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Articoli filtrati per data: Tuesday, 14 Aprile 2020

Le donne palestinesi detenute nelle carceri israeliane rappresentano tutte le categorie della società palestinese


Oggi ci sono 43 donne e ragazze palestinesi imprigionate nelle carceri israeliane. Molte di loro soffrono di problemi di salute e la pandemia globale di COVID-19 rappresenta una minaccia significativa, specialmente per le difficili condizioni di detenzione della prigione di Damon, precedentemente una stalla per animali. Le donne palestinesi detenute nelle carceri israeliane rappresentano tutte le categorie della società palestinese: parlamentari, leader, giornalisti, assistenti sociali, attivisti, studenti, madri, sorelle, figlie, zie, badanti, operatori sanitari e molti altri.

Nel lungo corso storico della causa palestinese, le donne palestinesi sono state al centro del movimento di liberazione in tutti gli aspetti della lotta e hanno svolto un ruolo particolarmente significativo nello storico movimento dei prigionieri detenuti, conducendo scioperi della fame e continuando la lotta per la libertà.

Il movimento di solidarietà dei prigionieri palestinesi di Samidoun elogia il ruolo guida delle donne palestinesi nella lotta e sollecita l’immediata liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.

Amal Taqatqa– di Beit Fajjar (Betlemme), condannata a sette anni Israa Jaabis – dalla Gerusalemme occupata, gravemente ferito; condannata a 11 anni Helwa Hamamreh – di Husan (Betlemme), condannata a sei anni Nisreen Hasan – di Haifa, occupata la Palestina ’48, condannata a sei anni Sabreen Zbeedat – di Sakhnin, occupato dalla Palestina “48, condannata a 50 mesi Maysoun Musa Jabali – di Shawahreh (Betlemme), condannata a 15 anni Rawan Abu Ziyada – di Ramallah, condannata a nove anni Shorouq Dwayyat – dalla Gerusalemme occupata, condannata a 16 anni Marah Bakir – da Gerusalemme occupata, condannata a 8,5 anni (all’età di 16 anni) Nurhan Awad – dal campo profughi di Qalandiya, condannata a 10 anni Fadwa Hamadeh – dalla Gerusalemme occupata, condannata a 10 anni Malak Suleiman – dalla Gerusalemme occupata, condannata a 10 anni (all’età di 17 anni) Wafa Mahdawi – di Alshweika (Tulkarem), condannata a 18 mesi (madre di Ashraf Na’alwa) Ansam Shawahneh – di Qalqilya, condannata a cinque anni Shatila Abu Ayyad – dal 1948 occupata la Palestina, condannata a 16 anni Ayat Mahfouz – di al-Khalil, condannata a cinque anni Amani al-Hashim – dalla Gerusalemme occupata, condannata a 10 anni Jihan Hashima – dalla Gerusalemme occupata, condannata a quattro anni Asiya Kaabneh – di Duma (Nablus), condannata a 43 mesi Amina Odeh – dalla Gerusalemme occupata, condannata a 33 mesi Fawzieh Hamad Qandil – da Ramallah, condannato a 20 mesi Balsam Sharaeh – di al-Lydd, occupata la Palestina ’48, arrestata in attesa di processo Bayan Faraoun – dalla Gerusalemme occupata, condannata a 40 mesi Rawan Anbar – da Ramallah, condannata a tre anni Aisha al-Afghani – dalla Gerusalemme occupata, condannata a 15 anni Tasneem al-Assad – dalla Lakia, occupata la Palestina ’48, condannata a 5 anni Rahmeh al-Assad – dalla Lakia, occupata la Palestina ’48, condannata a 4,5 anni Samar Abu Thaher – di Gaza, condannata a 2,5 anni Ranwa Shinawi – dalla Palestina occupata ’48, arrestata in attesa di processo Shorouq al-Badan – detenuta senza accusa o processo sotto detenzione amministrativa Inas Asafreh – di al-Khalil, arrestata in attesa di processo Abu Ghosh – del campo profughi di Qalandiya, arrestata in attesa di processo Samah Jaradat – di Ramallah, arrestata in attesa di processo Khalida Jarrar – di Ramallah, arrestata in attesa di processo Shatha Hassan – Presidente del consiglio studentesco Bir Zeit, detenuta senza accusa o processo sotto detenzione amministrativa Bushra al-Tawil – giornalista palestinese di Ramallah, detenuta senza accusa o processo sotto detenzione amministrativa Rawan al-Samhan – di al-Khalil, condannata a 18 mesi Azhar Qasem – di Qalqilya, arrestata in attesa di processo Suheir Salimiyeh – di al-Khalil, arrestata in attesa di processo Suzan Moubayed – da Gerusalemme occupata, detenuta in attesa di processo Halimeh Khandaqji – di Ramallah, arrestata in attesa di processo Nawal Fetheya – da Gerusalemme occupata, arrestata in attesa di processo Aya Khatib – dalla Palestina occupata ’48, arrestata in attesa di processo

