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Articoli filtrati per data: Saturday, 11 Aprile 2020

Dopo giorni di trattativa nell’Eurogruppo, i ministri delle finanze dell’area euro hanno approvato un accordo di circostanza sulle iniziative comunitarie volte ad affrontare la crisi scaturita dalla pandemia covid-19.

Una sintesi ambigua che permette ai singoli governi di rilasciare dichiarazioni ottimiste sulla tenuta delle proprie posizioni all’interno dell’arena europea, con tedeschi e olandesi che vantano l’assenza della parola eurobond, mentre Conte e Gualtieri sbandierano un paragrafo di chiusura dove si parla di un recovery plan, alludendo alla possibilità che si emettano emergenziali titoli comunitari di debito.
Un teatrino politico-diplomatico che si riaggiornerà il 23 aprile nel Consiglio Europeo, due settimane nelle quali continuare questa battaglia di posizione auspicando che la concorrenza incorra in passi falsi, nella speranza che le forze politiche e le pressioni lobbistiche interne ai paesi concorrenti costruiscano un terreno più favorevole nel prossimo round.

Cosa prevedono i quattro elementi essenziali “dell’accordo”:
I primi due punti erano già noti:

1) Il fantasioso acronimo SURE (State sUpport shoRt-timE) annunciato da giorni dalla Presidente della Commissione Von der Leyen rappresenta una cassa integrazione europea di 100 miliardi, le cui tempistiche e modalità d’accesso sono ancora del tutto oscure.

2) La Banca Europea per gli Investimenti (BEI), il cui capitale è bene ricordarlo è sottoscritto dagli Stati membri, attiva una linea di prestito per le piccole e medie imprese sino ad un ammontare di 200 miliardi. La metà della garanzia di copertura messa a disposizione dalla sola Italia qualche giorno fa.

La sfida com’è noto era sull’ormai celeberrimo MES (fondo salva-stati), sul cui processo di riforma ci eravamo già espressi, e sull’emissione di corona/eurobond.

3) Un’ampia coalizione di ‘peccatori’ interna all’eurozona ha imposto ai ‘santi’ Germania, Olanda, Austria e Finlandia di allentare le loro posizioni sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Fondo che giunge a constare di 240 miliardi, erogabili senza incorrere nelle condizionalità di verifica e supervisione dei conti solo se usati nel finanziamento delle spese sanitarie indotte dalla pandemia (quindi una condizione c’è eccome).
Ogni paese potrebbe richiedere il 2% del proprio PIL, per l’Italia parliamo di 36 miliardi di euro.
Si trasforma uno strumento tecnocratico di tutela del mercato bancario e disciplinamento della finanza pubblica in un fondo ibrido, di compromesso, inutile nel tutelare i debiti pubblici dalle future tempeste speculative.

4) L’ultimo punto è quello a cui facevamo riferimento all’inizio, il recovery plan, composto da non specificati strumenti finanziari innovativi e temporanei (così come proposto dai francesi) il cui ammontare dovrebbe aggirarsi intorno ai 500 miliardi di euro. Questa è la battaglia del prossimo 23 aprile, con delle posizioni di partenza che, ad oggi, sembrano irriducibili, come dimostrano le dichiarazioni del ministro delle finanze olandese Hoekstra.

“C’è una maggioranza contro gli eurobond e la condivisione del debito all’eurogruppo, il testo è deliberatamente vago sugli strumenti finanziari innovativi. Ognuno ci può leggere quello che vuole, ma è importante non ingannare noi stessi: è impossibile leggerci qualcosa che si riferisca ad una condivisione del debito”. Più chiaro di così...

Andando oltre la cronaca di quanto succede nell’Unione Europea, che nella transizione critica si mostra sempre più come ambito di ‘organizzazione dell’ostilità reciproca’ tra le classi dirigenti europee, ci sembra opportuno fornire delle considerazioni nel merito e di metodo su un futuro prossimo mai così instabile.
Il dibattito che si svolge in sede di Eurogruppo ci riguarda poiché definisce il quadro macroeconomico nel quale organizzare la nostra sfida, evitando di prendere parte al tifo di uno scontro interstatale che ha poco a che vedere con le istanze di parte dei subalterni, di quelli che perdono con o senza MES, con o senza eurobond.

