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Articoli filtrati per data: Saturday, 18 Aprile 2020

Dovrebbe sorprendere ben poco l'affermazione para-leghista del presidente dell'Emilia Romagna Bonaccini “Chi prende il reddito di cittadinanza può cominciare ad andare a lavorare nei campi", “Così restituisce un po’ quello che prende” rilasciata giovedi scorso durante una videoconferenza della Business School dell'UniBo.

Almeno per chi conosce lo stalinismo del PCI-PDS-DS-PD nella regione "rossa" per eccellenza, e di come questo abbia sempre più difeso e rappesentato negli anni le ragioni del (datore di) "lavoro" anziché dei lavoratori e delle lavoratrici.

Non va dimenticato che Bonaccini sale al potere in pieno renzismo; allora ben poco legittimato dalla diserzione in massa dalle urne, legata ai contrasti tra governo e sindacati e al processo Terremerse in cui il suo predecessore Errani era coinvolto (che fa sorridere pensando a chi ha parlato di "trionfo della partecipazione" alle urne a gennaio); e con un'amministrazione infarcita da paladini del libero mercato come la vicepresidente Gualmini - che ha applicato al diritto all'abitare emiliano-romagnolo lo stesso modello impiegato nella sanità lombarda da Fontana e Gallera.

In quei mesi l'attuale sindaco di Milano Beppe Sala era commissario dell'Expo - megaevento che ha legittimato (anzi, glorificato) lo sfruttamento del lavoro volontario e gratuito "perché fa curriculum". E con la benedizione del ministro Poletti (uno che in tema di lavoro nei campi sembrava pensarla proprio come Bonaccini) le coop spurie erano la frontiera: nel senso delle condizioni da far west a cui costringevano i facchini emiliani prima che questi ultimi alzassero la testa, nonostante il distanziamento sociale e razziale operato contro di loro da media e poteri.

In retrospettiva, è anche in risposta a tale squallore che l'idea del reddito di cittadinanza (fino ad allora confinata nei dibattiti accademici e dei centri sociali) sia potuta emergere, ed una forza politica come il M5S appropriarsene - con tutti i noti limiti che ha prodotto la sua traduzione in realtà attraverso gli accordi parlamentari. Una bestemmia che i padroni ed i loro servitori nelle Camere e nei consigli regionali non hanno mai perdonato.

Anziché strumento di tutela rispetto ai salari dei lavori (ancora oggi) sottopagati, pericolosi ed usuranti (che quindi dovrebbero essere meglio retribuiti, altro che ringraziamenti e mancette!), l'attuale RdC - come le misure che lo hanno preceduto - è narrato pubblicamente da media e politici come sussidio immeritato. E dietro le quinte come sostituto del salario vero e proprio, che non prevede condizionalità per i datori di lavoro (chiari passaggi di regolarizzazione, rispetto delle esigenze dei lavoratori più svantaggiati, retribuzione proporzionale al costo della vita...) ma solo per chi lo percepisce. Per rendersene conto basta vedere come queste condizionalità siano brandite dai quadri dei servizi sociali contro i soggetti da loro presi in carico. Parlateci di Milano!

Ora però, con le ricadute della pandemia di Covid-19 su innumerevoli categorie lavorative e sociali, va fatto un passo in più: quello di un reddito universale incondizionato (RUI) come il contrario della flat tax. Mentre quest'ultima colpisce ugualmente chi guadagna 1.000€ e chi 100.000€ al mese, (col risultato che ad esempio, con un'aliquota del 20%, il primo deve vivere con 800€ ed il secondo con 80.000€ mensili) il RUI può fare l'esatto opposto: prendere dai super-ricchi per far vivere tutti/e. Non solo come "assicurazione sociale" davanti alle continue distruttività dell'innovazione, della mobilità d'impresa e delle nocività del libero mercato: ma come primo passo di una redistribuzione necessaria, almeno finché lo stomaco prevarrà sulla morale.