Da invictapalestina

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri...

Le diverse posizioni. In risposta alla richiesta dei leader europei del 26 marzo i ministri dell'economia dei 19 Paesi che adottano la moneta unica si sono riuniti al fine di adottare delle strategie comuni per rispondere all'imminente crisi economica che sta per travolgere i Paesi europei.

Il vertice vedeva contrapposte diverse opzioni proposte dai vari Stati membri. Da un lato un ampio fronte di Paesi (guidati dall'Italia, dalla Francia e dalla Spagna) chiedevano l'introduzione dei cosidetti corona-bond, mentre altri Paesi (guidati dalla Germania e dall'Olanda) bocciavano tale proposta chiedendo invece di adattare lo strumento del MES alla situazione contingente.

Il vertice si è concluso giovedì ma, come spesso accade, è difficile comprendere quale posizione abbia prevalso, perché ogni attore politico prova a rivendicare la vittoria. Per questo motivo può essere utile leggere ed interpretare il rapporto finale sottoscritto dai ministri (https://www.consilium.europa.eu/es/press/press-releases/2020/04/09/report-on-the-comprehensive-economic-policy-response-to-the-covid-19-pandemic/).

Il MES. Se andiamo oltre alle dichiarazioni di principio e guardiamo invece agli impegni economici concreti è evidente che la misura decisamente più imponente consiste nella decisione di utilizzare il MES per fornire linee di credito da utilizzare esclusivamente per rafforzare il sistema sanitario degli Stati che faranno richiesta; è stato stabilito che l'Unione Europea metterà a disposizione un importo complessivo di 400 miliardi.

Ma cosa è il MES? I Meccanismi Economico di Stabilità (o anche Fondo salva-Stati) è stato istituito con il Trattato di Lisbona nel 2011 ed è entrato in vigore nel 2012, nel pieno della crisi dei debiti pubblici europei. Il Fondo, finanziato dai vari Stati membri, emette dei prestiti nei confronti degli Stati che ne fanno richiesta, con la condizione che i governi si impegnino a rispettare dei requisiti molto rigorosi.

Nel governo italiano prevale la volontà di non ricorrere a tale meccanismo; del resto l'Italia si era dimostrata favorevole esclusivamente ad un "MES senza condizioni" o ad un "MES con condizioni leggere". Questa posizione si scontra però con il terzo comma dell'articolo 136 del Trattato di Funzionamento dell'Unione Europea, il quale prevede che "la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità". A tal proposito è utile precisare che qualunque modifica del trattato richiede un iter lungo e laborioso che può durare anche alcuni anni.

Il meccanismo prevede quindi la sottoscrizione di un accordo tra il Paese debitore e le istituzioni comunitarie creditrici, con il quale il primo si impegna al rispetto di alcuni vincoli, i quali potranno, del resto, essere modificati in maniera unilaterale dai creditori.