La partita sugli strumenti di tutela dei debiti pubblici e sul disciplinamento della finanza pubblica si deve leggere nella ben più ampia crisi del neoliberismo come paradigma economico, sociale e biologico. L’intensificazione della globalizzazione competitiva scaturita dalla ‘grande recessione’ 2007-08’ minaccia la profittabilità dell’intero comparto produttivo europeo e ridiscute la sua gerarchia interna, polarizzandola ulteriormente.
Le posizioni dei ‘santi’ del nord possono essere semplificate in due posture: dal un lato vi è la difesa dei privilegi del paradiso fiscale Olanda, dall’altro c’è un industria tedesca ad alto contenuto tecnologico che già nei due anni pre-covid registrava rallentamenti.
Per quest’ultima, l’Italia rappresenta sia un sub-fornitore di segmenti del valore sia uno sbocco importante di mercato. Il manifatturiero tedesco, soprattutto in seguito alla concretizzazione prossima del processo Brexit, teme di perdere una delle sue maggiori fonti di domanda rappresentata dal sud Europa. In questa dinamica vanno lette le pressioni delle grandi case automobilistiche sulla Cancelleria Merkel di ponderare le mosse nella trattativa, ricercando un accordo e non uno strappo.
L’allargamento dell’UE a est ha permesso alla Germania di creare nuovi convenienti fornitori di segmenti produttivi minacciando e indebolendo la posizione già subalterna dell’industria italiana, ma l’ordo-liberismo tedesco non sembra ancora pronto a scaricare del tutto i mercati del sud Europa.
La speranza tedesca è che l’Italia, con un conflitto sociale assente, accetti di rimanere subordinata, diminuendo quantitativamente la propria quota industriale e sacrificando, se necessario, una parte del proprio elevato risparmio privato.

Il no teutonico alla raccolta sui mercati finanziari di risorse a basso costo (bassi tassi di interesse) tramite l’emissione di eurobond, ed un loro possibile acquisto da parte della BCE, ha almeno tre origini.
Una dimensione di politica interna per la quale la CDU si deve tutelare dall’avanzata della destra tedesca. Poi vi sono due elementi riconducibili al paradigma ordo-liberista: uno è il noto disciplinamento finanziario volto ad evitare un ‘azzardo morale’ dei peccatori del sud che si sentirebbero tutelati dalle tempeste speculative sui propri debiti nazionali.
Mentre un secondo elemento è il meno citato tema della competizione capitalistica intra-UE: l’Italia non deve tornare a rappresentare un pericoloso competitor industriale, non deve attrarre risorse che le permettano di minacciare la gerarchia interna, sottraendosi allo stretto sentiero di rientro del debito redatto nel fiscal compact e imposto dalla leadership tedesca, perché di questo si parla: concorrenza. Nessuno liberalismo win-win, mors tua vita mea.

Vale la pena rispolverare la nostra situazione: l’Italia è un paese che nei quattro anni acuti della ‘grande recessione’ ha perso il 20% della propria capacità produttiva, la cui ‘ripresina’ a partire dal 2014 si è strutturata su un impoverimento della classe medio-bassa, la moltiplicazione di ‘bad jobs’ nel settore terziario, un crollo della capacità contrattuale del fattore lavoro a causa di una disoccupazione strutturale intorno al 10%, quella giovanile da anni intorno al 30-40%, con più 5 milioni di persone in condizione di povertà assoluta e altre 5 milioni sulla soglia della stessa.

Gli inesistenti margini di intervento pubblico italiano sono noti, limitati dalla capacità della rendita e del comparto industriale di evitare ogni forma di redistribuzione della ricchezza attraverso una riforma catastale, tassazione progressiva o patrimoniali. Gli avanzi della nostra bilancia commerciale combinati alla distruzione del welfare, la sanità ne sa qualcosa, non sono riusciti a ridurre un debito pubblico che continua a crescere per il meccanismo perverso della speculazione finanziaria sul nostro rischio-paese, individuato dai mercati finanziari come anello debole della catena eurozona.

