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Articoli filtrati per data: Sunday, 26 Aprile 2020

Pubblichiamo questo scritto di Felice Mometti inviatoci da New York che si concentra sulla relazione tra virus e spazio urbano nella città globale per eccellenza, la metropoli nordamericana che sta maggiormente pagando il costo della pandemia e che probabilmente ne uscirà trasformata con nuove parcellizzazioni spaziali, nuove tassonomie del tempo sociale, nuovi processi di soggettivazione e conflitto. 

 

Il paesaggio delle notti newyorchesi, dopo un mese e mezzo di parziale lockdown, richiama sempre più le scenografie di un b-movie post-apocalittico. 

La metropoli ha un aspetto spettrale come se fosse il risultato da una qualche forma di realtà aumentata. La drammatica colonna sonora delle sirene delle ambulanze si somma al rumore dei motori degli elicotteri che stazionano immobili in aria illuminando con potenti fari e riprendendo con telecamere a infrarossi i quartieri considerati a rischio di comportamenti che possono mettere in discussione il cosiddetto ordine pubblico. La metropoli sempre aperta, che non dorme mai, che  mette a valore anche gli stili di vita e gli immaginari, vede ora come luoghi di incontro notturni le grocery di alimentari agli angoli delle strade, le grandi lavanderie automatiche e i piani alti dei grattacieli di Midtown e del Distretto finanziario. Una socialità ridotta al minimo, in spazi che accentuano le divisioni di classe.

Un fermo immagine ad oggi ci mostra una città con 150 mila contagiati, 11 mila morti e più di un milione di domande per il sussidio di disoccupazione. Cifre in aumento e in gran parte sottostimate. Il virus - e con ciò si intende un insieme costituito dalla diffusione dell’epidemia, dal tipo di interventi socio-sanitari, dai tragitti della mobilità urbana e dalla forme emergenziali della governance politica - ha frammentato e polarizzato lo spazio urbano.

Certo l’epidemia è diffusa in tutta la città ma ci sono 3 grandi focolai, per numero di contagiati e vittime, che si sono formati non solo e non tanto per un andamento spontaneo e incontrollabile del Covid 19. Nel Queens attorno a Jackson Heights, nel nord del Bronx  e  a Brooklyn nella zona di Flatbush si registrano tassi di diffusione e di mortalità del virus che sono il doppio o il triplo delle altre zone di New York. Sono i quartieri abitati in gran parte da latini e da afroamericani in cui la qualità dei servizi sanitari è scadente, la densità territoriale e abitativa è molto alta e c’è una forza – lavoro in parte precaria che svolge attività legate in vario modo alla logistica, alla distribuzione,  al delivery, alle imprese di pulizie, alla piccola ristorazione. 

Sono coloro che sono costretti tutti i giorni a prendere la metropolitana, tra i principali luoghi del contagio,  per recarsi al lavoro. Sono le migliaia di riders latinoamericani, che consegnano ogni tipo di merce, assunti per due/tre mesi, vista l’eccezionale richiesta delle consegne a domicilio. Sono le donne afroamericane che lavorano nelle imprese di pulizie. Un lavoro vivo che per avere un salario necessario alla propria riproduzione rischia ogni giorno il contagio se non la  morte. In altre parole è il grande back-office del modo di produzione e riproduzione della metropoli globale.

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Il virus ha accentuato le disuguaglianze non solo di reddito. Basti guardare i numeri decisamente più bassi del contagio e dei decessi nelle zone ricche di Manhattan dove il 33 per cento della popolazione è costituito da singoli/e che abitano un appartamento. Il virus sta demarcando in modo diverso le varie aree della città e ridefinendo la percezione dei confini interni. Si evita di andare a Jackson Heights o a Flatbush. La mobilità urbana, ormai in gran parte di superficie, sta ridisegnando un nuovo arcipelago urbano fatto di scambi, attività lavorative e relazioni. L’azzeramento del mercato di Aibnb e il conseguente fallimento di migliaia di piccoli e medi proprietari costretti a vendere,  apre la strada a una maggiore concentrazione della proprietà immobiliare.