Le altre misure. Se escludiamo il richiamo al MES, le altre misure approvate hanno portata molto limitata. L'accordo prevede l'istituzione del fondo SURE della Commissione Europea per sostenere (attraverso prestiti) i costi della cassa integrazione; a tal proposito si è parlato di una dotazione di 100 miliardi ma questo importo non è che la dotazione massima, mentre la dotazione effettiva dipende dai contributi su base volontaria dei singoli Stati membri.

I governi hanno inoltre richiamato l'intervento della Banca Europea degli Investimenti (BEI), la quale attiverà una garanzia di 25 miliardi per fornire finanziamenti alle imprese (non molto se paragonato a quanto messo in campo dai governi nazionali) e l'istituzione di un fondo per aiutare l'economia europea per un importo di 2,7 miliardi.

E i corona-bond? Nel testo non si fa menzione dei corona-bond, se non con una formula molto vaga che non affronta in maniera dettagliata la questione.

Il governo italiano ha dovuto, quindi, incassare la bocciatura da parte di alcuni governi dell'Europa settentrionale, ma il primo ministro Giuseppe Conte spera di capovolgere la situazione nei prossimi incontri.

Per capire le posizioni dei diversi Paesi è opportuno comprendere cosa sono questi strumenti finanziari. I corona-bond non sono altro che la riedizione degli euro-bond, uno strumento proposto più volte nel dibattito politico europeo, ma mai attuato nella pratica.

Si tratta, in pratica, di titoli di debito pubblico garantiti non dai singoli Stati, ma da tutti gli Stati che aderiscono all'unione monetaria. In questo modo gli Stati che normalmente pagano un tasso d'interesse più elevato (come l'Italia) potrebbero godere di una forma di finanziamento più conveniente. La Germania, seguendo anche le indicazioni della propria Corte Costituzionale, ha sempre ribadito che gli euro-bond (nelle varie versioni proposte) non sono accettabili in quanto costituirebbero un'ulteriore forma di cessione della sovranità alle istituzioni comunitarie; tale operazione non potrebbe essere consentita senza consultare preventivamente i cittadini.

La questione non riguarda però solo la Germania o gli Stati dell'Europa settentrionale. Infatti l'istituzione di questo strumento di debito comporterebbe che buona parte delle politiche fiscali saranno decise a livello comunitario, rendendo davvero difficile un controllo democratico da parte dei cittadini.

I meccanismi decisionali dell'Unione Europea sono infatti molto farraginosi e spesso il principio tecnocratico prevale su quello democratico; il Parlamento europeo non può essere paragonato ad un qualunque Parlamento nazionale. Il cittadino medio non ha che una vaga percezione di cosa accade a Bruxelles e Strasburgo tanto da rendere impensabile un suo coinvolgimento diretto nella vita politica comunitaria.

In un momento storico nel quale diventano evidenti tutti i limiti del processo europeo pensare di cedere importanti strumenti di politica economica a istituzioni comunitarie completamente slegate da qualsiasi possibilità di controllo popolare sarebbe solo un modo per assecondare l'attuale tendenza a svuotare di significato i meccanismi democratici per affidare le leve fondamentali dell'economia a organismi tecnocratici che rispondono esclusivamente agli interessi del grande capitale sovranazionale.

Giovanni Castellano

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Il re Alfonso XIII° di Spagna si era appena sbarazzato del generale Primo de Rivera, la cui dittatura era crollata da sola con la crisi del 1929.

Il generale Berenguer, a cui Alfonso XIII° aveva chiesto di formare il nuovo governo, disse più tardi che aveva preso il potere al momento in cui la Spagna era come "una bottiglia di champagne col tappo sul punto di saltare".

