ssssssfff
Articoli filtrati per data: Friday, 17 Aprile 2020

Un contributo e una riflessione critica dell' Asd Aurora Vanchiglia sul mondo del calcio-impresa ai tempi del Coronavirus.

Quando nel Maggio del 2018 uscì l’opera “Bullshit Jobs” dell’etnologo David Graeber, professore della rinomata London School of Economics e uno dei fondatori del movimento “Occupy Wall Street", sostenne la tesi che le professioni più redditizie del nuovo sistema capitalistico globale fossero, allo stesso tempo, quelle meno utili per il sostentamento di un ordine statale e sociale.

Dai consulenti aziendali ai gestori di fondi speculativi, i cosiddetti “Hedgefondsmanager”, nel corso degli ultimi 30 anni il capitalismo finanziario ha reso queste nuove classi dirigenti quelle più redditizie, nonostante non producano alcun bene materiale, e allo stesso tempo più potenti, data la loro influenza nelle decisioni politiche riguardanti soprattutto la sfera economica degli Stati Nazionali.

C’era, ahi noi, bisogno di una crisi sanitaria come quella attuale per riportare alla ribalta determinate critiche, riportate nell’opera di Graeber e per rimettere, anche se al momento solo molto superficialmente, in discussione alcune delle tante falle, come ad esempio l’accumulo di ricchezze sproporzionate da una parte e la mancanza di fondi per la sanità e la ricerca scientifica dall’altra, del pensiero neoliberale che, da 30 anni ormai, nelle sue più svariate sfaccettature, si erge a faro che illumina il percorso della storia.

Con il diffondersi del virus #Covid19 tra la popolazione mondiale, molte realtà, che fino a poco tempo prima potevano permettersi il lusso di poter vivere in un mondo parallelo, si trovano, oggi, a causa delle misure restrittive indette dai vari governi, in difficoltà a dover sospendere la propria attività, data la perdita di profitto che ne conseguirebbe.

Uno dei casi più eclatanti, dovuta alla sua popolarità, lo presenta il mondo del calcio. Il calcio, risulta essere un’attività fondamentale per garantire lo sviluppo e il benessere di uno Stato? Assolutamente no! A detta, però, delle varie federazioni calcistiche nazionali e internazionali, dei presidenti delle squadre e di molti altri protagonisti del mondo del pallone, la faccenda è molto più seria e complessa, da quando ormai è totalmente subordinato alle leggi del libero mercato.

C’è il concreto rischio che nel mondo del calcio, un’industria le cui 20 società più ricche hanno fatturato, nella stagione 2017/2018, un totale di 8,6 miliardi di euro di ricavi, possa scoppiare una bolla finanziaria con conseguenze drammatiche per chi, direttamente o indirettamente, è coinvolto. Specie se si guarda i mancati proventi dai diritti tv, nel caso le competizioni nazionali e internazionali non si potessero concludere.

A partire dagli anni 90, con l’ingresso e la conseguente conquista delle pay-tv del mondo dello sport, la mutazione genetica che ha subito il calcio, è stata quella di passare da rito collettivo animatore di passione popolare a complesso d'attività altamente razionalizzate e finalizzate alla produzione di utilità (Pippo Russo, L'invasione dell' ultracalcio, Ombre Corte).

Non per nulla, con la trasformazione del calcio da passione ludica a fenomeno dall’elevato profilo industriale, le cui fondamenta poggiano sui diritti tv, le sponsorship, i ticketing, il merchandising e, soprattutto, capitanata da una classe dirigente che, nonostante non siano funzionali al gioco in quanto tale, dettano le regole tramite una struttura gerarchica che gli permette di guadagnare ingenti somme, si è potuto osservare anche un radicale cambiamento sia del concetto di gioco che del tifo, l’anima autentica di questo sport, oltre che principale fonte di guadagno.

Il tifoso che si sente, nel bene e nel male, attaccato da un legame indissolubile verso la propria squadra del cuore, è stato sostituito, in un contesto di mercato sempre più globalizzato e digitalizzato, da un consumatore sempre più fluido che, potendo accedere a molteplici canali di consumo nell’ambito dell’entertainment, aggiorna e modifica costantemente i propri gusti e le proprie preferenze.

