzione sanitaria e si occupa di sanità pubblica 90 su 100 poi finisce a fare altro per frustrazione. Ma diventa il posto in cui ogni amico che è stato trombato alle elezioni può avere il direttore sanitario cugino, amico, o comunque è sempre stato anche un ricettario di casi sociali: “non sappiamo dove metterli, questa persona non può più andare a lavorare a contatto col pubblico, troviamole qualcosa da fare in distretto”. Per vari motivi si è  selezionato un certo tipo di personaggio, per cui hai veramente o i burocrati super stronzi che di gestire una pandemia era l'ultima cosa che si immaginavano, se no non avrebbero mai fatto quel lavoro, oppure delle persone, magari motivate anche molto competenti, che però devono sottostare a queste logiche con la frustrazione del momento. Tra l'altro anche noi medici che non facciamo quello, abbiamo le nostre colpe. Perché invece di vederci tutti come professionisti, quindi, come il collega che fa la direzione sanitaria, siamo tutti i medici, lavoriamo tutti per la salute della popolazione,  ti viene da pensare che, dopo 10 ore di turno che hai chiuso la sala, hai avuto la giornata particolarmente di merda, ti vengono anche a rompere i coglioni sul Bed Management del tuo reparto e ti viene da dire ma “sto stronzo che sta li a bersi la tazza di caffè e non fa manco il medico”. Forse anche per questo si è creata un po' questa roba in cui ci troviamo gente non preparata o interessata ad altro o comunque chi è preparato finisce per fare altro oppure fa quello che può. 

 

Come vi siete autorganizzati in questa emergenza? Quali strumenti avete utilizzato?

Ti racconto due realtà diverse. In territorio ci sono queste figure che sono medici un po' scelti perché già venivano della continuità assistenziale quindi già li conoscevano, gli hanno cominciato a dire “fai i turni” e poi da “fai turni” sono persone che si sono sentiti un po' dei primi tra pari. Per cui teoricamente sono quelli che si interfacciano con noi. Nell’altro territorio la filiera è un po' più rispettata, perché comunque abbiamo persone di riferimento un po' più sensate e la nostra coordinatrice si interfaccia con loro, che poi è una persona pagata quanto me, che fa i turni come me, fa quello che faccio io, e un po' dice quello che noi ci diciamo nelle chat, le nostre perplessità, cosa pensiamo e si attivano delle cose. Tra cui anche la formazione. 

Invece nell’altro territorio la situazione era talmente… tra una stronza e uno, che io pensavo fosse una di quelle persone che lavorano in ospedale tipo inserimenti sociali per distribuire la cancelleria, e invece ho scoperto poi dopo che era il mio capo, era talmente palese che non c’era nessuno che siamo riusciti fin da subito a dirci: “Allora diciamo Sì, sì”, ce lo diciamo tra di noi, poi facciamo le cose bene anche dal punto di vista legale. Perché poi agli aspetti medico-legali di tutela mia, ma anche dei pazienti, faccio abbastanza attenzione e anche i miei colleghi. Però la burocrazia inventata, creata sul momento, perché si è girato così… diciamo di sì e poi facciamo di testa nostra e nessuno ha avuto ancora da ridire nulla. È brutto da dire ma abbiamo avuto la fortuna che era talmente palese l’inadeguatezza della struttura che siamo riusciti ad organizzarci subito e bene. 

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Torniamo alle USCA…

Non è che ci siano così tante esperienze recenti di investimenti massicci nel territorio, creando delle figure di rinforzo alle cure primarie che sono il medico di medicina generale, il pediatra e la guardia medica. Questa è stata una cosa grossa. Non è stata percepita così. Però già mettere insieme l’organizzazione di tutti gli stipendi di quelli come me, quanto ci pagano, quanti siamo. Perchè i bandi sono stati tanti, le zone da coprire anche, sono stati fatti in tutta Italia. Ovvio che da altre parti faranno meno, da noi in Piemonte, in Lombardia, in Emilia sarà diverso, però è incredibile ed è passato sotto silenzio. Questo penso che faccia sempre parte dell'aspetto culturale. La medicina territoriale non è vista come medicina. L’inaugurazione della cagata dove ci sono poi 5 posti letto, con la critica che hai speso i soldi male, ha una certa attenzione perché è una spesa gigantesca e molto evidente. Invece sul territorio le cose sono sempre frammentate e non vengono mai viste… però è stato un investimento medico importante. 

