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Articoli filtrati per data: Wednesday, 04 Marzo 2020

Riceviamo e pubblichiamo volentieri.

“Devastato il pronto soccorso dell'Ospedale Pellegrini a Montesanto. I medici in prima linea. L'Asl indignata, Napoli come Baghdad. Scontri a fuoco tra baby gang”

E' arrivata così di primo mattino, nel segno della confusione e del dirottamento dell'attenzione, la notizia della morte di Ugo Russo, appena quindici anni, ucciso da un carabiniere fuori servizio di stanza a Bologna dopo il tentativo di rapinargli il Rolex che portava al polso.

Una storia in cui è fondamentale mettere in fila quello che sappiamo finora. Perchè quando a Napoli un  giovanissimo sottoproletario viene ucciso e a sparare è un membro delle forze dell'ordine si attivano dispositivi narrativi e mediatici, riflessioni sociologiche, antropologiche, politiche più o meno sincere, più o meno esotiche, più o meno lucide che però vengono spesso utilizzate per defocalizzare i fatti e per sviare le responsabilità. Il primo di questi meccanismi è ovviamente la demonizzazione della vittima e del suo ambiente. E' successo così in tante altre situazioni, è successo così per Davide Bifolco e Mario Castellano, entrambi uccisi a 17 anni. Storie diverse stessi registri. Questa volta però Ugo Russo è proprio un “ragazzo cattivo”, non sta semplicemente viaggiando in tre sul motorino come Davide, non ha mancato di fermarsi a un posto di blocco come Mario. Nella notte tra il 29 febbraio e il 1 marzo Ugo Russo è sceso di casa per tentare una rapina. E allora, sottintende il coro del giustizialismo trionfante, “se l'è cercata”...

La scena ha luogo in via Orsini a Chiaia, una strada che scorre parallela a via Santa Lucia, tra la sede della regione Campania e il lungomare. Ugo è in sella a uno scooter con un amico che risulterà essere anche lui minorenne. Hanno avvistato una Mercedes con a bordo una coppia. L'uomo alla guida ha un rolex al polso. E' un carabiniere in licenza, di servizio a Bologna. Della sua identità al momento non conosciamo altro, a differenza del ragazzo ucciso. Un classico anche questo.
A questo punto la scena si fa più confusa. Il primo comunicato dei carabinieri è francamente poco plausibile. Il militare sarebbe stato minacciato con la pistola alla tempia, ma con sprezzo del pericolo prima intima “alt sono un carabiniere” poi impugna l'arma d'ordinanza e spara, una, due, almeno tre volte.
Di certo sappiamo che non è stato un “conflitto a fuoco” come riportavano inizialmente le cronache. Anche perchè Ugo e il suo amico una pistola vera non ce l'hanno. Impugnano una scacciacani o proprio un giocattolo, non si è ancora capito con precisione. Spara solo il carabiniere in vacanza armata. Ripetutamente. Due colpi di pistola raggiungono Ugo, uno al torace e un altro alla “testa”. Ma poi tutte le testimonianze successive, a partire da chi ha visto il cadavere, ricollocano con più precisione il secondo colpo “tra il collo e la nuca”. Quindi almeno questo proiettile sarebbe stato chiaramente sparato mentre Ugo è di spalle.
“Ugo è stato giustiziato mentre cercava di scappare, altro che legittima difesa, è stata un'esecuzione” denuncia il padre, la cui delegittimazione mediatica, avendo qualche precedente penale, è già cominciata. Una versione supportata dall’avvocato di parte civile che racconta una scena in cui il carabiniere non si sarebbe qualificato, avrebbe finto di slacciarsi il Rolex per impugnare l’arma d’ordinanza e sparare una prima volta, sbalzando i ragazzi dalla moto. A quel punto Ugo ha cercato di scappare ma viene puntato e colpito dalle spalle sotto la testa. Si sente anche un terzo colpo, andato presumibilmente a vuoto. E' probabile che la versione dell’avvocato collimi con quella dell’unico testimone oculare al momento, l'altro ragazzo dello scooter. E anche per lui le versioni divergono. I carabinieri sostengono che è stato rincorso e fermato. I familiari affermano che invece si è recato spontaneamente in caserma. Sta di fatto che dopo l'interrogatorio viene rilasciato. E poi fermato di nuovo in serata su mandato della Procura. Che ha affidato le indagini sul carabiniere ai carabinieri, perchè la minima misura di buon senso di non affidare le indagini su un membro delle forze dell'ordine al suo stesso corpo è ritenuta un “segnale di sfiducia nelle Istituzioni”...
L'autopsia dovrebbe chiarire, si spera, la dinamica degli spari. E anche le tante telecamere di zona che già svelarono la dinamica dell'aggressione a un ambulante pakistano da parte di un gruppo di giovanissimi. In particolare le telecamere poste proprio sulla Regione Campania che “illuminano” quasi tutta via Orsini. Per il momento il carabiniere è indagato per “eccesso di legittima difesa”, solo “un atto dovuto” precisano dall'Arma, ma anche il minimo sindacale. Se ha sparato alle spalle, mirando alla nuca di un ragazzo che fugge, in teoria il capo d'imputazione dovrebbe essere ben altro. A meno che, come per Davide Bifolco, non arrivi l'ennesimo “inciampo” a spiegare i colpi mortali.

