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Articoli filtrati per data: Monday, 09 Marzo 2020

Sono appena uscita dalle Vallette dove ho incontrato alcuni detenuti, e tra questi ovviamente Nicoletta. Mi pare opportuno, visto quanto sta avvenendo nelle carceri italiane, relazionarvi su quanto ho visto e sentito.


Quando sono arrivata davanti all’ingresso principale del carcere c’erano alcuni mezzi della Polizia di Stato e dei Carabinieri ed un’ambulanza. Deserto l’ingresso riservato i parenti. Mi hanno misurato la febbre, fatto sottoscrivere un modulo con il quale attestavo di non essere entrata o uscita dalla Cina o dalle zone rosse nei 15 giorni precedenti e di non avere sintomi febbrili. Alla seconda porta ho visto personale della Polizia penitenziaria che preparava e puliva una serie di scudi appoggiati al muro ed in prossimità delle sale colloqui distribuivano mascherine ai pochi avvocati presenti. Ho notato, firmando il registro, che alcuni colleghi avevano annullato le prenotazioni dei colloqui con gli assistiti. Durante il primo colloquio con un detenuto mi è stato riferito di un clima estremamente teso, della consapevolezza di misure del tutto inadeguate: il personale di Polizia penitenziaria, pur entrando ed uscendo dal carcere, continua ad essere privo di qualsivoglia presidio atto a prevenire il contagio, i detenuti continuano ad essere stipati in celle e locali in cui è impossibile rispettare le distanze interpersonali o i minimi presidi sanitari prescritti.

Giunta alla sezione femminile ho visto detenute nel corridoio a distanze estremamente ravvicinate e prive, come il personale penitenziario, di mascherine. Ho poi visto Nicoletta. Sta bene anche se, come le sue compagne, è preoccupata. Prova a distrarsi leggendo la posta che riceve ma quanto sente alla televisione non la conforta. Hanno tutti avuto notizia delle rivolte delle ultime ore e dei morti e già nella notte scorsa molti detenuti hanno iniziato la battitura e si sono levate ripetutamente urla corali. Io stessa, mentre parlavo con Nicoletta, ho sentito a ripetizione battere sulle sbarre delle sovrastanti sezioni e cori di cui non sono riuscita a cogliere il significato letterale, ma che erano evidentemente proteste e richieste di attenzione ed aiuto. Nicoletta mi ha confermato che sono stati sospesi i colloqui con i familiari e molti detenuti temono così di non poter più neppure ricevere i pacchi che, spesso, sono il loro unico mezzo di sostentamento, vista la qualità e la quantità del vitto fornito dal carcere. Da alcuni giorni, poi, pare siano aumentati significativamente i prezzi di quanto i detenuti possono acquistare in carcere. Tutto ciò, unitamente alla paura per le condizioni sanitarie dei parenti che sono fuori getta i detenuti in uno stato di prostrazione, impotenza e preoccupazione importanti. I colloqui sono stati sostituiti dall’autorizzazione a telefonate straordinarie nella misura di 10 minuti per ogni colloquio saltato e, pare, che per effettuare le chiamate si formino delle code in condizioni di inevitabile promiscuità. Nicoletta mi ha inoltre confermato che gli ultimi arrestati vengono collocati, in una sorta di quarantena, ai nuovi giunti con delle mascherine ma, ancora, in condizioni igienico-sanitarie del tutto inadeguate a prevenire l’epidemia in corso. Pare che sia stato anche limitato l’uso delle docce e nelle celle non c’è l’acqua calda. Da questa mattina è stata sospesa anche l’ora d’aria, mentre la socialità all’interno della sezione prosegue inalterata.


Ho chiesto – per scrupolo e, lo confesso, anche per egoistica preoccupazione – a Nicoletta se non riteneva opportuno che predisponessi un’istanza per chiedere, in ragione dell’età e del residuo pena, una detenzione domiciliare. Ha rifiutato condividendo quanto, da fuori, si sta cominciando ad invocare: almeno un’indulto che consenta di alleggerire il sovrappopolamento delle carceri e ripristinare sicurezza sanitaria e condizioni di vita minimamente dignitose.
All’uscita del carcere ho notato che non c’erano più i mezzi della Polizia e dei Carabinieri, ma non saprei dire se se n’erano andati od erano invece entrati.

