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Articoli filtrati per data: Sunday, 08 Marzo 2020

Riceviamo e pubblichiamo...

“Dell’agire efficace bisogna dire che esso comporta a volte una certa violenza: quanta esattamente? […] Quando è il caso di decidere come comportarci, regoliamoci come fanno le cuoche con il sale: “Quanto basta” […] Quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere”
(Muraro, 2012)

Questo scritto in prima persona è uno scritto nato e nutrito da un noi. Come Non una di meno Torino, la settimana scorsa ci siamo riunit quasi ogni sera, con notizie che scombinavano continuamente gli scenari che man mano immaginavamo. Credo si possa affermare che Non una di meno sia stato l’unico spazio di attivazione che ha saputo mettere al centro lo smarrimento per quanto sta accadendo, la sensazione di disorientamento, la frustrazione, l’empatia…In una parola: la vulnerabilità, e farne discorso politico. E ha saputo immediatamente immaginare pratiche nuove che vogliono provare ad essere all’altezza di un universo senza risposte. Certo, per quel che ho visto e vissuto io, non è stato facile: quel che ha fatto la differenza è stata l’intelligenza collettiva, la cooperazione. Questo è il primo nodo. Siamo di fronte a una collettività reale, a una Rete che si interroga collettivamente e si confronta a livello nazionale.


Da quando nel nord Italia si sono manifestati i primi casi abbiamo visto il proliferare di contributi al dibattito, riflessioni, commenti sui social network inizialmente per lo più maschili - come spesso accade, anche le tempistiche con cui si prende parola sono interessate da differenze di genere – successivamente hanno preso parola in modo significativo anche le donne. Tra i contributi molto interessanti Vanessa Bilancetti riflette sulla paura di morire come grande rimosso delle società occidentali https://www.dinamopress.it/news/la-paura-morire/….


Inutile girarci attorno: è evidente che non siamo preparati a questo scenario. Ma non siamo uguali nel non esserlo. La postura femminista il suo essere soggetto imprevisto, il suo non era previsto che sopravvivessimo (per alcune/u più di altre) fanno certamente la differenza nel modo di approcciarsi alla comparsa, alla diffusione e alle misure di contenimento del Covid-19. Il dibattito si è polarizzato inizialmente tra chi cercava di minimizzare/negare i rischi che stiamo correndo e chi al contrario invitava a non sottovalutare la situazione. Tra i commenti da social network abbiamo letto i tentativi (inutili) di fare classifiche: fa più morti l’Ilva, l’insicurezza sul lavoro o il Corona virus? Parte della galassia dei collettivi femministi non è stata immune dal promuovere questo tipo di retorica rispetto al patriarcato e ai femminicidi. E qui di nuovo un aspetto da sottolineare: la paura di vedersi potenzialmente sottratta la possibilità di dare visibilità massima a una situazione di violenza estrema com’è quella maschile sulle donne e di genere ha creato immediatamente difficoltà e frustrazione ma qui c’è stata la forza collettiva. Quella difficoltà e quella frustrazione sono state messe al centro del discorso. Sono state collettivizzate e immediatamente politicizzate. Non sono state rimosse. Come scrive Non una di meno Pisa, “il fatto di non poter essere lì dove ci si abbraccia, dove ci si tiene per mano, dove si canta a squarciagola” è un problema ma l’8 marzo non vogliamo rimanere in silenzio.
Le riunioni sono state, allora, le occasioni per condividere e per immaginare insieme pratiche che sapessero informare senza allarmismi ma non sottovalutando, tutelare chi non potrà o non se la sentirà di essere in piazza pensando a modalità alternative per far sentire la voce di tutt. Collettivizzare la cura vuol dire anche questo. Prendersi cura dei nostri percorsi di lotta, non alienarci al contesto circostante ma metterci in ascolto. Quali sono i bisogni? I timori? Dal punto di vista materiale: su quali soggetti sono scaricati i costi? Questa situazione sta mettendo al centro molti dei discorsi che Non una di meno porta avanti da anni: in una parola mette in evidenza la contraddizione legata alla riproduzione sociale come la intende Fraser.