Di sicuro sulla strada resta la vita di un ragazzo di quindici anni. Ugo Russo è raccontato dai conoscenti come un giovane riservato. L'opinione pubblica lo ha già giudicato e forse si meraviglierebbe di scoprire che non passava il suo tempo a organizzare rapine. Ha lasciato la scuola o se volete la scuola lo ha mollato come succede a tanti ragazzi meridionali. Si divideva tra l'attività di garzone di un'ortofrutta alla Pignasecca e altri lavori da manovale. Paghe da fame per lavori in nero. E un corso professionalizzante come pizzaiolo ancora agli inizi. Un po' di trap per passare il sabato sera e poi l'adolescenza, questa sconosciuta.
I suoi abitano sulle scalette che scendono giù da vico Paradiso, tra Montesanto e i Quartieri Spagnoli. Un'area in piena trasformazione dove il dilagare dei B&B contende in maniera sempre più aggressiva gli spazi di sopravvivenza ai ceti popolari. A poche decine di metri da casa sua, in vico Don Minzoni, l'anno scorso una famiglia si fece saltare in aria a causa dello sfratto subito da un multiproprietario con centinaia di appartamenti.
I social non sanno praticamente niente di Ugo e della sua famiglia eppure la maggioranza ribolle di un giustizialismo da pistoleri. Tutti i dati sulla microcriminalità sono in calo, ma viviamo nell'era della dittatura della percezione e allora Ugo incarna le paure di una ex città porosa che non ha mai smesso di razzializzare la sua parte di sotto. Molto diverso il clima nel quartiere dove la conoscenza diretta fa la differenza. Lo Spartak San Gennaro, squadra di calcio popolare di bambini e giovanissimi che si è aggregata intorno all'esperienza dello “Sgarrupato” di Montesanto scrive:


“ Stamattina, come ogni domenica, ci siamo svegliati carichi per andare con i nostri ragazzi sui campi di calcio per vivere e far vivere a loro una bella giornata di sport. Invece, appena scesi da casa, siamo rimasti attoniti e sbigottiti di fronte all’ennesima tragedia che ha colpito un ragazzo del nostro quartiere. Ugo, un ragazzo di 15 anni, conosciuto da molti ragazzi della nostra squadra, viene ammazzato da un carabiniere dopo il tentativo di una rapina. Dalle notizie che emergono di ora in ora sembra che Ugo abbia ricevuto anche un colpo alla nuca, mentre scappava... Era un ragazzo Ugo, e ieri sera voleva vincere la vita con una pistola giocattolo. Era un ragazzo come tanti Ugo, uno come quelli con i quali ci confrontiamo ogni giorno, nelle scuole di quartiere, sui campi di calcio. Era un ragazzo Ugo, uno di quegli scugnizzi che alleniamo a prendere a calci un pallone invece che la propria vita, uno di quei ragazzi ai quali cerchiamo di cambiare il futuro, sperando che non vadano in giro a fare guai, ma che non diventino nemmeno sceriffi che si sentono nel far west.
Abbiamo ancora i brividi leggendo quello che è successo, ma una domanda continua a rimbombarci in testa: può una vita, a maggior ragione quella di un ragazzino, valere quanto un fottuto orologio!?

Con ancora grande sconcerto ci chiediamo perché un ragazzo di 15 anni che vive nei vicoli di una metropoli come Napoli decide di affermarsi in questo modo invece di andare a scuola, studiare e vivere la sua adolescenza. E cosa ha fatto questa città per aiutarlo a non trovarsi nel posto sbagliato a fare la cosa sbagliata!?

