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Articoli filtrati per data: Monday, 13 Aprile 2020

Appena la magistratura di sorveglianza ha concluso il suo lavoro (tra le sue competenze c’è quella di monitorare lo stato, le garanzie e i diritti dei reclusi) quasi cento poliziotti a volto coperto e in tenuta antisommossa sono entrati in un padiglione e hanno cominciato i pestaggi all’interno delle “camere di pernottamento”.

Probabilmente non sono gli stessi poliziotti in servizio presso l’istituto, anche perché picchiano chiunque, anche chi non ha preso parte alle agitazioni del fine settimana, anche qualche detenuto che dopo pochi giorni potrebbe uscire dal carcere con i segni del martirio sulla carne.
Le violenze sono programmate secondo modelli già visti: ad alcuni detenuti vengono tagliati barba e capelli, vengono spogliati e pestati con manganelli e pugni e calci su tutto il corpo. Il racconto angosciante di queste torture non sembra fermarsi, perché alcuni familiari sostengono che i pestaggi continuino anche ora. Nel corso di questa settimana, le famiglie preoccupate per le violenze hanno organizzano una manifestazione pacifica nei pressi del carcere. Ma all’interno si respira un aria gelida e qualche agente continua il gioco con un massacro psicologico: «Avete anche il coraggio di far venire le vostre famiglie? Non vi è bastato? ».

Franco (nome di fantasia), recluso nelle sezioni di alta sicurezza della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, è in attesa di giudizio e non sa ancora se il giudice lo riterrà colpevole o innocente. Si ammala qualche settimana prima di Pasqua. Picchi di febbre e problemi respiratori fanno pensare al peggio. Dopo qualche ora di monitoraggio viene “isolato” in infermeria per verificare l’evoluzione dei sintomi. I familiari riescono ancora a comunicare con lui tramite videochiamate ma hanno l’impressione che le cose stiano prendendo una brutta piega. Hanno paura, come tutti. Riescono a sapere tramite l’associazione Antigone e l’ufficio del garante dei detenuti che la situazione per ora è monitorata, ma si dovranno fare accertamenti specifici per capire il tipo di malessere. Qualche giorno dopo, la direzione sanitaria che opera in carcere avverte la famiglia che Franco è stato sottoposto a tampone da Covid-19 risultando positivo. Nel frattempo, sarebbe stato ricoverato presso la struttura ospedaliera napoletana del Cotugno.

La notizia in breve tempo si diffonde e arriva in carcere, Franco è il primo detenuto ammalato di Covid della regione, la seconda dopo la Lombardia per indici di sovraffollamento carcerario. La tensione sale all’interno dell’istituto. Il corpo detenuto teme il contagio e si sente sguarnito da ogni difesa: cosa si potrebbe fare per evitare di ammalarsi? Il carcere non è un luogo impermeabile: il distanziamento sociale è impraticabile, guanti e mascherine non ci sono e in istituto entrano ed escono moltissime persone. «Il carcere, essendo chiuso e isolato, è il luogo più riparato dal contagio della pandemia», sostiene invece il procuratore Gratteri. A oggi, i contagiati sono circa duecentotrenta (sessanta detenuti e centosettanta poliziotti).

Franco intanto è stato ricoverato. È il weekend che precede la settimana delle feste pasquali. Si avvicina l’orario di chiusura delle celle ma i detenuti di una sezione non vogliono rientrare. Inizia la protesta con una battitura e l’occupazione simbolica della sezione. La polizia penitenziaria denuncia che per impedirle l’accesso in sezione è stato riversato dell’olio bollente. La tensione in questa fase raggiunge facilmente stadi di acuzie e rapidi cali perché nessuno sa in verità come si uscirà dalla vicenda del virus. Chi ha il potere naviga a vista e chi non lo ha spesso sente di affogare.

Le proteste rientrano nel corso della stessa serata di domenica, dopo un primo intervento della penitenziaria. Sembra essere stato uno sfogo caduto nel vuoto. Bisogna che le cose sfumino da sé. Anche gli sforzi di chi in questi giorni sta tentando di stabilire un dialogo con le controparti, offrendo soluzioni per fronteggiare la devastante emergenza, si sgretolano di fronte al muro del Dap e del ministero.

A questo punto la storia cominciata con il contagio di Franco assume contorni inquietanti. Lunedì in carcere arriva la magistratura di sorveglianza e incontra i detenuti per i colloqui. Si constata che gli atti di insubordinazione che si sono verificati non hanno assunto i connotati di una vera rivolta (come quella ai primi di marzo nel carcere di Fuorni, Salerno). Secondo le testimonianze raccolte da Antigone e dall’ufficio del garante, si è verificata invece una fortissima rappresaglia da parte della polizia penitenziaria. Appena la magistratura di sorveglianza ha concluso il suo lavoro (tra le sue competenze c’è quella di monitorare lo stato, le garanzie e i diritti dei reclusi) quasi cento poliziotti a volto coperto e in tenuta antisommossa sono entrati in un padiglione e hanno cominciato i pestaggi all’interno delle “camere di pernottamento”. Probabilmente non sono gli stessi poliziotti in servizio presso l’istituto, anche perché picchiano chiunque, anche chi non ha preso parte alle agitazioni del fine settimana, anche qualche detenuto che dopo pochi giorni potrebbe uscire dal carcere con i segni del martirio sulla carne.