Si sta assistendo ad una interazione simultanea di de-territorializzazione e ri-territorializzazione dello spazio urbano. All’orizzonte si possono intravedere nuove forme di valorizzazione degli spazi della metropoli in cui anche i valori d’uso urbani vengono considerati solo se sussunti all’interno di una produzione capitalistica dello spazio urbano. Sono processi, in fieri, per ora abbozzati sui quali si gioca anche il conflitto e i comportamenti non compatibili di tutta una serie di soggetti sociali.

Alcuni dati emergono come interessanti per lo sviluppo del conflitto sociale. Vanno dagli scioperi spontanei in una serie di luoghi di lavoro, alle iniziative simboliche contro Trump, ad un imprevista affermazione di forme di mutuo aiuto e soccorso, variamente articolate, non caritatevoli o autoconsolatorie. Si tratterà di vedere come avverrà il passaggio dalla prossemica virtuale dei social network all’azione dei corpi nello spazio pubblico. Oppure se si affermerà un’ibridazione delle due forme dando vita a processi di soggettivazione.

 

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Dalle infermiere volontarie alla donazione del pane, la società palestinese è intervenuta per affrontare la mancanza di risorse mediche ed economiche.

Fonte English version
Di Fareed Taamallah – 19 Aprile 2020

“Non ricordo un periodo difficile in cui la nostra gente non fosse unita”, ha detto Sami Mohammad.

Sami ha assistito a molti eventi storici nei suoi 73 anni di vita e l’attuale pandemia di coronavirus che coinvolge il mondo intero ha riportato alla memoria ricordi di precedenti periodi di difficoltà e coesione della comunità, in particolare durante la popolare rivolta palestinese nota come intifada dal 1987 al 1993.

“La solidarietà sociale a cui assistiamo oggi a seguito della pandemia di coronavirus mi ricorda la Prima Intifada quando i palestinesi restarono uniti per resistere all’altro virus letale”, ha detto l’ex prigioniero politico alludendo all’occupazione israeliana.

Dall’inizio della pandemia, i governi di tutto il mondo si sono adoperati per convincere le persone a rimanere a casa e hanno sfruttato le loro capacità economiche e le forze di sicurezza per imporre restrizioni.

Ma nei territori palestinesi occupati, la situazione è molto diversa. Mentre l’Autorità Palestinese (PA), che amministra la Cisgiordania occupata, è tenuta a confrontarsi con fermezza conto il virus, l’occupazione israeliana manca di molti degli strumenti importanti che le agenzie di altri paesi danno per scontati.

Secondo gli Accordi di Oslo del 1993, la Cisgiordania è divisa in tre aree: Area A, sotto la sicurezza e il controllo civile dell’Autorità Palestinese (PA); Area B, dove l’AP ha il dominio civile ma la sicurezza rimane sotto il controllo di Israele; e l’Area C, che è sotto il pieno controllo civile e militare israeliano e comprende l’altamente strategica Valle del Giordano.

Ma gli accordi, i cui parametri sono spesso violati dalle forze israeliane, rendono l’AP incapace di controllare la sicurezza in vaste aree della Cisgiordania e nell’impossibilità di controllare adeguatamente i suoi confini.

Nonostante le difficoltà, tuttavia, la crisi in corso ha ispirato la cooperazione tra tutti i palestinesi, specialmente nelle aree rurali, che vanno dagli attivisti politici al settore privato.

Gruppi comunitari

Lo stato di emergenza dichiarato in Palestina il 5 marzo ha messo in luce le modeste capacità economiche e mediche dell’AP nel tentativo di affrontare la pandemia.

Attivandosi per colmare queste lacune, i palestinesi hanno mostrato una crescente solidarietà sociale mentre si offrono volontari per i ruoli e creano gruppi di comunità per supportare le forze di sicurezza e le squadre mediche palestinesi nella lotta contro il virus.

