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Articoli filtrati per data: Friday, 10 Aprile 2020

E’ morto a Roma il compagno Salvatore Ricciardi, un pezzo di storia della memoria antagonista della Capitale.

Agli inizi di marzo, Salvo era stato ricoverato a seguito di una caduta, mentre prendeva parte ad una iniziativa in sostegno delle lotte dei detenuti dal coronavirus e dal sistema carcerario, per le misure alternative e l’amnistia. Salvo, dopo avere attraversato la storia rivoluzionaria della città e quella della colonna romana delle Br, a lungo prigioniero politico, è stato fino all’ultimo una delle voci di Radio Onda Rossa, con le trasmissioni sul carcere dove denunciava l’orrore di questa istituzione totale, dedita solo all’annichilimento e alla distruzione psicofisica dei malcapitati, anche con tremendi strumenti di tortura come il “41 bis e l’ergastolo ostativo”.

Il ricordo di Salvatore tracciato da Vincenzo Miliucci compagno storico della Confederazione Cobas e dell’Archivio Movimenti di Roma, ex Comitati autonomi operai e Radio onda rossa Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Sessant’anni di lotta politica e battaglie sociali, è stata questa la vita di Salvatore Ricciardi. Nato a Roma nel 1940, cresciuto nel quartiere di Porta san Paolo quando la città veniva bombardata dagli angloamericani, Salvatore appartiene a quella generazione che ha traversato per intero la storia del secondo Novecento italiano sapendo andare oltre, valicando il millennio.