 

Il rapporto tra ospedale e territorio è un problema strutturale del sistema sanitario italiano? Quali problemi comporta? Secondo te quale dovrebbe essere l’equilibrio tra le due cose?

Innanzitutto è incredibile che in Italia la branca principale della medicina non è considerata specializzazione. Il corso di formazione è diverso, non sono pagati durante la formazione contrariamente agli specializzandi, che sono pagati meno di altri medici di sicuro, però comunque hanno una borsa. Invece per la medicina generale c’è una borsa che non è nazionale ma è regionale che non è compatibile con fare il medico. Però è anche visto come un corso di qualità inferiore. Non è uniforme, è un corso di 3 anni e non i 4 minimi richiesti per essere una specializzazione, e questo succede soltanto in italia.  Da altre parti o sono degli internisti, dei medici con un altro tipo di formazione, che decidono di dedicarsi al territorio. O c’è una specializzazione, tipo in Spagna, in cui tu ti occupi di quella roba lì, quindi sono dei semi-emergenti urgentisti che possono o lavorare in pronto soccorso nei presidi territoriali, fanno anche di più i bambini, c’è proprio un’organizzazione diversa. E da noi già questa è una cosa che non ha senso, ma non perché serve il bollino. No, perché poi è pieno di medici super competenti sul territorio e di capre che stanno in ospedale a fare gli specialisti. Ma è sempre visto come una roba in cui una volta accedeva chiunque, ma anche adesso le sanatorie in questo campo vengono fatte molto di più che in altri. Ci sono le carenze, hai fatto il ginecologo a un certo punto ti vuoi reinventare come medico di medicina generale, puoi. 

A livello strutturale è visto come quella roba che possono fare tutti e invece non è così. E spesso non è visto come parte integrante del Servizio Sanitario Nazionale. Il centro di tutte le prestazioni del SSN, per come è stato pensato, è il medico del territorio, ma è l’unico che non è neanche assunto perché fa una convenzione. Questo è anche nell’interesse di molti sindacati dei medici… è un discorso complesso, però comunque sei veramente visto come una cosa parte. Tante volte non c’è una vera comunicazione tra medico e ospedale. È anche un fattore culturale. Perché mi ricordo quando mi sono abilitato, c’era un’internista che diceva peste e corna di tutti i medici a prescindere. E che l’idea che un suo collega nel darle le consegne le avesse detto chiama il medico perché dobbiamo capire una roba a lei sembrava inconcepibile. Se ho bisogno di una consulenza perché non capisco una cosa della pancia chiamo il gastroenterologo ma perché devo chiamare il medico di medicina generale che tanto sta tre ore in ufficio e poi non fa niente, fa solo ricette. A parte gli aspetti culturali che poi alcune persone magari incarnano, il contesto crea anche la cultura. Non sei visto come uno specialista. Mentre sono in ambulatorio, se vogliono una via preferenziale per parlare con un certo reparto, o c'è una collaborazione di un certo tipo, già li conosco, oppure non è che chiamo il centralino e mi passa automaticamente la sala medici. E questo secondo me è particolare. E se già per noi è difficile chiamarli, è difficilissimo che l’ospedaliero che ha un dubbio abbia un canale. Adesso i più giovani con le mail, magari qualcosa. Se hai un dubbio sulla terapia fatta 10 anni prima, provi a contattare il medico di medicina territoriale. Tante volte mi rendo conto che con gli ospedalieri, non tutti ovviamente, fai veramente fatica a essere conosciuto come collega e come medico per ottenere delle informazioni, ma anche a volte negli stessi tipi di servizi. Già il fatto che non esista un canale ufficiale tra servizi, medicina territoriale e ospedaliera a parte io che ti ho emesso la ricetta per andare dallo specialista. Però che dopo quella ricetta non ci sia un canale di comunicazione che può anche essere davvero un gestionale, una comunicazione via mail ufficializzata, o anche un po' di routine. Questa è una cosa allucinante, perché poi finisce che magari tante volte il paziente viene dimesso. Sì, c’è la lettera dimissioni però se non me la porta il paziente, io non lo so neanche. Poi se il paziente viene dimesso con l'antibiotico, ma non vuole farsi prescrivere l'antibiotico, non viene da me o se si dimentica, magari è anziano, non ha gli strumenti per capirlo, è uscito dall'ospedale e magari è spaventato e quindi si è perso quello che gli han detto e non ha capito che nel foglio c'è scritto “vai dal medico perché devi farti una settimana di antibiotico”. Magari esce e la settimana di antibiotico non se la fa. E io non l’ho mai saputo. Quindi questa roba che manchino dei canali è allucinante, però ci va la volontà politica di riconoscere la medicina territoriale. È facile prendersi gli applausi quando sei l’amministratore del mega ospedale, perché è una roba di immagine. Invece se lo stato spende i suoi soldi per fornire a tutti un ecografo a tutti i medici di medicina territoriale, perché almeno le ecografie di primo livello le possano fare loro, non è visto come “chissà che soldi hai speso”, non ti prendi l’applauso. L'ospedale poi raccoglie bene una dinamica di narrazione di medico eroe. 

