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Articoli filtrati per data: Saturday, 07 Marzo 2020

In pieno caos da pandemia il parlamento italiano si è premurato di approvare le ultime modifiche alla normativa sull'utilizzo delle intercettazioni.

 

Le origini della legge vanno cercate ai tempi in cui il ministro della giustizia era Orlando il presidente del consiglio Renzi, poi mutato in Gentiloni e non c'erano tracce di coronavirus all'orizzonte. L'intervento del governo era stato ampiamente richiesto da più parti dell'apparato della giustizia statale. L'Italia è uno dei paesi che fa più facilmente uso di intercettazioni all'interno delle indagini per vari tipi di reati.

L'utilizzo dell'orecchio tecnologico delle procure per captare le conversazioni telefoniche nel corso del tempo è diventato un elemento naturale del panorama quando si parla di indagini. Dai tempi di manipulite passando per l'epoca Berlusconi le intercettazioni hanno avuto anche i loro momenti di protagonismo e sono state oggetto di contesa politica. Ma nonostante gli alti e bassi nel dibattito pubblico le caratteristiche tecniche sono rimaste sostanzialmente invariate. Un cavo di rame (anni 90) o virtuale (oggi) inserito nel mezzo di due cornette telefoniche.

Ma nel 2017 le procure avevano da tempo incominciato a far uso di un nuovo attrezzo per le indagini e per l'occasione è stato varato un nome sufficientemente accattivante. Captatore informatico, trojan di stato o malware di stato a seconda delle frequentazioni. Infatti nonostante la proverbiale arretratezza dell'apparato statale nelle tecnologie attorno alla sorveglianza è fiorito un mercato estremamente florido e vivace in cui l'Italia occupa una posizione centrale a livello internazionale. Grazie ad un* misterios* hacker not* come Phineas Fisher nel 2015 abbiamo scoperto come un azienda milanese chiamata hackingteam abbia rifornito apparati repressivi di mezzo mondo di strumenti per infettare i dispositivi digitali. Malware a disposizione delle polizie.

Una rivoluzione copernicana per le intercettazioni che fino all'arrivo del digitale erano relegate ad un funzionamento puramente passivo e legato ad un dispositivo. Prima si poteva solo ascoltare una conversazione tra due telefoni di cui almeno uno deve essere stato precedentemente messo sotto controllo. Ora l'universo delle possibilità diventa interessante, una volta inoculato il malware all'interno del dispositivo digitale (pc, ma più verosimilmente uno smartphone) si possono estrarre dati (foto, video, chat, etc) e anche attivare funzionalità (microfono, videocamera, localizzazione, etc) fino ad inserire file.

Fino ad oggi gli elementi di indagine raccolti con tali strumenti finivano sotto la voce "prove anomale". Una facile scappatoia che ha permesso alle procure di portare nei processi molti elementi raccolti con più o meno "fantasia" ed illegalità. Ma nella maggior parte dei casi le informazioni estratte facendo uso dei malware non raggiungono le aule di tribunale, ma vengono semplicemente tenute nel privato dell'indagine. Questo perchè un abuso di prove anomale risulta fastidioso da digerire per l'apparato della giustizia e spesso spinge i procedimenti fino alla cassazione cosa che ha spinto quest'ultima ha pretendere dal legislatore un po' di chiarezza su come si dovrebbero usare.

Ad accendere la luce ci ha pensato il ministro Orlando varando la prima legge tesa a normare, regolare e normalizzare l'utilizzo dei captatori. Ma l'ingresso in vigore è stato rimpallato nel corso dei mesi e degli anni successivi tra i diversi governi. Oggi abbiamo a che fare con quella che sembra la versione definitiva. L'utilizzo dei captatori informatici è stato limitato ad indagini per mafia, terrorismo o reati contro la pubblica amministrazione le cui pene superino i cinque anni.

Una delle questioni più spinose quando i malware vengono maneggiati a livello legislativo è quella della sua incredibile potenza rispetto ad altri strumenti del mestiere repressivo. Un telefono è capace di registrare qualsiasi conversazione in una distanza ragionevole oltre che a monitorare spostamenti, interazioni e dispositivi vicini. Inoltre è impossibile decidere a priori cosa è pertinente all'indagine e cosa invece rientra nella sfera privata dell'individuo, ammesso e non concesso che abbia senso parlare di privacy in una legge che vuole normalizzare le intercettazioni.  Quindi nel testo della legge viene inserito un limite a quali intercettazioni debbano e possano essere trascritte negli atti del procedimento. Le trascrizioni irrilevanti saranno scartate dal PM e dal Gip, ma su richiesta della difesa potranno essere re-inserite negli atti se ritenute pertinenti.

L'ultimo elemento inserito nella legge è la possibiltà di riutilizzare le intercettazioni ottenute nella cornice investigativa di un procedimento in altri. Purchè le altre indagini siano sempre per reati per cui si sarebbe potuto autorizzare un intercettazione.

Il mercato della sorveglianza non conosce crisi e grazie ad incentivi per videocamere, malware e strumenti di analisi il piatto in cui mangiare si ingrandisce costantemente.