Avere vent’anni nel luglio 60. Parte da questa data fatidica, gli scontri di Porta san Paolo del 6 luglio 1960, la traiettoria politica di Salvatore che lui stesso ha raccontato: «In quei giorni scoprimmo il sampietrino e la «breccola»… Scoprimmo una cosa ancora più importante: non eravamo soli. C’erano tanti gruppi di ragazzi nelle strade di Roma, che come noi avevano attraversato quel dopoguerra accumulando un malessere e una rabbia contro chi li condannava a una difficile esistenza. Come noi avevano quella sorta di ripulsa per la politica che sapeva troppo di schede elettorali, di “mozioni” e “ordini del giorno”, e sapeva poco di vita reale. Come noi avevano accumulato un’infinità di domande, ma, fin lì, nessuna risposta. Come noi volevano fare qualcosa» (leggi qui).
Lavoratore edile nei primi anni sessanta, dopo la prematura scomparsa del padre diventa ferroviere, attivista sindacale nella Cgil a cui segue l’ingresso nel Psiup (Partito socialista di unità proletaria, formazione che si collocava alla sinistra del Pci), sezione di Garbatella, quartiere popolare e proletario della Capitale, segue – a metà degli anni 60 – il lavoro politico nelle fabbriche di Pomezia, «un territorio – come si legge nella presentazione del suo blog (leggi qui) – che  rappresentava, nei voleri dei governi, il polo industriale di Roma e offriva notevoli facilitazioni agli imprenditori. Nel 1967 incontriamo davanti ai cancelli di queste fabbriche le compagne e i compagni del Potere Operaio di Pomezia (di cui si è persa memoria, eppure era frequentato da compagni/e molto capaci, in rapporto con Quaderni Rossi). Agli inizi dei movimenti del ’68 studentesco e operaio, proponiamo al Psiup di “sciogliersi nel movimento” per ridefinire le proposte politiche e anche gli assetti organizzativi; ritenevamo quel partito “vecchio” come gli altri e volevamo esplorare e moltiplicare i percorsi dell’autorganizzazione. Perdemmo il congresso provinciale su questa proposta (dicembre ’68), per pochissimi voti a causa dei “funzionari” che non volevano perdere il “posto di lavoro”. Usciamo dal Psiup e proponiamo alle assemblee del movimento di gettarsi nella costruzione degli organismi autorganizzati moltiplicando una tendenza che dilagava non solo in questo paese e di cui il Cub (Comitato unitario di base) dei lavoratori della Pirelli Bicocca era il punto di riferimento. La Fatme, la Sacet, la CocaCola, e tante altre realtà lavorative. Nel 1971 con altri ferrovieri diamo vita al Cub dei ferrovieri di Roma (leggi qui), che blocca il traffico ferroviario nei primi giorni di agosto 1971 e apre la sua sede nel quartiere di San Lorenzo (storico insediamento di ferrovieri) in Via dei Volsci 2-4. Che ospiterà, di lì a poco, gli aggregati di lavoratori che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione, per primi l’assemblea lavoratori/trici del Policlinico e il Comitato politico Enel; poi, via via, tutti gli altri».
L’instancabile lavoro politico di Salvatore prosegue con la fondazione del Comitato politico ferrovieri (Cpf), «con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci».
Il Cpf fu parte integrante dell’Assemblea cittadina che si riuniva in via dei Volsci negli anni dal 1974 al 1976 e raccoglieva gran parte dei comitati politici territoriali romani, percorso che giunse a un bivio quando al suo interno alcune componenti decisero di entrare nel percorso di fondazione della colonna romana delle Brigate rosse. Convinto che bisognasse fare di più, che servisse un altro livello di scontro e di organizzazione per rispondere ai pesanti processi di ristrutturazione, nel 1977 anche Salvatore decise di entrare nelle Brigate rosse, nonostante avesse lasciato a casa una figlia piccola, un’esperienza vissuta intensamente, senza sconti. Diede vita alla Brigata ferrovieri (leggi qui), per poi dirigere alcune brigate territoriali, come quella di Primavalle, ed entrare nella Direzione di colonna, fino all’arresto del 20 maggio 80, in piazza Cesarini Sforza.
L’ingresso in carcere inizia con una evasione mancata per un soffio da Regina coeli e poi con la rivolta di Trani a fine dicembre 1980. Seguono anni di carcere speciale, il rifiuto della dissociazione, la patologia cardiaca che si palesa, la chiusura del ciclo politico della lotta armata. Nel 1990 comincia, insieme a Prospero Gallinari, la battaglia per la sospensione pena e la possibilità di operarsi all’esterno che ottiene nel 1995. Nel marzo 1998 viene nuovamente reincarcerato. Tornerà fuori con il lavoro esterno (art. 21) come redattore di radio Onda Rossa e la collaborazione nella Fondazione Basso, riallacciando rapporti bruscamente interrotti ai tempi dell’ingresso nelle Brigate rosse. Venne quindi la semilibertà fino alla conclusione della pena nel 2010. Ai microfoni di Onda rossa era la voce, oltre che delle sue storiche rassegne stampa e del lavoro redazionale, di due trasmissioni tematiche “Parole contro” e “La conta”, che non a caso si svolgeva nell’ora della conta carceraria, dalle 15 alle 16, quando i detenuti, in tutte le carceri italiane, vengo chiusi in cella per la conta e il cambio turno della custodia. L’impegno contro il carcere è stato il filo conduttore dell’ultima parte della sua vita con l’esperienza di Scarceranda, Odio il carcere, e i libri, Solo un tratto di strada, brevi cenni sulle lotte e il dibattito nel ciclo di lotte 68-69, Supplemento a Stampa alternativa, maggio 1989, Che cos’è il carcere. Vademecum di resistenza, (Deriveapprodi 2015) (quiqui) e Esclusi dal consorzio sociale (qui), senza dimenticare Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, Deriveapprodi 2011 (qui).
Nel frattempo non aveva smesso di sperimentare terreni nuovi, confrontarsi con generazioni lontane anni luce dalla sua storia e dal suo vissuto, alla ricerca di ogni nuova contraddizione o accenno di lotta, come l’impegno profuso per sostenere le recenti lotte della logistica, con l’umiltà e pedagogia dei vecchi comunisti, convinto che ogni scintilla potesse essere l’occasione per dare nuovamente fuoco alla prateria. Una curiosità insaziabile che negli anni 60 e primi anni 70 l’aveva portato a vagare insieme a Gabriella, sua moglie, per l’Europa con la loro Cinquecento: a Praga per vedere da vicino cosa era stata quella «Primavera», o in Algeria per conoscere da vicino l’esperienza della lotta anticoloniale, o il grande amore per la Palestina, purtroppo mai attraversata, che l’aveva portato a studiare l’arabo in carcere fino ed entrare in contatto con tanti docenti arabisti. Lo salutiamo con le parole di un giovane compagno, perché Salvatore, Salvo per noi tutti, era questo: «Supermariobros delle autogestioni delle nostre scuole, spacciatore di Smemorande, instancabile divulgatore dell’abolizionismo tra noi ancora adolescenti, seminatore di fondi di pipa, procacciatore di introvabili numeri di dimenticate riviste. Il racconto della via prima che fosse la via, di Trani prima e dopo Trani, la spiegazione paziente della centralità della contraddizione capitale-lavoro ai nostri sguardi ebeti. Il rifiuto di sentirsi reduce, l’umiltà di sentirsi sempre un compagno tra i compagni, la curiosità incomprensibile per le nostre farneticazioni. Grazie».
Un abbraccio alle sue donne, la figlia Nicoletta, Gabriella, le sorelle Mariolina e Cloti, la sua compagna Tania. Un ricordo alla sua mama, Claudia, morta mentre Salvo era in carcere e il permesso per assistere al funerale arrivò, come una beffa, solo il giorno dopo.