Uno dei limiti delle analisi riguardo l’eventuale stato di eccezione o meno, il fatto di schiacciare tutto sul possibile uso strumentale che lo stato può fare di questa situazione è messo in evidenza molto chiaramente da Emma Gainsforth “In questa difficoltà pensare che tutto sia biopolitico, o bio qualcosa, non mi aiuta. Non mi aiuta pensare che lo Stato stia usando il virus per renderci più tristi”. Non mi aiuta una chiamata a resistere, ad attraversare comunque le piazze e i luoghi pubblici infettandoli”. https://www.dinamopress.it/…/l-epidemia-e-il-bisogno-di-c…/…. I paradigmi servono come strumenti oppure corrono il rischio di risultare stanchi refrain.
Continua Gainsforth “Ho la sensazione che a volte facciamo precedere i discorsi al sentire, e siamo spaesati di fronte a tutto quello che non riusciamo ad anticipare, prevedere, rassicurare”. Forse il punto è che questi discorsi non tengono adeguatamente conto dell’emotività delle persone a cui dovrebbero parlare, delle relazioni, della cura e degli affetti che sono aspetti politici a tutti gli effetti. Sono discorsi che non sono intrisi di quel sentire. Rischiano di risultare alieni alle preoccupazioni che animano la maggior parte delle persone e a volte rischiano di cedere a una fredda razionalità che diventa incomunicabilità, quando non cinismo. Ma a differenza di Gainsforth non credo sia perché “pensiamo troppo, abbiamo letto troppo, studiato troppo, che ci siamo armati di discorsi che poi ci rendono difficilissimo entrare in contatto davvero con la realtà”.
A me per esempio leggere ha aiutato molto ad approfondire e a mettermi in relazione con le altre riflessioni – eccome se ho letto! - ma quel che per me ha fatto la differenza è che non l’ho fatto da sola. Ho letto pezzi condivisi da compagni e amiche su chat di gruppo, abbiamo discusso collettivamente a partire dai contributi pubblicati sui vari siti e soprattutto abbiamo costruito una comunicazione delle iniziative che sentiamo l’urgenza di realizzare e provare, per quanto possibile, a rendere attraversabili e solidali. Ci siamo interrogate su cosa potesse voler dire in questo momento rendere attraversabile un’iniziativa. Ci ha aiutato a immaginare diverse modalità per prendere parte alla mobilitazione femminista e transfemminista. Credo dipenda dalla postura con cui leggiamo, pensiamo ecc ecc che se vuole essere immediatamente trasformativa e rivoluzionare lo stato di cose presenti non può prescindere dal sentirle sulla propria pelle e dall’attribuire loro una valenza politica.


Una delle sfide in gioco è che questa postura di tipo relazionale esca dal recinto dei femminismi e contamini quanto più possibile i discorsi e le pratiche politiche: quel che è certo è che siamo di fronte a un tempo in cui si manifestano tutti i limiti di alcune modalità di intendere la politica. Nel bene e nel male siamo chiamati a organizzare le nostre esistenze in modi diversi poiché ormai è chiaro che i vecchi modelli (che non rimpiangiamo) non sono né sostenibili né accessibili. C’è la necessità di ricostruire delle collettività in cui riconoscersi altrimenti l’unico orizzonte possibile continuerà ad essere l’individualismo e in tal senso credo che a poco servano i discorsi colpevolizzanti nei confronti dei singoli accusati di volta in volta di irrazionalità, di stupidità, di egoismo. Il disprezzo per le persone che trasuda da molti commenti in rete non credo sia utile a cambiare di segno gli eventi; diversamente una maggior comprensione e atteggiamento meno sprezzante e giudicante forse potrebbe aiutare a comprendere meglio le contraddizioni e a creare un orizzonte di fiducia.
Mai come adesso è stato evidente che da soli non ci si salva… Ci sono tutte le premesse per costruire un racconto nuovo.

 

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Aggiornamento [ore 12.20 10/3]: 7 sono i detenuti deceduti a Modena, pare che le proteste siano esplose dopo che è emerso che uno dei carcerati era positivo al Covid19. A Rieti al termine della rivolta di ieri si conta un bilancio di 3 morti e due persone in coma. A Palermo in questo momento un'ala del Pagliarelli è stata occupata dai detenuti. A Bologna ad essere occupata è la sezione giudiziaria della casa circondariale di Dozza e le forze dell'ordine si stanno preparando per irrompere nel carcere. Gli altri penitenziari coinvolti nelle proteste in questo momento sono quelli di Prato e Pisa, di Roma, Milano, Torino, Pavia, Livorno, Massa Marittima, Velletri, Bollate, Siracusa e Genova.