Nonostante siamo diventati una società consumistica, la nostra generosità e l’altruismo esistono ancora
– Sami Mohammad, ex prigioniero politico

Molti agricoltori hanno donato ortaggi alle aree infette, i grandi negozi nelle città hanno pubblicato elenchi di prodotti in vendita a basso prezzo, mentre alcuni negozi hanno cancellato i debiti di alcuni dei loro clienti più vulnerabili.

Nel frattempo, le ONG hanno introdotto meccanismi che garantiscono l’arrivo di beni essenziali ai cittadini da donazioni o collegando direttamente gli agricoltori ai consumatori con consegne a domicilio a prezzi equi.

Mohammad fu arrestato nel 1989 e trascorse tre anni in prigione per aver organizzato comitati popolari nel villaggio di Qira, situato nel governatorato settentrionale di Salfit in Cisgiordania, e per resistenza all’occupazione israeliana.

Dice che la cooperazione che vede oggi in Palestina a seguito del coronavirus è molto simile a quanto accaduto durante la Prima Intifada, in particolare il numero di donazioni e lo spirito di solidarietà tra le persone.

“Di solito gli esseri umani mostrano il loro lato migliore durante le crisi e nei momenti di bisogno. Nonostante siamo diventati una società consumistica, la nostra generosità e l’altruismo esistono ancora”, ha detto a Middle East Eye.

Superando le aspettative

Comitati di emergenza in tutte le comunità palestinesi sono stati rapidamente istituiti dall’AP per l’attuazione di piani e misure rapportati alle sue limitate capacità finanziarie e mediche.

A Qira, è stato istituito un comitato di emergenza, diretto da Aisha Nimer nella sua veste di sindaco. Composto da 10 persone, rappresenta il consiglio del villaggio, le fazioni politiche, i gruppi medici e i servizi di sicurezza. Il comitato coordina il lavoro di dozzine di volontari assegnati a sottocomitati specifici.

Nimar ha detto a MEE che tutte le attività sono svolte volontariamente dai 1.400 residenti stimati del villaggio e finanziate da un fondo di emergenza istituito tre settimane fa per raccogliere donazioni dai residenti locali.

Ha aggiunto che oltre 100 confezioni di cibo e circa 500 kg di pane sono stati distribuiti alle famiglie bisognose e finora sono stati raccolti oltre 4.000 dollari.

“La cosa più importante è rendersi conto che siamo in grado di garantire la nostra autosufficienza e che la risposta delle persone ha superato le nostre aspettative”, ha detto.

Una bella iniziativa 

Il comitato di emergenza ha istituito dei punti di osservazione all’ingresso di Qira chiamati “checkpoint comunitari”, al fine di distinguerli dai noti checkpoint dell’esercito israeliano, che operano 24 ore su 24 per impedire l’ingresso a coloro che non sono autorizzati.

“Stiamo svolgendo un servizio sociale perché proteggiamo il nostro villaggio e la nostra gente”, ha detto Malik Taleeb, che è responsabile dei punti di osservazione, spiegando che i checkpoint della comunità erano presidiati da 42 giovani residenti che svolgono il ruolo di turnisti.

I punti di osservazione sono simili ai comitati di sorveglianza organizzati per impedire ai coloni israeliani di entrare nel villaggio durante la Prima Intifada.

Il popolo palestinese è abituato a stare a casa sotto coprifuoco e isolamento a causa dei lunghi anni di occupazione – Ghanem Arabasi, ex prigioniero politico

Ghanem Arabasi, membro del comitato di emergenza e un altro ex prigioniero politico, ritiene che “l’occupazione e il coronavirus siano le due facce della stessa medaglia”.

“La solidarietà che stiamo vivendo oggi è molto simile a quella vista durante la prima e seconda intifadas, dato che il popolo palestinese è abituato a stare a casa sotto coprifuoco e isolamento a causa dei lunghi anni di occupazione”, ha detto Arabasi a MEE.

“La cosa positiva di questo calvario è che ci ha reso tutti uguali, ha rotto le barriere e riportato solidarietà e vicinanza nei cuori delle persone.”