Le violenze si svolgono secondo modelli già visti: ad alcuni detenuti vengono tagliati barba e capelli, vengono spogliati e pestati con manganelli, pugni e calci su tutto il corpo. Il racconto di queste torture non sembra fermarsi, perché alcuni familiari sostengono che i pestaggi continuino anche ora. Nel corso di questa settimana, le famiglie, preoccupate per le violenze, hanno organizzano una manifestazione pacifica nei pressi del carcere. Ma all’interno si respira un’aria gelida e qualche agente continua il gioco al massacro psicologico: «Avete anche il coraggio di far venire le vostre famiglie? Non vi è bastato?».

In questo video un detenuto racconta, attraverso una telefonata, le violenze di questi giorni al carcere di Santa Maria Capua Vetere

Mattanze di questo tipo, in stile scuola Diaz, servono a (ri)stabilire un rapporto di dominio: svuotare il corpo di ogni difesa fisica e mentale, colpire la persona fino a suscitare un sentimento di vergogna verso se stessi. Di fronte al deflagrare di quest’energia cinetica bisogna essere nudi: è il modo migliore per rendere docile un corpo che ha mostrato segni di insubordinazione. In questi giorni sono stati presentati alcuni esposti alla Procura della Repubblica (solo Antigone ne ha già depositai tre, in diversi penitenziari del paese) che dovrà accertare cosa è successo nel carcere casertano.

La tensione nel frattempo, anche quella della polizia penitenziaria, si trasforma di continuo in atti di forza, soprattutto quando non si hanno direttive per fronteggiare la crisi. Il virus viaggia velocemente e la direzione sanitaria cerca di stargli dietro. È tuttavia difficile, perché i detenuti sono tanti e in alcune sezioni sono ammassati in clamoroso sovrannumero. Oggi i contagi nel carcere di Santa Maria sono arrivati a quattro e un intero piano di una sezione è stato isolato.

Se il sistema sta svelando un’altra falla, dopo gli ospedali e le case di cura, è anche vero che esiste una differenza tra il carcere e gli altri ambienti. Nei nosocomi e nelle RSA, finanche in alcune fabbriche (tutto pur di non interrompere le linee di produzione) si stanno predisponendo – dopo centinaia di morti tra pazienti, medici, infermieri e vigili del fuoco – misure di sicurezza per arginare il contagio. Nelle carceri si guarda il sistema implodere senza prendere alcuna decisione. La mattanza di Santa Maria ne è la dimostrazione e poiché il carcere è uno spazio di guerra, la possibilità di usare in ogni momento delle strategie per indebolire o neutralizzare una delle parti è all’ordine del giorno.

“Gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo (Mc 15,16-20)”. Adesso è necessario monitorare le persone che sono ancora recluse, per evitare che il massacro continui.

Luigi Romano

da NapoliMonitor

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In Piemonte, dopo qualche settimana di contagi relativamente più bassi rispetto alle aree del nord-est, l’epidemia sta esplodendo e seguirà probabilmente molto da vicino la curva di contagio della Lombardia.

Venerdi, per la prima volta, il numero di decessi registrati in 24 ore ha segnato cifra doppia, arrivando a 104, senza che nei giorni successivi si vedesse un significativo miglioramento. Le terapie intensive sono tutt’ora sotto forte pressione e come altrove, ma più che altrove, il numero di malati effettivi resta ignoto visto che siamo la regione che ha eseguito meno test tra quelle del nord. D’altronde non poteva essere altrimenti. Il ceto politico sabaudo, tutto impegnato negli ultimi anni parlare di tav e del futuro radioso che ci aspetterebbe in fondo al tunnel, ha in realtà passato la maggior parte del suo tempo a spolpare la sanità piemontese a colpi di spending review e “razionalizzazioni”. L’eredità lasciata da questi signori la stiamo pagando carissima. Negli ultimi 10 anni sono stati tagliati 515 medici ospedalieri e 1.560 posti letto, facendo del Piemonte una delle regioni col numero di posti in terapia intensiva tra i più bassi delle regioni del nord (7.3 posti letto per 100.000 abitanti contro gli 8.9 della Lombardia, i 10 del Veneto, i 12 della Liguria e 10 dell’Emilia Romagna). A inizio epidemia c’erano solo due laboratori capaci di analizzare i tamponi diagnostici del covid19.

Per gestire questa situazione, che si presentava già catastrofica a inizio dell’epidemia, nella nostra regione è stata attivata un’Unità di crisi sulla falsariga di quanto fatto a livello nazionale. Un organismo che si trova oggi al centro di violentissime critiche da parte dell’Anaao, il solitamente molto pacato sindacato dei medici, che ha denunciato la scarsissima capacità del sistema sanitario regionale a intercettare i malati, la mancanza di tempestività e coordinamento degli interventi nonché la cronica incapacità della regione a fornire dispositivi di protezione individuale agli operatori sanitari e socio-sanitari. Inoltre, per i dottori piemontesi, la comunicazione giornaliera della situazione sanitaria regionale da parte dell’unità di crisi è opaca. In un primo comunicato, diffuso giovedi assieme al sindacato infermieri, hanno parlato un “gioco delle tre carte inqualificabile” portato avanti a favor di telecamere  “per nascondere incompetenze e lentezze”. In una seconda durissima nota, diffusa sabato, i medici si sono scagliati ancora una volta contro l’arroganza di quelli che si trovano a “dirigere da dietro una scrivania” l’emergenza corona virus in Piemonte, qualificati di generali che, dalle comode retrovie, hanno mandato il personale ospedaliero in prima linea allo sbaraglio