Di conseguenza, il calcio giocato, dovendosi adattare alle richieste del tifoso-consumatore i cui desideri vengono incessantemente creati e veicolati dai mezzi di comunicazione, è stato snaturato della sua essenza facendo passare la competizione sportiva in secondo piano rispetto agli interessi che si celano dietro. Non meravigliano, infatti, le dichiarazioni di Andrea Agnelli, in una delle sue ultime interviste prima della sospensione del campionato, in cui espresse i suoi dubbi riguardo i parametri attuali per sancire la partecipazione di una squadra ad una competizione internazionale come la #ChampionsLeague. Sentendosi in dovere di salvare gli investimenti l’immagine del calcio italiano nel mondo, secondo il presidente della #Juventus, non sarebbero più sufficienti i meriti prettamente sportivi per far accedere una squadra alle più importanti competizioni calcistiche, ma andrebbero considerati tutta una serie di requisiti che permettano il corretto svolgimento del torneo secondo le attuali leggi del mercato, ovvero, facendo fruttare gli interessi di tutte le figure chiave del mondo del calcio, dalle televisioni agli sponsor, fino alle massime cariche delle istituzioni calcistiche.

Ad oggi, essendo i proventi dei diritti tv a garantire la sopravvivenza della maggior parte dei club, diventa subito chiaro chi sia ad avere il coltello dalla parte del manico per poter decidere le sorti dell’intero sistema, soprattutto, in questo momento con la crisi sanitaria in corso. Come, infatti, ricordava Karl Heinz #Rummenigge, poco prima dell’interruzione della #Bundesliga, se non si dovesse portare a termine l’ultima parte della stagione calcistica, molte leghe nazionali e la stessa Uefa si troveranno costrette a dover risarcire i broadcaster che, non potendo più trasmettere le partite, potrebbero decidere di interrompere i pagamenti sui diritti tv acquistati. Secondo uno studio interno della Liga spagnola, il danno stimato per le ultime partite di campionato non disputate salirebbe a 610 milioni, di cui ben 494 milioni dal mancato incasso della quota dei diritti televisivi.

Nel tentativo di correre ai ripari, prima che si abbatta la più grande crisi economica che si sia mai vista nel mondo del calcio, tra presidenti delle federazioni e dei club e i procuratori, si sono sentite le giustificazioni e le proposte tra le più assurde pur di portare a termine il campionato, il tutto condito da un’informazione sensazionalistica e obsoleta. C’è chi sostiene che bisogna giocare a porte chiuse, ovvero senza una componente principale di questo sport, i tifosi, per continuare a percepire almeno una parte proventi dei diritti tv o, addirittura, chi sostiene che sia un dovere portare a termine il campionato, per rispetto di tutte le vittime del Covid-19.

Provando ad arginare il più possibile le perdite, molte società hanno deciso di tagliare gli stipendi ai propri giocatori e dipendenti. Se per molti calciatori di #SerieA possa non pesare più di tanto dover rinunciare a una parte del proprio stipendio, per molti giocatori delle categorie inferiori, considerando che giocano in campionati che percepiscono molto meno dai diritti televisivi, sacrificare una parte del proprio stipendio avrebbe tutto un altro peso. La #FIGC è arrivata al punto di chiedere lo stato di crisi, pretendo dal governo che ci fosse la cassa integrazione anche per i calciatori professionisti che percepiscono uno stipendio inferiore ai 50 mila euro.

Per non parlare di tutt* i/le dipendenti che curano gli interessi delle società, sia in campo che fuori, e tutte quelle realtà che indirettamente dipendono dal calcio, come ad esempio le edicole, la cui fonte di guadagno principale sono le vendite di giornali e riviste sportive. Tra tagli e mancanza di introiti, per molte realtà extracalcistiche la sospensione metterà a repentaglio le loro esistenze, dato che non saranno sufficienti, nel caso ci fossero, gli ammortizzatori sociali per coprire le spese.

Infine, anche se non dipendono dagli introiti dei diritti tv, a rischiare l’estinzione saranno molti club dilettantistici. Generalmente, i ricavi del botteghino e quelli provenienti dagli sponsor di imprese locali, servono per coprire i costi variabili quali utenze, trasporti, servizio lavanderia, costi legati all’evento partita come il personale sanitario e così via. Senza queste entrate, oltre alle difficoltà economiche nel mantenere la struttura della società, come ad esempio la scuola calcio, con l’inadempienza del rimborso spese dei propri tesserati, molte squadre rischieranno di non potersi iscrivere al prossimo campionato.