Ciao Salvatore

Storia di Salvatore
Brigate rosse, una storia che viene da lontano. Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, il libro di Salvatore Ricciardi
Dai Cub alla Brigata ferrovieri
Contromaelstrom.com, il blog di Salvatore Ricciardi

da insorgenze.net

 

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L'invito del quotidiano tedesco Die Welt alla Merkel di "non cedere!" sui coronabond ed a Bruxelles a "controllare l'Italia" perché gli aiuti "sono una pacchia per la mafia" ha toccato diversi nervi scoperti, ma svelato altrettanti paradossi.

Il primo di essi è che per giustificare le sue tesi il giornale conservatore (espressione non della Germania in sé ma di ricchi editori che portano avanti i propri - aberranti - interessi; ingaggiando anche di proposito il piano internazionale esattamente come tanti altri, dagli attaché russi in Italia allo stesso Conte) cita testualmente i custodi del populismo penale Saviano e Gratteri. Ironia della sorte ma non troppo, perché lo stesso pregiudizio è stato brandito da tutte le forze politiche italiane e dalle loro claque virtuali per equiparare alla criminalità la spesa proletaria di alcune famiglie palermitane al LIDL - un'azienda tedesca, per chiudere il cerchio. E accuratamente evitato laddove si annidava la mafia vera, dagli studi legali alle grandi imprese del nord Italia ed Europa: emblematico in tal senso il processo a cui è stato sottoposto il giornalista Davide Falcioni per aver documentato un'azione del movimento no tav di denuncia di un'azienda in odore di 'ndrangheta.

Ma il punto non è sbandierare pizze, tulipani, bidet e crauti - un gioco consumato a cui ha sempre fatto appello il liberalismo nella sua transizione all'autoritarismo ed alla guerra - bensì saper riconoscere chi ha permesso ed approfittato di tutto ciò: i "conti in ordine" del governo olandese dipendono anche dal suo ruolo nella divisione europea dei servizi e del lavoro, che è quello di gestori di un paradiso fiscale a tutti gli effetti. In cui aziende delle più svariate consorterie politiche nostrane (come ENI, Mediaset, Luxottica, FCA e Caltagirone) possono eludere impunemente il fisco, i loro versamenti sovvenzionare la pensione di qualche politico xenofobo locale ed i loro dirigenti e proprietari arricchirsi. Tra questi figurano alcuni super-ricchi tra i magnifici 10, una patrimoniale sulle cui fortune basterebbe da sola a garantire un reddito universale incondizionato, alla faccia di chi dice che i soldi non ci sono da un lato e di chi il già misero reddito di cittadinanza voleva abolirlo dall'altro.

super ricchi

La divisione del lavoro internazionale è comunque anche un dogma neoliberale, i cui ruoli e la cui ripartizione dei cui profitti stanno venendo destabilizzati dal Covid-19 - sia tra gli stati che all'interno di questi ultimi. L'Italia, che in questa lotteria ha visto affondare i settori turistico e culturale, è rimasta come hub logistico e terzista per le grandi imprese del Nord Europa: ma negli ultimi giorni è montante lo scontro tra produzione e riproduzione, esemplificato da un lato dal coraggio degli infermieri ed infermiere piacentine pronte a scioperare in caso di riapertura delle aziende produttrici di beni non essenziali. E dall'altro dal governatore ligure filoleghista Toti, che ha invocato la completa deregulation degli appalti pubblici (come nelle peggiori tradizioni renziane dello Sblocca Italia) appena alla vigilia del crollo di un nuovo ponte nella regione da lui amministrata. Nonché dell'ultima performance di sciacallaggio da parte dell'imprenditoria privata a Roma - 15,8 milioni di euro pagati dalla pubblica amministrazione per una partita di maschere chirurgiche mai consegnata.