I soldi per il RUI ci sono: in barba alle destre che ora rivendicano una misura simile mentre fino a ieri volevano abolirlo. E ad una certa propaganda governista che, per e pur di fare il controcanto a Salvini e Meloni, taccia il RUI come irrealistico in un momento in cui non c'è uno straccio di sostegno per affitti, bollette e spese di chi è con l'acqua alla gola, mentre piovono sussidi per quelle imprese che problemi di liquidità non ne hanno. Vanno cercati nei grandissimi patrimoni di chi il conto aperto ce l'ha su qualche banca olandese e non con la sofferenza sociale; non nelle tasche di chi nemmeno lavorando a 5000€ al giorno dalla scoperta dell'America ad oggi sarebbe miliardario, o incasserebbe quanto Jeff Bezos guadagna in una settimana.

Tutto ciò non ci verrà elargito ma dovremo pretenderlo e prenderlo, una sana abilità da coltivare per il dopo-quarantena: che lo renda una fase X per i tempi, gli spazi e le pratiche quell'economia trickle-up di devastazione, saccheggio e sfruttamento, finora  propinataci come il migliore dei mondi possibili.

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Ho deciso di trascrivere le pagine di una specie di diario che avevo cominciato a scrivere in carcere. Non molte in verità, presto sostituite dalle risposte alle lettere che, nonostante le censure, mi arrivavano a decine, ogni giorno (quante non saranno arrivate, vista l’improbabilità dei tempi e degli spazi?).
Fogli sparsi che narrano un’esperienza diretta, vissuta con rabbia e tristezza, ma senza genuflessioni. Solo tre mesi, ma sufficienti a provare concretamente che cosa sia il carcere: un’istituzione totale fondata su principi non certo di giustizia, ma di repressione e di vendetta, controproducente per qualsiasi volontà di riscatto. Una realtà non da riformare, solo da abolire.
In questi tempi di epidemia le carceri dimostrano appieno la loro natura: persone stipate in ambienti angusti; condizioni igienico-sanitarie del tutto precarie; donne e uomini costretti ad aspettare indifesi il male che avanza.
Intorno, oltre la disperazione dei familiari, c’è solo l’arbitrio di un potere il quale viola le regole, peraltro risibili, che si era dato.
Pesa il silenzio sepolcrale degli indifferenti, coloro che da sempre, volutamente ignorano l’inferno di carceri e CPR, i drammi degli “invisibili”, cacciati inesorabilmente a morire lontano perché la loro presenza non guasti il“decoro urbano”.
Dunque, che le parole diventino pietre, materia vivente per la barricata della primavera che dovrà venire.