L’ unica cosa certa è che lo stop causato dal virus sta dimostrando la fragilità di un sistema la cui sopravvivenza dipende da un meccanismo oscuro e perverso i cui interessi e prerogative non combaciano con quelli della collettività. Anche se la #Fifa ha emesso delle nuove regole per cercare di portare a termine i campionati, è evidente che dietro ci siano solo gli interessi di gruppi di potere parassitari, il cui fine è di mantenere l’attuale struttura piramidale di governance, per continuare a spremere il mondo del calcio.

In fondo, come sostiene sempre David Graeber, la questione dei soldi è tutta una questione di potere politico. Così come sarà una battaglia politica dover rivedere le leggi che governano l’attuale sistema economico-politico, anche il mondo del pallone dovrà confrontarsi con quelli che saranno i cambiamenti sociali post-Covid-19. Sarà da chiedersi se continuerà a essere traghettata da una classe dirigente parassitaria che continuerà a mantenere lo sport subordinato alle leggi del mercato capitalistico, nel quale anche i sogni più ottusi vengono lubrificati con fantasie a base di oro e di successi immediati, oppure, se ci sarà la possibilità di tentare una via alternativa, come ad esempio hanno intrapreso da un po' di anni le realtà del calcio popolare, che propongono un modello di sport improntato secondo una logica democratica, di autorganizzazione su base volontaria, sull’azionariato popolare e forme di compartecipazione alle spese, in cui contano solo i valori dello sport, libero dai vincoli del capitale.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Riceviamo e pubblichiamo...

Le tre parole che cominciano per C ci permettono di capire un po’ meglio il mondo in cui viviamo.

Partiamo dalla prima.

 

CAPITALISMO

E’ il sistema economico in cui viviamo.

Non è sempre esistito ed è ora che cessi di esistere, perché sta diventando troppo chiaro a tutta la popolazione un fatto molto semplice: questo sistema economico si basa su un principio che non soddisfa le necessità umane.

Utilizziamo la tecnica dei bambini per orientarci: chiediamoci un poco di perché.

Perché se smettono di funzionare le fabbriche che non sono indispensabili alla vita, smette di funzionare tutto?

La prima risposta può essere: perché le persone che lavorano smettono di guadagnare i soldi per poter comprare le cose che servono per vivere.

Sì, ma perché?

Ci stiamo rendendo conto che non abbiamo bisogno di produrre armi, di macchine ne abbiamo a sufficienza, di vestiti ne abbiamo fin troppi in tantissimi, le scarpe mancano a pochissimi, tanti di noi scoprono di avere troppi libri mai letti, abbiamo abbastanza orologi, abbastanza telefonini, abbastanza piastrelle, abbastanza case, di cui tante vuote, ma i lavori necessari a mantenerci in sicurezza non vengono fatti ed i ponti crollano.

Perché i ponti crollano?

Perché se io fossi il proprietario di una autostrada e guadagnassi i soldi con quello che mi danno ai caselli, cercherei di risparmiare sulla manutenzione, perché la manutenzione mi fa spendere buona parte dei soldi che ricavo facendo passare gli autoveicoli sulle mie strade.

È la logica dell'azienda, la logica di impresa.

E la logica di azienda o di impresa, la logica della proprietà privata, è la logica che domina questo periodo storico, questo momento in cui viviamo.

È per questo che le nostre sanità si chiamano “Aziende sanitarie locali”.

Allora se io penso alla sanità come ad una azienda, anziché come ad un servizio per salvaguardare la vita, mi pongo il problema di risparmiare sui costi.

Se io pensassi a quanto costa mantenere in vita i miei genitori malati, tutti mi giudicherebbero una persona da condannare, un reietto, un criminale.

Ma se io mi chiedo quanto costa mantenere in vita i tuoi genitori  - come manager aziendale -, non sono più tanto da criticare; anzi, se riesco a far risparmiare le spese di bilancio di un ospedale, sono applaudito sui giornali, sulle televisioni, ecc. Anche se questo può voler dire che i tuoi genitori possono morire più facilmente.

