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Articoli filtrati per data: Tuesday, 21 Aprile 2020

Sara Beltrame

Angela Davis e Naomi Klein hanno partecipato a una conferenza organizzata da ‘The Rising Majority’, una coalizione antirazzista e anticapitalista di organizzazioni e movimenti, per valutare collettivamente questo momento e cercare soluzioni concrete per questa crisi senza precedenti.

“Sono 15 anni che ci siamo unite per lottare in difesa dei diritti umani. Anche se la polizia ci perseguita, i politici ci usano e i media ci criminalizzano; anche se sopravviviamo con 200 euro al mese, quando siamo fortunati. Durante questo tempo passato nella vulnerabilità totale abbiamo vissuto alcune esperienze che, se possono esservi di aiuto, oggi vorremmo condividere con voi. Apprendimento #1: La creatività è rivoluzionaria. Vi incoraggiamo a usare la vostra creatività per pensare a come possiamo cambiare il nostro modello di vita e mettere al centro le persone quando il virus passerà. Apprendimento #2: Condividere il dolore. (…) Alla fine, vulnerabili in misura maggiore o minore, lo siamo quasi tutte. Che parlino le donne, le persone che amano diverso, le anziane, le lavoratrici domestiche, le cassiere di supermercato che non guadagnano neanche per pagare l’affitto. (…) Non ci unisce il dolore ma la risposta al dolore”.

Il 3 aprile Top Manta, il marchio di abbigliamento guidato da alcune persone del sindacato dei venditori ambulanti di Barcellona, ha iniziato a condividere sul proprio account su Instagram alcune esperienze per affrontare il momento di emergenza che stiamo vivendo e la crisi che seguirà.

Mentre Top Manta regalava saggezza a chiunque la volesse raccogliere, dall’altra parte del mondo, in una chat online dal vivo, Angela Davis e Naomi Klein condividevano le loro idee su come rafforzare i movimenti sociali all’epoca del Coronavirus. Molte persone conoscono queste due leader; la prima per essere un’attivista, filosofa, scrittrice ed educatrice femminista americana afro-discendente di fama internazionale e la seconda una scrittrice, attivista e regista canadese nota per le sue critiche al capitalismo e alla globalizzazione delle imprese.

Come in un filo rosso a collegare questi discorsi, Angela Davis alla fine del confronto ha condiviso il desiderio di creare un dibattito globale nel quale coinvolgere persone dall’Africa, dall’America Latina e dall’India, convinta che, per cambiare profondamente, si debba imparare dalle persone  provenienti da altre esperienze, da altre parti del mondo e che cercano di affrontare questa crisi in modo creativo.

Secondo Thenjiwe Mcharris, moderatrice del confronto organizzato da The Rising Majority e attivista di Amnesty International, afferma che è necessario aumentare la forza dell’agire collettivo per avviare una democrazia trasformatrice attraverso una visione femminista e antirazzista per sostenere un cambiamento strutturale reale e profondo delle politiche della sinistra.

È chiaro che questo momento di emergenza è complicato e pericoloso, ma evidenza anche il perché abbiamo bisogno di una visione differente. Oggi più che mai stiamo vivendo una situazione che porta con sé la possibilità di proposte potenti e audaci per costruire il movimento che la gente e il pianeta meritano.

“Questa conversazione – prosegue Mcharris – ci permette di avviare realmente una valutazione collettiva su ciò che è questo momento (…) Cominciando da Naomi Klein, vorrei chiedere qual è la sua valutazione su l’attuale crisi senza precedenti, e cosa ci dice sul fallimento e sulla minaccia delle soluzioni proposte dal capitalismo a questo disastro”.

“La risposta rapida a questa domanda – inizia Klein – è che il capitalismo è il disastro che ha generato questa crisi. (…) Se ci allontaniamo per vedere l’immagine completa, vedremo che il nostro sistema economico, che (…) si basa sulla volontà di sacrificare la vita nell’interesse del profitto (…), ha generato le precondizioni affinché questa crisi sia ancora più profonda, indebolendo il nostro sistema immunitario collettivo e generando le condizioni per il virus sfrenato”.

Naomi Klein: “Il capitalismo è il disastro, perché è lui che ha generato questa crisi”

È chiaro per Naomi Klein che il sistema sanitario privato degli Stati Uniti, lo smantellamento del sistema sanitario pubblico in Inghilterra e in Italia, causati dal taglio delle risorse economiche degli anni passati, così come la denigrazione costante delle cure o dei servizi di base (come la preparazione, il confezionamento e la distribuzione degli alimenti), non solo facilita la diffusione del virus, ma mette di nuovo in evidenza l’opportunismo delle corporazioni che, invece di rispondere alla domanda, “come possiamo salvare le vite?”, cercano nuove strategie per aumentare le proprie ricchezze e favorire i propri interessi.