Valentina Colletta Avvocato di Nicoletta Dosio

Da notav.info

 

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L’attribuzione della cittadinanza onoraria Abdullah Ocalan da parte di un piccolo comune molisano rischia di aprire una crisi diplomatica con la Turchia che tenta di intromettersi nella sovranità delle decisioni dei comuni Italiani.

La Turchia condanna il riconoscimento conferito dal comune di Fossalto, un piccolo comune con poco più di 1200 anime in provincia di Campobasso, al leader del  del Pkk in prigione dal 1999, e chiede all'Italia di evitare che "tentativi simili possano avvenire in futuro".

 Lo scrive in una nota il ministero degli Esteri di Ankara.

Il sindaco di Fossalto Saverio Nonno, 33 anni, eletto a maggio del 2019 dichiara "Non ci aspettavamo una reazione simile “,"Il nostro è stato un gesto simbolico, un riconoscimento dei meriti e dell'impegno di Ocalan a favore della pace. L'avevo promesso in campagna elettorale e l'ho fatto due giorni fa, il 4 marzo", continua. "Anche altre città hanno attribuito a Ocalan la medesima onoreficenza, tra cui il anche il nostro capoluogo Campobasso. Non avrei mai potuto immaginare che il mio piccolo comune fosse nel mirino del ministero degli Esteri turco", conclude.
Il testo della delibera del primo cittadino di Fossalto con le motivazioni per il conferimento dell'onoreficenza a Ocalan recita infatti: "Per aver fatto propri i valori nonviolenti che personalità come Mahatma Gandhi, Martin Luther King Jr e Nelson Mandela hanno donato all'umanità. Perché attraverso la richiesta di una commissione di verità e riconciliazione è il fautore di una politica di distensione, dialogo e convivenza tra il Popolo Turco e il Popolo Curdo all'interno di una stessa nazione. Per aver più volte sollecitato il proprio popolo alla fratellanza, la democrazia, la pace e la dignità umana e al rinnegamento della battaglia politica attraverso mezzi violenti".

Fossalto panorama

Il regime della Turchia non ci sta ed attacca, puntando al governo centrale italiano, che poco può fare su una decisione autonoma del comune. La richiesta che viene avanzata è l’aspettativa di una cooperazione delle autorità italiane nella lotta all'organizzazione “terroristica”, la stessa organizzazione che fino ad oggi ha combattuto il vero terrorismo (ISIS), e contro tentativi simili che possano avvenire in futuro, ovvero un appoggio a chi lotta per la libertà e l’uguaglianza tra i popoli.
In passato, il governo turco aveva già condannato in modo analogo il conferimento della cittadinanza onoraria a Ocalan da parte di diversi Comuni, tra cui Napoli e Palermo.

Le autorità italiane hanno sempre sottolineato l'autonomia delle amministrazioni locali in questa materia.

Oltre alle municipalità già citate, hanno conferito la cittadinanza onoraria e Ocalan anche, Castelbottaccio (CB), Palagonia (CT), Reggio Emilia, Riace (RC), Martano (LE) e Pinerolo (TO).

Proprio il sindaco di Castelbottaccio, Nicola Marrone, ha così commentato la condanna della Turchia: "Siamo stati i primi in Molise nel marzo del 2018 a dare la cittadinanza al leader dei curdi Ocalan, e lo facemmo come gesto di pace, lui e i curdi sono visti come terroristi ma non è vero. C'è una aggressione ingiustificata ad un popolo e nessuno, specie l'Europa, dice nulla. È grave".