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Grande è stata la nostra sorpresa nello scoprire che dietro una di queste scrivanie della sciagurata Unità di crisi della regione Piemonte c’è una vecchia conoscenza del movimento notav: il PM Rinaudo. Un losco personaggio dalle imbarazzanti amicizie di cui abbiamo già lungamente reso conto, noto per aver fatto parte del pool anti-valsusa che ha contribuito negli anni a infliggere centinaia di anni di carcere a decine di notav. Proprio al magistrato anti-notav è toccato il compito di difendere, in una grottesca conferenza stampa tenuta venerdi scorso, la folle decisione presa dal consiglio regionale di trasferire i pazienti di covid19 nelle RSA. All’inizio della diffusione dell’epidemia, avendo letteralmente smantellato la rete sanitaria territoriale e l’assistenza domiciliare a forza di tagli, la Regione ha dovuto ripiegare su un approccio esclusivamente ospedaliero che ha moltiplicato i contagi. Accortisi del disastro e con gli ospedali che iniziavano a saturare, a metà marzo è stata presa la decisione di far ritornare i malati più fragili, gli anziani, nelle case di riposo. Grazie a questa brillante mossa, che la giunta Cirio ha poi inizialmente cercato goffamente di nascondere, abbiamo anche in Piemonte tanti casi Trivulzio. Il numero di morti nelle case di riposo è arrivato ad almeno 450 e le RSA di sono letteralmente “trasformate in obitori” come ha di nuovo denunciato il sindacato dei medici.

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Insomma, invece di avere dei virologi attenti e con risorse adeguate, capaci di stilare protocolli rapidi ed efficaci, abbiamo una banda di dilettanti allo sbaraglio tra cui spicca un miracolato che ha fatto carriera sulle spalle dei notav. Un “sistema Piemonte” compatto nel suo criminale pressapochismo, drogato di marketing confindustriale da due soldi, zeppo di baroni universitari e professionisti con le conoscenze giuste che sta facendo danni incalcolabili nella nostra regione, causando morti che potevano probabilmente essere evitate con un approccio più attento e circostanziato. Speriamo se ne ricordino tutti i piemontesi, a emergenza finita. Bisognerà pur fare i conti, presto o tardi, con chi ci ha portato nel disastro in cui ci troviamo oggi.

Da notav.info

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Per questa seconda puntata di "Sulla prima linea" abbiamo parlato con un medico d’urgenza della Molinette di Torino impegnato nella crisi sanitaria da covid-19. A partire dalle condizioni nelle quali il maggiore ospedale piemontese sta affrontando praticamente l’emergenza, abbiamo avuto l’occasione di approfondire alcuni problemi più generali del modello attuale di sistema sanitario. Problemi che esistono da tempo,  che in questa crisi diventano tragicamente evidenti e che rimarranno ancora sul piatto quando (e se) sarà finita l’emergenza. Il rapporto tra personale sanitario e paziente (e la sua famiglia) disumanizzato in una logica da supermercato, nel quale il medico si trova a essere un “meccanico del corpo” spinto a risolvere i problemi velocemente e secondo procedure spersonalizzate, tralasciando la cura complessiva della salute che necessiterebbe anche di un’attenzione ai fattori sociali ed economici. L’inefficacia di un sistema sanitario basato su pochi poli di eccellenza con una grande concentrazione di tecnologia, competenze e personale, che però si dimentica di un’assistenza diffusa sui territori. La direzione sanitaria degli ospedali che lavora secondo direttive economiche e burocratiche di quadratura del bilancio, di tagli e di spartizione politica delle posizioni di potere, anziché svolgere il ruolo di coordinamento e facilitazione necessario affinché le strutture sanitarie lavorino al meglio per la salute delle persone. 

Qui la prima puntata: Intervista dalla terapia intensiva

Qual è il tuo inquadramento nel sistema sanitario nazionale e che ruolo hai? 

Medico d’urgenza ormai da 3 anni, lo faccio da più di 5 contando il lavoro precedente, il mio lavoro si divide tra pronto soccorso, ovvero la porta d’ingresso di tutti i pazienti che accedono in ospedale per motivi acuti o urgenti e il lavoro consiste nel cercare di fare una diagnosi, impostare le cure o impostare se c’è una vera urgenza e un’ulteriore fase diagnostica consigliando esami ecc... oppure terapie di stabilizzazione, decidendo per ricovero e dove, il luogo, il settore specialistico appropriato per ricoverare la persona. L’altra parte del lavoro è in medicina d’urgenza, dove sono ricoverate persone o dal pronto soccorso o trasferite dall’interno dell’ospedale, persone che sono in una fase di malattia caratterizzate da instabilità respiratoria o del circolo sanguigno allora hanno bisogno di una terapia intensiva in tutto e per tutto, Noi non gestiamo le persone con intubazioni di cui si parla tanto perchè è  competenza più anestesiologica rianimatoria..

Rispetto all’organizzazione interna dell’ospedale, qual è il rapporto con la terapia intensiva? Si trova in un altro spazio o è qualcosa che avviene negli stessi luoghi in cui lavorate voi?

Sono spazi separati, noi gestiamo anche supporti alla respirazione meccanica, che è un tipo di ventilazione che è definita non invasiva perche non implica anestesia del soggetto e intubazione e connessione a ventilatore meccanico, sono respiratori che supportano il respiro spontaneo diciamo. E fisicamente queste due modalità si svolgono in ambienti completamente diversi, il nostro è un reparto che ha un’apparenza un po’ più tradizionale in cui i parenti prima dell’epidemia avevano un accesso abbastanza libero, mentre in rianimazione propriamente detto, che sono le terapie intensive di cui tanto si parla con pazienti intubati, sono ambienti diversi, più piccoli anche di posti letto perchè ogni paziente richiede un’intenstià di cure molto piu alta, tante attenzoni, tanti monitoraggi, la persona non si muove quindi ha una serie di problematiche che devono essere gestite da tanto personale, l’ambiente è più chiuso, l’accesso più limitato, ci vuole un’attenzione più maniacale per motivi medici per l’igiene perchè il paziente è molto più esposto a agenti infettivi.