Continua Klein: “Sappiamo cosa stanno facendo: stanno spingendo la loro lista di desideri in nome della crisi. E non dobbiamo dimenticare gli attacchi espliciti contro la nostra democrazia (…). Viktor Orban, in Ungheria, Jair Bolsonaro (presidente del Brasile), Benjamin Netanyahu (primo ministro di Israele), Trump (presidente degli Stati Uniti), tutti stanno assumendo poteri “extra” per controllarci e, nel caso di Orban e Netanyahu, l’hanno fatto con decreti legislativi senza scadenza”.

E se questo è quello che succede anche in Italia, negli Stati Uniti e in Inghilterra, aggiunge Angela Davis, domandiamoci cosa sta succedendo in Palestina, in Kurdistan, in particolare nel Kurdistan siriano, o in altre popolazioni che sono sempre state sottoposte a diverse forme di repressione? Cosa sta succedendo nelle prigioni di tutto il mondo?

“Se c’è stata tanta preoccupazione per la gente che era confinata sulle navi da crociera, -afferma Angela Davis- dove una rapida trasmissione del contagio è inevitabile, naturalmente dovremmo anche preoccuparci maggiormente delle persone che si trovano in carcere o nei centri di detenzione degli immigrati. Generalmente le persone che sono in carcere rimangono per un periodo di tempo piuttosto breve: forse un mese, sei mesi. Tuttavia, nella situazione attuale, una sentenza di tre mesi può equivalere a una pena di morte (…). Molte organizzazioni come Critical Resistance, No New Jails, All Of Us or None, Transgender Gender-Variant & Intersex Justice Project hanno chiesto il rilascio di molti prigionieri (…). Chiediamo in particolare la liberazione immediata degli anziani, ma ovviamente, considerando il fatto che la carcerazione accelera l’invecchiamento, se parliamo di anziani, dobbiamo pensare a persone di età superiore ai 50 anni. So che nel cosiddetto mondo libero la maggior parte delle persone che hanno 50 anni non si considerano necessariamente anziane, ma non è così nel caso di essere dietro le sbarre. Negli appelli si chiede inoltre il rilascio di tutti i bambini che si trovano in istituti di custodia per minori e di tutti coloro che sono in attesa di giudizio. La liberazione deve avvenire non solo per il bene di coloro che sono dietro le sbarre, ma per la salute di tutti. E poi, anche se riuscissimo a far uscire di prigione un gran numero di persone, dobbiamo pensare che avranno solo la strada per rifugiarsi. Si dà per scontato che le persone abbiano una casa, dei soldi per il cibo e anche i mezzi per mettersi in contatto tra loro. Molti non hanno accesso a questi lussi. Quindi questa situazione dovrebbe anche farci pensare a come ottenere alloggio e cibo accessibili e gratuiti”.

Tenendo in considerazione quindi la situazione disegnata da Klein e Davis, secondo Mcharris, in questo momento bisognerebbe sapere cosa reclamano concretamente i movimenti.

Secondo Klein c’è molto da fare, soprattutto perché siamo solo alle prime fasi di questa tremenda crisi. Se fosse stato per Trump o per Boris Johnson (primo ministro del Regno Unito) per risolvere il problema le persone anziane sarebbero state lasciate morire tranquillamente. Ma grazie all’espansione geografica del virus, che ha colpito zone del mondo con un tessuto sociale forte, come ad esempio l’Italia e la Spagna, questi stessi leader sono stati costretti a prendere decisioni molto diverse. La loro strategia è rapida perché temono – afferma Klein – che le persone chiedano proprio quello che Angela Davis commentava: svuotare le carceri, esigere che tutti abbiano una casa e accesso al cibo, raggiungere un “accordo verde” per il bene del pianeta. E puntualizza: “In questa crisi ci siamo trovati in una posizione migliore rispetto all’ultima volta nel 2008, quando l’economia globale è crollata e avevamo ben chiaro che eravamo costretti a pagare per salvare i banchieri. Abbiamo occupato le piazze e abbiamo detto NO,…so che ci sono persone che ci ascoltano dall’Europa meridionale e che hanno fatto parte di questi movimenti (…) ma allora non spingemmo le nostre proposte con coraggio e con forza sufficiente. Questo è ciò che dobbiamo fare ora. (…) È una corsa contro il tempo”.

Angela Davis sostiene che molte persone si stanno rendendo conto che il capitalismo non è attrezzato per rispondere veramente ai bisogni delle persone: “La ragione per cui esiste questa crisi sanitaria è proprio per il processo di privatizzazione iniziato negli anni ’80, che è lo stesso periodo in cui è nato il complesso industriale carcerario. Gli ospedali operano ora in larga misura sotto il mandato degli interessi del capitale … e i letti degli ospedali vuoti non sono redditizi. Credo che la gente abbia la capacità di rendersi conto che l’assistenza sanitaria non deve essere acquistata e venduta come se fosse una merce o che la gente non debba stare in prigione solo per il fatto che non c’è posto per loro nell’economia di oggi”.