Chiudere tutti i piccoli ospedali nei piccoli centri urbani, significa allontanare i luoghi in cui puoi trovare assistenza per tuo padre, per esempio.

E questo significa aumentare il rischio di morte. Vediamo cosa scrive il sito Salute e Benessere (cfr. https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2019/07/06/in-caso-di-infarto-ogni-minuto-conta-e-120-sono-troppi_309fc781-d382-4269-a5d6-fb2e25a6bd83.html  ):

Un dolore al petto che si irradia al braccio sinistro: questo è il più tipico, ma non l'unico, sintomo dell'infarto. Per chi ne viene colpito, ovvero circa 140.000 persone ogni anno in Italia, ogni minuto è prezioso, ancor più di quanto si pensasse finora. Nei casi molto gravi, infatti, per ogni 10 minuti di ritardo, 3 pazienti in più su 100 perdono la vita.>>

 Sono cose che si sanno, ma gli ospedali dei piccoli centri sono stati chiusi: dal punto di vista aziendale si è risparmiato, ma adesso per arrivare all’ospedale più vicino da alcune zone di provincia, può occorrere anche più di un’ora.

Perché l’impresa non riesce a pensare al benessere di tutti?

Perché si basa sul metodo di ragionamento capitalistico.

Se io sono un capitalista, il mio ragionamento deve essere questo: ho un milione di euro da investire, come faccio ad averne di più dopo un certo tempo?

Ci riesco facendoti lavorare per me insieme a tanti altri e dandoti meno soldi di quelli che mi fai guadagnare.

Il mondo in cui viviamo si basa su questo calcolo fondamentale: come faccio ad aumentare costantemente il denaro che investo?

Ci stiamo avvicinando alla risposta alla domanda fondamentale: perché la logica aziendale non risponde alle esigenze di farci stare meglio tutti?

Come abbiamo visto, per il semplice motivo che non è questo l’obiettivo dell'impresa.

Perché allora dove è nato il sistema capitalista ci sono tante ricchezze, e dove il sistema capitalista è arrivato dopo ci sono meno ricchezze?

Perché in ogni luogo in cui si è sviluppato il sistema capitalista ci sono stati milioni di uomini e donne che hanno prodotto tanta ricchezza, ma hanno anche lottato contro la logica aziendale riuscendo a distribuire una parte della ricchezza prodotta al fine di metterla a disposizione di molte più persone di quante quei padroni avrebbero voluto.

Le imprese capitaliste concentrano la ricchezza del mondo intero come una idrovora succhia l’acqua: per questo intere parti del mondo si sono via via impoverite e le persone scappano per andare verso i luoghi in cui si sta meglio.

Abbiamo posto le premesse per passare a capire cosa sia la seconda C.

 

CONFINDUSTRIA

https://www.wallstreetitalia.com/trend/confindustria/  :

Confidustria è l’organo di rappresentanza più importante per le imprese manifatturiere e di servizio in Italia. Raggruppa, a oggi, quasi 150mila aziende. >>

conf

Si è sentito parlare molto male di Confindustria in questi giorni in cui si deve stare in casa per l’emergenza Covid-19 per salvaguardare la salute, cioè la vita: loro vogliono che le persone escano e stiano ammassate nelle aziende anche se questo fatto è la principale fonte di diffusione del contagio.

Questo significa che dobbiamo morire più facilmente, perché è il contrario di quello che ci dicono i medici, gli epidemiologi, ecc., cioè coloro che si occupano di salvare le nostre vite.

Perché dunque Confindustria che rappresenta le imprese, non si preoccupa della nostra salute?

Non è anch’essa fatta da persone, dai padroni delle aziende in cui lavoriamo?

Sì, e se li incontri, sembrano persone uguali a noi, con le loro famiglie, le loro passioni; certo si possono permettere passioni diverse dalle nostre, e stanno meglio di noi.

Ma allora per stare meglio degli altri, devo diventare “cattivo, sadico, criminale”?

Perché che differenza c’è dunque tra gli imprenditori e i trafficanti di droga, gli sfruttatori della prostituzione o i trafficanti di armi se neanche gli imprenditori delle aziende normali si preoccupano della salute di chi lavora per loro?