Invece di invocare un giustizialismo da pistoleri e demonizzare senza appello Ugo, la sua famiglia, i ragazzi di questi quartieri, bisogna saper rispettare il dolore e avere il coraggio di puntare il dito anche contro quell’albero che sta facendo marcire i suoi frutti, contro chi, come denunciamo da molto tempo, per questi ragazzi non trova nemmeno un posto dover permettergli di calciare un pallone. Era un ragazzo Ugo, che voleva vincere la vita con una pistola giocattolo. Che e' stato ucciso con un colpo alla nuca. Che ha preso a calci la sua vita invece di un pallone.”

In attesa che alle riflessioni sociologiche e antropologiche sui mali di Napoli si affianchino magari quelle sui pistoleri in servizio attivo nelle forze dell'ordine e sul loro esercito di fan una domanda resta in sospeso: Quanto vale la vita di Ugo!?

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Città del Messico / Membri del collettivo di ricerca Sembrando Comunidad sono stati aggrediti e minacciati da tre agenti della Investigazione Criminale della Procura Generale dello Stato (FGE), quando erano andati al Servizio Medico Forense (Semefo) di León, Guanajuato, a chiedere notizie dei propri familiari scomparsi, per cui presenteranno una denuncia davanti al Pubblico Ministero e davanti alla Procura dei Diritti Umanizzi dello Stato di Guanajuato (PDHG), ha dichiarato Norma Barrón Núñez, membro del collettivo.

“Due agenti ci hanno tirati fuori dal Semefo, mi hanno chiesto di cancellare i video, gli ho detto di non avere video, hanno detto che mi avrebbero arrestata, ho domandato perché mi arrestete?”, ha raccontato la Barrón, che ha precisato che la prima aggressione è venuta da parte di una donna dell’Agenzia di Investigazione Criminale (AIC) e che successivamente due agenti hanno cominciato a strattonarla e hanno cercato di metterla in una stanza.

“Sono giunte altre appartenenti al collettivo, hanno cercato di metterci in una stanza, che ci avrebbero tenute in arresto per 24 ore. Siamo salite nel mio veicolo, hanno incominciato a riprenderci, hanno preso i numeri di targa e ci hanno detto: ho il numero di targa, ho la tua foto, non arriverete alla vostra destinazione”, ha aggiunto.

La Barrón ha dichiarato che uscendo dal Semefo le ha seguite una pattuglia, che sono riuscite a seminare lungo la strada per Irapuato.

“Noialtre non siamo criminali, siamo vittime, stiamo cercando i nostri familiari, vediamo che la Procura non sta facendo il proprio lavoro, noi con i nostri mezzi stiamo cercando informazioni e ci trattano come delinquenti”, ha detto la Barrón.

Alla fine, l’attivista ha lamentato che le autorità non trattino con dignità le famiglie delle vittime di scomparsa e che non ci siano progressi da parte dei funzionari per conoscere dove stiano i loro esseri amati.

Da informazioni di La Jornada

2 marzo 2020

Desinformémonos

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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Una delle dinamiche più evidenti nelle relazioni internazionali e nell’economia globale della decade appena trascorsa è la crescente importanza della Repubblica Popolare Cinese.

Sia in ambito accademico sia in quel che rimane del giornalismo trova invece poca menzione un’altra dinamica divenuta costante nella crescita economica cinese: i conflitti sul posto di lavoro.

Già a partire dalla seconda metà degli anni ’90, i processi di ristrutturazione delle aziende di stato, combinate alla liberalizzazione dell’iniziativa economica privata avevano scatenato cicli di proteste intense. Mentre in Cina i lavoratori e le lavoratrici portavano avanti lotte eterogenee, dal rapporto salario/orario di lavoro alla richiesta di garanzie pensionistiche, da richieste di welfare fino alle critiche e pressioni nei confronti del sindacato unico (ACFTU), alle nostre latitudini si diffondeva una retorica che vede nei lavoratori cinesi muli da soma pronti a tollerare orari di lavoro lunghissimi in cambio di una ciotola di riso. Niente di più falso.

Nel 2001, l’ingresso della Cina nell’organizzazione del commercio mondiale (WTO) ampliò gli orizzonti di crescita e le aziende occidentali, ma anche e soprattutto quelle di Hong Kong, della Corea del Sud, di Taiwan e del Giappone, moltiplicarono i propri investimenti nel paese trasformandolo all’alba della Crisi 2007-08 nella celebre ‘fabbrica del mondo’. Una fabbrica conveniente in termini di capacità e formazione dei lavoratori così come in termini salariali, ma una fabbrica molto conflittuale, composta da più di 700 milioni di persone.