Come è cambiato il tuo lavoro rispetto a prima e come è stato riorganizzato?

Il lavoro è cambiato nella misura in cui sono cambiati in maniera impressionante i pazienti, da un lavoro estremamente vario in cui vedevi tante persone di cui tantissime non particolarmente urgenti come tipo di presentazione, però con una presentazione con malattie estremamente varie, siamo arrivati ad avere quasi una mono problematica che è quella respiratoria. Anche perchè in persone che avevano già sottostanti molte malattie ha prevalso il timore di contagiarsi, di venire in ospedale, e probabilmente è anche una riduzione effettiva di tutta una serie di situazioni di  stress che ha fatto calare una serie di problematiche cardiologiche, respiratorie... Possibile, andrà studiato dopo... Le ha completamente ridotte in maniera drastica rispetto a cosa facevamo negli stessi periodi un anno fa o anche solo qualche mese fa. Il lavoro si è riorganizzato in più tappe e per quanto riguarda i presidi che usiamo, il percorso che fanno i pazienti, non tanto per quello che facciamo noi, noi siamo lì alle porte e aspettiamo le urgenze man mano che arrivano quindi da quel punto di vista non è molto diverso però, sicuramente questa malattia e la facilità del contagio e i danni che fa per le persone ricoverate per vari motivi, ti impongono di stabilire da subito un livello di sospetto, cercare di separare il piu possibile chi può avere il covid e chi ha bassa probabilità di averlo e fare percorsi separati, il pronto soccorso è stato diviso in due anche come spazi e semplicemente (semplicemente no, perchè non è banale farlo) si è stabilita la corsia per i sospetti coronavirus. C’è stata una prima fase di assestamento di scarsa attenzione sia da parte dell’azienda per quanto riguarda i dispositivi di protezione, sia un po’ di leggerezza da parte degli operatori, me compreso, adesso tutti quelli che vengono visistati vengono visitati con il massimo dei presidi che abbiamo, perche poi arrivano [i dpi] un po’ a singhiozzo, altre volte cambiano un po’, sono un po’ più sicuri altre meno, finisce un tipo di camice e ce n’è un altro che sembra dare meno sicurezza e si va avanti un po’ cosi... Questa è un po’ la diversità del lavoro. L’altra cosa che è cambiata in maniera drammatica, è il problema del rapporto con i parenti i cari, con chi assiste i malati perchè non sono ammessi nel pronto soccorso, né nei reparti quindi bisogna informarli telefonicamente, spesso loro chiamano in pronto soccorso per sapere che fine hanno fatto papà, mamma, fratello ecc... e anche comunicazioni particolarmenete delicate, almeno in Pronto Soccorso, vengono fatte telefonicamente talvolta anche con un po’ di ritardo perche si è presi dall’assistenza di qualcun altro... Quello è una cosa che stiamo vivendo tutti i giorni... Abbastanza pesante da affrontare perche se è gia difficile parlare di gravità, di rischio e di prognosi dal vero per telefono è ancora piu penoso...

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Tendenzialmente i casi covid arrivano autonomamente? Percorso all’interno dell’ospedale: puoi descrivere come funziona il percorso dei pazienti sospetti anche a seconda delle diagnosi?

Riguardo al primo aspetto, sicuramente l’idea di non recarsi in pronto soccorso per tutte le persone con sintomi lievi o che non c’entrano con la sindrome influenzale o problema respiratorio è necessaria come raccomandazione per evitare di sottoporre le struttutre a un carico insostenibile e quindi aumentare l’affollamento e di conseguenza avere difficoltà di gestione, va da sé che in caso di sintomi gravi e preoccupanti le persone arrivano con il 118, adesso un po’ meno con mezzi propri, anche se è giusto così, se uno sta male deve venire in Pronto Soccorso, non c’è la possibilità di gestire diversamente... Una delle cose che saltano all’occhio è la mancanza di un sistema territoriale efficace, ovviamente la grave insufficienza respiratoria a casa non puo’ essere affrontata, ma tante persone potrebbero essere visistate da personale con opportune protezioni a casa e anche rassicurate che la malattia non stava avendo un decorso grave, però questo ovviamente non c’è e non è certo l’epidemia che l’ha fatto venir fuori.