 

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L’istituzione scolastica in questi tempi di emergenza non fa che acuire le numerose contraddizioni di cui già questo sistema soffre sotto un regime di “normalità”.

Le criticità riguardano tutte le componenti della scuola, dal personale ai mezzi a disposizione, dalle tipologie contrattuali alle forme di relazione intrattenute dai vari attori che la attraversano. Specularmente, se il malfunzionamento abituale viene disvelato con forza dalla crisi causata dall’epidemia, la normalizzazione dei dispositivi e delle pratiche per far fronte all’emergenza potrebbe essere un orizzonte verso il quale iniziare ad attrezzarci. Le innumerevoli situazioni che l’eccezionalità del momento sta collezionando si aggravano proprio perchè è la normalità  ad esser fatta di precarietà, zero garanzie, nessun riconoscimento, in cambio della pretesa che tutto vada avanti, nonostante le limitazioni imposte.

Proviamo a dare una breve panoramica del fenomeno a partire dai racconti di lavoratori e lavoratrici della scuola.

A seguito dell’ultimo decreto sulla sospensione delle attività didattiche, molti dirigenti scolastici, usufruendo dell’autonomia decisionale che la legge 107 del governo Renzi gli ha concesso, ne mettono in atto un’interpretazione arbitraria. Riunioni del personale negli edifici scolastici, collegi docenti e quant’altro vengono chiamati a discapito della salvaguardia dei lavoratori. Agli insegnanti viene richiesto, nonostante la sospensione delle lezioni, di svolgere le ore di programmazione a scuola e in vari casi di recarsi nelle proprie aule per lavori di pulizia e riordino, nonostante non rientri nelle loro mansioni. Chi è precari* e non usufruisce della supplenza annuale in questo momento rischia di non vedersi rinnovare il contratto. Il personale Ata, da quando è stata prolungata la sospensione della didattica, è costretto a recarsi a scuola per disinfestare i locali dal virus, ma senza essere messo nelle condizioni di farlo con tutti i crismi: per effettuare un’effettiva sanificazione occorrerebbero infatti prodotti adeguati, competenze tecniche, precauzioni per tutelarsi.

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Un discorso ulteriore è quello relativo alla “didattica a distanza”. In un contesto scolastico che segue un trend aziendalistico, negli ultimi anni sono stati investiti centinaia di migliaia di euro per il cosiddetto PNSD (Piano nazionale per la scuola digitale), meritevole di aver portato risorse tecnologiche di alto livello in scuole che cadono a pezzi. Si vedano le Lavagne Interattive Multimediali, appese sui muri scrostati, magari a coprire le macchie di umidità. In barba alla formazione del personale, la maggior parte degli insegnanti ignora quali siano le risorse utili a scopo didattico in questo momento di emergenza.

L’altro volto della questione riguarda l’efficacia della comunicazione rivolta a famiglie che in molti casi non hanno la possibilità di connettersi ad un pc o non possono permettersi il lusso di seguire i propri figli nei compiti. Mentre i giornali regalano ampia visibilità a scuole “di serie A”, attraverso articoli corredati da foto di bambini in videoconferenza con le maestre, la stragrande maggioranza delle scuole di ogni ordine e grado annaspa per trovare delle soluzioni sensate e che raggiungano davvero gli studenti. E’ il paradosso di una scuola-azienda che riempie le aule di strumenti digitali, richiede agli alunni prestazioni sofisticate, senza poi rendere la tecnologia una risorsa effettiva che rientri nelle possibilità di ogni famiglia di accedervi. Tali questioni, che si pongono con più forza nella contingenza, possono diventare occasione di riflessione rispetto all’organizzazione sistemica di determinate risorse e alle ricadute che comportano sulla formazione, soprattutto vista la possibilità che la sospensione della didattica si prolunghi fino ad Aprile. Per investire sulla formazione, non basta la vetrina dell’“innovazione”, occorre fornire agli alunni ambienti sicuri, dare ai docenti strumenti adeguati che favoriscano la relazione, anche a distanza, coi loro alunni.

Come si può vedere nel video qui sotto, nel mondo della scuola lavorano figure che quotidianamente devono fare i conti con una condizione di precarietà: educatori professionali, educatrici comunali dei nidi, lavoratrici delle cooperative esterne, assistenti educativi, che al momento, vista la sospensione delle attività non vengono pagati, rischiando oltretutto di perdere il posto.

La situazione è tale da permettere di sperimentare nuove forme e pratiche di sfruttamento, di isolamento e individualizzazione di chi lavora, il quale viene messo a rischio dal punto di vista sanitario e economico. In ogni contesto è difficile dunque mettere in atto o anche solo immaginarsi forme di solidarietà e mutualismo, le quali sarebbero armi indispensabili per fare fronte ad una crisi che non si limita al fattore del contagio, ma sta penalizzando interi settori legati al lavoro produttivo e riproduttivo e soprattutto all’intreccio tra i due, così come abbiamo visto essere con il caso della scuola. La questione non si esaurisce nel richiamo ad un’applicazione corretta dei decreti, soprattutto qualora essi vengano intesi come forma di tutela risolutiva ad una crisi di natura invece politica e sociale, la quale non è solo frutto di emergenza, ma semmai esasperata da essa.

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