L’Italia del Conte 2 non ha più niente da concedere, pena la definitiva affermazione delle forze ‘sovraniste’, formazioni indebolite nei sondaggi, sempre meno strumento in grado di anticipare delle tendenze politiche, ma forti di una coerenza politica nazionalista e di un’ideologia del lavoro fondata sulla disuguaglianza e sullo scaricamento dei costi di produzione e riproduzione su donne e migranti. Un paradigma socioeconomico, che eludendo i nodi biologici ed ecologici, propone la ricetta della crescita ad ogni costo, uno schema vecchio, non all’altezza dell’attuale scontro geo-economico, ma in grado di irretire l’animo della parte più debole del nostro paese che opportunamente si percepisce perdente nello scenario della globalizzazione neoliberista dei flussi incontrollati di capitale, di cui l’UE rappresenta la manifestazione più plastica ed evidente.

Il presidente del Consiglio, uomo sempre più solo al comando, è mal supportato da forze di governo confliggenti che persistono nel non intraprendere nessun sentiero di medio-periodo nella gestione dello scontro economico sia esso interno, regional-europeo, o globale.
I Cinque Stelle sembrano aver perso qualsiasi capacità retorica di azionare il basso contro l’alto, rifiutano ogni presa di posizione fuori dal seminato e governano ossessionati dalla ricerca di compatibilità con l’estabilishment, la cui avversione tanto gli aveva fruttato in termini elettorali.
Il PD, forza avvezza a prendere schiaffi in Europa e disillusa da un possibile successo della trattativa Conte, propone una timida tassa sui redditi più elevati, un’imposta che raccoglierebbe una ‘miseria’ di 1.8 miliardi il cui unico risultato è la creazione di tensione interne e l’insorgenza dell’intero arco parlamentare.

Conte, però, come dimostrano gli attacchi diretti di ieri sera, sembra aver capito che con Salvini e Meloni si deve giocare sporco, mostrandosi in una conferenza stampa infuocata che sa di campagna elettorale.
Mentre contiamo morti e feriti di una tragedia più che prevedibile ci attendono due settimane di guerra di posizione, interna ed esterna, con la destra italiana ed europea che soffia su un’insofferenza socioeconomica che cresce giorno dopo giorno, pronta a rappresentare nuovamente la ‘mossa politica del capitale’ da attivare nel caso in cui i processi di estrazione della ricchezza dovessero essere eccessivamente minacciati dal caos che incombe.
Lo stadio è pieno, prendiamo fiato, dovremo scendere in campo.

 

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Abbiamo tradotto questo interessante editoriale apparso sul sito francese ACTA di cui consigliamo la lettura!

Nel momento in cui scriviamo queste righe, la terza settimana di isolamento ha inizio e le misure restrittive si rinforzano. Non possiamo accontentarci di aspettare passivamente né il giorno che segue, né dei nuovi interventi delle istituzioni, non possiamo affidarci a coloro che sono i primi responsabili della situazione drammatica che abbiamo davanti agli occhi, non possiamo fidarci di coloro che, da troppi anni, hanno gestito gli ospedali come delle imprese che occorre capitalizzare al fine di massimizzare i profitti. No, quello che lo Stato è capace di fare è al massimo di amministrare il disastro. Bisogna, in questa situazione come in altre, imparare a contare sulle nostre proprie forze.

La volontà del governo di mantenere l’attività produttiva in dei settori «non essenziali» ricorda un’evidenza troppo spesso dissimulata: la nostra società, la società capitalista, si fonda in primo luogo su coloro che ne assicurano - perché vi ci sono stati assegnati - concretamente le mansioni materiali o immateriali necessarie alla soddisfazione dei nostri bisogni vitali. I quadri e altri dirigenti formati sul new management non sono là che per regolamentare, disciplinare, far rispettare la norma dominante della redditività economica.

Per definizione centrale, la questione della cura, della continuità delle nostre vite nella loro dimensione biologica, e del legame inscindibile tra questa biologia e le condizioni sociali che agiscono su di essa, è al giorno d’oggi in primo piano: da una parte gli Stati sono travolti dalla portata dell’epidemia (tanto dalla sua virulenza che dalla sua espansione), dall’altra essi se ne approfittano della crisi per sperimentare, su vasta scala, dei nuovi metodi di governo delle popolazioni. Il paradosso deriva dal fatto che i tagli compiuti agli ospedali non permettono agli Stati di arginare, mentre danno l’occasione di mettere in opera una nuova tecnologia del controllo sociale.