 

Cosa pensi di questa visione di dei medici e dei sanitari come eroi?

Ovviamente non mi appartiene, non mi mette particolarmente a mio agio, la rifiuto abbastanza, però se ci mettiamo tutti d'accordo e la utilizziamo con intelligenza per ottenere alcune cose, ben venga che siamo degli eroi. Allora adesso io voglio un contratto, mi sono rotto i coglioni di avere la partita IVA, voglio sapere che se vengo assunto per una roba che ha a che fare con un rischio biologico e magari mi ammalo, a parte sapere che ho la libertà di non lavorare, però magari il mio reddito non subisce delle perdite significative, perché per due settimane non vado a lavorare. Se mi devi dire che sono un eroe per di dirmi sta roba va benissimo chiamami come vuoi. Se serve per cambiare. Spero che finalmente sia chiaro che non è che mancano medici, anche. Ma soprattutto che mancano specialisti. La situazione dei camici grigi, quelli che non riescono a specializzarsi, in Italia è drammatica, ma più di qualsiasi altro paese europeo. Però io come camicie grigio faccio delle cose che quando le racconto ai miei amici che sono fuori dall'Italia non ci credono che io riesca a lavorare nelle strutture psichiatriche. Non è normale. Non dovrei farlo. 

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Questi sono gli effetti delle specializzazioni a numero chiuso...

Perchè poi non è che la gente smette di avere bisogno del cardiologo. Secondo me è una scelta politica, perché poi a livello di conti pubblici non sono le specialità quelle che pensano. Il vero problema è che se tu hai un camice grigio hai una persona molto flessibile, nel momento in cui lo metti nel privato, che garantisce gli standard in modo diverso rispetto al pubblico, ti puoi permettere di avere uno che un giorno lo usi come risorsa in psichiatria, un giorno lo usi come risorsa nella riabilitazione, un giorno lo usi come risorsa nella pediatria del territorio, un giorno nella medicina generale. Guarda hai trovato uno stronzo che fa tutto, poi la realtà è quella. Secondo me è funzionale alla privatizzazione e alla delega al privato. È difficile che faranno i concorsi per cardiologi, se non sei cardiologo o non hai un’equipollenza in cardiologia. Se tu sei nella riabilitazione cardiologica il turno quello non specializzato te lo fa di sicuro, perché i vincoli legali sono anche diversi. Però una magari fa quel lavoro da 10 anni, c'è quel camice grigio che ha sempre studiato per entrare in cardiologia, ha sempre lavorato nel campo della di quella roba lì, magari è bravissimo, non è per smontare il lavoro degli altri. Il mio per primo. Io penso che quando faccio le cose un minimo faccio le cose per cui sono preparato dopo 3 anni di lavoro.

 

Ho trovato questa intervista al coordinatore delle unità territoriali USCA dell’ASL di Alessandria, in particolare dice che alcuni medici hanno rinunciato a partecipare perché c’è una componente emotiva molto forte. Su questo aspetto come te la vivi?