Per quanto riguarda il secondo aspetto tecnicamente la separazione degli spazi in questo momento funziona così: c’è un pre triage che stabilisce dei sintomi, sgrossa quelli che sono i sintomi del paziente, se respiratori e febbre il paziente è automaticamente assegnato a percorso “sospetto covid”. Il triage continua a essere fatto su parametri come sempre è stato fatto: se c’è già un’evidenza di insufficienza respiratoria o insofferenza al paziente viene assegnato codice giallo o rosso, chi ha la febbre ma respira bene riceve un codice verde, come sempre. Però poi si attende in una sala predisposta per i sospetti una volta visitati tendenzialmente in questo momento tutti quelli che hanno la febbre, problemi respiratori che emergono alla visita clinica ricevono il tampone, o un esame diagnostico, almeno ciò che succede da me, e quindi si attende la conferma che adesso è un pochino più veloce. C’è stato un periodo in cui, una settimana fa circa, c’erano grossi problemi di tempi di processazione del tampone, ora ci siamo un po’ velocizzati e migliorati. In alcuni casi, se la persona ha insufficienza respiratoria dev’essere ricoverata quindi la conferma della polmonite covid ti autorizza a spostare il paziente. Si fa una sorta di coorte, si raggruppano i pazienti positivi, abbiamo qualche stanzetta piu isolata per eventualmente isolare chi magari è piu a rischio, o c’è un dubbio che quella febbre possa essere legata a situazioni diverse piu classiche, la polmonite classica o infezione urinaria che ci sono sempre, non possiamo pensare che tutti quelli che hanno la febbre hanno il covid, quindi per evitare di contagiare chi non è positivo e di avere delle situazioni più appartate per ridurre il rischio di infettare chi ancora non lo è. Se il tampone è negativo di una persona con febbre si sposta rapidamente nell’altra parte di pronto soccorso che gestisce urgenze cardiologiche pure e tutto quello che non ha a che fare con possibile infezione. Dopodichè, quando decidiamo per il ricovero ci sono reparti dedicati al problema covid e dove vengono ricoverati esclusivamente pazienti covid, sono sempre di più, ora sono 3 reparti in medicina generale per pazienti che non hanno bisogno di cure intensive, invece 2 reparti semi-intensivi uno è il mio in cui ci sono persone con bisogno di supporto respiratorio non invasivo, sono svegli, coscienti, lucidi ,si possono muovere, poi ci sono le rianimazioni che sono 3 strutture che si occupano escusivamente della gravissima insufficienza respiratoria da polmonite covid. Naturalmente puo capitare che le persone vengano assegnate direttamente dal pronto soccorso a uno di questi livelli oppure, cosa che capita frequentemente magari prima ricoverati in assistenza normale e poi salgano nel livello di intensità perchè si aggravano e saltano da semi intensiva a intensiva, oppure fanno solo semintensiva. Le traiettorie sono molto difficili da predirre e imprevedibili nel tempo di evoluzione, alcuni rapidissimi, altri 2 o 3 giorni, è molto complicato farsi un’idea chiara di come finirà quel caso lì. Così è come funziona da me, a quanto ne so altri ospedali hanno più o meno pensato dei percorsi simili, poi ogni struttura è fatta a suo modo ma il principio è sempre quello.

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Sulla questione della sanità territoriale e che se fosse maggiore permetterebbe un’assistenza anche domiciliare... Hai letto la lettera dei medici di Bergamo in cui dicevano che il sistema sanitario in Lombardia concentra l’attività in grandi poli ospedalieri ed è anche ciò che deficita il territoriale perchè questi centri potrebbero essere stati centro del contagio?

Si la lettera l’ho letta e mi sembra un contributo molto lucido e molto lungimirante perche viene fuori in una situazione di emergenza che è chiaro che è particolare, che avrebbe creato difficolta anche al migliore dei sistemi, il problema è che non siamo nel migliore dei sistemi e alcune problematiche fanno spesso capolino nella pratica di tutit i giorni di tutti quanti, sicuramente il sistema ospedalocentrico è tutto focalizzato, anche rispetto all’attenzione mediatica, sui grandi poli dell’ecellenza, poli concentrati di tecnologie, di competenze, ha qualcosa che in questo momento mostra dei limiti importantissimi. Concentrare i pazienti in una situazione del genere è molto rischioso perche una delle poche cose da imparare dalle infezioni coronavirus, di cui la capostipite è stata la sars, era che negli ospedali queste malattie facevano stragi. Cosa centra il territorio, centra nella misura in cui tu hai bisogno di un sistema che ti consenta di controllare le persone al domicilio nella sicurezza sia delle persone che stanno male sia degli operatori, hai bisogno di un territorio che sia integrato e armonizzato con il sistema ospedaliero in cui ci sono le conoscenze le tecnologie dei consulenti. Non si puo pensare come ora che ci sono medici di base che dovrebbero essere un po tuttologi ma che di fatto non lo sono, con migliaia di pazienti, pochissimi rapporti con i centri di eccellenza che a cosa servono se non a far ricadere le conoscenze sul territorio ? Questo crea grossi problemi di conoscenze e anche di aggiornamento. E poi altro problema che avrebbe dovuto fare il territorio, era seguire in maniera efficente chi veniva mandato a casa, perche noi vediamo continuamente persone che dopo quelle 6 - 12 ore in cui le osserviamo possono essere dimesse ma non è detto che gli stessi criteri valgano 48 ore dopo.. il territorio efficente avrebbe avuto il compito di seguirli a casa passo passo. Alcuni andrebbero solo rassicurati, controllati ogni tanto e rassicurati che la situazione è sotto controllo, altri avrebbero avuto bisogno che il loro peggioramento venisse monitorato e identificato in maniera piu precoce e tempestiva. I mmg contano tra le loro fila numerosissimi contagiati e un certo numero di gravi e morti, non mi risulta fossero molto preparati né per i dpi, poi hanno strutture di ricezione dei pazienti che sono abbastanza rischiose per la diffusione di queste malattie, se pensi cosa succede quando c’è il picco influenzale negli studi dei medici di famiglia. Ci sono una serie di limiti e problemi che questo sistema ha sempre avuto e in una fase del genere vengono fuori in maniera un po' drammatica. L’assistenza gli anziani è un’altra ferita aperta ma che era aperta sempre e ora sanguina in maniera copiosa...

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Qual è la situazione emotiva tua, dei colleghi, come vivete la cosa? Quali sono le pulsioni, le domande.. com’è il sentire all’interno del personale?