Per questo motivo, in numerose città in Francia come in Europa, delle solidarietà si sviluppano e si rinforzano, su scala di quartiere, di strada, di palazzo. Dei compiti che prima riguardavano una sfera ristretta, privatizzata nello spazio della famiglia nucleare, e la cui assegnazione a certe categorie era naturalizzata, sono ormai oggetto di un’organizzazione esplicitamente collettiva. Al contrario, dei luoghi che sono da troppo tempo deputati ad essere dei meri spazi di passaggio, dove le interazioni sociali sono strutturate esclusivamente dall’economia e dal consumo, diventano spazi dove la vita è rimessa al centro, ricordando che il dominio provoca delle resistenze e che «la vita come oggetto politico è stata in qualche modo presa in parola e rivolta contro il sistema che pretendeva di controllarla». [cit. da Michel Foucault, Histoire de la sexualité, I: La volonté de savoir, Gallimard, 2018, page 191.]

Ciononostante, in quanto militanti rivoluzionari provenienti dal ciclo dei movimenti degli ultimi anni - dalla primavera di lotta contro la Loi Travail all’insurrezione dei Gilets jaunes - sappiamo che questo disastro era prevedibile. Gli operatori sanitari sono in mobilitazione da molti mesi per denunciare la mancanza di posti letto e mezzi. Ogni anno sul lavoro muoiono degli operai per mancanza di protezioni. Persone anziane muoiono in condizioni d’isolamento e assolutamente indegne. Tutto ciò che oggi appare sotto una luce abbacinante esisteva già, ieri, nell’oscurità mediatica: è la vita di coloro che la borghesia e i media dominanti rendono inesistenti. L’inesistenza di un’organizzazione sociale definita dall’interesse privato, il profitto e la concorrenza, e in seno alla quale una parte sempre più consistente di popolazione, quella senza cui la vita stessa non potrebbe mantenersi, non conta affatto.

 

Partendo da queste constatazioni, sembrerebbe ormai innegabilmente che tali questioni sono le nostre. Che sono state da sempre le nostre: l’epidemia di HIV/AIDS alla fine degli anni ’80 e negli anni ’90 ci ha già insegnato fino a che punto lo Stato poteva disinteressarsi di certe vite, comprese quelle che più di tutte sono a rischio. Così facendo, questa storia ci ha insegnato la possibilità di un approccio che parta non dalle istituzioni statali, ma dai bisogni di quelle persone in prima linea, e fino a che punto tali bisogni, normalmente considerati marginali, si rivelino da sé antagonisti agli interessi dello Stato. [per un confronto tra l’epidemia attuale e quella di HIV: //medium.com/@GbrlGirard/covid-19-quelques-le%C3%A7ons-de-la-lutte-contre-le-vih-sida-1a25a25ba76b">https://medium.com/@GbrlGirard/covid-19-quelques-le%C3%A7ons-de-la-lutte-contre-le-vih-sida-1a25a25ba76b>]

Se delle misure su grande scala sono senza dubbio necessarie, e persino vitali, ci occorre urgentemente approfondire un livello di organizzazione popolare autonoma in grado di dare consistenza alla parola d’ordine di autodifesa sanitaria. Ovvero: avviare un lavoro di solidarietà immediata, per e insieme alle persone più penalizzate dalla crisi, che sono anche quelle di cui lo Stato si disinteressa sistematicamente. Così facendo, si fa anche uscire la questione della cura dallo spazio privato entro la quale si ritrova confinata da secoli, definita da gerarchie di genere e razza, per farne la lente focale attraverso la quale ripensare la nostra organizzazione collettiva, la nostra riproduzione sociale.