“Il razzismo è una questione femminista. La mancanza di abitazioni è una questione femminista. L’abolizione delle prigioni è una questione feminista”

Angela Davis non dimentica di menzionare che la crisi sta rivelando la natura razzista del capitalismo che promuove, attraverso le istituzioni, un razzismo strutturale contro il quale è necessario organizzarsi da una prospettiva femminista. E spiega: “Il razzismo è una questione femminista. La mancanza di alloggio è una questione femminista. L’abolizione delle prigioni è una questione femminista. (…) Le persone che sono al centro di questa crisi e in primo linea, sono le donne. Donne di tutte le origini ed etnie, donne povere, donne trans, soprattutto nei paesi del l’emisfero sud”. Davis non dimentica di menzionare la violenze maschile e il maltrattamento infantile contro le persone costrette a trascorrere 24 ore al giorno con i loro molestatori senza poter entrare in contatto con qualcuno che  possa salvarle … e conclude affermando che la pandemia è un’opportunità per costruire un’organizzazione che migliora l’idea di una solidarietà internazionale.

E se c’è qualcuno da cui possiamo imparare – aggiunge Klein – è proprio dal potere trasformatore della crisi Argentina nel 2001, quando lei stessa ha assistito alla riconversione delle fabbriche abbandonate in cooperative di lavoratori. “Se non vogliamo finire in un mondo in cui Jeff Bezos (proprietario di Amazon) sia l’ultimo uomo vivente su questa Terra, i lavoratori che stanno lavorando nelle aziende che stanno chiudendo, devono sapere che possono, di diritto, prendersi cura di questi siti e trasformarli in cooperative”.

Klein non dimentica di mettere sul tavolo un’altra questione importante: il diritto all’accesso globale a Internet, che al momento è nelle mani di poche società. “Quando parliamo di repressione e parliamo di risposte autoritarie a questa crisi, questo include la capacità, purtroppo, di chiudere unilateralmente le nostre piattaforme (…) Bisogna essere in grado di incontrarsi senza il permesso di Mark Zuckerberg (proprietario di Facebook). Avremo bisogno di tutti gli strumenti di cui abbiamo parlato: (…) lo sciopero dei redditi, lo sciopero del debito, forse anche uno sciopero generale”.

Angela Davis conclude ricordando che nonostante siamo obbligati a vivere entro i confini degli Stati-nazione, gli Stati-nazione certamente non migliorano le nostre vite. Sono infatti sempre più obsoleti e, per questo motivo, è sua convinzione che questo tipo di confronto internazionale e globale dovrebbe essere sempre più frequente: “Dobbiamo creare momenti di formazione collettiva sempre più duraturi che ci aiutino ad allontanarci da questo mostro capitalista per un futuro migliore”.

15/04/2020

Pikara Magazine

Da Comitato Carlos Fonseca

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Iniziamo la pubblicazione di alcune lettere che abbiamo ricevuto in queste settimane in relazione all'inchiesta [Sulla prima linea]. Sono lettere molto interessanti perchè, se pur parzialmente, riportano i frammenti condivisi di un'esperienza comune che stiamo vivendo, quella della crisi da Covid, mostrando le omogeneità e le specificità dei contesti dalla voce viva di chi li abita.

Sono testimonianze e denunce necessarie delle condizioni di vita, di sfruttamento e di impoverimento che la crisi sta facendo venire a galla, ma che erano spesso preesistenti. Iniziamo la pubblicazione di questi contributi con la preziosa lettera di Emanuele, ex infermiere in una clinica privata, afflitto da immunodeficienza. Buona lettura.

"In bilico, in un equilibrio tragicomico

Il fantoccio fatto di sabbia,

pronto a frantumarsi al tocco umano

Ma prima o poi dovrà scendere da quel corrimano

Per riunirsi al mare, opaco e spaventoso

Sa bene di essere un fantoccio curioso"

Penso che sono queste le parole che meglio mi raffigurano e che descrivono come questa emergenza sanitaria, mi porti davanti molto della mia vita.

Mi presento sono Emanuele e ho 25 anni, mi sono trasferito qui a Cremona per lavoro, sono un infermiere e per assurdo destino sono anche uno dei fragili, perché immunodeficiente. Questa quarantena ha mostrato come nel mio lavoro il rischio è alto, e le tutele sono poche.

In questo periodo di emergenza, nella struttura privata dove lavoro, non sono stati adottati procedimenti adeguati per salvaguardare la mia salute e quella delle persone che assisto. Le risorse insufficienti stanno mettendo in ginocchio la sanità pubblica e privata, mostrando le politiche degli ultimi 20 anni. Lavorare in uno di questi contesti, in questo momento più che mai, mostra le profonde fragilità di una visione aziendale di queste strutture.