Ma è un altro episodio ancora a far sfumare le differenze tra liberalismo e sovranismo: la chiusura dei porti firmata due giorni fa dal Ministro dell'Interno. Una mossa legge ed ordine vuota, oltreché inutile: da un lato perché in questo momento persino i paesi di migrazione devono guardarsi dai visitatori occidentali, a cui vengono chiuse le frontiere; dall'altro perchè copre l'ennesima genuflessione dei politici agli interessi del braccio armato, in tutti i sensi, di Confindustria. Infatti, in una apparente vertigine dell'assurdo la Libia (che ha ufficialmente chiuso le frontiere agli italiani) resterebbe qualificata come "porto sicuro" (nonostante il Covid-19 non abbia certo fermato le ostilità, anzi acuite dall'intervento neocoloniale turco), ma è tuttora destinataria delle armi tricolore. Le quali da un lato continuano ad essere prodotte, nonostante sia molto difficile poterle considerare beni essenziali; e dall'altro arrivano sul campo di battaglia tramite triangolazioni che coinvolgono entrambe le parti del conflitto. Resta da vedere quanto reggerà la sicumera di Lamorgese e Bellanova davanti ai campi vuoti per l'astensione dal lavoro degli stagionali, e alle esigenze dei caporali dell'agrobusiness - non meno feroci e spietati dei loro corrispettivi di Confindustria - piuttosto che all'insostenibilità della reclusione in assenza di distanziamento nelle carceri e nei CPR.

Tutto ciò in un'Italia in cui è sempre più "perferzionato" il modello di governo per decreto-legge e, nello scomparire delle forze parlamentari dietro la figura di Conte, sempre più pervasiva la propaganda politica - che non è solo quella di una Bestia per il momento azzoppata, ma anche della legittimazione a suon di meme e sfottò delle pulsioni autoritarie di personaggi come il governatore campano De Luca. E dei 400 miliardi di garanzia per le imprese in un momento in cui queste dispongono di liquidità in abbondanzaliquidità in abbondanza, mentre sarebbero altre le categorie ad averne urgente bisogno. Ma in cui sono germogliate anche pratiche di indisponibilità a subire l'emergenza ed i suoi costi - dal rifiuto del lavoro alle autoriduzioni, dagli scioperi dell'affitto alle brigate di solidarietà - in una resistenza ad anni di terrorismo mediatico, predazione e cinismo dall'alto, con o senza i congiuntivi al loro posto, che deve diventare contrattacco.

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Ci piace pensare che Salvatore Ricciardi se ne sia andato con un sorriso sotto quei baffi neri mentre nel marzo del 2020 le carceri di mezza Italia si rivoltavano. Il nostro è un saluto dal punto di vista di una generazione che l’ha visto uscire dal carcere e accoglierci con tutto il portato della sua esperienza di costrizione e libertà.

"Lello De Sanctis, detto lo Zoppo, aveva avuto dei contrasti con i marsigliesi e s’era messo in proprio. I giornali si sono occupati di lui soprattutto dopo il rapimento del costruttore Palombini. […]Dopo il primo arresto De Sanctis è riuscito a farsi portare a Regina Coeli in infermeria. La sua gamba poliomielitica aveva bisogno di cure. In camera con lui c’è Ricciardi accusato di essere, insieme a Seghetti e Piccioni, nella direzione della colonna romana delle Br. I soci di De Sanctis organizzano la bella. Gli fanno avere una specie di carrucola con la quale calarsi dal finestrone dell’infermeria sul muro di cinta. Loro con la macchina lo aspetteranno per fargli la copertura. Il giorno convenuto il piantone del centro clinico è immobilizzato. Lello lancia la cima, si aggrappa al gancio e atterra sul girone di ronda. A pochi metri c’è la garitta con una sentinella accoccolata. Lo Zoppo si cala ed è accolto dalle braccia dei soci. Ricciardi come vede Lello sulla strada si aggrappa al filo e cerca di seguire la stessa via. La sentinella sbuca dalla garitta e comincia a sparare costringendolo a ritirarsi. Un coatto direbbe che il mangia era stato pagato solo per uno."[i]

C’aveva provato, Ricciardi, chissà quante volte. Un uomo di poche parole. L’umiltà lo contraddistingueva. Era proprio quell’umiltà che ti faceva sentire a casa e allo stesso tempo insignificante. Quando era necessario era la, discreto, avvolto dal suo cappello, i suoi baffi e la sua pipa. Solo quella generazione è ancora affezionata alla pipa. Si ricordava i nomi di tutti noi e quando salutava passava da un espressione pensierosa che lo sospendeva nell’etere ad uno scatto improvviso e super affettuoso per magia. Pensavi con timidezza di non poter disturbare la sua postura sospesa eppure in un attimo si connetteva con il mondo, con te. Chissà a cosa pensava mimetizzato nei cortei e nei presidi. Se c’era Salvo quello che succedeva aveva una qualche importanza. L’abbiamo incontrato prima di tutto in radio, nei picchetti davanti ai magazzini della logistica, davanti a Rebibbia ogni 31 di dicembre. Ci è stato vicino soprattutto quando, sicuri della cosa giusta da fare, avevamo bisogno di un ultimo assenso perchè il carcere non l’abbiamo augurato neanche ai nostri carnefici.