Tra la fine degli anni ’90 e il 2008, le lotte ‘operaie’ e le pressioni sul sindacato hanno prodotto almeno 5 grandi riforme volte a migliorare le condizioni di lavoro e le tutele contrattuali.

Leggi e regolamenti molto spesso non applicate ma sancite su carta grazie ad intensi cicli di conflitto.

Lasciando da parte l’evoluzione legislativa della tri-relazione tra capitale privato, Partito Comunista e forza lavoro, è sempre necessario ribadire che, almeno per quanto riguarda il corso dei salari, i lavoratori cinesi sono riusciti ad ottenere notevoli incrementi, tra il 1998-2012 il tasso di crescita salariale è stato sempre maggiore al tasso di crescita della produttività.

La Cina è un continente, è complessa e questa capacità di esigere salari in costante crescita va parallelamente messa in relazione a dinamiche di estremo sfruttamento come le famose fabbriche-dormitorio della FoxConn, azienda taiwanese che funge da fornitore per Apple divenuta famosa nel 2011-2012 per il susseguirsi di suicidi da parte dei suoi dipendenti (dei semi-schiavi).

Andando oltre un generale interesse internazionalista per le lotte che si danno in ogni parte del globo, ci sembra particolarmente importante fornire qualche lettura sul conflitto operaio cinese, in quanto le sue dimensioni quantitative lo rendono una questione centrale nell’accumulazione di ricchezza su scala globale.

La crescita dei salari cinesi dell’8% annuo tra il 2008 e il 2017 (dati riportati dall’ILO) ci restituisce uno scenario rapporti di forza tra capitale e lavoro che purtroppo oggi non ha eguali.

Le lotte industriali, della logistica e nei servizi cinesi rappresentano una rigidità sia per il Partito Comunista che fonda la sua legittimità su una crescita economica internamente sempre più diseguale, sia per le traiettorie del capitalismo contemporaneo che della Cina ha fatto un suo snodo chiave.

Fatte queste premesse, pubblichiamo la traduzione di un articolo tratto dal sito China Labour Bulletin intitolato ‘The state of labour relations in China, 2019’.

L’articolo oltre a fornirci un punto di vista puntuale e aggiornato sulle lotte del 2019, ci permette di sconfessare un altro luogo comune molto in voga, ossia che le lotte nei posti di lavoro in Cina riguardino tutte la catena di montaggio e la cupa fabbrica. Questo testo ci racconta tutt’altro, ci parla di un ridimensionamento delle lotte nel settore secondario e di un’impennata di conflitti nel macro-mondo dei servizi offrendo una fotografia stimolante delle relazioni di produzione nella Cina attuale. Buona lettura.

 UTK construction worker protest

Alla fine del 2019, c’è stato grande clamore nell’opinione pubblica cinese in seguito all’arresto di Li Hongyuan, ex dipendente del gigante tecnologico cinese Huawei, detenuto per otto mesi presso il carcere di Shenzhen, apparentemente su richiesta della stessa Huawei, dopo che aveva chiesto alla sua ex compagnia di ricevere la liquidazione e i bonus annuali pattuiti.

Per molti professionisti della classe media cinese questo caso ha confermato un crescente senso di inquietudine dovuto alla presa di coscienza che, agli occhi dei loro datori di lavoro, i dipendenti non sono più che una risorsa da sfruttare e, infine, da scaricare. Ciò che è successo a Li Hongyuan è stato percepito come qualcosa che potrebbe succedere a molti.

Decine di migliaia di professionisti ‘ben pagati’ dell’industria hi-tech hanno perso il proprio posto di lavoro a causa dell’intensa competizione per il dominio del mercato unita ad un rallentamento dell’economia che ha portato alla chiusura di centinaia di tech start-ups, tra le quali le cosidette unicorns. Molti impiegati, come quelli dell’azienda ICT statunitense Oracle di Pechino, hanno dovuto portare avanti diverse dimostrazioni al fine di ottenere liquidazioni decenti prima di essere mandati a casa.

I dipendenti che ancora hanno un lavoro si ribellano ad un orario eccessivo (9-21, 6 giorni a settimana) richiesto dai loro superiori e rigettano apertamente la ‘wolf culture’ aziendale, della quale Huawei rappresenta un’avanguardia, che richiede lealtà e dedizione alla compagnia prima di ogni cosa.