Si iniziano a vedere le crepe di questo sistema, fin ora tenute nascoste. ‌Inizialmente la visione era #illavorononsiferma, come diceva il caro Sala, quindi se volevi se ti autofornivi di DPI ( maschera e guanti) e visto come "allarmista", poiché le disposizioni erano: "di non spaventare i nostri residenti". Lo stato di emergenza sanitaria è stato percepito, quando sono arrivati i primi casi sospetti o accertati di COVID-19, sia tra i residenti che tra dipendi (o loro famigliari), con il conseguente calo di personale. Venegono chiesti turni aggiuntivi, con modalità retributiva in accumulo ore e pacche sulle spalle, pagamenti molto piacevoli ma difficilmente possiamo pagarci l'affitto e le bollette.

Per fronteggiare il calo di personale le varie figure sono oramai nomadi, poiché spostate in un reparto all'altro ampliando così le possibilità di contagio, responsabili del personale che chiamano per chiedere di rientrare durate la malattia e che mettono pressino affinché cessi al più presto. Le misure di prevenzione e sicurezza sul luogo di lavoro erano già inadeguate prima dello stato di emergenza sanitaria, attualmente sono tragicomiche, non si effettuano tamponi ai residenti che rientrano nei criteri descritti dal decreto e dall'OMS, poiché una normativa dell'ats valpadana dava alle strutture private la possibilità di gestione interna per lo screening agli ospiti. Attualmente sono distribuiti solo mascherine chirurgiche al personale, si è allestito un solo reparto dedicato COVID-19 +, tutti gli alti residenti (anche se sintomatici, in maniera significativa) sono lasciati nei loro reparti, amplificando la possibilità di contagiare. La tutela dei nostri residenti e delle lavoratrici e lavorati non viene considerata, rendendoci complici di un sistema che non punta alla salute delle persone che assistiamo e dei nostri colleghi, ma solo a mantenere quel delicato status quo tra contratti con bassa resistenza a termine e tagli alle spese.

In questo scenario, penso a tutte e tutti gli operatori sanitari che negli anni hanno visto solo tagli al personale e riduzione del strutture ospedaliere, ed ora si trovano in trincea. Perché nelle corsia è questo il clima, una guerra che si combatte contro un virus e tutte le contraddizioni che ha sollevato, ma quando sarà finito. Non voglio tornare come prima, il domani dovrà essere diverso. Tutte e tutti pretendiamo un domani, dove la salute è garantita veramente a tutte e tutti, dove non mi devo chiedere chi salvare, dove mi sarà garantita la sicurezza sul lavoro, perché tutti questi sforzi non siano stati vani.

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C’è chi non accetta di pagare il prezzo troppo alto di questa crisi in una lotta quotidiana per la vita. L’emersione di comportamenti di rifiuto, di richieste di necessità, di riformulazione di bisogni è ciò che possiamo intravedere come spinta e possibilità di presentare il conto.

Attraverso l’inchiesta che vogliamo presentare in queste righe, sviluppatasi come una rete che costruisce nodi un po’ qua e un po’ là, ci si propone, innanzitutto, di raccogliere una panoramica di esperienze e racconti vissuti in prima linea. Voci di persone che, a loro dire, nulla hanno di leggendario ma tutto di drammaticamente reale. Tanto reale quanto le ore di vita regalate a chi nei passati decenni ha scelto di tagliare i fondi e i letti di ospedale, quanto il rischio di contagiarsi e di portare la malattia a casa dai propri cari. Reale quanto il peso di convivere quotidianamente con la morte, una morte di massa in una solitudine assordante. Quanto la responsabilità di riorganizzare il proprio lavoro nell’emergenza perché nella cosiddetta normalità i dirigenti hanno pensato esclusivamente alla produttività dimenticandosi di costruire un accesso alla cura equo e universale.

L’intento dell’indagine è sì di partire dall’ambito della sanità, evidentemente “epicentro della crisi e della sua gestione” inteso come luogo di osservazione e di potenziale attivazione privilegiato, in quanto contenitore della trasformazione in atto dei rapporti che riproducono il sistema, e la società stessa, nel continuo trovarsi di fronte alla condizione o di vita o di morte. Nelle interviste che seguiranno proviamo a comprendere questi rapporti: com’erano, come sono ora, perché non funzionano ma anche come e perché cambiano. Non vorremmo limitarci a questo ambito ma provare ad addentrarci nella formazione trasformata in telelavoro, nel ricatto travestito da missione per chi lavora nei settori essenziali del settore sociale, nelle manifestazioni di forza degli operai che si sono rifiutati essere trattati da merce. I limiti precedenti all’emergenza emergono in maniera dirompente e stanno nell’impossibilità stessa di riorganizzare il lavoro secondo i criteri di sicurezza, perché mancano spazi adeguati, manca personale degnamente pagato e formato, mancano forniture di materiali. In questo momento più che mai è ora di immaginare e mettere le basi per una società in cui l’educazione, la cura, la presa in carico delle fasce più deboli, la tutela, la prevenzione, la salute non siano costi scaricati su soggetti sfruttati sia nella sfera della produzione che in quella della riproduzione sociale.