Guardate, questo discorso ci porta su di una falsa pista, cioè sul terreno della morale, della giustizia, del bene comune, di ciò che è bene e di ciò che è male.

Il fatto è che se sei un imprenditore, non ti devi porre sul piano della morale, del lecito, del giusto o altre simili questioni: devi usare il principio di impresa, cioè spendere poco e guadagnare di più.

Se non guadagni, sei un fallito, un perdente, rovini i tuoi dipendenti e, se senti un padrone, ti dirà:

 

siamo tutti una grande famiglia e se la mia azienda non fallisce, faccio il bene di tutte le persone che lavorano per me. E per continuare ad esistere devo far lavorare anche con il Covid-19.

In questo sistema far vivere e far morire, è una questione di convenienza, lo abbiamo capito.

 

Il successo di un'industria consiste anche nel distruggere la concorrenza, nel far fallire coloro che producono nello stesso settore, se si riesce. Chi lo fa è un buon imprenditore, una persona capace, astuta: il mio successo si basa anche sull’insuccesso degli altri.

È quello che succede anche in borsa: il mio guadagno si fonda sulla perdita di qualcun altro.

È per questo che i paesi europei fanno tanta fatica a mettersi d’accordo su come aiutare i paesi in maggiore difficoltà: perché i paesi che hanno meno difficoltà con il Covid-19, sanno che dalla mancata produzione di un altro paese, si rafforza l’industria del proprio se resta aperta un po’ di più.

Perché, allora, se i padroni si odiano tanto, si fanno rappresentare da un organismo che rappresenta tutti i loro interessi? Quali sono gli interessi in comune che possono avere insieme?

I loro interessi in comune derivano dalla necessità di difendersi da coloro che vogliono che l’economia vada a vantaggio di tutti: è la nascita delle organizzazioni operaie che determina la nascita di Confindustria.

Vediamo un po':

dal sito: https://it.wikipedia.org/wiki/Confederazione_generale_dell%27industria_italiana

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Fu fondata il 5 maggio 1910, con sede a Torino e dal 1919 a Roma, per tutelare gli interessi delle aziende industriali nei confronti dei sindacati dei lavoratori.>>

 

dal sito: https://www.confindustria.it/home/chi-siamo/storia?

Destinata inizialmente alla difesa degli interessi del capitale (in un momento in cui, era nata proprio 4 anni prima la Confederazione generale del lavoro), Confindustria e le sue imprese si sono evolute sempre di più, accompagnando ai mutamenti della società e dell’economia.

Dunque Confindustria nasce per difendere il capitale, non gli interessi di tutti: gli interessi della parte più ricca degli abitanti di questo paese contro quelli di tutti i lavoratori.

 

Difende gli interessi di pochi, contro quelli di tantissimi.

Ecco perché non può farsi carico del problema generato dal Covid-19: perché quello è un problema generale, mentre Confindustria difende il capitale, e se il capitale non circola, se noi non lavoriamo in pratica, i padroni non guadagnano.

 

COVID-19 - SARS-CoV-2

Dunque se Confindustria non può difendere l’interesse di tutti, lo possono forse i politici delle istituzioni (parlamento, regioni, etc.)?

Siamo di fronte ad una pandemia che si diffonde a causa della vicinanza tra le persone: basta che una persona infetta mi stia più vicino di un metro, che non ci sono mascherine di quelle che si trovano in giro che mi possano proteggere dal contagio.

Dunque la politica istituzionale, cioè quelle strutture che dovrebbero rappresentare l’interesse generale, dovrebbe cercare di garantire che funzionino solo le strutture produttive necessarie alla vita.

Ed è lì che si apre uno scenario inedito e pressoché infinito: cosa è necessario alla vita?

conf2

La politica istituzionale dei paesi capitalisti, non si è mai posta questo problema.

Dal punto di vista di Confindustria, tutte le imprese sono necessarie alla vita, eccetto i piccolissimi imprenditori che non vengono rappresentati e che possono pure morire.

Eppure noi abbiamo fatto all’inizio un piccolo elenco delle industrie che non sono utili alla vita: le industrie di morte prima di tutto, cioè le industrie che riforniscono le attività belliche, di guerra, le armi, insomma. Eppure lo stato italiano ha aumentato costantemente gli investimenti in quel settore, nell’unico settore evidentemente inutile alla vita, ora e sempre.