30 dicembre 2019

Tradotta in carcere. Ero preparata, ma il tuffo al cuore c’è comunque.
La volante dei carabinieri che mi dovrebbe portare alle Vallette percorre i cinquecento metri di via San Lorenzo impiegando ore…non so dire quanto, perché in tali circostanze si perde la nozione del tempo.
Al mio cancello sono accorse le donne e gli uomini del Movimento NO TAV: le mie sorelle, fratelli, nipoti. Mi accompagnano, passo dopo passo, fino alla statale, con l’affetto e la condivisione di sempre, nonostante il cordone di carabinieri che tenta di tenerli lontani.
Non è facile lasciare la quotidianità di casa mia, le creature care che allietano la mia vita.
Nella sera che avanza, vedo accendersi le luci di Natale, illuminarsi ad una ad una le finestre a contrastare il buio.
Al finestrino si affacciano i volti buoni, risuonano le voci dei tanti decisi a non abbandonarmi…ma l’auto, dopo uno scatto, prende velocità.
Da quel momento, un viaggio velocissimo verso la periferia cittadina.
Ecco le luci della centrale IREN, ecco il carcere acquattato nella notte. Nei pressi dei cancelli scorgo un presidio su cui sventolano le bandiere NO TAV, tenuto a bada da un drappello di agenti in assetto antisommossa. L’auto passa veloce, anonima.
Si aprono le porte del carcere. Mentre si passano le consegne, un guardiano borbotta ridacchiando “ “a sarà dura”.
Ecco i locali della matricola. Foto segnaletiche e impronte digitali. sequestro dei documenti e degli effetti personali.
Perquisizione corporale: è umiliante finire nuda davanti a due ragazze giovani in divisa, più umilianti ancora le flessioni su un pavimento a specchio… Fa freddo, protesto….”prima ti sbrighi, prima hai finito!”
Perquisizione dei bagagli: questo passa questo no. Non passa il cappotto, neppure la sciarpa; niente bagno schiuma, dentifricio, deodorante. La borsa viene sostituita da un sacco nero, in cui depongo i libri, un quaderno, una penna, qualche indumento….
Ancora un tratto di cortile fino al padiglione femminile. Una rampa di scale…il primo piano…la “sezione nuove giunte”…
Tutto è silenzio. Percorro un corridoio che mi sembra lunghissimo, tra due file di blindi chiusi, contraddistinti da numeri. Il numero otto: sono arrivata. Sferragliare di chiavi, apertura e chiusura del cancello.
Ora ho una “concellina”; la vedo a malapena sotto la luce blu, spettrale. E’ gentile: si offre di darmi una mano a preparare la branda. Letto a castello, pagliericcio inferiore; materasso di spugna, cuscino duro come un sasso.
La cella è un cubicolo, sbarre e reti all’unica piccola finestra. E’ difficile prendere sonno, così sommersa dalle emozioni.
Ma ecco che, ad un tratto, come una voce amica, mi giungono i botti e le luci dei fuochi d’artificio che il movimento NO TAV, giunto fin qui sotto le mura del carcere, lancia in cielo per dire che non sono, non siamo soli.
Poco lontano da me, ai blocchi maschili, stanno Giorgio, Mattia, Luca: anche tra queste mura c’è la mia Valle, forte, bella, a testimoniare che la giustizia è altra cosa rispetto a quanto stiamo subendo e che non ci arrenderemo mai.
Mi scopro serena, quasi felice, pronta al giorno che verrà.

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Storie

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Le mie compagne mi raccontano di sé o di altre storie. Dal buio dell’umiliazione non emerge mai una vicenda completa: il silenzio è anche un modo per proteggersi, salvaguardare la propria dignità rispetto all’annullamento della persona che il carcere, sistematicamente, persegue.
La perquisizione corporale che mi hanno fatto all’ingresso, pur così umiliante, è “ all’acqua di rose”, c’è chi ha subito di peggio: l’ispezione anale, consueta, ma particolarmente umiliane per chi è sospettato di avere in pancia ovuli di droga.
Mi si raccontano di una ragazza che, dall’Africa, ha girato l’Europa, poverissima corriera di ovuli di cocaina per i party dei ricchi intoccabili. Ha lasciato a casa la madre e le sorelle: a loro provvede lei, con quella pancia piena di ovuli… Arrestata, è sola: avvocato d’ufficio, scomparsi e sicuri nella loro impunità i ricchi sfruttatori. Le resta il carcere, la magra consolazione dei canti ad un dio disattento, qualche mese da inserviente scopina, la tenacia di tenersi pulita tra muri che trasudano sporcizia. I quattro soldi che ricava dai lavoretti carcerari (pochi, sfruttati, ma molto ambiti da chi non ha niente), detratte le spese , mensilmente conteggiate, per il mantenimento in carcere, li manda alla famiglia, in qualche villaggio africano, di cui, a volte, racconta. Un suo sorriso gioioso a chi ha scelto come “zia”, un suo festoso saluto nei momenti bui sono un regalo impagabile….Bisogna resistere e raccontare.

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Fogli di diario – 31 dicembre 2019

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Ultimo giorno dell’anno, primo di carcere.