Perché? Perché tutte quelle capacità umane che fino ad oggi sono state schiacciate dentro la dimensione del consumo e della produttività conoscono spinte inedite e si riappropriano del loro valore. Attraverso le parole di chi sta in prima linea possiamo iniziare a darne un nome, stabilire dei confini dell’accettabilità: qualcosa di estremamente prezioso, risorsa antagonistica a un sistema da (s)travolgere. Perché accumularle significa costruire un sapere di parte, autonomo e che sia patrimonio collettivo.

Per provare a essere all’altezza della sfida, inforcando le lenti giuste per individuare le domande nuove che, prima soffocate dal fluire della normalità, possono sorgere. Per esserci nelle nuove direzioni che inizia a prendere la storia. O che potrebbe, se colte in tempo.  

Per iniziare questo percorso vi proponiamo una dettagliata intervista che abbiamo fatto a uno specializzando anestesista rianimatore che svolge il suo lavoro nei reparti di terapia intensiva. Periodicamente, ogni lunedì mattina, faremo uscire una nuova puntata di questo lavoro d'inchiesta, con nuove interviste e materiali. Buona lettura!

Sezione sanità:

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Prima puntata: Intervista dalla terapia intensiva

Seconda puntata: «Ci sono una serie di limiti e problemi che questo sistema ha sempre avuto»

Terza puntata: Voci dalla corsia, tampone sì tampone no

Quarta puntata: Cosa vuol dire lavorare in una USCA?

Quinta puntata: «Una medicina più medicalizzata e molto meno umana»

Sesta puntata: Il punto di vista di un'epidemiologa

Settima puntata: Un medico di territorio in pieno distanziamento sociale

Sezione formazione:

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Prima puntata: Mal-formazioni: primi esiti dell'inchiesta sull'emergenza nel settore della scuola

Qui inseriamo la pubblicazione di alcune lettere che abbiamo ricevuto in queste settimane in relazione all'inchiesta [Sulla prima linea]. Sono lettere molto interessanti perchè, se pur parzialmente, riportano i frammenti condivisi di un'esperienza comune che stiamo vivendo, quella della crisi da Covid, mostrando le omogeneità e le specificità dei contesti dalla voce viva di chi li abita. Sono testimonianze e denunce necessarie delle condizioni di vita, di sfruttamento e di impoverimento che la crisi sta facendo venire a galla, ma che erano spesso preesistenti.

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In bilico, in un equilibrio tragicomico

Le taskforce territoriali dei medici mandate allo sbaraglio

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Riportiamo la trascrizione del contributo di Maura Benegiamo (sociologa e attualmente ricercatrice associata presso il Collège d’Étude Mondiales di Parigi nell’ambito del programma di ricerca “Ecological Reconversion, Work and Social Policy), che lo scorso 8 aprile ha aperto il ciclo di seminari “Pandemia: sintomi di una crisi ecologica globale”, interventi per analizzare la crisi che stiamo attraversando secondo un’ottica ecologista.

Ecologia politica della crisi

Questo ciclo di seminari affronta con il metodo dell'ecologia politica l'analisi dell'attuale pandemia, della sua gestione, così come dei conflitti e delle proposte politiche alternative che essa mette in campo. Inquadra, ovvero, la crisi sanitaria in atto nel contesto più ampio della crisi socio-ecologica del capitalismo globale. Un primo chiarimento necessario riguarda lo specifico contributo che la prospettiva dell’ecologia politica offre rispetto alla comprensione della crisi prodotta dal Covid-19 come espressione delle crisi nel capitalismo.

Espandendo le intuizioni marxiane circa la relazione strutturale tra capitalismo e crisi, l'ecologia politica ha inteso le crisi capitaliste non solamente in termini economici, ma come crisi socio-ecologiche. Quest'ultime non riguardano unicamente l'impatto della produzione e del consumo sugli ecosistemi: esprimono piuttosto la sottomissione strutturale della sfera della riproduzione – sociale, biologica ed ecologica, all'interno della dinamica di accumulazione capitalista. Ne consegue che non ha senso pensare la questione ambientale come separata dal modo in cui la società struttura la produzione ed il consumo, così come non è possibile pensare il nostro modo di produrre e di stare assieme in termini non ecologici, cioè scissi dalle nostre relazioni con l'ambiente, con gli altri esseri umani e non umani e con noi stessi. Sulla base di tali considerazioni, la crisi ecologica può essere intesa come un prodotto e allo stesso tempo come qualcosa di interno al sistema essa è anche la forma che il capitalismo assume nella sua fase più avanzata. Il capitalismo si presentaoggi comeuna crisi socio-ecologica.