 

Il nostro compito in questo scenario non è quello di rimpiazzare le associazioni umanitarie, ma di orientare nella stessa direzione delle pratiche frammentate, già esistenti e che si moltiplicano da quando è stato annunciato l’isolamento. Insomma di dar loro una traiettoria politica e antagonista. Una traiettoria che assume come prospettiva strategica la rottura dell’ordine capitalistico esistente e l’auto-organizzazione popolare su base territoriale come elemento di genesi di un contro-potere effettivo. Le solidarietà di cui noi parliamo si organizzano su scala locale e allo stesso tempo sorpassano i confini nazionali, aprendosi a connessioni su scala europea con un certo numero di altre realtà metropolitane alle prese con gli stessi problemi e le stese sfide. Queste solidarietà permettono ugualmente di inaugurare un’alleanza con certi settori definiti subalterni, ad esempio le cassiere e i cassieri, le infermiere e gli infermieri. Solo questi scambi renderanno possibile un discorso che permetta, di colpo e nello stesso tempo, di compiere un’azione che sia conforme ai bisogni della nostra classe: ai suoi bisogni più propri, piuttosto che a quelli che sono sottomessi alla sua riproduzione in quanto elemento essenziale al capitalismo. La solidarietà di cui parliamo non  è un vacuo principio che trascende gli antagonismi, ma ciò che invece ci deve permettere di rinforzare la nostra capacità offensiva.

 

L’autodifesa sanitaria è dunque tutto tranne un concetto vago e oscuro: è una parola d’ordine che prende avvio da una realtà materiale effettiva, ovvero un insieme di pratiche quotidiane, tali quali sono per esempio portate avanti da brigate di solidarietà popolare distribuite ovunque in Europa - la spesa per le persone anziane, preparazione e distribuzione di cibo o di materiale protettivo per i lavoratori, apertura di spazi affinché i senza fissa dimora non si ritrovino isolati e indifesi, creazione di doposcuola per i giovani provenienti dalle classi popolari…

 

L’autodifesa sanitaria è un modo per ripensare la difesa delle nostre comunità, che non può essere assicurata se non tramite la messa in gioco, dal basso, di dispositivi di aiuto reciproco, di attenzione peculiare a persone in situazioni di forte precarietà, a coloro che subiscono l’isolamento e la repressione.

 

Questa autodifesa sanitaria non deve dunque costituirsi come prospettiva di lotta limitata al solo tempo dell’urgenza pandemica, e ancora meno deve essere pensata come una lotta settoriale. Non si tratta di compensare un sistema di previdenza sociale a cui mancano i finanziamenti, ma bensì di rimettere in causa il principio di razionalizzazione in virtù del quale le cause politiche e sociali di ciò che accade sui nostri corpi sono nascoste e affrontate separatamente dagli effetti che generano. La nostra autodifesa «sanitaria» è perciò un’autodifesa popolare, in quanto costituisce l’opportunità di ripensare il nostro rapporto con le modalità di riproduzione sociale nel loro insieme, nonché con l’organizzazione che ci permette, giorno dopo giorno, di produrre e riprodurre le nostre vite, e di interrogarci sulle forme di vita che vogliamo costituire assieme.

 

Le nostre resistenze sono vitali!

 

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Riportiamo qui un bollettino con gli ultimi aggiornamenti delle rivolte carcerarie in diversi paesi causa corona virus e la disumanità dei governi dei paesi nei confronti della popolazione carceraria.

In un momento storico come quello che stiamo vivendo martoriato dalla crisi economica e aggravatosi, sempre per i più deboli, da una crisi pandemica causata da un virus, vediamo sempre più i diritti umani calpestati ed a farne le spese peggiori sono i carcerati. Ecco quindi che vediamo in ogni carcere rivolte di massa, rabbia sociale che esplode.

Ecco quindi gli aggiornamenti dalle carceri di cui abbiamo notizie:

 

Dei detenuti della prigione Rémire-Montjoly sono insorti questa mattina [ primo aprile 2020].