Potremmo citare altri settori ed imprese non utili nel breve periodo, ma non è questo il problema: il fatto è che la politica istituzionale non è in grado di dire quali siano. Soprattutto sta avvenendo che dovrebbero chiudere le fabbriche inutili a livello nazionale, ma stanno ad ascoltare i “consigli” di Confindustria per decidere quali fabbriche sono utili.

Tra l’altro non è bloccato il commercio internazionale degli stessi prodotti. Dunque i corrieri, per esempio, sono costretti a consegnare qualunque cosa, rischiando la loro salute.

Il problema della salute pubblica ci costringe a domandarci come funziona il mondo in cui viviamo e moriamo, perché si muore e che senso ha il lavoro che facciamo.

Fa capire come il mondo sia uno e come ci ammaliamo tutte e tutti delle stesse cose: non siamo anatroccoli o pesci, siamo la “razza umana” per dirla con Einstein.

Risale al 2005 il PIANO NAZIONALE DI PREPARAZIONE E RISPOSTA AD UNA PANDEMIA INFLUENZALE: in questi quindi anni si è fatto esattamente l’opposto di quanto indicato dal piano elaborato in Italia per ottemperare a quanto indicato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.

Più di un anno fa, l’undici marzo 2019,  sul quotidiano Repubblica (cfr.: https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2019/03/11/news/ ), si potevano leggere queste parole:

 

“Il pericolo di una nuova pandemia influenzale è sempre presente”, spiega Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità. “La possibilità che un nuovo ceppo si trasmetta dagli animali all’uomo e causi una pandemia è più che mai reale. La domanda corretta quindi non è se avremo mai un’altra pandemia, ma quando. È per questo motivo che dobbiamo assolutamente rimanere all’erta: il costo di una grande epidemia influenzale supera di moltissimo il prezzo di una prevenzione efficace”. >>

 Su FOCUS, un settimanale scientifico, si leggeva il 3 ottobre dell’anno scorso:

Sarebbe una catastrofe anche sul fronte dell'economia: le conseguenze si farebbero sentire anche sul PIL globale, che potrebbe calare anche di 5 punti percentuali, innescando un'altra catena di eventi che porterebbe altre morti, forse a milioni.…«bisogna aumentare i fondi delle comunità, a livello nazionale e internazionale, per predisporre misure di difesa sanitaria che permettano di contenere e disinnescare minacce di questo genere» >>

Eppure le spese per la sanità sono costantemente diminuite in questi ultimi anni ed anche in questo momento: non sono stati riaperti i piccoli ospedali di provincia e le cliniche private in cui si curano i ricchi non state messe a disposizione della popolazione, ma restano di uso esclusivo di chi ha i soldi per permettersele.

Il piano di prevenzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) è rimasto lettera morta e gli strumenti per proteggere gli infermieri ed i medici degli ospedali pubblici non sono mai stati approntati.

Adesso vengono presentati come “eroi”, perché il governo non intende metterli in condizione di lavorare in sicurezza o con turni ridotti, aumentando l’organico. L’infermiera che si addormenta viene lodata, invece di diventare il segnale di una amministrazione della salute pubblica che non funziona e che sfibra le persone che dovrebbero svolgere i lavori di cura.

È, ancora una volta, una propaganda volta al massimo sfruttamento, in un’ottica aziendale, imprenditoriale, capitalista.

CONCLUSIONI

I fenomeni correlati alla pandemia da Covid-19 ci permettono di rispondere ad alcuni dei perché che ci siamo posti all’inizio:

1 – il sistema economico in cui viviamo è fatto per aumentare la massa di denaro, conseguentemente di potere, in mano ad una ristretta cerchia di persone; non risponde alla domanda: di cosa abbiamo necessità per vivere?

2 – chi determina i destini della società, la classe padronale, è in grado di incidere sulle scelte dei governi, in base ad interessi basati sulla logica del capitale;

3 – la casta politica si lascia influenzare dalla classe padronale e le classi lavoratrici possono difendersi solo attraverso organizzazioni indipendenti, come i sindacati di base e le strutture che sapranno effettivamente rappresentare le esigenze dei lavoratori e delle classi subalterne.

I medici e gli infermieri vengono lasciati morire e per questo sono trasformati in eroi dalla propaganda.