Mattinata passata tra visite mediche, psicologi ed assistenti sociali. Per come mi guardano, mi sento un marziano. Qualcuno mi chiede perché e fino a quando: sono spiazzati rispetto al cliché del detenuto.
Nel primo pomeriggio decido di fare l’ora d’aria. Ma sono senza cappotto che all’arrivo mi hanno sequestrato (“troppo lungo” è la motivazione). Chiedo un indumento utilizzabile e, dopo qualche insistenza, mi arriva una giacchetta imbottita, “ dal casellario” mi dicono. Poco è meglio di niente, soprattutto perché voglio scendere a provare di persona i luoghi e i racconti di chi in carcere c’è stato prima di me e più a lungo.
L’ora d’aria per le nuove giunte si svolge in un cortile minuscolo, chiuso tra muri e sorvegliato da telecamere. Non si può far altro che camminare in tondo, da sole o con qualcuna che ti si affianca per parlare con te.
La cosa migliore è il poter incontrare le altre donne. Mi guardano con curiosità: ieri sera al TG regionale hanno trasmesso la notizia e qualche immagine del mio arresto. Alcune si avvicinano e mi chiedono il perché della mia decisione: a chi sogna il fine-pena risulta difficile capire per quale ragione qualcuno può scegliere di “finire dentro”. Mi sorprende come bastino poche parole per averle dalla mia parte, molto prima e molto meglio di tanti perplessi, fuori. Ho l’impressione che qui funzioni, prima di tutto, una solidarietà naturale, una simpatia istintiva, forse perché netta è la barriera tra chi è carceriere e chi è carcerato.
Mi chiamano perché ho una visita: i miei avvocati. Che emozione vedere Valentina ed Emanuele!
Mi portano notizie di casa e mi raccontano delle mobilitazioni partite immediatamente, in tutto il paese e più lontano, dai luoghi e dalle realtà più impensabili….……………..

Qui dentro salta la nozione non solo dello spazio, ma anche del tempo. La cena è alle cinque del pomeriggio, poi comincia la notte del carcere. Quella dei nuovi giunti è una “sezione chiusa”: ciò vuol dire che te ne stai chiuso in cella diciotto ore su ventiquattro….
Vedo scendere il buio stando alla finestrella del mio cubicolo, blindata da reti e sbarre. Dai serramenti di ferro arrivano gelidi spifferi, nonostante la rudimentale imbottitura di giornali.
Sotto di me, oltre il rettangolo del cortile, c’è la panetteria interna, dove lavorano detenuti. Ma qui non mi giunge odore di pane… Com’è lontano il mio paese, via Fontan invasa dalla fragranza del pane appena sfornato, quando a ora tarda, chiusa la Credenza o terminata qualche riunione, ce ne tornavamo a casa, accarezzati dall’aroma antico……
Nello spiazzo sottostante avanzano guardinghi due grossi gatti, esemplari di una colonia felina che la mia compagna mi dice numerosa. Penso ai miei piccoli, quelli di casa e quelli acquisiti che, a quest’ora, aspettando il cibo, si chiederanno che ne è di me…. No, non devo lasciarmi vincere dalle insidie della malinconia. In fondo anche l’anno che sta per iniziare passerà..……………..

Deve essere mezzanotte: qui non esistono orologi perché, evidentemente, anche la percezione del tempo che scandiva la vita di prima è un riferimento negato a chi sta in carcere: così lo spaesamento, il taglio col mondo fuori è totale.
Ma a dirci che è mezzanotte è l’allegro scoppiettìo dei fuochi d’artificio, luminosi, multicolori, tutto intorno al carcere: un messaggio di solidarietà per noi che il capodanno non lo festeggeremo.
Ecco un’esplosione di stelle rosse…. Che il nuovo anno sia di liberazione… dalle catene…., dalle ingiustizie…., dalle grandi male opere…., dalla rinuncia alle lotte collettive che mette deboli contro deboli…., dalla precarietà che avvelena questo nostro tempo.
Nelle celle c’è movimento, tutte le detenute sono alle finestre; non bastano reti e sbarre a separarci dall’aria aperta, dal vento di valle che entra col freddo della notte e ci porta, di lontano, voci, canti di saluto.
Buon anno, con rabbia e affetto.