Verso le 8.30, all’apertura delle celle, una guardia è stata derubata delle chiavi delle sezioni, i detenuti hanno acceso un fuoco in simbolo di protesta. Sono stati inviati 80 gendarmi, un intero squadrone di brigadieri mobili, gli effettivi della compagnia di Matoury, che si sono riversati nel centro penitenziario appena dietro gli uomini del Groupe d’intervention de la Gendarmerie nationale, nel tentativo di sedare la rivolta. Il GIGN è quest’unità di élite specializzata nella gestione delle crisi. Ci è voluto poco più di un’ora a questi uomini per avanzare fino ai due raggi dove si trovavano i detenuti in rivolta, mentre un elicottero militare sorvolava l’area del carcere. Durante tutta l’ora che è durata l’operazione, non è trapelato nulla, se non il fruscio delle pale, i rumori a singhiozzo dei camion d’intervento e le grida angosciate dei detenuti che arrivavano alle orecchie delle persone riunite all’esterno. Si è dovuto aspettare il bilancio stilato dalle autorità, che è piuttosto positivo. Ci sono stati di certo dei danni materiali, causati soprattutto dall’incendio, ma nessun ferito. La guardia a cui avevano sequestrato le chiavi, dopo essere rimasta per qualche tempo rinchiusa dai prigionieri, è tutt’ora shock ed è quindi stata portata all’ospedale di Caienna, la sua testimonianza sarà preziosa per determinare le cause di questo ammutinamento.

 

 

Nigeria: morti 4 detenuti durante le proteste in carcere

Durante le proteste della settimana scorsa nel carcere di Kaduna, Nigeria, sono morti 4 detenuti (sempre che il numero non sia per ovvi motivi contenuto). Ad ammetterlo lo stesso Stato nigeriano attraverso i media di stato.

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Svizzera

Venerdì 3 aprile, circa 40 detenuti della prigione di Champ-Dollon si sono rifiutati di tornare in cella dopo la passeggiata. Molti giornali hanno ristampato il comunicato dell’Ufficio cantonale di detenzione (OCD) pubblicato la sera. Ci sembra che molte delle informazioni essenziali per la comprensione di questa mobilitazione non siano state comunicate.

Eravamo lì tra le 19:00 e le 22:30, e quello che non appare da nessuna parte sulla stampa è che nonostante fossimo tenuti a grande distanza dai posti di blocco della polizia, le grida, le voci e le richieste dei detenuti ci hanno raggiunto perfettamente. Come può tutto questo venire ignorato da tutta la stampa di Ginevra?

Per ore e ore i detenuti hanno protestato e gridato le loro richieste. Credeteci, non erano solo le voci di 40 persone a risuonare, ma anche quelle degli altri, probabilmente dalle loro celle. Inoltre, non sorprende che il sostegno per coloro che si trovano nel cortile sia stato fatto dalle celle, al contrario … Ciò che sorprende è che l’OCD, ampiamente seguito dai media, sostiene che questo incidente ha coinvolto solo una quarantina di persone.

Il portavoce dell’OCD si vanta del fatto che le visite non sono state annullate. Non annullare i colloqui è semplicemente una questione di logica. Umanità o paura della ribellione? Ricordiamo le rivolte scoppiate nelle carceri Italiani a causa dell’annullamento dei colloqui con i parenti. Solo le autorità penali lo sanno, noi, con quello che sappiamo sulle politiche criminali a Ginevra, abbiamo i nostri dubbi. Le visite sono un elemento essenziale per la dignità e la vita del detenuto (e dei suoi parenti). Sono stati mantenuti nel rispetto delle necessarie condizioni sanitarie, e per questo non abbiamo nulla di cui lamentarci. Ciononostante, i detenuti sono limitati in altri diritti in nome di questo covid-19, e nulla viene messo in atto per facilitare il contatto con il mondo esterno in un momento in cui le persone sono preoccupate per i loro cari. Nel suo comunicato, l’OCD continua a minimizzare le affermazioni dei detenuti sostenendo che il principale motivo di malcontento è il divieto di giocare a calcio. Ma quello che abbiamo sentito dalla maggioranza era molto più vitale, un grande coro rumoroso e compatto intonava la tanto desiderata e sognata Libertà!