Ognuno vive le cose a modo suo e mi rendo conto che anche noi che abbiamo deciso di farlo ci approcciamo anche solo all'idea del rischio biologico, del contagio, con tutto quello che psicologicamente porta. Io sono single vivo da solo, mi rompo i coglioni a casa, però da una parte meno male, non ho le paranoie che hanno tanti colleghi. Le USCA sono arrivate con un bando regionale per fare anche altre cose, è arrivato nel momento in cui io veramente pur di uscire di casa l’unico modo era lavorare. Con un po' di ironia, poi non ci penso davvero, guardavo i bandi dell'esercito. Il mio approccio psicologico, che però sta cambiando, è stato “che bello! Posso uscire”.  Poi entri in situazioni che sono particolari, perché entri in casa della gente. Già nelle domiciliari normali ti possono aggredire, ci possono essere i cani che loro si sono dimenticati, “ma è sempre stato buono”, però mi vede e proprio quel giorno, guarda caso, rompe i coglioni. Ci sono tante cose. Adesso tu vai vestito tipo tutone di Chernobyl con la visiera, due guanti, comunichi soltanto con gli occhi e poco più, con delle cose in bocca che rendono difficile anche la comunicazione e vedi magari delle persone che sono chiuse in casa da tre settimane. E che magari vogliono avere delle risposte che noi non abbiamo perché la gestione del tampone è tutta del SISP (Servizi di Igiene e Sanità Pubblica). Vogliono sapere quand'è che finalmente faranno il secondo tampone, vogliono sapere perché il figlio non l'ha fatto e come gestire il figlio. Io ti posso dare delle linee guida fighissime se tu vivi in un castello. Ma se tu sei una famiglia normale, avete quello spazio lì, tre settimane che ce l'avete…  contagiatevi, non posso dirvi altro. Sono cose che poi ti porti a casa. Una mia amica è in rianimazione e vede la gente morire ha un carico diverso. Però fa un lavoro diverso, intuba la gente. Ha un carico emotivo diverso.

Però noi vediamo un pezzo particolare che è proprio difficile da raccontare. L’idea dell'emergenza, “l'abbiamo preso per i capelli”, questa questa cosa che si sente dire spesso, ti da un’idea fisica. Io invece sono andato lì, gli ho messo l’antimalarico che adesso si usa, gli faccio l'eparina a basso peso molecolare per 10 giorni e ho sentito un po' come va. Sono tornato a casa. Si porta una componente diversa, però psicologicamente è tanto da gestire anche quella. E infatti c’è una sorta di seconda emergenza legata alla psicologia di tutti e del personale sanitario, in particolare. Infatti si stanno nascendo tante iniziative di psicoterapeuti e istituti che si stanno dedicando a dare una mano in questo senso, con un occhio particolare a chi fa questo lavoro.

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 Hai voglia di dire ancora qualche parola su questo aspetto della sofferenza psicologica?

È un momento in cui tutte le risorse sono da un’altra parte e quindi si fa anche fatica. Noi viviamo con un'idea di morte, nel mondo occidentale con il consumismo e capitalismo, che tendiamo molto a non riconoscerla. L'idea che non siamo immortali non è che ti piace tanto. Abbiamo all'improvviso una roba che è invisibile, di cui sappiamo poco perché noi stessi medici l’abbiamo conosciuta da talmente poco che non abbiamo risposte sulla diagnosi, non abbiamo risposte sulla terapia. Le terapie vanno a mode, di settimana in settimana, ma anche negli ospedali. C’è la settimana che va il Plaquenil e la settimana in cui vanno gli antiretrovirali. Risposte non ne abbiamo, dall’altra c’è questa cosa del contagio che da una parte ti porta alla rabbia verso l'altro, al senso di colpa. In più sei chiuso in casa. Poi mettici che comunque magari c'è la mamma che si è ammalata, con le paure e il contagio... è un momento psicologico difficile per tutti a maggior ragione chi ha già delle sue vulnerabilità, se ha delle fissazioni di malattia  Ciao proprio. Ma in generale se tendi a essere un po’ più depresso, un po’ più ansioso, è un momento in cui per vedere il tuo psicologo è difficile, vedere il tuo psichiatra è difficile. Tante cose vengono fatte on-line, per alcuni pazienti funziona particolarmente bene, quasi meglio delle sedute. Infatti credo che cambierà il nostro modo di lavorare in futuro dopo questa esperienza. Dall'altra per le persone avere la psicologa e vederla sullo schermo rompe i coglioni. Voglio mettermi nel suo studio. Voglio la sua poltroncina comoda. Stiamo cercando di dare degli strumenti anche lì, che però sono strumenti che ci stiamo dando in autorganizzazione adesso. Nascono da collaborazioni di medici sul territorio, nate da “chi si cura di te” che è un’associazione nazionale, c'è un gruppo informale che si chiama Sertanet che raccoglie psicologi, psichiatri, medici di medicina generale, specializzandi a vari livelli e in questi giorni stiamo facendo uscire una pagina Facebook in cui ci sono un po' di strumenti su come gestire magari le telefonate, se intercetti il disagio psicologico quali sono le parole che possono essere utili da dire oppure no, quando invece bisogna chiamare il 112 perché il rischio può essere alto…

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Secondo te come dovrebbe cambiare la sanità italiana? Cambierà?