Per meglio comprendere tale prospettiva è necessario assumere una concezione allargata del capitalismo, considerandolo come una forma sociale (Nancy Fraser) o un'ecologia-mondo (Jason Moore) e non solo come un sistema produttivo. In questo quadro la logica che sottende il processo di accumulazione si mostra come un processo che “valorizza, svalutando”, include sulla base di una sistematica esclusione. Se qualcosa assume importanza all’interno dell’economia capitalista, e ciò in generale equivale a dire che diviene possibile dargli un valore e quindi un prezzo, questo avviene sempre sulla base di una correlata svalutazione. Un esempio sono le relazioni di cura trasformate in servizi, e quindi riconosciute e valorizzate come lavoro, che investono le situazioni precarie di chi fisicamente si ritrova a fare questi servizi, spesso corpi razzializzati e femminili, o di quei soggetti che si trovano ad esserne esclusi. Un altro esempio sono le forme neoliberiste della conservazione ambientale che monetizzano le foreste per lo più situate nel sud globale, trasformandole in monocolture di alberi e in riserve di carbonio. Per poter fare ciò, e per poterne estrarre valore, è necessario svalutare le economie e gli usi locali ed alternativi della terra, cioè escluderli al fine di espropriarli.

Questa lettura del capitalismo consente di espandere le indicazioni più prettamente politiche derivanti dalla critica all’economia politica di stampo marxista, accogliendo le analisi femministe e post-coloniali che hanno messo in luce la centralità, in chiave anticapitalista, di tutti quei conflitti che investono i rapporti socioecologici e che hanno a che fare con l’organizzazione della cura, la produzione del cibo, la salute e l’abitare. È in tali contesti che la contraddizione tra capitalismo e vivente si manifesta, esprimendosi su di un terreno conflittuale in cui i soggetti sono direttamente impegnati nell'immaginare, costruire e progettare un superamento del capitalismo stesso.

beneg 2Rischio e accumulazione

Partendo da questo quadro concettuale è dunque possibile derivare un approccio specifico alla attuale crisi pandemica, andando a collocarla in quel progetto di messa in forma della natura che si muove sempre tra valorizzazione e svalutazione del vivente. Questo ciclo di seminari affronta i molteplici aspetti di tale processo. Durante questa presentazione mi concentrerò sulla relazione tra rischio e accumulazione che è divenuta centrale nel capitalismo neoliberale e mi sembra oggi essere una delle griglie analitiche attraverso cui comprendere la risposta capitalista alla crisi.

Vi è oramai un'abbondanza di letteratura che mostra la strettissima correlazione tra aumento dei rischi socio-ecologici, di cui il coronavirus è una manifestazione, e l’aumento sempre crescente della pressione che l’economia ha sugli ecosistemi. Per esempio, nonostante sia noto che le foreste siano degli antivirali naturali, i processi di deforestazione globali sono in continuo aumento. Seppur l’economia industriale sia in recessione da anni, il suo peso sugli ecosistemi non è infatti regredito, c’è sempre bisogno di estrarre nuova energia e aumentare il livello di tale estrazione. Similmente, l'agricoltura industriale, grande responsabile della devastazione ecosistemica, si è estesa ulteriormente negli ultimi trent’anni trasformando vaste porzioni di territorio in monocolture intensive. I metodi di coltivazione agroindustriale usano tecniche che impoveriscono i terreni e necessitano non solo di un’intensificazione della produzione, ma anche di una continua estensione della superficie coltivata. Contemporaneamente le dinamiche finanziarie hanno sempre bisogno di ricadere sui territori, con grandi opere, cementificazioni o l'accaparramento di nuove terre. La crescita economica si è prodotta sempre a discapito degli equilibri ecologici. Ciò è avvenuto in contemporanea ai processi di svalutazione menzionati sopra, per cui un numero sempre maggiore di persone si è trovato relegato ai margini dell'economia o espropriato dei propri mezzi di sussistenza, ed escluso dai sistemi di cura e protezione sociale resi sempre più precari dal ricatto del debito.

In tale situazione il processo di accumulazione si è tradotto nell'esponenziale esposizione al rischio della società intera, seppur con le debite differenze di status, classe e genere. Ciò ha comportato anche un cambio di paradigma all'interno del pensiero economico dominante: se prima il credo progressista occidentale si ergeva sull'idea di un totale controllo tecnico dell'uomo sulla natura, oggi ciò che si cerca di socializzare è che il rischio sia qualcosa di naturale e con cui inevitabilmente si debba fare i conti. Possiamo individuare l’evoluzione di questo pensiero nel modo in cui il neoliberismo ha trattato la questione dell'imminente esplosione della contraddizione ecologica, la cui manifestazione è sia sociale (come denunciato dai movimenti ambientalisti e da l'ecologismo dei poveri) che economica (diminuzione dei rendimenti agricoli, esaurimento delle risorse, crescenti costi di smaltimento dei rifiuti). Di fronte all'evidente manifestarsi dei limiti del sistema, il neoliberismo ha puntato su una scommessa differente: poiché è impossibile rimuovere le cause strutturali dei rischi, è necessario intendere crisi ed espansione come processi complementari. Il limite può così essere ri-teorizzato come qualcosa di continuamente ridefinibile a seconda del progredire del sistema.