Ocalan passò in Italia 65 giorni tra il 1998 e il 1999 e fu una vera grana per l'allora governo di centrosinistra guidato da Massimo D'Alema, che preferì “disfarsene”allontanando dal paese e consegnandolo, consapevole o no, alla Turchia che lo sequestro in Kenya

Apprezziamo il gesto dei sindaci dei comuni Italiani che conferiscono la cittadinanza onoraria a Ocalan e assieme a noi chiedono il rilascio di un uomo ingiustamente detenuto, il regime fascista di Erdogan traballa e viene messo sempre più in discussione.

Il vero terrorista è Erdogan che bombarda civili e da protezione ai terroristi dell'Isis.

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Rivolta nelle carceri italiane. Da Milano a Palermo, da Modena a Bari, da Vercelli a Frosinone, da Pavia a Foggia si sale sui tetti, urlando "Libertà", chiedendo uguali tutele in tempi di Covid-19. Mentre viaggiano a reti unificate messaggi relativi alla necessità di contenere l’epidemia di coronavirus, attraverso atti di responsabilità e in particolare di auto-isolamento, emerge con forza la realtà di un mondo dove vigono altre regole.

Un mondo dove il diritto alla salute evidentemente non vale allo stesso modo. Per l'ennesima volta il carcere è specchio della distribuzione ineguale di diritti e di attenzione da parte di uno Stato che anche in tempi di controversa solidarietà nazionale deve scaricare su qualcuno la sua essenza di violenza. Non si tratta qui solo della questione legittima di trovare un modo di permettere ai carcerati di continuare i colloqui con i loro cari, tema al centro delle proteste. Colloqui che vengono loro negati in modo molto più severo di quanto avvenga in queste ore a tutto il resto della popolazione, la quale avrà meno diritto alla mobilità ma senza dubbio in maniera infinitamente minore a quella di chi vive in qualunque istituto di pena.

Qui però la questione va oltre. C'è in ballo c'è la risoluzione di un tema atavico e infame come quello del sovraffollamento, su cui il Covid-19 è solo l'ultima delle disgrazie ad impattare. Un tema che può essere affrontato solo a partire da una sospensione sospensione della pena in primis e da un'amnistia sociale generalizzata subito dopo, a partire oggi anche dalla necessità contingente di garantire ai carcerati lo stesso diritto alla salute in teoria concesso a tutti gli altri. La gravità della situazione delle carceri non è una novità e non sfugge certo al ministro Bonafede, quello delle pagliacciate in aeroporto in attesa di Battisti, il quale però non spende neanche una parola per i sei morti di Modena. Questione di priorità, come quelle espresse dalla leader dei funzionari della PP Daniela Caputo, che invoca manganelli, punizioni e l'interdizione all'accesso alle galere anche a chi da anni porta avanti battaglie contro le condizioni terribili in cui vive la popolazione carceraria.

Detto questo, la vita degradante nelle carceri italiane è un dato di fatto più forte di qualunque infame polemica sulle modalità di una rivolta che mai come in questo caso è l’unico mezzo per chi non ha voce, per chi non ha spazi di democratica tribuna dove esprimere le sue sofferenze. Di seguito pubblichiamo il racconto della rivolta di ieri a Modena, tratto da Senza QuartiereSenza Quartiere Una rivolta che ha fatto già sei morti, nelle parole della direzione del carcere dovuti a morte per arresto cardiaco prima, per overdose dopo...permettetoci, quantomeno, di essere molto, molto, molto scettici.

Una tragedia annunciata. Rivolta nel carcere di Modena per il coronavirus. Si teme una strage.

Sono passate da poco le 14 quando dal carcere di Sant’Anna di Modena fuoriesce una grande nube nera.

In pochi minuti familiari dei detenuti e solidali si ritrovano davanti la struttura carceraria per capire cosa stia succedendo. È in corso una rivolta, una dura rivolta da parte della popolazione carceraria. Le motivazioni alla base di questa sommossa appaiono sin da subito chiare : il divieto dei colloqui con i familiari in seguito al nuovo decreto sul Covid-19. Si tratta in realtà della famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sono gli stessi familiari presenti nello piazzale di fronte al carcere a raccontare le condizioni dei propri cari rinchiusi all’interno del penitenziario di Modena.