Un’inchiesta sui ‘colletti bianchi’ pubblicata verso la fine del 2019 ha confermato che i dipendenti più giovani provano poco o alcuno senso di lealtà verso i superiori (la maggior parte lascia entro i primi tre anni). La grande maggioranza degli intervistati ha risposto che il rispetto ed un trattamento equo dovrebbero essere le caratteristiche principali di una qualsivoglia cultura aziendale, mentre solo una piccola minoranza continua ad accettare la ‘wolf culture’ sul posto di lavoro.

L’insoddisfazione fra i giovani lavoratori sulle attuali condizioni del mercato del lavoro è stata ulteriormente inasprita ad aprile 2019 quando si è diffusa la notizia che uno dei principali fondi pensionistici statali si sarebbe completamente esaurito nel 2035, esattamente quando coloro nati nel 1980 si aspettano di ricevere la propria contribuzione previdenziale.

Il 2019 potrebbe rivelarsi un anno fondamentale nella percezione delle prospettive dei colletti bianchi cinesi. Molti giovani lavoratori non sono più disponibili ad accettare sia i lunghi orari di lavoro sia il carico sopportato dai loro genitori nella speranza illusoria di raggiungere una vita migliore. Questi giovani lavoratori invece rivendicano una paga dignitosa per un lavoro decente e un salutare equilibrio tra lavoro e vita privata.

Dobbiamo comunque tener presente che per molti semplici operai la preoccupazione principale del 2019 è stata quella di essere retribuiti.

Delle 1386 azioni di protesta sul posto di lavoro registrate nel 2019 da China Labour Bulletin Strike Map, 1159 (circa l’84%) richiedevano il pagamento degli stipendi arretrati. Ancora una volta, è stato il settore delle costruzioni è risultato essere il più combattivo rappresentando il 43% delle proteste. Nonostante il governo si impegni continuamente nella risoluzione dei problemi riguardanti gli arretrati nel settore, un impressionante 99% degli scioperi continua a vertere su questo tema.

Ci sono problemi connaturati e sistemici nel settore delle costruzioni che divengono sempre più evidenti con il rallentare dell’economia e la crescente difficoltà nell’ottenere credito.

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Uno dei trend più evidenti nella distribuzione settoriale delle proteste nel corso del ’19 è stata la crescita di lotte nel fiorente settore dei servizi e il declino relativo nel comparto industriale.

Negli ultimi sei anni la proporzione delle lotte in fabbrica è costantemente declinata rispetto al 41% del 2014, mentre le proteste nei servizi e nella distribuzione al dettaglio sono passate dal 9.7% del 2014 al 23% dello scorso anno.

Il mondo dei servizi ha avuto una forte conflittualità lo scorso anno passando dal 13 al 18% delle proteste totali.

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Nella Cina di oggi risulta chiaro un mutamento nel cuore del conflitto capitale-lavoro. Il fulcro delle lotte sta abbandonando le industrie, molte delle quali sono state chiuse o delocalizzate negli ultimi anni, in favore di una moltiplicazione di episodi nel terziario, dalle lotte dei commessi a quelle degli staff di catering e hotel, dal protagonismo dei lavoratori delle pulizie a quello del settore sanitario. Questo mutamento è ben esemplificato dall’altissimo numero di proteste registrate in seguito alla chiusura di palestre e centri benessere nel 2019. I lavoratori del terziario ricevono salari bassi a fronte di un orario lavoro elevato e di una crescente precarietà dettata dall’intensificarsi della competizione nei singoli mercati.

Un settore che si conferma costantemente attivo è quello dei trasportatori, dalla logistica ai fattorini, dagli autotrasportatori alle proteste dei ‘tassinari’ ufficiali.

La gran parte delle proteste registrate nel 2019 sono state brevi e di piccola entità, spesso volte ad ottenere visibilità mediatica al fine di ottenere una risoluzione delle istanze più che una generalizzazione dei conflitti socioeconomici. Il 94% delle 1297 lotte registrate ha coinvolto meno di 100 persone e molto poche hanno raggiunto il migliaio. Per fare un raffronto, nel 2014 il 7.2% delle proteste aveva coinvolto più di 1000 lavoratori.

Questa stessa natura ‘ridotta’ dei conflitti ha forse inciso sul numero di interventi della polizia che è intervenuta solo in 173 casi (12.5%) facendo ‘appena’ 30 arresti. Nel 2014 il 27% delle proteste industriali con migliaia di lavoratori aveva visto l’intervento delle forze dell’ordine, con arresti nell’8% dei casi.