Credo che in alcuni gruppi di lavoro in cui anche il nostro rientra, anche se siamo tanti e tante teste diverse, sicuramente c’è un che di stanchezza, della fatica di lavorare in un certo modo, tutti coperti, bardati, perche è davvero faticoso ma va fatto così, un po’ di timore di farsi la polmonite, timore di portarsela a casa dai suoceri, da moglie, marito, figli, siamo preoccupati di questo,. In linea di massima il gruppo dove lavoro sta rispondendo bene, con decisione, parecchie discussioni, ci sono continuamente idee sulla chat di come migliorare l’assistenza anche nella fase in cui c’era da pensare come organizzare spazi e strutture, con una certa tensione ma si è discusso con idee buone per gestire la cosa, sicuramente adesso che ci siamo dentro forse alcune cose non vegono ancora fuori in maniera così esplicita ma uno degli aspetti piu problematici sicuramente dal punto di vista dell’etica e della morale sono quelli a cui accennavo prima, legati alla comunicazione dell’aggravamento della situazione ai parenti, il rapporto con i pazienti, che comunque è mediato da tutta l’interfaccia per respirare, la tua maschera, la tua faccia completamente coperta, anche una certa anonimità del vestiario, siamo tuti uguali, il fatto che si sente anche uditivamente ci si sente pochissimo si deve urlare per sentirsi, il rapporto con il paziente è molto difficile da instaurare e c’è il problema del colloquio con i parenti che è un altro nodo pesante abbiamo tantissime persone che vanno male, che muiono, molte piu di quelle che siamo abituati a vedere tutti i giorni e poi c’è il problema che è venuto fuori recentemente sui giornali, della selezione delle persone che devono accedere a trattamenti piu intensivi, che non prendiamo direttamente noi perche non ci occupiamo dell’intubazione, ma comunque anche noi facciamo delle scelte perche abbiamo un braccio della terapia semintensiva quindi comunque anche su quello dobbiamo, siamo costretti a operare delle scelte. Non tutti i pazienti hanno accesso, questo accadeva anche prima però ora accade piu spesso e quello è una scelta che costa molto. A volte non ci sono dubbi, cosi come prima con una frequenza minore, e ora con la frequenza di molte persone in gravi condizioni aumentano le volte e vengono i dubbi sulla correttezza della decisione c’è anche meno occasione di confronto per forza di cose quindi ci si trova piu da soli a dover decidere queste cose. Meno interlocutorie. Soprattutto in pronto soccorso, magari in reparto è ancora un po meno accentuata perche è una situa un po più tranquilla, quindi si riesce a fare con un po piu di serenità e testa lucida, comunque costa molta fatica.

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Hai la sensazione che ci sia stato un deficit sia rispetto alle conoscenze, quindi alla formazione con cui siete stati preparati a lavorare in questo settore, sia rispetto alla prevenzione e dove individui questi deficit?

Sicuramente un deficit c’è e probabilmente ci sarebbe stato comunque perchè obiettivamente delle 6 o 5 emergenze sanitarie internazionali che sono state dichiarate dall oms negli ultimi anni è l’unica che ha interessato in maniera massiccia il mondo occidentale, le altre hanno toccato in maniera marginale, hanno acceso i riflettori su malattie viste come esotiche, qualche caso, la grande paura per ebola alla fine non ha portato nessun caso qua.. questa malattia ha colpito duro, sta colpendo duro, e non eravamo preparati. Abbiamo grossi limiti nella formazione nella misura in cui le nostre strutture non fanno quasi mai momenti di formazione strutturata che venga fatta come simulazione di situazioni di emergenza come viene fatto regolarmente in moltissimi ospedali, almeno da un certo livello in su in Inghilterra, in Germania, l’unica cosa che ti puo preparare a delle situazioni del genere è simularle con una certa frequenza, chiaro che la realtà non è la simulazione, ma sicuramente aiuta, in quel contesto li, rinfrescato da una prova pratica per quanto simulata, su questo siamo tanto indietro. Dopodiche credo che la percezione della gravità dell’impatto che avrebbe potuto avere e che sta avendo, l’epidemia inizialmente è stata un po sottovalutata, mi sembra molto plausibile, dopodiche non saprei cosa si possa fare di piu in termini preventivi, diciamo che il sistema deve avere dei piani B da attuare piu velocemente perche queste cose hanno bisogno di rapidità di azione, sicuramente non è semplice bloccare l’attività ordinaria, ristrutturare, ricondizionare le strutture se non hai un piano prestabilito per farlo e ovviamente era complicato prevedere i numeri che ci sarebbero stati.. anche se in Lombardia abbiamo visto come sono rapidamente cresciuti e ci si poteva aspettare che anche qua ci sarebbero state le stesse dinamiche epidemiche e se avessimo avuto qualche piano più strutturato avremmo affrontato meglio la situazione.. con tutte le difficoltà, ovvio, ma i piani servono a quello, affrontare situazioni di difficoltà. Mi sembra abbia molti limiti questa struttura aziendalistica ospedaliera in cui ognuno se la deve un po’ sfangare da sé, poi il grande ospedale pur con delle inerzie notevoli da parte dei vertici gestionali dell’azienda ha sicuramente più margine per sistemare le cose, la piccola struttura se colpita duramente soccombe, non è che puo mettere i tendoni fuori dal reparto, evacuare i pazienti ma dove, cmq gli devi trovare un posto, strutture che hanno sempre problemi di ricovero figuriamoci adesso come se la vivono. Sicuramente vengono fuori dei problemi che ci sono sempre stati e adesso diventano drammmatici.