Clinica sanitaria mobile

A Qira è stato istituito un sottocomitato per la salute che comprende infermieri e volontari della Mezzaluna rossa Palestinese, i soccorritori che forniscono servizi sanitari primari per gli anziani e le persone in stato di bisogno, nonché il monitoraggio dei soggetti confinati in quarantena domiciliare.

I volontari hanno avviato una clinica sanitaria mobile per “monitorare la situazione delle persone in quarantena, assistere le persone, fare iniezioni, misurare la loro temperatura e controllare la loro pressione sanguigna, vale a dire ciò che farà risparmiare alle persone un viaggio in ospedale,” ha detto l’infermiera volontaria Yasmeen Mahmood mentre misurava la pressione sanguigna di una donna anziana.

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Un sottocomitato logistico ha reclutato volontari per consegnare pacchi di alimenti, pulire il villaggio, disinfettare i luoghi pubblici, effettuare consegne a persone in isolamento individuale o in quarantena e condurre i pazienti negli ospedali.

Per raggiungere l’autosufficienza alimentare, il consiglio del villaggio ha assegnato un terreno di cinque dunum (4.500 metri quadrati) per coltivare ortaggi.

È stato istituito un sottocomitato agricolo per piantare 7000 piantine di verdure estive finanziate da donatori locali. I prodotti saranno distribuiti gratuitamente alle famiglie bisognose.

Due mondi separati

Una squadra speciale è stata assegnata per tracciare il ritorno dei palestinesi che lavorano in Israele, poiché il continuo transito tra i due territori è stato considerato un fattore di rischio nella diffusione del virus.

Il team è responsabile del trasferimento dei lavoratori ai centri di quarantena con un mezzo speciale, oltre a fornire loro le istruzioni necessarie.

“Tre case nel villaggio sono state assegnate per la quarantena domiciliare”, ha detto Nimer. “In questo momento abbiamo 24 lavoratori in isolamento e altri 43 dovrebbero arrivare nei prossimi giorni”.

Il destino dei lavoratori non è che un aspetto della vita palestinese che rende la lotta contro la pandemia molto più difficile.

“Dobbiamo affrontare due sfide principali: la mancanza di risorse finanziarie e l’occupazione israeliana”, ha affermato Nimer.

Le autorità israeliane fanno pressione sui lavoratori negli insediamenti minacciando di ritirare i loro permessi di lavoro se non tornano a lavorare nelle fabbriche israeliane.

Alcuni giorni fa, i coloni hanno attaccato il vicino villaggio di Hares, costringendo i suoi abitanti a rompere la quarantena domiciliare per affrontarli.

L’esercito israeliano ha istituito un posto di blocco all’ingresso principale del villaggio ma non ha fornito assistenza.

“Qui viviamo tra insediamenti illegali israeliani, dove i coloni vivono normalmente, mentre noi viviamo in quarantena domiciliare che offre loro il vantaggio di attaccare le nostre comunità, creando la sensazione di vivere in due mondi separati, anche se viviamo nella stessa area.

Trad: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Un ragazzo buttato a terra per essere bloccato. Una ragazza colpita con una gomitata al volto nella concitazione. Un anziano fermato da due agenti sull’asfalto e un’altra ragazza spinta via con forza. 

Il video che potete vedere andando su questo link, QUIQUI, non lascia poi senza parole e non ci stupisce nemmeno così tanto ma certo non va taciuto. E’ stato girato poco prima di mezzogiorno da una finestra di una via milanese, proprio oggi, 25 aprile 2020, 75° anniversario della liberazione dal nazifascismo.


Un 25 aprile diverso da sempre, vista l’impossibilità di muoversi a causa dei decreti emergenziali per il Coronavirus, un 25 aprile che ci toglie via dalle piazze, dalla collettività, dal calpestare insieme le strade e riempirle del rosso delle bandiere e degli ideali di libertà. Sempre e comunque.