Nel maggio 1930 di fronte all'effervescenza che vi regnava, il governo dovette chiudere alcune università e far intervenire la guardia civile. L'agitazione operaia diede il cambio a questi movimenti con tutta una serie di scioperi nelle principali città. Una crisi drammatica colpiva le campagne, dove i contadini morivano di fame.

Un'ondata di repubblicanesimo soffiò su tutto il paese. Una parte del personale politico della borghesia si convinse che forse era tempo di sbarazzarsi della monarchia.

Il 17 agosto 1930, i socialisti e l'UGT conclusero il "Patto di San Sebastiano" con i repubblicani. Non avevano certo l'intenzione di preparare un'insurrezione popolare per porre fine alla monarchia, ma vagheggiavano un sollevamento delle guarnigioni appoggiato eventualmente da uno sciopero nelle principali città. Il piano messo a punto fu disdetto a più riprese. Tuttavia, due ufficiali repubblicani, il capitano Galan ed il tenente Garcia-Hernandez, si lanciarono lo stesso il 12 dicembre 1930 e proclamarono la repubblica nella piccola città di Jaca. Ci fu uno sciopero generale a Barcellona. Ma il comitato repubblicano-socialista non diede l'ordine di sciopero a Madrid. Preferiva la disfatta alla mobilitazione operaia. I due ufficiali furono giustiziati.

Le elezioni municipali costituirono un successo schiacciante per il campo repubblicano nelle grandi città. Due giorni più tardi, il 14 aprile 1931, fu proclamata la Repubblica. Fu uno scoppio di entusiasmo popolare con manifestazioni mostruose. In un clima di allegria generale i prigionieri politici uscirono di prigione.

Nella mente dei contadini poveri, la Repubblica significava riforma agraria, accesso alla terra, possibilità di mangiare a soddisfazione. In quella degli operai, la soddisfazione delle loro rivendicazioni. Per tutti i poveri che ne celebravano la proclamazione, la Repubblica doveva significare la fine della miseria, nuovi rapporti sociali.

I nuovi dirigenti qualificavano la rivoluzione come "gloriosa, senza spargimento di sangue, pacifica ed armoniosa". Il loro repubblicanesimo era tuttavia relativo. Avevano lasciato partire il re in esilio, senza esigere neanche l'abdicazione.

Il governo provvisorio fu affidato ad Alcala-Zamora, un politicante cattolico della monarchia, da poco repubblicano. Al fianco di repubblicani come Azaña, tre socialisti parteciparono al governo provvisorio, tra cui il principale dirigente del partito, Largo Caballero, che aveva già accettato di essere consigliere di Stato sotto Primo de Rivera.

Tutto il vecchio apparato di Stato restò al suo posto : i funzionari, i giudici, i militari.

Quanto alle masse, furono pregate di pazientare nell'attesa delle Cortes costituenti che dovevano essere elette à giugno.

 

 

 

 

Ma, già dal mese di maggio, di fronte ai primi tentativi monarchici di rialzare la testa, i lavoratori risposero con incendi di chiese e di conventi. In solo qualche giorno il movimento, partito da Madrid, si propagò fino in Andalusia. Non osando utilizzare la guardia civile, troppo odiata, il governo decretò la legge marziale, inviò l'esercito in aiuto dei preti e creò rapidamente una nuova forza di polizia : le guardie d'assalto.

Le masse si radicalizzavano, i contadini occupavano le terre, scioperi duri ebbero luogo dappertutto, le organizzazioni operaie si svilupparono. Si assisteva ad una vera ascesa rivoluzionaria. Tuttavia, il Partito Socialista e l'UGT non volevano la rivoluzione, ma il ritorno alla calma.

La CNT, quanto a lei, conduceva battaglie a volte molto dure, organizzava perfino tentativi d'insurrezione, ma in ordine sparso, senza coordinazione né alcun piano generale.

La politica di queste organizzazioni di fatto impediva alle masse di riunire le loro forze per una lotta destinata a conseguire i loro obiettivi economici e politici.