Circa il 79% dei conflitti del 2019 si è verificato nelle imprese private a capitale interno, confermando il trend degli ultimi anni che vede un aumento e una concentrazione delle lotte nelle aziende a capitale cinese privato e non nelle compagnie statali (SOEs) o nelle aziende a capitale straniero.

Parlando delle compagnie di stato è necessario sottolineare come le condizioni salariali e di lavoro stiano peggiorando, mentre è sempre più in uso lo strumento del sub-appalto (outsourcing) che permette di non assumere lavoratori e di non rispettare adempimenti contrattuali minimi.

Su questo versante si segnala il recente attivismo degli operai della FAW Logistics di Changchun, azienda automobilistica di stato. Tuttavia, le lotte nelle aziende statali risultano più rischiose e contradditorie, poiché la sollevazione operaia non si rivolge verso un privato o verso il capitale straniero ma trasforma il Partito nella controparte con tutto quello che ne consegue in termini repressivi.

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Osserviamo adesso la distribuzione geografica, i conflitti hanno coinvolto ogni regione e provincia cinese, sebbene siano in gran parte riconducibili alle aree urbane del Guangdong, Henan, Jiangsu e Shandong. Il Guangdong ha rappresentato il 10.5% di tutte le proteste e il 24% di quelle manifatturiere. In questa regione molte lotte sono legate alla chiusura degli impianti e alla loro rilocazione, mostrando come la guerra commerciale tra Usa e Cina stia avendo un duro impatto sulle province maggiormente incentrate sulla produzione volta all’export.

Come si vede nella mappa, le aree interne e lo Xinjiang hanno registrato pochi conflitti rispetto ai 33 osservati nel 2015. Questa diminuzione è in parte dovuta alla difficoltà di ricevere informazioni dettagliate da quelle aree ma indica anche la crescente intolleranza del governo a conflitti che riguardano uno snodo centrale della ‘Via della Seta’ (Belt and Road Initiative). Addirittura, una certa opinione tra le autorità governative vorrebbe trasformare le minoranze musulmane dello Xinjiang in fedele forza lavoro al fine di fornire l’industria cinese di una nuova quantità di lavoro a basso costo.

Un altro elemento, divenuto costante negli ultimi anni, è la repressione nei confronti degli attivisti delle ONG del lavoro. Il 2019 è iniziato con la detenzione di 3 attivisti/giornalisti dell’associazione ‘iLabour’ impegnati a sostenere le lotte di lavoratori migranti per l’ottenimento dei diritti legati alla malattia. Nello stesso periodo la polizia di Shenzen ha detenuto 5 attivisti tra cui i più noti Zhang Zhiru e Wu Guijun. Un altro noto attivista Cheng Yuan e due suoi colleghi Liu Dazhi e Wu Gejianxiong sono stati arrestati a Changsha a luglio, mentre a maggio attivisti per i diritti sociali dei lavoratori migranti a Pechino, Guangzhou e Shenzhen sono finiti all’interno di un’operazione coordinata su scala nazionale. Sempre a Guangzhou vi sono stati due arresti saliti alla ribalta delle cronache, quello della giornalista e attivista della campagna #metoo Hueng Xueqin e quello di  Chen Weixiang avvocata di alcuni lavoratori della pulizie in lotta.  Alcuni tra questi attivisti sono stati rilasciati senza accuse a proprio carico mentre altri arresti sono stati confermati e sono in attesa di processo.

Il caso di Chen Weixiang ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica le condizioni di lavoro dei lavoratori delle pulizie che lottano contro i bassi stipendi, i lunghi orari di lavoro, le condizioni di lavoro pericolose e il regime di sfruttamento, ben esemplificato da un’azienda di Nanchino che ha costretto i lavoratori ad indossare segnalatori GPS impostati per suonare se il lavoratore si ferma per più di 20 minuti. I lavoratori delle pulizie sono stati protagonisti di 18 vertenze nell’intero anno. In maniera analoga, gli attivisti arrestati di iLabour avevano messo in evidenza la crescente tendenza di molti lavoratori migranti a sviluppare malattie professionali mortali. Minatori e lavoratori delle costruzioni in tutta la Cina portano avanti rivendicazioni collettive al fine di ottenere compensazioni e trattamenti medici adeguati alle malattie contratte sul posto di lavoro. Alcune di queste lotte hanno condotto a repressione e arresti, altre sono state vincenti come dimostra la promessa del governo centrale di assicurare a tutti i lavoratori ad alto rischio di malattie professionali la copertura sanitaria nei prossimi tre anni. Nonostante l’iniziativa governativa non faccia altro che riaffermare leggi e regolamenti già in vigore, questa dichiarazione rimane comunque un segnale della crescente volontà del governo di aggredire il nodo non più eludibile delle malattie respiratorie.