Di Nicoletta Dosio, da nicolettadosio.it

 

 

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Continua il ridicolo balletto di cifre che la regione sarda propone nelle conferenze stampa. Qualche giorno fa la regione Sardegna ha reso pubblici per la prima volta i dati aggregati sulla diffusione del covid-19 i dati del 13 aprile affermavano che: il luogo di maggiore esposizione al rischio è, paradossalmente, l’ospedale dove si è registrato il 69% dei 1.128 contagi (778 casi); nelle RSA, in cui sono comprese le case per anziani, si è ammalato il 15,7% dei positivi (177 persone); al di fuori delle strutture ospedaliere hanno contratto il Covid-19 il 7,8% degli infetti (88). Tuttavia a poche ore di distanza i dati sono cambiati, infatti il 14 aprile la regione affermava che i grafici pubblicati sul sito regionale non si riferiscono al numero totale di contagiati, bensì al numero di contagiati avvenuti dentro le strutture ospedaliere e le RSA. 

La questione è assai fumosa. Cerchiamo di capire cos’è successo partiamo dai grafici della regione:

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Il primo grafico è quello pubblicato dalla regione il 13 aprile mentre il secondo è estrapolato dal rapporto del 16 aprile. La differenza sta nel titolo: il primo si chiama ‘Distribuzione per luogo di esposizione’; mentre il secondo si chiama ‘Operatori sanitari: luogo di esposizione’. La situazione è talmente grottesca da sembrare la trama di un brutto spettacolo surrealista. Vogliamo comunque approfondire la questione perché è evidente che i conti non tornano e che non basta cambiare il titolo ad un grafico per dare un colpo di spugna ad un disastro sanitario.

Il primo grafico nel report diffuso dalla regione è corredato da un secondo che indica il numero delle operatrici e degli operatori sanitari infettati dal virus in relazione al numero totale di casi:

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Il dato si riferisce al 13 aprile, quindi su 1.128 persone affetta da covid-19 il 24% sarebbe 271. Tuttavia il giorno successivo, il 14 aprile, la regione comunica che il numero assoluto dei malati tra il personale ospedaliero sarebbe 255, è evidente che qualcosa non torna. Inoltre bisognerebbe chiedersi come si fa a dire che un operatore sanitario non si è ammalato in corsia se si lavora sette giorni su sette negli ospedali?

Questo balletto di cifre non ci aiuta nemmeno a comprendere come stia proseguendo la già problematica questione dei contagi del personale nei presidi sanitari. Il 26 marzo scorso la regione dichiarava che i contagiati tra il personale ospedaliero erano oltre 200 il giorno dopo si correggeva dicendo che erano meno di 144, a poca distanza l’istituto superiore di sanità riportava la cifra di 216 malati. Oggi non sappiamo con certezza quanti siano perché se seguiamo i dati percentuali sono 271 al 13 aprile se seguiamo i numeri assoluti sono 255, al 14 aprile. Comunque qualunque cifra assumiamo come corretta sappiamo che il numero di contagi continua ad essere in forte crescita.

Ora la questione diventa estremamente ingarbugliata, la regione fornisce dati a dir poco discordanti tra loro e diversi da quelli dell’ISS: via conferenza stampa fornisce numeri assoluti e sul web pubblica grafici con numeri in percentuale. Trasforma i titoli dei grafici, periodicamente rimuove dati e aggiunge indicatori differenti. Un caos che complessivamente fornisce solo due ipotesi:

La prima, molto pericolosa, è che in regione non abbiano minimamente il controllo della situazione a stento capiscano quello che sta succedendo nei loro uffici e non abbiano la minima idea di cosa succeda nei presidi sanitari. Una situazione che ricorda il disastro compiuto dai generali Italiani sul fronte della prima guerra mondiale, narrato magistralmente dalla penna di Emilio Lussu in ‘Un anno sull’altipiano’.