Il nuovo regime si rivelò completamente incapace di risolvere la crisi che scuoteva la Spagna attuando le trasformazioni politiche e sociali necessarie. Come i suoi predecessori, si fece difensore incondizionato dei proprietari terrieri e dei borghesi contro le rivendicazioni degli operai e dei contadini.

Il blocco repubblicano e socialista, largamente maggioritario nelle Cortes costituenti, rivelò la sua impotenza a decidere una qualsiasi riforma di qualche importanza. Nella nuova costituzione, aveva affermato che "la Spagna (era) una repubblica di lavoratori di tutte le classi". Ma si sforzò sopratutto di non ledere le classi dominanti.

Certo, fece figurare nella nuova costituzione dichiarazioni di buone intenzioni : la rinuncia alla guerra, l'uguaglianza tra uomini e donne (che ricevettero il diritto di voto), il riconoscimento dei soli matrimoni civili ed il diritto al divorzio. L'insegnamento doveva essere laico. Ma non osò neanche decidere che lo Stato cessi immediatamente di pagare i preti : gli si diedero ancora due anni di respiro.

E quando questa costituzione fu adottata nel dicembre 1931, in materia di riforma agraria non era stato fatto ancora niente

La legge sulla riforma agraria non fu adottata che nel corso del 1932 e si trattava di una conchiglia vuota. Non prevedeva che l'installazione di 50000 famiglie all'anno su terre prese ai grandi proprietari che, beninteso, sarebbero indennizzati. Milioni di contadini attendevano impazienti la terra. Solo 10000 famiglie beneficiarono di questa riforma.

Le masse popolari erano deluse e la destra monarchica e clericale volevano la rivincita ma questa è la storia che verrà.

 

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Dall’inizio di aprile ricomincia l’avanzata alleata nella pianura, giorno dopo giorno le città vengono liberate, i tedeschi e gli ultimi repubblichini fuggono in direzione nord.

I partigiani sono sempre in prima fila e in molte occasioni sono loro a preparare la strada libera per gli alleati. Il 14 aprile 1945 è la volta di Imola, viene liberata e la gente si riversa per le strade a festeggiare la tanto attesa liberazione. Nel ricordo del partigiano Ferruccio Montevecchi partigiano nelle SAP gli episodi di quella giornata.

Alle 10 circa del sabato mattina, il 14 aprile, giunse invece Tonino per comunicarmi che l’insurrezione sarebbe avvenuta a mezzogiorno. L’ordine di Miglino era quello di condurre le squadre a casa sua, dove ci avrebbe forniti di un bracciale e di una tessera e recarci quindi alla sede della « Protezione antiaerea », in via Verdi, per ritirare le armi.

La giornata era splendida, ma il cielo era oscurato, a tratti, da nubi di polvere prodotte dai calcinacci che cadevano dalle case colpite dal cannone; un acuto odore di esplosivo stagnava nell’aria. Non vidi l’ombra di un tedesco ma non ebbi fortuna: dei dieci partigiani che componevano la mia squadra ne rintracciai soltanto sette e quattro di questi si rifiutarono di seguirmi. Quando poi, pochi minuti dopo mezzogiorno, incontrai Medeo, la delusione fu completa: al momento della verità, di tutta la nostra compagnia, una quarantina di sappisti, eravamo presenti soltanto in quindici, più Novello, un partigiano della pianura che era rimasto ferito ad un braccio in uno scontro sulla via San Vitale; poiché non poteva adoperare il moschetto gli passai la « Beretta ».

Il nostro obiettivo era quello di occupare e presidiare la Rocca sforzesca, sede delle carceri nazifasciste, e catturare gli eventuali briganti neri che ancora vi si trovavano. Non sarebbe stato, evidentemente, un compito facile, ma il pensiero di tornare a combattere dopo mesi d’inattività ci galvanizzò. Per raggiungere la fortezza, che si trovava al di fuori della cintura protettiva eretta dai tedeschi attorno a Imola, passammo attraverso uno stabile di via Saragozza, munito di due ingressi (che io conoscevo bene essendomene servito più volte): quando sbucammo in viale Saffi scorgemmo dei paracadutisti che stavano dirigendosi verso la periferia.