In seguito alle misure adottate dal governo per il contenimento e la diffusione del Covid-19, infatti, non sono solo stati sospesi i colloqui con i familiari, ma sono state interrotte anche le attività con gli educatori e gli psicologi. “Nessuno, in questa situazione di emergenza, si è reso conto di quanto questi provvedimenti abbiano pesato sulla condizione già difficilissima vissuta dai detenuti” ci racconta la compagna di un detenuto.

Le prime ore del pomeriggio scorrono in un clima surreale. Tantissime le ambulanze e le macchine del 118. Nessuno risponde alle legittime domande dei familiari che chiedono, soprattutto, lo stato di salute dei loro cari, se sono presenti casi di contagio o se qualcuno è rimasto ferito durante la rivolta. Verso le 17 un’agente della polizia penitenziaria prova a rassicurare le famiglie: “La situazione si sta stabilizzando, non ci sono feriti. Il fumo che vedete proviene dal tetto e non dalle celle che non sono state intaccato durante la rivolta. Dovete stare calmi però. Se urlate rischiate di fomentare ancora di più i detenuti presenti in struttura”.

La legittima rabbia dei familiari, tuttavia, non si placa. Non si placa di fronte alle decine dei pullman della polizia penitenziaria che entrano all’interno del carcere sfrecciando a tutta velocità fra la folla (una donna ha accusato anche un malore rischiando di essere investita). Non si placa di fronte al pestaggio di alcuni detenuti ammanettati durante il loro trasferimento sui dei pullman che li trasferiranno in altre carceri (in seguito abilmente posizionati di fronte la porta in modo tale da impedire la visione alle persone esterne). Non si placa di fronte ai silenzi della dirigenza del carcere e del personale penitenziario.

Sono da poco passate le 19 quando il comandante e l’assistente del direttore escono fuori per parlare con i familiari. “Stiamo provvedendo al trasferimento di alcuni detenuti, la situazione è però in divenire. Molte celle sono inagibili e un gruppo di detenuti è entrato in possesso di alcuni telefoni cellulari. Chiediamo la vostra collaborazione. Se i vostri familiari vi contattano dite loro di consegnarsi. Il fatto che abbiano rubato i telefoni, sappiatelo, è però la cosa meno grave successa oggi”.

Continuano i non detti, le frase lasciate a metà, le risposte non date ai familiari preoccupati soprattutto dello stato di salute dei detenuti.

Come fidarsi di quelle parole che del tutto smentiscono quelle pronunciate appena un paio d’ore prima? Calato il buio, sulla struttura, continua a volare un elicottero della polizia, le ambulanze diventano sempre più numerose, e con esse anche i camion dei vigili del fuoco e i pullman della polizia penitenziaria. Nel buio e nel silenzio continuano a sentirsi le urla dei detenuti. Nel frattempo è anche giunta sul posto la Protezione Civile. I familiari, senza alcuna risposta, decidono dunque di spostarsi verso l’altra ala del carcere. Quella che, da quanto spiegato loro, contiene al proprio interno i detenuti promotori della rivolta.

Stando alle notizie dell’ultim’ora si parla di almento cinque detenuti morti nella rivolta e di uno grave in terapia intensiva (come detto poi aumentati a sei, ndr).

Seguiranno aggiornamenti...

 

 

 

 

 

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Riceviamo e pubblichiamo da Luca Abbà, detenuto semilibero presso la casa circondoriale di Torino, agricoltore e militante notav

da notav.info

Visto il rapido evolversi della situazione legata alla diffusione del nuovo corona virus, divenuta emergenziale, desidero comunicare il mio punto di vista nella condizione particolare di detenuto semilibero presso il carcere di Torino.

L’ambiente carcerario risulta essere, a maggior ragione in casi come questi, un luogo delicato, sensibile ma piuttosto ignorato dall’opinione pubblica e dalla classe politica; oppure considerato inopinatamente una sorta di discarica per ciò che si ritiene “la feccia” della società.