La seconda, non meno grave, è che qualcuno dei loro collaboratori cerchi di spiegargli cosa sta accadendo, quindi il presidente Solinas e l’assessore Nieddu stiano cercando, a dir poco maldestramente, di nascondere le cifre di un disastro dentro le strutture mediche.

Ora si comprende meglio a cosa serva il bavaglio mediatico che è stato imposto al personale sanitario, il quale già un mese fa aveva denunciato le inadeguate condizioni nelle quali era costretto a operare. Infatti dalla fine del mese scorso la giunta si arrogata il diritto di essere l’unica fonte consultabile dagli organi di informazione. Come dire le uniche notizie che devono circolare sono quelle ufficiali, abbiamo visto con quali risultati. La regione attraverso una nota privata inviata per mail al personale sanitario minacciava ritorsioni e provvedimenti disciplinari nel caso filtrassero informazioni non autorizzate dall’ufficio stampa della regione. Tale limitazione era ed è tuttora valida anche per l’utilizzo di strumenti di comunicazione privati: quali social-network o chat. 

Le poche informazioni che non sono mistificate dalla censura di regime, volontaria o involontaria che sia, è che le condizioni di lavoro continuano ad essere assolutamente inadeguate ecco ad esempio la denuncia ‘filtrata’ dall’Azienda Ospedaliera Universitaria di Monserrato (Cagliari):

“Il 24 marzo il dipartimento di Chirurgia aveva richiesto un urgente aggiornamento del protocollo utilizzato per i pazienti che accedono tramite il Pronto soccorso. Era stato infatti presentato un documento che, tra le altre cose, prevedeva la creazione di spazi adeguati, separati dal resto dell’ospedale, gestiti da operatori dotati di dispositivi di protezione individuale secondo procedure identiche a quelle adottate presso i centri Covid. Tutte le nostre richieste, compreso lo screening di tutto il personale sanitario, ad oggi, sono rimaste disattese. Il dipartimento di Chirurgia oggi sta pagando a caro prezzo questa linea di condotta. Un nostro caro collega, a causa della presenza dell’infezione virale all’interno dell’ospedale, ha sviluppato una polmonite da Covid-19 e si trova ora ricoverato. Molti altri operatori sanitari e pazienti sono stati infettati”. (Cagliari, 13 aprile 2020)

Questa è la cronaca dei fatti, per quanto sia difficile ricomporre il puzzle, infatti quello che davvero sta succedendo lo sapremo probabilmente tra diversi mesi. Quando la giunta non potrà più insabbiare i dati definitivi e zittire il personale sanitario, potremmo a quel punto finalmente ricostruire tutte le bugie che la giunta leghista ha raccontato al popolo sardo.

Come se non bastasse la giunta regionale prosegue con misure spot per distrarre l’attenzione dal vero problema, ad esempio ha chiuso le spiagge, come se si potesse recintare buona parte del perimetro dell’isola, e comunque prima chi ci poteva andare se il limite di spostamento era fissato a 200mt? Oppure ha consentito lo svolgimento dell’attività fisica all’aperto, era stato vietato dal 4 al 12 aprile a chi non avesse gravi patologie certificate. Tuttavia obbliga le sportive e gli sportivi ad indossare la mascherina e com’è noto tale pratica è ritenuta pericolosa dall’OMS e dall’Istituto Superiore di Sanità per via dell’impedimento che questa provoca alla corretta respirazione sotto sforzo.