Aggiornamento [ore 11:30 9/3]: Il numero di detenuti morti durante la rivolta al carcere di Modena sale a 6. Sembra che gli scontri all'interno della prigione del capoluogo emiliano siano continuati fino a questa mattina alle 6. A Foggia sempre in mattinata pare che alcuni detenuti abbiano tentato un'evasione. Le proteste si sono estese alle case circondariali di Bari, Palermo, San Vittore a Milano, Vercelli, Alessandria e Genova. A Pavia ieri sarebbero stati sequestrati secondo i giornali due agenti della polizia penitenziaria.

Aggiornamento: in queste ore la rivolta si sia diffusa ai carceri di Frosinone e Modena. A Modena è morto un detenuto in circostanze non chiare. Nel pomeriggio i carcerati si sono barricati all'interno cacciando il personale e hanno preso il controllo del Sant'Anna. Pare che molte parti della prigione siano distrutte e anche l'ufficio matricole è stato dato alle fiamme. Dopo l'irruzione delle forze dell'ordine la polizia penitenziara ha ripreso il controllo di parte dello stabile, ma non si hanno altri dettagli al momento. A Frosinone un centinaio di detenuti, chiedendo che vengano presi provvedimenti ad hoc contro il contagio, sono usciti dalle sezioni ragiungendo l'area passeggi e salendo sulle mura del carcere.

Come alcool sul fuoco, la rabbia nelle carceri è sempre pronta ad esplodere, i detenuti prendono consapevolezza dei loro diritti e si battono perché vengano rispettati.

All’annuncio della momentanea sospensione dei colloqui con i familiari, come misura di prevenzione per il coronavirus, i detenuti del carcere di Salerno-Fuorni hanno messo in atto una azione di protesta arrampicandosi sul tetto del carcere e pretendendo che la misura di isolamento dai parenti venisse annullata, la protesta è cessata poi in tarda serata.

Almeno duecento detenuti si sono asserragliarsi sul tetto, una situazione di grande tensione che ha provocato una seria preoccupazione tra i vertici della polizia penitenziaria.

All’esterno del carcere molti parenti dei detenuti hanno portato solidarietà e vicinanza ai parenti ed amici carcerati. La struttura salernitana è da tempo in sovraffollamento, come la maggior parte delle carceri italiane, ospita oltre 500 persone, 44 donne e 442 uomini a fronte di una capienza prevista per 366 posti.

La notizia della rivolta è giunta anche a Napoli, facendo esplodere le prime proteste nel carcere di Poggioreale, una “bomba a orologeria” di ben più vaste dimensioni, dove i prigionieri del terzo piano, il padiglione “Livorno”, uno di quelli con 9 detenuti stipati in ogni stanza e letti a castello a tre piani, hanno dichiarato che non rientreranno nelle loro celle finché non avranno la garanzia che i loro familiari potranno regolarmente accedere agli incontri previsti.

Da Vicenza, giunge poi la notizia, di un agente della polizia penitenziaria risultato colpito dal virus e che si trova attualmente in terapia intensiva.

Le libertà personali vengono annullate in nome di una prevenzione inesistente, a fare le spese di una cultura della salute inadeguata sono sempre i più deboli e chi già subisce restrizioni come i carcerati che rischiano ora di vedersi annullare i colloqui coi familiari, ma a tutto c’è un limite e questa volta i detenuti si sono ribellati.

Adesso le amministrazioni delle carceri italiane sono avvisate, i detenuti e le detenute non accetteranno altre restrizioni alla loro libertà già negata.

Qui le testimonianze audio da Radio Onda Rossa

 

 

 

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di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà

No próximo 8 de marzo, la Marcha Mundial de las Mujeres cumple 20 años

Con questa frase si presenta la ventesima edizione della Marcha Mundial de las Mujeres (MMM), organizzata per l’8 marzo in Brasile. Lo slogan principale sarà “Fuera Bolsonaro”, in difesa di un lavoro dignitoso, della democrazia messa ogni giorno in pericolo dalle politiche governative, continuando a chiedere senza sosta giustizia per Marielle Franco, consigliera di Rio de Janeiro, ammazzata brutalmente ormai quasi due anni fa.

Únete al contingente Malvestida con carteles para la marcha del Día de la Mujer.