In questi giorni di grande flusso mediatico e misure di controllo imponenti, l’ansia e l’angoscia per il dilagare dell’infezione stanno crescendo anche tra le mura del carcere, tra i detenuti e il personale ivi impiegato. Scenari di blocco dei colloqui con i familiari, sospensione di permessi e uscite per i semiliberi sono già divenuti realtà in alcuni penitenziari del territorio nazionale e stanno divenendo probabili per gli altri visto il precipitare degli eventi giorno dopo giorno.

Appare chiaro che allo stato attuale, con una popolazione carceraria abbondantemente superiore alla capienza prevista (siamo più di 60.000 in carcere in circa 50mila posti disponibili), non ci sarebbe la possibilità di affrontare con misure di sicurezza adeguate l’eventualità non remota di un contagio tra i detenuti. Non oso pensare con quali conseguenze si ripercuoterebbe su individui già deboli e fragili, nonché ristretti, la diffusione di questa nuova infezione.

Di fronte alla impreparazione e approssimazione delle autorità statali nell’affrontare questa cosiddetta emergenza sanitaria, non pare sensato concentrare ulteriormente i carcerati bloccando anche le uscite di chi gode di benefici o di regimi di custodia attenuata. Inoltre, così facendo si infierisce ulteriormente su persone e sulle loro famiglie che già vivono da anni una condizione di privazione, sacrificio e umiliazione.
I semiliberi, che non potendo più uscire per settimane o mesi, perderebbero sicuramente il lavoro, con tutta la difficoltà di poterlo poi ritrovare di questi tempi una volta passata la psicosi. Aggiungiamo pure i problemi di chi, come me, ha una famiglia con figli che (non) vanno a scuola.

Partendo da questa premessa mi ritrovo ad argomentare una proposta che, per assurdo, gioverebbe per primo a chi i carceri li gestisce, li controlla e ne detiene la responsabilità.

Un provvedimento urgente, e di assoluto buon senso, sarebbe quello di liberare chi già gode di benefici, chi è sopra una soglia di età definita “a rischio”, chi ha un residuo di pena sotto i due anni. Non sta a me proporre quali misure alternative si potrebbero applicare (tipo obblighi di firma, rientri domiciliari ecc…) e nemmeno la forma legislativa adeguata (amnistia, indulto, decreto legge). Ai detenuti esclusi da tale provvedimento si potrebbero applicare più facilmente misure di prevenzione e sicurezza adeguate per poter garantire i colloqui con i propri cari e condizioni di detenzione meno disagiate di quelle odierne a causa del sovraffollamento cronico degli ultimi anni.

Credo che nel marasma mediatico di questi giorni debba farsi strada una simile opzione. Io per primo mi impegnerò da subito ad alimentare l’urgenza di un dibattito che, oltre a riguardare una categoria umana di oppressi e indifesi, rientra nell’etica della solidarietà e “del benessere di comunità”, concetti molto sbandierati in questi giorni.

Non sarebbe un provvedimento di clemenza, semplicemente di umanità e buon senso e non dovrebbe precludere né limitare un dibattito necessario sul senso del carcere nella società di oggi, sulle condizioni detentive, sulla repressione del fenomeno migratorio e delle lotte sociali.

Perfino in un paese come l’Iran, che non si può certo dire sia gestito da un regime democratico, si è appreso da alcune fonti di stampa che sono stati scarcerati e messi ai domiciliari più di 50 mila detenuti con pene inferiori ai 5 anni.

In generale, stante la situazione in cui un’epidemia rischia di provocare il collasso dell’insieme del sistema sanitario pubblico, è quanto mai opportuno che al più presto vengano riconsiderati gli investimenti pubblici in spese militari e grandi opere inutili e costose (come il TAV) per liberare risorse da impiegare nella salute pubblica, sia preventiva, che curativa.

Che il sistema sanitario diventi un bene comune ed esca dalla logica di tipo aziendale nella quale è stato inserito!

Che la voglia di libertà diventi il virus più contagioso per l’umanità.

Luca Abbà, Semilibero NO TAV domenica 8 marzo 2020

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