Vari sindaci continuano a farfugliare di restrizioni e di untori, in testa il sindaco di Cagliari, che da istruzioni alle volanti della municipale di inseguire le persone che portano a spasso il cane per verificare a quale distanza siano dall’abitazione. In ultimo, allineandosi ai suoi colleghi leghisti il presidente della regione ha vietato la riapertura delle librerie e delle cartolibrerie. Soprassaliamo su qualsiasi commento ironico che verrebbe spontaneo in tale occasione; vogliamo invece dire che questo gesto sembrerebbe aver resuscitato il centrosinistra sardo, rimasto in religioso silenzio sino ad adesso. Attraverso alcuni giovani consiglieri regionali una sinistra sempre più caricaturale ha attaccato la giunta di Solinas per “la mancata riapertura della cultura”. Non ce ne vogliano i librai e i piccoli commercianti anche noi pensiamo sia assurdo lasciare aperti i grandi magazzini e chiuse le piccole attività, tuttavia non ci sembra questo il punto. Il centro sinistra sardo era in silenzio per un fatto di pudore, lo abbiamo già scritto. Guardando al di là della gestione criminale o incompetente, ma al limite del patologico, da parte di Solinas e della sua giunta occorre ricordare che: se in questi giorni negli ospedali mancavano i dispositivi per lavorare in sicurezza è soprattutto per la violenza dei tagli al bilancio della sanità regionale che nell’ultimo decennio è stato bipartisan e sbandierato come “politica di modernizzazione”.

L’inefficienza sanitaria in Sardegna è dovuta al sacrificio sull’altare della spending-review in nome del nuovo Dio ‘pareggio di bilancio’. La scorsa giunta dei ‘democratici’ guidata dall’economista Pigliaru ha puntato tutto sul “ridimensionamento” delle strutture sanitarie pubbliche nell’isola. Il definanziamento e la progressiva distruzione della sanità pubblica, non solo in Sardegna, non è figlia incompetenza tecnica quanto invece di scelte politiche deliberate. Si è puntato alla trasformazione della salute in merce e in profitto, seguendo i diktat dell’ideologia neoliberista. Così è successo che si dessero ricchi premi di produzione ai dirigenti che tagliavano la spesa per la formazione e per lo stock di dispositivi di protezione individuale. Forse è per questo che i consiglieri più anziani del centrosinistra sono ancora abbastanza saggi da rimanere in un composto silenzio.

Ci sarebbero tuttavia altre questioni che la gioventù dell’opposizione istituzionale potrebbe denunciare: come le paradossali esercitazioni militari in Sardegna in piena pandemia, smentite da un sito vicino all’aeronautica militare ma poi riconfermate come denunciato da A FORAS. Tuttavia sappiamo bene che la connivenza del centro sinistra sardo con il militarismo italiano sono un fatto di vecchia data. I giovani sinistri avrebbero potuto allora, almeno, denunciare la speculazione degli ospedali privati che si preparano a chiedere sino a 900€ a notte, alla regione per un posto letto. Invece nulla, sappiamo bene che l’opposizione del centrosinistra nell’isola è quella del mojito in mano leggendo un bel libro di Baricco, magari sfoggiando un tricolore e addobbando il balcone con un bel ‘andrà tutto bene’ appeso l’occasione.

Questa cronaca impietosa della situazione Sarda ci ricorda che non c’è una scorciatoia per uscire dal pantano della crisi. Occorre invece costruire un’opposizione sociale forte in grado di ribaltare le dinamiche di depredazione del capitalismo: sfruttamento delle persone e distruzione dei territori che da sempre sbandierato dai potenti come l’unica via possibile. Bisogna costruire una forza sociale che non si faccia incantare da facili scaricabarile e che inchiodi alle proprie responsabilità i colpevoli della gestione di questa crisi sanitaria, sociale ed economica. Occorre ripensare tutto, a partire dalla produzione, costruire autonomia nei territori significa soprattutto, oggi più di ieri, che non vogliamo più morire perché sappiamo produrre gallerie nelle montagne per treni, bombe e propulsori per missili da vendere ai sauditi ma riusciamo a produrre mascherine e respiratori. Costruire autonomia nei territori significa che non possono essere i tagli indiscriminati al bilancio che garantiscono ai dirigenti ricchi premi di produzione a scapito della sicurezza sul lavoro e della qualità delle cure.

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