Ma anche un 25 aprile dove si era deciso di iniziare a violare le misure, di farlo insieme, con tutte le cautele del caso, ma farlo, per commemorare i partigiani ma anche per riprendersi una prima boccata di vita.

Perché se è ovvio che dovevamo tutelare la comunità e rimanere a casa, se è ovvio che non c’era probabilmente altro modo per frenare una crescita esponenziale dei contagi … non è certo ovvio ritrovarsi con le strade svuotate dalla vita e riempite solo da pattuglie, repressione, controllo totale.

Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni, il costante abuso di potere perpetrato in ogni strada ed in ogni contesto non può certo continuare a proseguire.
Bisogna rimetterli al loro posto, bisogna riprendersi le strade per vivere, per stare insieme, e non solo per gli interessi di Confindustria che invece ci manda sereni sereni a morire ammazzati sui posti di lavoro

Le immagini di Milano di questa mattina si susseguono a quelle di Torino di qualche giorno fa : dobbiamo fare in modo che questo non riaccada. Imparare a riprenderci le strade in massima sicurezza, tentare di riappropriarsi della vita malgrado i prossimi mesi complicati con l’inevitabile “distanziamento sociale”.

Bisogna fargli capire che non si è disposti a vivere così, mandati al macello per gli interessi dei padroni, detenuti in casa con i droni a controllarci.

Qui altri link : Milano Via Padova , Milano Via DemocritoMilano Via Democrito
Compagni accerchiati anche in Via Ascanio Sforza, sempre a Milano

da baruda.net

TESTIMONIANZA DA VIA PADOVA
Siamo un gruppo di antifascist* del quartiere e vorremmo spendere due parole su quanto accaduto. Mentre alcun* di noi portavano dei fiori alle lapidi dei partigiani del quartiere, rispettando le norme sanitarie (mascherine e distanza), in via Dogali, siamo stati accerchiati e caricati senza alcun motivo.
Tra di noi c’erano un padre con una bambina piccola e una persona anziana. Dopo che la Polizia ha detto che ci si poteva allontanare, siamo andati verso la lapide di Via Celentano per concludere il giro. Una volta deposti i fiori, stavamo andando via. A quel punto, siamo stati nuovamente aggrediti, ancora senza motivo, da parte delle forze dell’ordine che hanno preso uno dei nostri compagni, di cui non abbiamo ancora notizie.
Altri compagni e persone del quartiere sono accorsi a portare solidarietà. In risposta, è stata chiamata la celere. Dopo un’ora di accerchiamento e tensione, siamo riusciti ad andarcene. Situazioni simili sono accadute anche in altre zone della città.
I fatti di oggi dimostrano come qualsiasi forma di dissenso venga repressa con la scusa dell’emergenza sanitaria, persino rivendicare la lotta partigiana contro il nazifascismo. La reazione spropositata da parte delle forze dell’ordine in questo periodo è un’evidenza della loro volontà di stringere sempre più il controllo e limitare le libertà, accusando persone singole per non assumersi le loro responsabilità riguardo questo disastro sanitario.
In un momento in cui il Governo programma quando riaprire le aziende, quando rimandarci a lavorare, noi dobbiamo rivendicare la nostra libertà di autodeterminarci e di vivere le città e gli spazi, incluso il commemorare chi è mort* per questa libertà.

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Napoli. Per il 25 aprile fermi, multe e repressione, attendendo la fine del lockdown

Fin dalla mattina in numerosi quartieri della città sono stati affissi striscioni che legavano la Resistenza al nazifascismo con la lotta di questi giorni per il reddito, i servizi e i diritti sociali.

Napoli 25 aprile 2

A metà mattinata a Bagnoli un gruppetto di manifestanti è stato fermato dopo aver distribuito mascherine ed aver esposto uno striscione. A Piazza Municipio altri tre sono stati fermati, identificati e portati in questura dopo aver esposto uno striscione che rivendicava Reddito, Salario e Tamponi per Tutte e Tutti. In entrambi i casi venivano rispettate e ricordate le misure di distanza, perché l’ultima cosa che interessava ai manifestanti era mettere a rischio e pericolo la popolazione.