 

 

Colombia/Argentina/Libano: ammutinamenti e tentativi di fuga continuano nelle carceri

 

In Colombia, martedì 7 aprile è scoppiato una rivolta nel carcere di Pasto, nella città di San Juan de Pasto. I detenuti hanno manifestato per due ore, appiccando incendi all'interno del complesso carcerario. Unità della polizia nazionale e la squadra antisommossa dell'esercito sono intervenute per sedare la rivolta. I detenuti chiedevano il rispetto dei loro diritti e la possibilità di ricevere visite dai loro parenti. I detenuti hanno anche chiesto il rilascio dei detenuti non pericolosi. All’esterno del carcere, diversi membri della famiglia hanno richiesto un controllo della prigione da parte delle agenzie umanitarie. Lo stesso giorno è scoppiata una rivolta nella prigione di Bouwer (una città della provincia di Cordoba in Argentina). I detenuti hanno chiesto di poter scontare la pena agli arresti domiciliari. Denunciarono il fatto che la prigione non aveva adottato alcuna misura sanitaria per proteggerli dal Coronavirus. La rivolta è stata repressa durante la notte.

 

Lo stesso giorno è scoppiata una rivolta anche nella prigione di Qoubbeh nella città libanese di Tripoli. La rivolta è scoppiata quando le guardie sono intervenute per fermare un tentativo di fuga di un prigioniero che temeva per la sua salute. Le guardie hanno represso la rivolta sparando ai prigionieri con proiettili di gomma, lasciando almeno quattro feriti. I detenuti hanno chiesto l'attuazione della legge di amnistia generale promessa da vari governi negli ultimi anni. Le prigioni in Libano, infatti, operano al doppio della loro capacità. Il giorno prima, le forze di sicurezza avevano scoperto un tunnel lungo diversi metri durante un'operazione nella prigione di Zahle, nella valle orientale della Bekaa. Anche i detenuti, temendo per la loro salute, cercavano di fuggire.

 

 

Repubblica Dominicana: Rivolta nel carcere di La Victoria

Giovedì 9 aprile è scoppiata una rivolta nel carcere La Victoria di Santo Domingo. I prigionieri hanno tentato di aprire una porta con la forza prima di essere respinti dalle guardie che sparavano bombolette di gas lacrimogeni. I detenuti si sono ribellati, accusando le autorità di aver nascosto casi di infezione da Coronavirus e di morte tra i detenuti. Denunciano anche le menzogne delle autorità che affermano che si stanno prendendo misure per rispettare la distanza sociale tra i prigionieri mentre sono ammassati.

 

 

Grecia: Rivolta in una prigione di Tebe dopo la morte di un prigioniero

Oggi 10 aprile 2020 è scoppiata una ribellione nel carcere di Eleonas a Tebe dopo la morte di una donna di 35 anni che aveva tutti i sintomi del Coronavirus. La ribellione è iniziata nell'ala C del carcere e si è ora diffusa in tutto il carcere, mentre le forze di polizia sono presenti in gran numero all'esterno. Secondo i detenuti, non è stato ancora fatto nulla per prepararsi alla pandemia, nonostante le promesse di alleviare le prigioni sovraffollate. Essi sostengono che gli ospedali non accettano pazienti dalle carceri e che non ci sono medici a Tebe. Infine, si lamentano del fatto che le persone vulnerabili non sono state rilasciate. A loro avviso, mantenere tale situazione equivale a condannarli a morte. La prigione di Tebe è il carcere dove è rinchiusa Pola Roupa, militante del gruppo anarchico armato "Lotta rivoluzionaria". Vi era stata trasferita con la forza a causa del suo ruolo nell'organizzazione delle rivolte dei prigionieri nel carcere di Korydallos, anche per quanto riguarda il Coronavirus.

 

 

Le carceri di tutto il mondo stanno esplodendo, sovraffollamenti, mancanza di diritti fondamentali hanno scatenato la rabbia di tutti e tutte i/le detenuti e detenute, a esasperare il tutto ci ha pensato un nemico invisibile quale il Coronavirus, portando ulteriori restrizioni a chi passa i suoi giorni dietro le sbarre.

Le richieste sono sempre le stesse in tutte le carceri, detenuti e detenute chiedono, per chi ha reati meno gravi o per i detenuti in regime cautelare, la possibilità di scontare in regime detentivo domiciliare, una richiesta più che legittima e che porterebbe quindi ad un elevato svuotamento delle carceri, avendo così la possibilità di mantenere un distanziamento tra detenuti consono alle misure adottate con l’epidemia in corso, mentre per chi resta a regime detentivo carcerario richiedono l’applicazione di strumenti atti alla protezione individuale, quali mascherine e guantini.

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