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Questa crisi sta facendo emergere tutto un discorso sul rapporto tra società, sanità, salute. Da un lato c’è uno scoprire pratiche di sanità di massa che dovrebbero essere di buon senso, ma che tutti stanno scoprendo adesso, c’è un domandarsi rispetto alla qualità della vita, rispetto al ruolo dei medici... Il discorso dei medici e infermieri come eroi. Per quanto in questa situazione molto complessa tu percepisci questa riscoperta o scoperta dell’aspetto della salute? Secondo te in qualche modo è possibile che quello che sta succedendo riapra una possibilità di relazione tra pazienti e medici che non sia più quello tra clienti e erogatori di un servizio? 

Bella domanda! Non saprei nel senso che probabilmente adesso quello che mi sembra è che prevalga un po di spavento tra le persone... Non lo so se in questo momento c’è una vera rimessa in discussione di una serie di nodi e problematiche a cui tu accennavi, la logica da supermercato: vengo qui sono tuo cliente, mi devi dare una risposta possibilmente entro le 4 o 5 ore perche poi me ne devo andare, io medico ti tratto freddamente come ti tratta al casello autostradale e questa è un po un’escalation che porta a dei parossismi.. ci sono pazienti e parenti che malmenano operatori sanitari, dall’altro lato anche os che fanno degli errori che considerano che dall’altra parte ci debba essere qualcuno da allontanare il più in fretta possibile dal pronto soccorso.. è un sistema che vorrebbe e ha l’illusione di occuparsi sempre solo di un aspetto tecnico, riparare un corpo e poi se ne occupera qualcun altro degli altri problemi.. poi è evidente che la malattia fa sempre venir fuori fragilità sociali, economiche e il sistema in cui lavoriamo se ne fa poco carico di questo.. una volta riparato il corpo si cerca di farlo uscire dall’ospedale il piu in fretta possibile.. dall’altra c’è una pressione a ricoverare sempre di più e con minori tempi di degenza il che ha anche un razionale clinico ma a volte non si puo perche ci sono problemi socioassistenziali a valle di cui l’ospedale non riesce a farsi carico e quindi porta a delle ospedalizzazioni del tutto incongrue.. e questo è un altro circolo vizioso che logora i rapporti tra il personale, tra medici e pazienti, tra parenti degli utenti perche da una parte c’è la spinta alla missione ma dall’altra la frenata di “ma come facciamo a gestire la cosa”..la logica del cliente e del prestatore d’opera non ti aiuta a risolverla, non so però se questa situazione sarà in grado di portare nuovo rapporto. In parte credo che ci sia una rinnovata attenzione verso il comparto della salute come uno degli elementi cruciali di uno stato sociale e di una società che cerca di tenersi bene.. dall’altro bisogna tenere conto che per questa malattia non c’è una terapia, c’è grande incertezza anche da pare di chi dovrebbe portare le conoscenze e delle sicurezze piu che incertezze e quindi non è scontato l’esito..dipende da tutti noi credo che comunque ci sarà tantissimo di cui discutere e su cui lavorare in un poi. Per cercare di ricucire in primis il rapporto tra il sistema sanitario e i suoi utenti in modo che non siano piu semplicemente degli utenti ma siano partecipi della cosa pubblica, compresa la salute, beh per fare questo probabilmente ci sarà anche da lottare non ci sarà solo da mettersi davanti a un tavolo o in un’aula di un auditorium per sentire qualcuno che ci spieghi che cosa è cambiato ecco bisogna fare qualcosa per cambiarlo. Non penso di aver tanto risposto ma è una cosa che si pensa, a cui pensiamo continuamente però non lo so se in questa fase si intravede una risposta però l’occasione c’è nel senso che nel bene o nel male il sistema salute è centrale in questo momento quindi su quello si deve parlare.. anche se non solo parlare ma anche lottare perche poi le cosidette ristrutturazioni che vengono fuori da qualsiasi crisi spesso si aggrappano a dei pretesti.. cioè a delle effettive tare del sistema per poi ristrutturarlo in senso peggiorativo quindi bisogna stare molto attenti.. forse sarebbe bello non aspettare le contromosse.. muoversi prima che ci siano mosse da parte dello stato o dell’UE a mettere mani sul funzionamento delle strutture sanitarie.

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Secondo te le misure prese in ambito sociale, autoquarantena, isolamento e anche la gestione del virus in casa per i casi meno gravi, stanno avendo efficacia? Perché non hanno avuto un’efficacia su dei tempi più ristretti visto che il picco epidemico sembrava dovesse raggiungersi piu in fretta?

In linea teorica le misure sono quelle per contenere una diffusione e soprattutto appiattire un po’, spalmare la quantità di malati che non necessariamente sarà minore rispetto all’assenza di misure, ma probabilmente sì di molto, però la misura di per sè di distanziamento ha la finalità di appiattire il picco di malati e di malati gravi per evitare il collasso delle strutture sanitarie. Quindi in quel senso credo che un certo effetto si sia visto nella misura in cui, con tutte le difficoltà, almeno in Piemonte che è una regione abbastanza disastrata mi sembra che abbia beneficiato quindi non è al collasso. C’è la difficoltà di un livello di malati che sale però in qualche modo ci si riesce ancora a gestire... 