4 – l’unica via di uscita è cambiare sistema produttivo, perché, come si è detto all’inizio, questo è un sistema che è nato in una certa fase della storia, ed è giunto il momento di passare ad una alternativa. Le strutture e gli strumenti per produrre le cose essenziali alla vita devono essere pubblici, sociali, al servizio di tutte le persone.

Infatti la logica che perseguono i privati non è funzionale alla vita, ma si è rivelata una logica criminale, che non permette di pensare al futuro e, se pensiamo ai ponti che crollano, neppure di preservare la sicurezza delle strutture attualmente a disposizione.

Il futuro dipende da ognuna ed ognuno di noi: con loro al comando, non ci sono speranze.

L’alternativa c’è, e dobbiamo saperla costruire, insieme, dal basso.

conf3

EnSe

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Mumia Abu Jamal

L’attuale isolamento è provocato dal Coronavirus.

Per quasi un mese, tutte le ed i detenuti incarcerati nelle prigioni statali della Pensilvania -più di 40.000 uomini e donne- sono stati isolati, o “locked down”.

Di che si tratta stare “locked down”?

Quando io stavo nel corridoio della morte, tutti eravamo isolati. Parliamo di 23/1. Come dire, 23 ore rinchiusi quotidianamente con un’ora di esercizio fuori della cella in una gabbia.

Dopo più di un decennio, questo è giunto ad essere 22/2.

Ma l’attuale isolamento è provocato dal Coronavirus. Per questo, le colazioni e i pranzi nella mensa, visite con famiglia e amici, servizi religiosi, lezioni, lavori nella prigione sono “offline”, come dire, proibiti o drasticamente colpiti.

Nell’occasione eccezionale in cui un prigioniero o prigioniera esce dalla sua cella, deve portare una maschera facciale fatta di carta o tela.

Vari stati, come il New Jersey, per esempio, hanno i medesimi requisiti.

Nelle prigioni di contea, il tremendo sovraffollamento porta al caos.

Nelle prigioni di contea a Filadelfia, si stima che 18 prigionieri abbiano il virus.

D’altra parte, nel carcere di contea di Cook nello stato dell’Illinois, più di quattrocento prigionieri hanno avuto dei risultati positivi per analisi del Covid-19.

Per alcuni uomini e donne, un carcere di contea non sembra solo un corridoio della morte. Per loro sarà un nuovo corridoio della morte, perché questa cella sarà il luogo dove moriranno.

L’incarceramento di massa è così integrato nello stile di vita statunitense, che la scarcerazione suona come una pazzia.

Ma a dire la verità, non sempre è stato così. Questa frustata è il frutto della politica neoliberale. E se il neoliberalismo è la causa del problema, come lo possiamo risolvere?

Dalla nazione incarcerata sono Mumia Abu-Jamal.

Immagine: John Overmyer

–© ‘14maj

10 aprile 2020

Audio registrato da Noelle Hanrahan: www.prisonradio.orgwww.prisonradio.org

Testo fatto circolare da Fatirah Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Traduzione in spagnolo di Amig@s de Mumia, México

14/04/2020

La Haine

da Comitato Carlos Fonseca

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Ho paura quando mi guardo allo specchio, quindi immaginate cosa devono provare gli altri quando mi guardano".

Queste sono le parole di Israa Jaabis, una madre palestinese di 33 anni di Gerusalemme che langue a Hasharon, l'unica prigione israeliana per le detenute palestinesi.

È accusata da Israele di tentato omicidio dopo aver fatto saltare in aria la sua auto a un posto di blocco, un'accusa che nega. Le sue ustioni, sostiene, sono il risultato di un'esplosione nell'auto a seguito di un guasto tecnico.

Rotta all'interno, fisicamente bruciata, e con un dolore immenso, Jaabis ha detto la settimana scorsa, in una lettera dettata al suo avvocato, che non riceve cure mediche adeguate dal sistema carcerario israeliano (IPS). "Anche la Croce Rossa Internazionale è gravemente carente nell'intraprendere qualsiasi azione per aiutare Israa. È compito del CICR fornire visite permanenti e riferire sulle condizioni di salute dei prigionieri e sollecitare tutte le parti a lavorare per il trattamento dei casi di malati e feriti", ha spiegato. Gli hashtag dei social media #Save_Israa e #Help_Israa mirano ad aumentare la consapevolezza e a fare pressione sull'IPS affinché le conceda le cure mediche necessarie.