No, non è stato il corona virus ad ucciderlo, è stato il carcere. Ma la debolezza fisica che ti infliggono quelle quattro mura e i suoi custodi in divisa è tanta quanta la forza dell’animo. Per questo lottiamo contro quella gabbia che ci opprime. A partire dalla forza di chi l’ha vissuta e combattuta. Per tutti e tutte, perché Salvatore un tempo era un muratore e poi un ferroviere, il resto è storia. Di certo, non una storia qualunque.[ii]

Eppure il fatto che sia morto oggi non ci sembra un caso. In piena pandemia, con i domiciliari forzati per milioni di persone sembra che con la discrezione di sempre ci stia dicendo qualcosa. A voi non sembra?

Una delle disposizioni più opprimenti del carcere è quella che impone la reclusione a chilometri e chilometri di distanza dal proprio luogo di origine. I cari devono stare lontani perchè il contatto umano dona speranza. La costrizione annichilisce e disciplina.

“C’è il corpo innanzitutto, che è una grossa mediazione per la mente. Loro catturano il corpo anzitutto. La fisicità della vita. Il tatto, quindi il piacere di toccare un altro corpo, la sabbia, un albero, l’erba. Questo piacere ti viene tolto e viene sostituito con una regressione anche mentale.”[iii]

I provvedimenti di domiciliazione forzata che stiamo subendo in questi mesi sono imposti perché lo stato a guardia del capitale non è capace di garantire la salute, la prevenzione perché inquina, distrugge, ci impone corpi iper-produttivi snaturandoli e ammalandoli, riducendo la vita e la morte al bene supremo della ricchezza monetaria. Le costrizioni del carcere hanno la stessa radice, quella di sopprimere chi dice di no alle regole del Consorzio Sociale[iv], in un modo o nell’altro, più o meno consapevolmente, rubando o combattendo il nemico alle porte.

Per alcuni popoli antichi, a differenza delle nostre radici cristiane, non è importante come si vive ma come si muore, che poi per morire devi anche vivere e Salvatore è morto fuori dal carcere. Viviamo, dunque, per morire da liberi.

Liberi dalla costrizione che ti impone di stare lontano dai tuoi affetti, dal contatto umano, da quella complicità contro per cui vale la pena di vivere.

Così ci piacerebbe salutare Salvatore. Non come un morto lontano ma come un vivo in mezzo a noi.

Ciao Salvo.

 

[i] Naria Giuliano, Simone Rosella, (2014) La casa del nulla. Milieu Edizioni

[ii] Ricciardi Salvatore (2011) Maelstrom, Derive Approdi

[iii] Infoxoa – Zona di quotidiano movimento (anno 0, numero unico, febbraio-marzo 1998)

[iv] https://contromaelstrom.com/2019/09/13/un-libro-e-qui-potete-scaricarlo-e-eggerlo/

per ulteriori info:

https://contromaelstrom.com/

 

http://www.ondarossa.info/trx/contahttp://www.ondarossa.info/trx/conta

 

https://radiocane.info/ricciardi/?fbclid=IwAR2yu1SW-bxI6ek8WyZvmFy42aUkA8FxeMFlXOZHxJm-c06T5HH7X-9VeQA

 

https://www.deriveapprodi.com/prodotto/maelstrom/?fbclid=IwAR27uBRS3Qq_EBK8CH-6xsF4909G_gmD_1brGMTeOnMRpVIVt_rxM2dKHxo

 

https://www.deriveapprodi.com/prodotto/cose-il-carcere/?fbclid=IwAR2ycrWcL-ShUiZsl9rq1k11viifWvvHF6fBTHY4aQPoQhGO1EWphuP9GQk

 

https://contromaelstrom.com/2019/09/13/un-libro-e-qui-potete-scaricarlo-e-eggerlo/

 

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