Prendiamo ad esempio la crisi economica del 2008 e le risposte globali che sono state date. Se da un lato abbiamo il salvataggio dell’economia finanziaria attraverso l’immissione di denaro per risanare i grandi istituti di credito, dall'altro si è rafforzata l'idea, centrale per esempio nella green-economy, per cui i processi di crescita potevano essere rilanciati orientando la speculazione sul limite sistemico. Un secondo trend è stato quello della bioeconomia, ovvero l'idea che la manipolazione genetica sul vivente unita ad una maggiore estrazione della biomassa possa favorire la transizione ad un'economia cosiddetta post-carbone. In questo quadro i processi di estrazione incentrati sul vivente si sono intensificati e presentati come risposta ai rischi prodotti precedentemente dalla crescita. Aumentano i tentativi di manipolazione genetica degli organismi viventi, tra cui animali e batteri, per far fronte all'espandersi di malattie, come la malaria, legate alla devastazione ecosistemica; per il controllo dei parassiti sempre più resistenti ai pesticidi, o per ideare piante più resilienti alla siccità e in grado di resistere a condizioni climatiche estreme.

L’unica maniera per far fronte alle problematiche che la crescita pone sembra dunque essere manipolare il limite per espanderlo. Non esiste allora un problema reale di sovrautilizzo della plastica, poiché si potrà risolverlo incentrando la ricerca su dei batteri che la possano ingerire. Non importa poi se ciò porterà ad altre conseguenze impattanti sugli ecosistemi. Vi sarà un'altra innovazione che potrà spingere la linea ancora più in là. Una continua scommessa sul rischio, come unica alternativa per permettere alla società di andare avanti.

È bene specificare che in questo contesto non è la ricerca scientifica in sé ad essere sotto accusa, quanto piuttosto la modalità con cui il neoliberismo ha trasformato la pratica tecno-scientifica, definita dalla crescente convergenza tra biotecnologie, tecnologie di informazione e conoscenza. Da un lato vi è l'idea che la ricerca debba essere sempre orientata allo sviluppo di innovazioni direttamente spendibili sul mercato o dalle imprese; dall'altro, considerando il gran numero di persone e risorse necessarie per portare avanti gli attuali processi di innovazione, l'economia della scienza a trazione finanziaria ha acquisito un'importanza enorme nel contesto dell'economia post-fordista. Questi processi sono divenuti le basi su cui orientare le dinamiche di speculazione su cui si fonda l'economia finanziaria.

 

Accumulare la crisi

All'interno di una società che ha normalizzato il rischio ponendo come risposta una sua gestione socio-tecnica, l'avvento del Covid-19 rischia di non portare nessun ripensamento alla logica in corso, quanto di rafforzarla.beneg 6 Da un lato il capitalismo reagisce come sempre ha reagito alle crisi: scaricandone il peso sulle fasce più deboli della popolazione. Dall'altro, la normalizzazione del rischio, ovvero la sua non-dipendenza dal sistema sociale in cui si trova ad emergere, diventa la base materiale su cui ripensare i rapporti socio-ecologici al fine di mantenere invariata la dinamica dell'accumulazione. Nelle crisi il capitalismo ha sempre colto l’opportunità per rilanciare nuovi cicli di crescita. Il fatto che sorgano dei conflitti all’interno dell’ambito della produzione e che alcune attività produttive saranno drasticamente colpite, non è sufficiente a sostenere che il capitalismo uscirà indebolito da questa crisi. Il capitalismo non è infatti un sistema omogeneo ed esistono frizioni tra chi è più interessato alle prospettive speculative del rischio e chi invece mira ad altre direzioni. Un caso significativo è per esempio l'accelerazione delle cosiddette smart-city, già al centro di una crescente attenzione da parte della pianificazione urbana che, con la scusa della transizione ecologica, punta a creare competizioni tra i territori valorizzandone il capitale sociale e naturale attraverso l'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e nuovi dispositivi come robot e droni. Questi processi, destinati sopratutto ad alimentare i profitti della data economy, hanno come partner le principali multinazionali del settore, come IBM o Microsoft, veicolano al contempo nuove forme, dirette ed indirette, di controllo e differenziazione sociale. Infine, nonostante i proclami, le smart city sono tutt'altro che sostenibili, come dimostrano molti studi sugli impatti ambientali e sanitari di una società iperconessa.

Di contro è opportuno rilevare come questa crisi evidenzi il fallimento totale della forma di civilizzazione occidentale. Inoltre, anche il centro privilegiato del sistema, ovvero l’uomo bianco cisgender, risente degli impatti della pandemia. In questa situazione la giustificazione sociale del capitalismo si riduce al minimo e la sua insostenibilità diventa più evidente alla grande maggioranza della popolazione. Questo però non è un esito scontato, bensì il segno della situazione estremamente conflittuale in cui ci troviamo ad agire. Diviene dunque importante far valere un’altra narrazione, che travolga la menzogna per cui con queste crisi ci dobbiamo convivere per forza.