Cambierà di sicuro perché non è possibile che non cambi. Sono crollate delle strutture, hanno dovuto creare delle cose. Cambierà tutto e cambierà di sicuro la sanità, sul come non lo so. Come dovrebbe essere. Io non ho la presunzione di avere la risposta per tutto, ma credo che uno dei primi passi riguardi la formazione e l’omogeneità. La comunità è importante, la medicina territoriale non può che avere a che fare con la comunità, però non può esserci tutto questo livello di disorganizzazione o di organizzazioni diverse che rende impossibile coordinarsi eccetera. Quindi prima di tutto spero che il sistema internazionale ritorni essere nazionale e non alle regioni. Dovrebbe essere la prima parte, con competenze anche. Poi credo che la questione delle specializzazioni sia anche importante, con borse di specialità per tutti con l’università come centro, o piuttosto con borse lavoro, però deve cambiare e deve essere garantita a tutti. Io credo che il medico di medicina generale deve essere uno specialista al pari di altri che ha deciso di occuparsi in maniera specialistica della gestione del cronico e del territorio. 

 

La formazione che avete come medici era adeguata ad affrontare questa situazione? C’è un’iperspecializzazione?

Può essere. Ci sta che il cardiologo faccio il cardiologo, e ormai esistono tre tipi cardiologi diversi. Poi ci deve essere il massimo esperto di genetica del mitocondrio, uno. Però ci deve essere. Il problema è che non è visto come uno specialista quello che sul territorio si occupa delle cose croniche. Secondo me c’è bisogno di tutti e due. l problema è che in questo momento è sbilanciato. Devi riconoscere che sono medici preparati, competenti, specialisti, come una competenza reale. Non perché tanto è una cosa generica e la sappiamo fare tutti. Sembra che essere medico del territorio e avere delle competenze sulla gestione cronica sia la base, tutti automaticamente ce l'hanno e al massimo sommi sopra delle cose. E quello non è vero. La grande situazione del territorio lo sta dimostrando. O si tratta il territorio in modo sensato come una roba specialistica o non se ne esce. È una malattia che fino a un mese fa non esisteva. Nel senso che quando ho studiato, ho dato l’esame di microbiologia e ho parlato di coronavirus ma di SARS-CoV-2 non ho parlato, non c'era. Non abbiamo evidenze scientifiche, non conosciamo i protocolli, quindi non siamo preparati ma ci sta. Nessuno è preparato ma non perché la formazione medica non ti prepara, ma perché è una malattia nuova. Sulla gestione pandemica ci sta che io che nella vita faccio quello che fa disegnare i bambini per lo più e, volendo fare lo psicoterapeuta dell'età evolutiva, non ho la gestione di quello. Non ci sta che chi si occupa di sanità pubblica, di gestione dei distretti fosse impreparato. Però di nuovo questa parte qua deve essere vista come una competenza medica. Non solo politica e politica in senso buono al massimo, non politica “ci metto il mio amico perché ho preso il 2%”. Riconoscere che c'è anche la gestione delle emergenze fa parte di competenze mediche che non è che ha chiunque. E allora tu nel dubbio nei distretti metti tutti cretini perché non sai dove metterli. Allora li metti a lavorare in distretto o in direzione sanitaria perché metti quello super scaltro super Smart che sa fare lo squalo e una serie di pici intorno perché non sapevi dove parcheggiarli. Deve essere vista come una roba di competenza.