Perchè è cosi rallentato il raggiungimento del picco: credo ci siano due fattori fondamentali, uno che le misure di contenimento hanno tenuto e continuano a tenere fuori parecchi lavoratori che lavorano in contesti che implicano una certa concentrazione di persone che non possono non andare a lavorare e in una fase piuttosto lunga anche lavoratori che non erano così fondamentali, che poi anche lì se i lavori strategici sono tipo costruire caccia da guerra e uno non può stare a casa.. Due, sono le caratteristiche della malattia, del virus che ha un’incubazione potenzialmente lunga, ha dei sintomi iniziali blandi o lievi e presenta però poi complicanze in una fase anche decisamente avanzata quindi dall’effettivo contagio al ricovero possono anche passare tre settimane e questo ovviamente pone dei problemi perche sposta necessariamente i tempi, li postpone; l’altra cosa è che come è stato anche calcolato matematicamente e come sembra anche da dati biologici è che i vettori, il virus circoli in forme molto poco sintomatiche, molto di piu di quanto siano i casi che vengono diagnosticati e quindi ci siano gia molti contagi latenti che stanno venendo fuori in questo periodo e poi non possiamo neanche far finta di niente che i fortunati che possono isolarsi in una casa con molte stanze, con una stanza in cui possono stare da soli, non sono poi tanti in contesti famigliari in cui ci sono figli, parenti anziani in una stessa casa non sono pochi, quindi le misure di isolamento per queste persone è limitato solo agli esterni al nucleo famigliare. Quindi questi credo siano i fattori che piu incidono da non esperto di queste tematiche qua, perchè sicuramente ci saranno anche altre cose da analizzare però sono queste che mi vengono in mente di più.

Sono emerse secondo te delle conflittualità sulle decisioni che vengono prese tra personale e direzione dell’ospedale o anche tra personale sanitario stesso?

Direi qualcosa si è visto nel senso che da subito si è chiesto alla direzione di prendere il massimo delle precauzioni e protezioni a tutto il personale, che fossero adeguate in base al ruolo che svolgeva, l’impressione che ho avuto è che al di la delle inerzie che ci sono state la cosa è stata goveranta piu da alcuni responsabili delle strutture direttamente impegnati nella gestione dei malati, il direttore del pronto soccorso che si interfacciava con chi lavorarava, con chi fa il coordinatore infermieristico, più da loro che poi andavano nella direzione a dire come andava fatta una cosa più che in maniera preventiva e organizzata direttamente dalla direzione stessa.. proprio perche come dicevamo prima, non c’era un grande piano quindi è stato tutto deciso in questo modo qua. Conflitti veri e propri non ce ne sono ma mi sembra che ci sia quel poco di credibilità dei vertici se lo stanno giocando in una serie quotidiana di scarsa capacità di fare quello che è il loro ruolo di coordinamento amministrativo, di rendere le cose piu fluide, piu omogenee questo è cio che devono fare ma non mi sembra lo facciano molto bene, ho visto un grande impegno per esempio del nostro direttore di reparto che praticamente da un mese entra alle 8 esce alle 20 dal lunedì alla domenica, ha cercato sempre di stare dietro a tutto, al personale, chi aveva contatti a rischio cercare di capire come farci fare il tampone se era da fare, quando farlo, anche nell’ottica di perdere il meno possibile di elementi che lavoravano, quello sicuramente era l’obiettivo ma comunque che non fossimo mai senza dpi adeguati ecc. Da quel punto di vista l’impegno c’è stato, rispetto alle direzioni ospedaliere che non mi sembra stiano brillando di efficenza e sicuramente più che conflitti ci sono fasi di tensione, soprattutto credo più nel comparto infermieristico e socioassistenziale che oggettivamente è quello che ha più esposizione perchè passano più tempo vicino agli infetti, magari in situazioni difficili, il paziente agitato, chi si toglie la maschera, la necessità di stargli vicino per tanti minuti di seguito, per pulirlo, mettere terapia quindi loro si sentono, e lo sono, molto più a rischio e giustamente reclamano anche il massimo dell’attenzione e delle tutele e credo che anche per loro dovrà esserci una fase dopo in cui visto il loro ruolo così fondamentale e impegnativo e poco riconosciuto, sia in termini economici che generali, sia necessario che anche loro facciano sentire la loro voce. Anche per loro la crisi da covid ha messo allo scoperto dei problemi strutturali che c’erano già prima.

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Quali sono i motivi per cui i vertici della dirigenza non sono stati efficienti nei loro ruoli di amministrazione, coordinamento e gestione? 

Sinceramente una risposta su questo non saprei darla... Perchè vediamo questa difficoltà, gestiamo questa scarsa efficienza ma non so se si tratti di impreparazione... Credo che sia un po’ legato a una gestione della cosa sanitaria molto centrata su bilanci, su una serie di parametri così solo meramente economici e poco su una gestione e un’idea di organizzazione che abbia sì un occhio all’uso corretto delle risorse, al risparmio e che ci sia una ricaduta su quello, ma senza dimenticarsi che i percorsi ospedalieri, alcuni percorsi diagnostici assistenziali se ben strtutturati e coordianati in realtà nel brevissimo periodo ti fanno spendere di più, ma poi nel medio lungo ti fanno pure risparmiare dando qualità e servizi quindi da quel punto di vista c’è sempre stata una miopia. E poi anche che comunque è una sttuttura la nostra, è un grosso ospedale, ospedale universitario in cui pesano molto i vari direttori del caso che sono anche grossi professori universitari e che hanno forse talvolta un potere eccessivo e su cui chi nel organigramma aziendale dovrebbe avere ruolo di coordinatore poi di fatto non riesce a incidere nemmeno a interloquire ognuno se la decide come vuole e pero poi quando c’è da cantare tutti la stessa canzone si fa molto difficoltoso. Immagino ci siano problemai di questo tipo poi forse ci sono anche problemi di formazione, di capacità gestionale, o semplicemente si è perso di vista l’orizzonte giusto in cui muoversi. Non saprei dirtelo per certo però quello che si vede in tante aziende è questo c’è poca lungimiranza, poca capacità organizzativa da parte chi dovrebbe darti quel tipo di ruolo.

 

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