La sicurezza sul posto di lavoro emerge come una delle questioni che raccoglie maggiore interesse, anche grazie all’episodio verificatosi in un impianto chimico nello Jiangsu dove 78 persone hanno perso la vita e 600 sono rimaste ferite. Un altro episodio particolarmente grave riguarda un incidente in una miniera dello Shanxi che è costato la vita a 15 minatori. I media cinesi sono stati costretti a coprire questi due episodi e hanno svelato l’aggiramento di protocolli di sicurezza nell’ampliamento della miniera e falle nella sicurezza dell’impianto chimico.

In generale il numero di morti sul lavoro è diminuito nel 2019 ma questo report mostra chiaramente come lavoratori e attivisti debbano affrontare numerosi problemi di sicurezza e rispetto di diritti, mentre la società cinese tutta diventa sempre meno tollerante sia nei confronti di datori di lavoro irresponsabili e sia della mancanza di un’adeguata supervisione da parte del governo.

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L'altro ieri, due marzo 2020, si sono svolte per la terza volta in meno di un anno le consultazioni elettorali in Israele. Lo abbiamo già scritto: le elezioni in Israele si svolgono sotto un regime di apartheid coloniale. Quasi 5 milioni di palestinesi vivono in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme, le loro vite sono direttamente controllate da Israele tuttavia non possono votare. Contemporaneamente più di 600.000 coloni israeliani, illegalmente residenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, hanno il diritto di voto. In Palestina si crea quindi una situazione paradossale, in cui i palestinesi vivono attorniati da colonie illegali sioniste, i cui abitanti sono gli unici a poter decidere delle loro sorti.

Questo giro di giostra ha seguito lo stesso copione del precedente ha visto scontrarsi Benjamin Netanyahu del Likud contro Binyamin Gantz del partito Bianco e Blu per la conquista del potere nello stato di Israele e del conseguente dominio sulla popolazione palestinese priva del diritto di voto.

Il dibattito della scorsa campagna elettorale si era concentrato prevalentemente sulla correttezza istituzionale e aveva penalizzato Netanyahu in quanto imputato in un processo per corruzione. Stando ai risultati quasi definitivi di oggi la situazione è cambiata, se alle scorse elezioni si era ottenuto un sostanziale pareggio tra i due maggiori partiti, a queste consultazioni è stata decretata una quasi vittoria di Netanyahu. Al 99% dei voti scrutinati il Likud avrebbe 36 seggi (intorno al 30% dei consensi), il partito Bianco e Blu conquisterebbe 33 seggi (intorno al 27% dei consensi), la Lista Araba Unita si qualificherebbe invece come terzo partito con 15 seggi. Le altre compagini che entrano in parlamento sono: Shas, unione degli ultraortodossi sefarditi e mizrahi, con 9 seggi, Giudaismo Unito nella Torah, partito degli ultraortodossi askenaziti, con 7 seggi, come i labouristi-liberali e l’ultradestra laica Ysrael Bitenu di Advigor Liberman, ultimo sarebbe Yamina, l’alleanza della destra religiosa, con 6 seggi.

Per quanto questi risultati possano sembrare una sostanziale parità tra i maggiori partiti, in realtà il blocco di destra del Likud otterrà, si presume, 59 seggi: soglia vicina alla maggioranza assoluta, 61 su 120, del parlamento unicamerale Israeliano. La possibilità più accreditata, che traspare anche dalle prime dichiarazioni pubbliche di oggi, è che il premier uscente riesca a convincere qualche “responsabile” per la stabilità della nazione. In questo modo allontanerebbe la possibilità di un’alleanza tra i due maggiori partiti, la quale si renderebbe possibile solo con un “passo di lato” da parte di Netanyahu. Tuttavia l’interesse di Netanyahu è rimanere premier, come spesso succede, per fattori personalissimi quale avere una posizione di potere per condizionare il processo di corruzione a suo carico.