Ti volevo anche raccontare della formazione per fare questo lavoro USCA. In alcuni posti sono stati dati degli strumenti quindi è stata fatta della formazione rispetto ad alcuni strumenti. Però per esempio sulla vestizione, non tutti i territori della stessa ASL si sono mossi nello stesso identico modo. In alcuni abbiamo dovuto rompere i coglioni, dopo una settimana forse ci han fatto un corso con l’impossibilità per tutti di partecipare. Quasi come se fosse un favore, non come se fosse una cosa che era prevista. Da altre parti, invece hanno fatto una roba un po' più strutturata. Da noi davvero si fa fatica a insegnare l'uso corretto dei DPI. La vestizione e svestizione, la gestione dello sporco è dove si gioca una partita pazzesca. Mi devi formare forse molto di più perché è straordinaria per noi quella roba lì. Abbiamo i discorsi in in chat su cosa dare o non dare, ma anche se non mi fai la formazione dell'esperto mi leggo gli articoli. Anzi stiamo studiando forse anche troppo perché c’è talmente poca evidenza scientifica che poi stiamo studiando un po' sul nulla, però ci aiuta a sentirci meno impotenti. Però le cose importanti come gestire lo sporco e ste cose qua sono cose che scoprì in itinere quando cominci ad averci a che fare e dall'alto nessuno ha previsto bene organizzativamente queste cose qua, almeno nella nostra ASL. Poi come ti dicevo ci sono delle esperienze diverse. Se tu hai letto, Alessandria e Novara sono tra i territori più virtuosi del Piemonte, hanno delle USCA che funzionano bene, vanno a fare l'ecografia polmonare a casa della gente, vanno a fare i prelievi, hanno delle possibilità che noi non abbiamo. Si sa quando le hanno aperte ma non si sa quando le chiuderanno. Boh, magari Maggio sarà l'ultimo turno che avremo perché poi non c'è più emergenza, o magari più avanti ci saranno delle cose. Questa cosa della formazione secondo me è importante, è importante farlo uscire. 

 

A voi fanno abbastanza tamponi? Riuscite ad ottenerli?

La questione è questa, io ho avuto un sacco di rischi, sono stato anche sintomatico, ho avuto familiari sintomatici e mi faranno un tampone martedì per una roba di marzo e siamo al 22 aprile 21 aprile. Non siamo noi che li gestiamo, c'è il SISP, che è sanità pubblica a livello distrettuale, non regionale o comunque di ASL. Sono igienisti del territorio, probabilmente hanno anche poche risorse. Però non si capisce, sono loro che lo decidono e di sicuro le risorse diagnostiche stanziate sono molto poche. Avessero aumentato il numero di laboratori autorizzati a fare la diagnosi avremmo una fotografia diversa. Dopodiché questo tampone tutti lo vogliono, c’è anche da dire che, essendo una malattia nuova, non è che proprio funzioni benissimo. Perché adesso si vede che i falsi positivi sono buoni, sono pochi. Però i falsi negativi sono tanti e in questo momento i falsi negativi sono anche abbastanza preoccupanti. È proprio il simbolo di quella roba che non funziona. Nel senso che in Piemonte la maggior parte dei tamponi viene fatta soltanto in ambiente ospedaliero, quando devi isolare le persone che stanno fuori, per esempio i parenti di chi è stato in ospedale, è già faticoso e a maggior ragione ottenere la diagnostica per chi non ha avuto nessun ingresso in ospedale è praticamente impossibile. Perché tutte le risorse sono concentrate lì, che ha il suo senso perché ovviamente in ospedale ci sono dei percorsi puliti e dei percorsi sporchi sul covid e devi giocartela molto bene, però è allucinante che sul territorio non si facciano tamponi. Non so con quali criteri scelgano quei pochi che vengono fatti, penso che il SISP prenda nella grande quantità di richieste che hanno e a un certo punto ne faccia uno e lo fa caso e magari lo fa tappeto a una famiglia.

 

 

Per quanto riguarda nello specifico voi operatori sanitari?

Io nonostante fossi sintomatico per ottenerlo ci ho impiegato un mese. Secondo me a noi hanno paura a farli. Tipo c'è una fondazione privata lombarda che è enorme, sta in mezzo a mezza sanità Lombarda. Con tutti quelli della Lombardia un fattorino ha aggiunto anche quelli di Torino. Metà dei medici sono risultati positivi asintomatici. Sul territorio di quelli che non fotografiamo perché arrivano sintomatici in pronto soccorso noi ne sappiamo veramente pochissimo, è anche pericoloso perché se domani fanno davvero a tappeto i tamponi a tutti operatori sanitari si chiude tutto. Perché o mandi a lavorare gli asintomatici con 350 mascherine oppure c'è il rischio che se fai a tappeto ti ritrovi senza medici, senza infermieri, senza OSS in due giorni.

 

 

 

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