Oggi, però, la polizia ha usato modalità d’intervento più forti circondando i compagni, identificando le persone e portando in Questura alcuni attivisti ai quali è stata elevata non solo la sanzione economica prevista dal DPCM ma anche la denuncia per manifestazione non autorizzata. Il tutto – come sta diventando prassi in questi casi – con un grande dispiegamento di uomini e mezzi e con una ostentazione della forza arrogante e provocatoria.

La Prefettura di Napoli, le Istituzioni regionali e cittadini e, soprattutto, gli “esperti” della DIGOS napoletana conoscono bene la città e le problematiche sociali irrisolte e capiscono che appena il lockdown sarà allentato potranno trovarsi di fronte ad una esplosione della crisi sociale. Già nelle settimane scorse il Ministero degli Interni ha “allertato le Prefetture e le Questure per il possibile accendersi di tensioni sociali”!

Sulla base di tale consapevolezza questa mattina – il 25 Aprile – hanno deciso di non tollerare una protesta pacifica e simbolica ed hanno scelto di usare le maniere forti a mò di preavviso anticipato in attesa dei prossimi giorni quando la dura realtà dei fatti si incaricherà di ricordare a tutti che l’accelerazione della crisi economica non potrà essere scaricata impunemente sulle spalle dei settori popolari della società.

 

L’area metropolitana di Napoli si è caratterizzata in questo periodo di crisi pandemica come una zona del paese in cui la stragrande maggioranza dei cittadini ha dimostrato un grande senso di responsabilità collettiva osservando tutte le indicazioni in merito alla necessità del distanziamento sociale.

Parimenti, però, sono andati crescendo tutti i fattori di crisi economica che hanno peggiorato le già precarie condizioni di vita e di lavoro che attanagliano l’esistenza di decine di migliaia di persone che già – normalmente – facevano fatica ad arrivare a fine mese o a pagare un fitto per una abitazione.

E’ evidente – quindi – dopo circa 60 giorni di “quarantena” che iniziano a manifestarsi le contraddizioni sociali ed il vero proprio disagio materiale di questi settori popolari che comprendono, giorno dopo giorno, come la loro condizione sarà sempre più penalizzata dal corso prossimo degli avvenimenti.

A questa situazione si sta sommando l’assenza di un vero ed articolato piano di protezione sociale in grado di ammortizzare, per davvero, i nefasti effetti della crisi pandemica.

Tutti gli interventi fin qui varati – da quelli del Governo nazionale a quelli della Regione Campania – sono escludenti di alcuni segmenti della popolazione (quella veramente dei senza niente) e, per i cittadini che sono riusciti ad accedervi, si registrano ritardi nell’erogazione dei fondi e ci sarà un periodo temporale limitato di questi sussidi.

Inoltre, anche sul versante della tutela della Salute, si assiste ad un procedere confuso che non punta alla prevenzione delle possibilità di propagazione del contagio infettivo privilegiando un modello di gestione della Sanità fondato, esclusivamente, sulla logica degli annunci e della spettacolarizzazione con l’obiettivo di strappare simpatie e convensi in vista delle prossime elezioni regionali.

Già nei giorni scorsi decine di attivisti sociali avevano manifestato (sempre con le necessarie norme di sicurezza individuale e collettiva) sotto la sede della Prefettura a Piazza Plebiscito reclamando reddito di emergenza, allargamento dei criteri di elargizione degli strumenti di welfare e l’avvio di un piano di screanning sanitari di massa. Una iniziativa ripetuta sotto il Comune di Quarto, un paese della cintura metropolitana di Napoli.

Non poteva – a questo punto – la giornata del 25 Aprile consumarsi solo tra retorica nazionale e gli ipocriti inviti alla collaborazione tra le classi. Se i padroni vogliono i lavoratori in produzione non si può pretendere di confinare le ragioni della protesta a casa.

da contropiano

osservatorio repressioneosservatorio repressione

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