Sparammo, ma non li colpimmo; alcuni di loro si misero a correre lungo il viale, altri si rifugiarono all’interno di Casa Gardi. Attendemmo alcuni minuti al riparo dei tigli del viale, poi una donna, da una finestra del caseggiato, ci avvertì che tre soldati si erano dileguati attraverso i campi e che un quarto era nascosto in cantina. Lo catturammo subito: all’imbocco della scala lo ammonimmo che se non si arrendeva subito lo avremmo stanato con le bombe a mano e lui fu lesto a salire con le mani alzate. Non gli fu torto un capello, forse perché faceva pena: aveva la divisa sudicia e scucita, una barba di più giorni che nascondeva un viso pallidissimo e tremava come una foglia; poteva avere si e no vent’anni, un ragazzo, come noi. Mentre Pucci (Lino Balbi) lo scortava al comando di battaglione, entrammo nella Rocca, che trovammo deserta, popolata soltanto dai fantasmi di coloro che, ancora poche ore prima, avevano sofferto inenarrabili torture da parte degli sgherri fascisti. Usciti da quel tetro luogo ci imbattemmo in tre polacchi, fucile a tracolla e sigaretta in bocca; provenivano da via degli Orti e ci vennero incontro senza mutare atteggiamento, per nulla sorpresi. Ci offrirono sigarette profumate sorridendo, ci salutarono e proseguirono dirigendosi verso porta Bologna.

Poco dopo le 15 giunse una staffetta con l’ordine di rientrare al comando, sotto l’atrio del palazzo comunale. Per strada uomini e donne ci salutavano, chi con le lacrime agli occhi, chi con grida gioiose; in piazza, poi, era il finimondo.

 

Una moltitudine di gente entusiasta e festante andava e veniva senza méta, cantando, abbracciandosi, mentre il campanone della torre civica suonava a distesa.

Sul volto di tutti c’era la grande gioia della conquistata libertà.

Anche noi eravamo commossi per queste dimostrazioni di affetto da parte di persone che mai avevamo conosciute. Ci chiedemmo, l’un l’altro, notizie su come si era svolta l’insurrezione e così appresi che erano stati catturati altri sette tedeschi: tre in via Selice, due in via Aldrovandi, due ancora in via Tozzoni; due paracadutisti erano rimasti uccisi in via Vittorio Veneto e uno in via Pambera.

Ma anche un partigiano (probabilmente si riferisce a Anacleto Cavina. ndr) era caduto, in via Emilia, presso la piazzetta dei Servi.

Man mano che la folla aumentava, notai una cosa che mi stupì; vidi cioè moltiplicarsi anche coloro che portavano il bracciale e tra questi i quattro sappisti che non avevano voluto seguirmi. Fui tentato di rimproverarli, poi lasciai perdere; anzi, li ignorai per non metterli in imbarazzo. Mi dissi che, alla fine dei conti, in un giorno come quello nella piazza c’era posto per tutti. Ciò che contava, veramente, era che la guerra si allontanava, e con essa la paura e il terrore. Lontano, infatti, si sentiva ancora il rombo del cannone anticarro e il crepitio della mitragliatrice, ma la città era già in festa. Noi, del battaglione SAP, avremmo trascorso ancora una notte mobilitati, fianco a fianco con polacchi e inglesi, poi avremmo deposto le armi. Il compito dei partigiani, l’indomani, sarebbe stato quello di rimarginare le ferite che la guerra aveva lasciato dietro di sé, rafforzando una volta di più i legami con quel popolo generoso che ci aveva eroicamente sorretti durante quell’interminabile inverno in prima linea.

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