Sull’intrigante sito dell’organizzazione messicana Malvestida potete trovare un appello per tutte le donne che vogliono aderire alla marcia dell’8 marzo, unendosi allo spezzone di Malvestida: “non è una festa per celebrare, è un momento per ricordare ciò che abbiamo fatto – dicono - ciò che stiamo facendo e ciò che riusciremo a realizzare. E’ un invito a prendersi per mano, ricordando tutte le donne che vissero la nostra lotta prima di noi e coinvolgendo tutte le giovani che stanno arrivando per unirsi a tutte noi. Per arrivare tutte insieme all’antimonumento femminista realizzato in piazza a Città del Messico”.

L’appello di Malvestida si arricchisce di bellissimi ed originali cartelli, proposti da alcune illustratrici messicane, che hanno messo a disposizione la propria arte.

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Se volete, scaricatele qui

e sul sito di Malvestida trovate anche delle indicazioni per le donne diversamente abili che non vogliono rinunciare a partecipare al Dia de las Mujeres.

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Non è di meno lo studio di arti visive messicano GRAN OM, che ha prodotto alcuni cartelli per appoggiare la lotta femminista contro la violenza di genere e per invitare le donne ad unirsi ai movimenti che cercano giustizia, ponendo fine ai femminicidi, la pratica purtroppo ancora vigente delle sparizioni, la criminalizzazione dell’aborto e la disuguaglianza sociale.

Ecco alcuni degli slogan proposti: “E’ il tempo delle donne”, “E’ giunta l’ora di camminare insieme”, “Se una donna sta lottando, il futuro di tutte sta cambiando”, “Non ci saranno monumenti sufficienti per ciascuna delle donne violate ed assassinate”, ..

Li trovate qui

Para que la luz de las mujeres brille

Non potevano mancare le donne dell’EZLN, che si uniranno alla fermata nazionale delle donne, accendendo simbolicamente nella mattina dell’8 marzo, in tutti i caracoles e le strutture di base zapatiste, moltissime luci, perché la luce delle donne possa brillare.

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Cile: Sin warmikuti no hay pachakuti

Lo sciopero femminista, sostenuto anche in Cile dalla Coordinadora Feminista 8 de Marzo, si propone nel paese andino in un momento particolare di tensioni e rivolte non sopite: in questa sovversione dell’ordine costituito, alla ricerca di un altro modo di essere, le donne cilene ci ricordano che non è possibile un pachakuti, cioè un cambiamento della Terra senza una reale alternativa femminista dei popoli, che parta dal warmi, la donna, il femminile.

Ricordando che nella cosmogonia andina il tempo è ciclico e non lineare, il pachakuti deve essere associato ad una trasformazione profonda del tutto, in cui trovino una giusta dimensione il nuovo ed il vecchio, il creativo e l’ancestrale: una trasformazione che giunga addirittura ad una inversione del mondo, facendo anche ritorno ad altri luoghi e temporalità. Le donne cilene ribadiscono che se il calendario occidentale ha imposto storicamente un tempo maschile, egemonico e patriarcale, le rivolte ed insurrezioni recenti hanno permesso di installare ed imporre nuove dinamiche temporali, che comportano necessariamente nuove forme di vita e una diversa dimensione politica comunitaria.

 Così, lo sciopero femminista del 2020 deve essere riletto in chiave di un pachakuti femminista, di donne e dissidenze sessuali, con i propri tempi di mobilitazione e costruzione di proposte per un reale processo costituente in Cile, nodo politico cruciale nei prossimi mesi.

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We resist to live, we march to transform

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Dall’altra parte del mondo, in Pakistan, l’8 marzo avrà un momento preparatorio importante il 5 marzo, quando si ricorda il decimo anniversario della legge contro le molestie sessuali, una legge fondamentale per le donne pakistane; c’è stato un gran dibattito in Pakistan a proposito della manifestazione delle donne proprio l’8 marzo, perché avvocati della destra conservatrice inviarono numerose richieste ai tribunali per impedire la manifestazione, con la scusa che le donne sicuramente avrebbero … insultato gli uomini e quindi devono essere preventivamente censurate; il secondo argomento è stato che il commercio avrebbe subito gravi perdite… di domenica quando tutto è chiuso!

Fortunatamente, queste richieste sono state respinte e.. le donne marceranno per le strade in Pakistan.

Come faranno in moltissimi altri paesi. Coronavirus permettendo.

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In Belgio o in Cataluna

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