Per capire come sia stata possibile la vittoria del primo ministro uscente occorre guardare allo svolgimento della campagna elettorale permanente che nell’ultimo anno si è giocata sulla pelle dei palestinesi. Abbiamo infatti accennato che lo sfidante Gantz si è presentato come liberatore delle istituzioni democratiche dagli interessi personalistici del leader del Likud. A questa retorica se n’è contrapposta un'altra, quella della “credibilità” diplomatica della quale ha fatto bandiera il presidente uscente.

Una grande influenza in questa credibilità è stata garantita dal cosiddetto “piano del secolo”, la proposta di pace di Donald Trump della quale abbiamo già parlato come di una continuazione del colonialismo con altri mezzi. In questa sede è interessante analizzare un particolare che ci era sembrato un dettaglio marginale: la presentazione del piano di pace alla casa bianca era stato annunciato alla presenza dei due leaders dei maggiori partiti politici, i quali avevano raggiunto risultati elettorali pressoché identici ma non erano riusciti a formare un governo. Tuttavia il piano era stato presentato solo alla presenza di Netanyahu, primo ministro in pectore, con la promessa di discutere con Gantz i dettagli del piano in Israele in un altro momento. Inutile sottolineare come questo abbia garantito al primo ministro Israeliano di capitalizzare in voti la visibilità ottenuta.  Inoltre è utile ritornare su un concetto che abbiamo già sottolineato nell’analisi del piano: la proposta di pace è parzialmente coincidente con il progetto di annessione della valle del Giordano e delle colonie in Cisgiordania promesso dal leader del Likud durante la scorsa campagna elettorale. Inoltre la figura del leader del popolo perseguitato dal giustizialismo delle elites liberal-democratiche è un ritornello sul quale la stampa Israeliana vicina al Likud ha costruito una serie di analogie sul piano internazionale. Si veda ad esempio il paragone congegnato dal giornale “Israel Hayom” tra Matteo Salvini e Benjamin Netanyahu, del quale abbiamo brevemente accennato in un altro articolo sul razzismo sionista della Lega.

Questa strategia legata al riconoscimento internazionale è passata dunque da endorsment incrociati, non nuovi alla strategia elettorale Israeliana. Trump infatti otterrà una restituzione economica ed un appoggio politico delle organizzazioni sioniste alle elezioni presidenziali del prossimo Novembre.  Tuttavia questa strategia ha anche elementi di novità, come la costruzione di legami inediti con l’estrema destra europea razzista e sionista e l’alleanza con Narendra Modi, primo ministro indiano, vicino ai fondamentalisti indù, con il quale stringere un patto in chiave anti-islamica. Riconoscimento internazionale in Israele significa, dunque, l’autorizzazione dell’imperialismo statunitense a stringere il cappio genocida nei confronti del popolo palestinese e l’alleanza con i razzisti occidentali e orientali contro il comune nemico musulmano: rappresentato sempre più spesso come l’elemento inquinante della purezza etnica nell’ordine nazionale delle cose.

Se questi sono gli elementi costitutivi della vittoria elettorale nella “democrazia israeliana” è necessario analizzare anche come la principale forza di opposizione nel parlamento israeliano si contrappone al Likud. La campagna elettorale delle opposizioni non-arabe si è concentrata quasi esclusivamente sulla difesa delle istituzioni, della legalità e del rispetto delle regole: eterno feticcio dei regimi liberali. Se in altre parti del mondo la violenza che si cela dietro le istituzioni statali è più sfumata in Israele l’ossimoro è sotto gli occhi di tutti: nel discorso pubblico in Israele un’accusa di corruzione è considerato più grave di un’accusa di crimini di guerra, formulata alla corte internazionale contro l’ex generale, oggi politicante, Binyamin Gantz.

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In questa contraddizione insopportabile si disvela l’essenza dello stato sionista fondato sul colonialismo genocida e l’apartheid razziale e/o confessionale. Questo processo di separazione tra crimini commessi contro la nazione ebraica e lo stato di eccezione permanente per i crimini di guerra commessi contro i palestinesi ci fa capire cosa significhi il leitmotiv “Israele è l’unica democrazia del Medioriente”. Rendendo di fatto il teatrino elettorale l’armadio scintillante dentro al quale nascondere i fantasmi del genocidio del popolo palestinese.  La democrazia, in Palestina come altrove, non ha nulla a che fare con il finto idolo della cabina elettorale, sempre pronta a giustificare i peggiori crimini contro i popoli di questa terra, quanto piuttosto con la giustizia, la terra e la libertà dal dominio coloniale.

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