Il ciclo di interventi “Pandemia: sintomi di una crisi ecologica globale” prosegue, questa settimana ci saranno altri due appuntamenti. Sarà possibile seguirli in diretta dall’evento Facebook “Pandemia: sintomi di un crisi ecologica globale #3”, dalla pagina UTR Ecologia Politica Bologna e dalle altre pagine di ecologia politica organizzatrici, che condivideranno la diretta, oppure dal canale Youtube #PrimaLaSalute. Tutti gli interventi si potranno vedere anche in differita.

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Riferimenti dell'intervento

Malaria:

https://www.etcgroup.org/content/gene-drive-organisms

Plastica:

https://www.edf.org/blog/2018/07/13/are-plastic-eating-bacteria-solution-ocean-pollution-its-not-simple-science-shows

Ibm:

https://newsroom.ibm.com/2011-11-09-City-of-Rio-de-Janeiro-and-IBM-Collaborate-to-Advance-Emergency-Response-System-Access-to-Real-Time-Information-Empowers-Citizens,1

https://pdfs.semanticscholar.org/6e73/7a0e5ef29303760a565ba5e9d98510ab0976.pdf

Microsoft:

https://partner.microsoft.com/en-us/solutions/citynext

Impatti ambientali:

https://link.springer.com/article/10.1007/s11367-018-1453-9

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0264275116302578

 

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Corrispondenza da Torino sull'intervento della Polizia avvenuto ieri in zona Porta Palazzo

da Radio Onda RossaRadio Onda Rossa

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri...

"Fate presto!!"
Abbiamo rotto il divieto di manifestazione in maniera autoregolamentata (numero simbolico, distanze, dpi) aprendo due striscioni in piazza del Plebiscito per urlare col megafono un appello urgente da Napoli al Prefetto Valentini e tramite lui a tutto il Governo:
"Urge l'estensione immediata del Reddito a tutte e tutti i non garantiti!" Una misura promessa e ancora mai arrivata ma che soprattutto non può essere la misura tampone di un mese per una crisi sociale ed economica che durerà molto di più della drammatica crisi sanitaria.
Eravamo in quindici, un numero simbolico, ma abbiamo portato con noi la voce di circa millecinquecento famiglie di questa città che come reti dal basso sosteniamo con la spesa solidale ogni settimana. Le storie, il disagio, la disperazione che raccogliamo ogni giorno, voci che hanno sempre più urgenza di essere ascoltate. Perchè la quarantena non è uguale per tutti/e e non lo sarà nemmeno quel che verrà dopo.
Erano presenti stamattina volontari solidali dello Sgarrupato/Damm (per la zona Quartieri Spagnoli/Montesanto), l'ex Opg (per Materdei, la Sanità e altre aree), la Brigata Solidale Vincenzo Leone per la zona Ferrovia e l'Area Flegrea Solidale più una rappresentanza dei lavoratori dello spettacolo.
Come noi sono tante e tanti però ad essersi attivati anche in altre reti di mutualismo in altre zone della città, da Scampia a Napoli Est, grazie esclusivamente alla straordinaria mobilitazione dal basso che ha rappresentato la solidarietà attiva del vicinato. Ma che non può essere un alibi per le Istituzioni per venir meno alle proprie responsabilità!
Perchè non sarà il pacco della spesa a risolvere il dramma sociale già esistente e che questa situazione ha enormemente amplificato. Urge una misura come l'estensione del reddito di cittadinanza ad assegno pieno a tutti i non garantiti e un intervento normativo sugli affitti senza il quale alla pandemia sanitaria seguirà una pandemia di cause di sfratto! Invece finora nemmeno la sospensione delle bollette è stata attuata... Non hanno senso le misure transitorie di un mese se dall'altro lato ci si dice, e purtroppo è vero, che la crisi sarà lunga e dura!
L'iniziativa si è conclusa dopo circa un'ora inoltrando alla Prefettura una richiesta di incontro anche in conference call con il Prefetto Valentini (visto che l'attuale regime di lockdown vige anche nel palazzo della prefettura). Una conference call che coinvolga tutte le reti solidali che probabilmente più delle Istituzioni in questo momento hanno il polso reale della situazione. E con la richiesta che comunque questo appello d'urgenza arrivi in fretta al governo!
Ci siamo assunti la responsabilità di rompere il divieto di manifestazione del lockdown in maniera autoregolamentata perchè se si può fare la fila al supermercato e soprattutto se a quanto sembra fra poco ci rimanderanno a lavorare, allora sicuramente si possono esprimere anche i nostri diritti democratici!
Ma soprattutto perchè la rabbia sta traboccando... Reddito di esistenza subito: Napoli, il sud e tutti i non garantiti di questo paese non possono più aspettare!

Reti del Mutualismo solidale napoletane

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