Soffre di ustioni di primo e terzo grado sul 60% del suo corpo, e dipende da una compagna di prigione che l'assista in compiti semplici, lasciandola "umiliata".

Otto delle sue dita sono state amputate perché si sono sciolte a causa delle ustioni, non può alzare le mani fino in fondo perché la sua pelle sotto le ascelle è incollata, l'orecchio destro è quasi inesistente e in un costante stato di infiammazione, il naso ha un buco spalancato su un lato, respira per lo più attraverso la bocca e l’incidente le ha portato oltre conseguenze fisiche anche psichiche, soffre di esaurimenti nervosi e gravi crisi psicologiche.

Jaabis ha bisogno di almeno otto interventi chirurgici, compreso un innesto di pelle intorno all'occhio destro e la ricostruzione facciale.

 

Andiamo quindi a ripercorrere ciò che le è accaduto.

Esplosione di auto: 10 ottobre 2015

Jaabis si stava spostando con la sua auto verso la sua casa nel quartiere di Jabal Al-Mukaber a Gerusalemme quando, a 500 metri dal checkpoint di al-Zayyim a Gerusalemme, ha perso il controllo del veicolo.

Due settimane dopo l'inizio della "Intifada del coltello" o della "rivolta di ottobre", caratterizzata da attacchi individuali che vanno da pugnalate, speronamenti di auto e, in misura minore, sparatorie, per lo più da parte di palestinesi adolescenti e ventenni non affiliati a fazioni politiche.

I soldati israeliani hanno gridato a Jaabis di fermare la macchina, che ha deviato nella corsia adiacente. All'improvviso, un'esplosione nella macchina.

 

"La versione israeliana è che ha cercato di far saltare la sua auto al posto di blocco, ma come poteva essere il caso quando i finestrini dell'auto erano tutti intatti?" ha detto Mona Jaabis, la sorella di Israa.

"L'esterno dell'auto non ha nemmeno cambiato colore. E se ci fosse stata un'esplosione, Israa sarebbe saltata in aria con essa in molti pezzi".

 

Quello che è successo alla macchina è stato un guasto tecnico, ha detto Mona.

"C'è stato un contatto elettrico che ha colpito l'airbag nel volante, e le sostanze chimiche nell'airbag hanno causato l'incendio", ha detto.

 

Il gruppo per i diritti dei prigionieri palestinesi, Addameer, ha detto che il guasto ha causato l'esplosione di una bombola di gas.

"Un soldato israeliano si è avvicinato a lei dopo che ha lasciato l'auto in fiamme, ha urlato e le ha puntato contro la pistola, e ha proceduto ad arrestarla sul posto", ha detto Addameer.

L'auto non è stata ispezionata all'indomani dell'incidente dalle autorità israeliane, che secondo Mona non hanno alcun interesse ad

entrare nei colloqui sulle richieste di risarcimento.

Imprigionata nel "mattatoio".

 

Jaabis ha trascorso tre mesi all'ospedale di Hadassah Ein Kerem, prima di essere trasferita all'ospedale della prigione di Ramleh, definito da altri detenuti "il mattatoio".

 

Nel 2017 è stata condannata a 11 anni di carcere dal tribunale centrale di Gerusalemme con l'accusa di tentato omicidio.

Israa Jaabis, prigioniera palestinese:

La settimana scorsa, Jaabis è comparsa in tribunale per presentare ricorso in appello contro la sua sentenza. L'appello è stato rinviato fino a nuovo avviso.

C'è un dolore più grande di questo? Non vedo alcuna giustificazione per il motivo per cui sono qui in prigione.

Leah Tsemel, l'avvocato di Jaabis, disse ad Al Jazeera: "Non sta molto bene e sta soffrendo e soffrendo molto... Le stanno dando delle vitamine, ma non si sta curando bene e non si sta facendo nulla per migliorare il suo aspetto".

Potrebbe essere troppo tardi".

Al bambino è stato permesso di vedere la madre dopo 18 mesi di detenzione, ma tali visite sono state interrotte, ha detto l'IPS, perché non ha il documento d'identità richiesto.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons