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Articoli filtrati per data: Tuesday, 03 Marzo 2020

Condividiamo questo testo di Napoli Monitor su quanto successo a Napoli nella notte tra sabato e domenica, l'omicidio di Ugo Russo per mano di un carabiniere fuori servizio, e sulle reazioni stimolate dalle vomitevoli retoriche di editorialisti e politici.

È iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario, il carabiniere che nella notte tra sabato e domenica, non in servizio, ha ammazzato Ugo Russo, quindici anni, nel corso di un tentativo di rapina. L’accusa, e la scelta del capo di imputazione, sono in questo momento poco più che un atto dovuto: gli elementi a disposizione degli inquirenti sono pochi, anche se innescano dubbi rispetto alla dinamica del fatto e alla ricostruzione dell’agente, a cominciare dalla necessità di sparare, per legittima difesa, un secondo colpo – quello che ha raggiunto Ugo alla nuca – quando il ragazzo era già in fuga, o comunque di spalle rispetto al suo assassino. Elementi ulteriori arriveranno nei prossimi giorni, dopo l’autopsia e dopo l’analisi dei sistemi di videosorveglianza, e altri ancora emergeranno con la perizia balistica che proverà a ricostruire quei concitati momenti.

È utile come sempre partire dai fatti. Sono più o meno le tre di sabato notte quando Ugo e il suo amico avvistano in via Generale Orsini un ragazzo e una ragazza a bordo di una Mercedes. Sono giovani, non molto più grandi di loro. Lui, seduto al volante, fa il carabiniere. È in borghese e ha un orologio Rolex al polso. Il ragazzo che guida il motorino accosta, Ugo scende, si avvicina alla macchina, estrae una pistola (si rivelerà poi la replica di una Beretta92, simile a un’arma vera, ma inoffensiva) e la punta verso il guidatore intimandogli di consegnargli l’orologio. Il carabiniere si rifiuta, e dopo qualche secondo esplode un proiettile colpendo Ugo all’altezza del torace. Ugo prova a scappare, o quantomeno si volta, ma il carabiniere spara ancora, colpendolo alla nuca e, di fatto, uccidendolo. Tutte le altre notizie, al momento, sono da verificare. In particolare, la prima: il carabiniere dice di aver fatto fuoco dopo essersi qualificato e soprattutto dopo aver sentito Ugo scarrellare la pistola. La seconda: quando Ugo finisce a terra, l’agente spara ancora, uno o due proiettili che non colpiscono nessuno. Il ragazzo che aspettava Ugo sul motorino sostiene che quei colpi fossero destinati a lui, e che per questo si è dato alla fuga. Ora, se è vero che altri casi che hanno coinvolto cittadini ammazzati da uomini appartenenti alle forze dell’ordine ci insegnano a diffidare persino di atti “scientifici” (si veda l’inquinamento di prove nel caso Cucchi o l’opinabile perizia balistica in quello di Davide Bifolco), le perizie e l’analisi dei sistemi di videosorveglianza potrebbero dare elementi importanti rispetto a tali questioni. Innanzitutto, sul numero degli spari (tre oppure quattro), sulla loro sequenza e la loro destinazione. In secondo luogo sulla caduta del ragazzo: capire dove e come ha raggiunto il suolo, e se al momento del secondo colpo, quello alla nuca, avesse ancora in mano la pistola o l’avesse già persa. Capire quanto tempo passa tra il primo e il secondo sparo, se Ugo si stesse voltando o stesse addirittura scappando e quindi se il pericolo per il carabiniere fosse cessato. Capire a chi, e perché, fossero destinati l’altro o gli altri due colpi sparati.  

Al di là tuttavia del piano processuale, della necessità di ricostruire quanto successo quella notte e dell’esigenza da parte della famiglia di ottenere giustizia o almeno conoscere con precisione le circostanze che hanno portato alla morte del figlio quindicenne, esiste un altro piano, che ha risvolti collettivi e sociali, e che, esattamente come nel caso della morte di Davide Bifolco, emerge in maniera prepotente.

Nelle ore successive alla morte di Ugo Russo ci siamo ritrovati a rivivere tutto quanto era successo nelle giornate che avevano seguito il decesso del diciassettenne del Rione Traiano. Oggi possiamo dire senza timore di smentita che prima di essere ucciso dal carabiniere Macchiarolo, Davide Bifolco non stesse facendo nulla di male, se non andarsene in giro in motorino con due amici. Ma chi ha buona memoria ricorda che la mattina di quel 5 settembre 2014 le agenzie di stampa, traducendo indiscrezioni fuoriuscite accuratamente dalle caserme, parlavano di tre ragazzi armati, pericolosi latitanti, camorristi, e di un posto di blocco forzato. Tutte notizie rivelatesi poi false.

Nel caso di Ugo la cosa si fa più complicata. La rapina, o meglio il tentativo di rapina c’è stato. Ugo era su un motorino con un amico e cercava di prendere un orologio a un giovane in macchina con la propria fidanzata. Considerando ciò che dicono di lui tutte le persone che lo conoscevano, dai parenti agli abitanti del vicolo, dai professori di scuola agli operatori dell’educativa territoriale che frequentava, fino ai membri dell’associazione della Madonna dell’Arco, e alla luce del suo carattere, del suo modo di essere “timido” e “tranquillo”, non è facilissimo farsi una ragione di come Ugo possa essersi trovato in quella situazione. Su questo però si tornerà dopo: il fatto è che il tentativo di rapina c’è stato, ed è un fatto che finisce per eliminare qualsiasi filtro nell’analisi degli eventi, qualsiasi sentimento persino di pietà e qualsiasi possibile moderazione nei commenti da parte di tutti quelli che in queste ore prendono la parola e cominciano la propria filippica dicendo che “certo la morte di un quindicenne è sempre una tragedia, MA”. Il fatto di essere un rapinatore, anzi di stare facendo una rapina, fa sì che non ci sia nulla di strano o di cui rammaricarsi se un adolescente viene ammazzato di notte per strada, e allo stesso tempo mette tutti noi davanti alla prospettiva che abbiamo conosciuto con la morte di Davide Bifolco, anzi con toni ancora più violenti e un sentimento di condanna generalizzato, in cui delle menzogne e delle inesattezze non importa a nessuno.

Napoli, conflitto a fuoco nella notte. Muore un quindicenne”, titola il Mattino il primo marzo alle 9,30, nonostante da subito venga accertato che non c’è stato alcun conflitto e a sparare sia stata solo la pistola del carabiniere. Sulla stessa linea gli articoli comparsi su Messaggero Giornale. I giornali locali e nazionali poi, mettono l’accento su due episodi successivi all’omicidio: l’irruzione di alcune persone all’interno del pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini, danneggiato quando è stata comunicata la morte del ragazzo, e lo sparo di alcuni proiettili verso la caserma dei carabinieri Pastrengo, con le fantasiose ricostruzioni di una scena da far west, in cui “un gruppo di motorini” (era in realtà uno, con due persone a bordo) circondano e assaltano l’edificio: “Le ipotesi sulla natura dell’avvertimento sono due – scrive Felice Naddeo sul Corriere del Mezzogiorno –. La prima, e anche quella più plausibile, è che sia stata l’immediata reazione all’uccisione del quindicenne. Ma potrebbe anche trattarsi di un avvertimento nei confronti del diciassettenne fermato, affinché eviti di dare particolari sulla dinamica della rapina”. Oppure: “Gli spari potrebbero essere stati esplosi come manifestazione di violenza contro l’Arma, ma anche e soprattutto contro le donne parenti dell’altro ragazzino invischiato nella rapina, responsabile di non aver protetto il quindicenne” (Leandro Del Gaudio, Il Mattino).

Paralleli a queste narrazioni, i commenti sul fatto – che provengano dagli editorialisti, dai politici, dai napoletani stessi che si esprimono via social network – hanno la stessa violenza di quelli ascoltati in occasione della morte di Davide. È il caso del leader della Lega, Salvini, che ritiene “una follia” anche solo “indagare il carabiniere”, o gli insulti all’indirizzo del ragazzo e della sua famiglia sotto l’hashtag social #iostocolcarabiniere, dove c’è anche chi propone “una medaglia” per l’agente, o chi si complimenta con lui per avere “tolto di mezzo un cancro sociale”.

La notizia del danneggiamento del pronto soccorso sancisce la definitiva spaccatura tra la città dei buoni e quella dei cattivi. È morto un ragazzo quindicenne sparato da un carabiniere, ma la notizia nei telegiornali e sui quotidiani on-line sembra essere quella del presidio ospedaliero sfasciato. Chi è dalla parte dello stato e non del crimine – è la linea –, della legalità, della giustizia, non può non restare sconcertato da quel comportamento bestiale, e ogni napoletano per bene, ogni politico in cerca di visibilità, non può non indignarsi per la profanazione di un “luogo sacro come dovrebbe essere un ospedale” (ci sarebbe da scrivere un’enciclopedia su come la politica napoletana e campana abbia valorizzato la sacralità del sistema sanitario negli ultimi trent’anni, ma questa è un’altra storia). “Se questi erano gli amici e i parenti del ragazzo – si scrive ancora su #iostocolcarabiniere – non c’è da stupirsi che lui andasse a fare le rapine”.

L’approccio all’episodio del pronto soccorso, in particolare, mette a nudo un’inquietante disparità nell’attitudine all’empatia e alla comprensione. Tanti tra opinionisti, cittadini, giornalisti, politici, si immedesimano nel poliziotto che ha sparato per difendere il suo orologio e la sua fidanzata, perdendo certo il controllo, ma freddando in fin dei conti solo un rapinatore (in fuga, con una pistola finta, colpendolo alla nuca come una esecuzione). Nessun alibi invece per parenti e amici del ragazzo che entrano in un pronto soccorso e perdono il controllo quando gli viene detto che il loro amico, cugino, nipote quindicenne, sparato alla testa da un carabiniere non in servizio, è morto.

Ancora una volta, come sempre in questi casi, vittime e carnefici si confondono e vengono sovvertiti ad arte. Ugo è morto poco più che bambino, è vero, ma non è una vittima perché stava facendo una rapina. Il carabiniere ha sparato, è vero, ma non è un assassino perché voleva difendere il suo orologio. Il capovolgimento di prospettiva è talmente forte da costringere nei giorni successivi i familiari del ragazzo – raggiunti dai soliti avvoltoi in servizio permanente – a uscire allo scoperto, nella paradossale condizione di doversi difendere perché il loro figlio o nipote è stato ammazzato.

Ad ascoltare bene, fanno riflettere due passaggi dell’intervista rilasciata dalla zia di Ugo. Come tutte le persone che lo conoscono, infatti, la donna mette l’accento sul fatto che suo nipote era un “ragazzo tranquillo” perché lavorava. In effetti Ugo le aveva fatte e le faceva tutte. Il muratore, il “pittore”, il garzone del fruttivendolo. Aveva di fatto lasciato la scuola e provava a mettersi qualche soldo in tasca in questo modo. Eppure tutti parlano di questi saltuari lavoretti come si potrebbe parlare di un posto fisso alle Poste o in fabbrica, come se oggi un ragazzo di un quartiere popolare potesse davvero trovare emancipazione attraverso il lavoro. Ma nessuno ha l’onestà di spiegare di quale lavoro stiamo parlando. Fare oggi il ragazzo del bar, o il muratore a chiamata, garantisce a un adolescente o a un giovane di mantenersi fuori dai guai? Non funzionava così trenta o quarant’anni fa, quando una rete economica e produttiva era ancora in piedi, figuriamoci oggi che il mercato del lavoro è regolato dall’instabilità dei flussi macroeconomici, dagli umori dei piccoli imprenditori, dall’assenza di tutele. E allora diventa surreale dover esibire dieci o quindici giorni di lavoro al mese per ottenere la patente di “bravo ragazzo”, quando quel “lavoro” non è abbastanza non solo per emancipare nessuno, ma neppure per preservarlo da una “brutta strada”.

Il secondo elemento che colpisce è una frase con cui la zia prova a descrivere il modo di essere di suo nipote, ancora una volta costretta nell’autodifesa della vittima. «Quando sentiva gli spari nel vicolo se ne scappava di corsa per le scale», dice con la testa alta. Forse, se fossimo più disposti ad ascoltare le voci di chi in certi quartieri ci abita, nelle rare occasioni, spesso tragiche, in cui queste salgono alla ribalta, se ci concentrassimo sul loro contenuto e non sul dialetto sguaiato, l’italiano sgrammaticato, l’alto timbro di voce, le lacrime create ad arte dai cronisti, sulla gestualità, sull’arredamento kitsch delle case, forse potremmo metterci a riflettere su altro. Per esempio, sul fatto che un bambino debba crescere in un posto in cui ti capita anche solo due o tre volte nella vita di dover scappare con il cuore in gola per ripararti dagli spari. E se cresci in un posto così, che è così anche per precise responsabilità e scelte fatte o non fatte da parte di chi governa e ha governato la città, forse non è poi tanto assurdo e inspiegabile se una sera di inverno, senza sapere bene come, ti ritrovi con una pistola su un motorino, accecato dal luccichio di un orologio che vale quanto un anno o due del tuo “lavoro”, e forse anche di più. Persino se sei un “ragazzo tranquillo”, qualsiasi cosa queste parole vogliano dire. (riccardo rosa)(disegno di cyop&kaf)

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Tareq Matar giovane membro dell'organizzazione studentesca vicina alla PFLPF, stava pianificando una carriera accademica e si preparava a partire per il dottorato all'Università di Ginevra in Svizzera nel primo semestre del 2019, tuttavia le forze di occupazione israeliane lo hanno messo in detenzione amministrativa senza alcuna accusa o processo.

Per Tareq non era la prima volta, era già stato messo in detenzione amministrativa da bambino nel 2006. Era una tale "minaccia alla sicurezza" per lo Stato israeliano che è stato imprigionato per due anni e mezzo senza alcuna accusa.

 Nel 2010, quando era uno studente della Bir Zeit University, è stato di nuovo incarcerato per 10 mesi con la motivazione di essere un attivista impegnato, poi, nel 2012 venne nuovamente arrestato e in questo caso anche torturato nel centro interrogatori di Moskobiyeh a Gerusalemme per 43 giorni e nel 2017 è stato nuovamente posto in detenzione amministrativa trascorrendo un anno e mezzo tra Ofer e la prigione del deserto del Negev, mentre i suoi studenti a scuola lo aspettavano e gli scrivevano lettere. Ha sempre visto nei loro occhi la speranza di un futuro migliore, Tareq aveva un rapporto speciale con i suoi studenti, un rapporto basato sul dialogo.

Tareq è stato nuovamente imprigionato nel centro interrogatori di Moskobiyeh dopo il suo ultimo arresto da parte delle forze di occupazione israeliane nel novembre 2019. È stato trattenuto lì per circa 30 giorni, dove è stato torturato con il metodo Shin Bet della "posizione della banana" o "back-bending", che sarebbe stato reso illegale dal 1999 contro i prigionieri palestinesi, di conseguenza, ha sofferto di forti dolori alla schiena e alle articolazioni, aggravati dai brutali pestaggi subiti per mano di sei agenti di sicurezza. Dal momento del suo arresto e della tortura fino ad oggi, gli è stato proibito di vedere i suoi familiari o i suoi avvocati.

Quando fu portato davanti al tribunale militare israeliano per la sua prima apparizione, arrivò su una sedia a rotelle, un giovane ragazzo in salute, un atleta, che dopo l’ennesimo arresto e le ripetute torture da parte delle forze di sicurezza Israeliane non può più camminare.

Famigliari ed amici erano increduli che Tareq fosse stato costretto, a causa della brutalità israeliana,

ad usare una sedia a rotelle.

Appassionato della vita, ambizioso, brama la conoscenza e la diffonde con amore e speranza a tutti e tutte coloro che lo circondano, amato da innumerevoli persone dentro e fuori la Palestina, compresi tutti gli amici ed amiche internazionali che si è fatto ne viaggi fuori dalla Palestina o quando la gente gli ha fatto visita in Palestina.

Chi lo conosce continua a chiamarlo "spirito della rivoluzione".

 Esprimiamo la nostra più profonda solidarietà a Tareq Matar, leader giovanile palestinese, organizzatore e prigioniero politico tenuto prigioniero nelle carceri israeliane.

Egli continua a ispirarci con il suo incessante spirito rivoluzionario, nonostante le sue esperienze di tortura e di grave repressione da parte delle forze di occupazione israeliane.

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La Commissione di Garanzia vieta lo sciopero femminista del 9 marzo. L’8 e il 9 marzo lo strumento dello sciopero ci viene sottratto ma, nonostante l’impossibilità di astensione dal lavoro salariato, non rinunceremo affatto a occupare le strade e le piazze in tutte le forme che saranno possibili, in comunicazione transnazionale con ogni lotta femminista, con tutta la fantasia e la moltiplicazione di pratiche e linguaggi di cui siamo capaci.

Mentre la marea dello sciopero femminista e transfemminista si sta alzando in tutto il mondo, in Italia ci avviciniamo alle scadenze di lotta dell’8 e 9 marzo in una situazione straordinaria, senza precedenti.

Venerdì 28 febbraio, a causa dell’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus, la Commissione di garanzia ha vietato lo sciopero generale del 9 marzo convocato dai sindacati di base su indicazione di Non Una di Meno. Un divieto formale, che si aggiunge alle pesantissime conseguenze materiali che le ordinanze regionali hanno sulle vite di quelle donne e lavoratrici che il 9 marzo avrebbero scioperato.

In questo contesto, vogliamo sottolineare un’incongruenza sostanziale delle misure adottate per limitare la diffusione del contagio: mentre alcune autorità chiedono di tornare al «normale» corso degli affari a tutela dell’economia, il costo della crisi sanitaria ricade in gran parte su donne e lavoratrici.

In questo senso, l’emergenza sta rendendo clamorosamente evidente la «normalità» delle condizioni sociali ed economiche contro cui lottiamo ogni giorno.

Nelle regioni in cui le ordinanze hanno imposto la chiusura delle scuole, migliaia di lavoratrici hanno perso il salario o ricevuto salari ridotti. Alcune perché insegnanti precarie, molte perché sono rimaste a casa con i/le bambin/e, o le persone anziane o malate più esposte agli effetti del virus.

Da settimane, le operatrici sanitarie e le infermiere lavorano senza sosta a parità di salario. Le lavoratrici domestiche e di cura, soprattutto migranti, assumono una quota significativa del rischio sanitario in cambio di salari da fame, le lavoratrici dei servizi di pulizia fanno turni sfiancanti per garantire l’igiene di ambienti pubblici e privati. E, tra di loro, ancora di più chi è migrante e sconta il ricatto del permesso di soggiorno legato al lavoro. In contemporanea alla chiusura delle scuole, il telelavoro e “smartworking” è stato presentato di volta in volta come soluzione obbligatoria o consigliata, in ogni caso sempre la migliore. Peccato che nessuna attenzione sia stata posta sulle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori. Lavori a chiamata, contratti di collaborazione, lavoratori autonomi, partite IVA: come avrebbero potuto stare a casa? E chi una casa non ce l’ha? Chi ha una casa che non è un posto di lavoro adeguato?

La gestione emergenziale del rischio di contagio, inoltre, ha reso evidenti soprattutto le conseguenze che in questi anni sono state prodotte dallo smantellamento del welfare e dal definanziamento della sanità pubblica in favore di quella privata: i lavori che garantiscono la riproduzione sociale sono indispensabili, ma continuano a non essere riconosciuti mentre il loro sfruttamento viene intensificato.

Per questo, da quando sono partite le ordinanze, ben prima che lo sciopero del 9 marzo fosse vietato, ci siamo chieste come ripensare le sue forme, sapendo che l’astensione dal lavoro sarebbe stata per tutte queste donne un sacrificio troppo grande e che l’interruzione delle attività riproduttive può essere impossibile per chi è obbligata a gestire con il proprio lavoro di cura il rischio del contagio, in assenza di qualsiasi supporto pubblico.

Nel corso di questa emergenza, la violenza maschile e di genere, che dall’inizio dell’anno in Italia ha ucciso quattordici donne, di cui sei donne trans, e colpisce le persone LGBT*QIA, non si è fermata. Anzi, le quarantene rischiano di esasperare la violenza domestica. Continueremo a lottare perché queste condizioni non rimangano invisibili e affinché ciascuna possa sottrarsi al ricatto della violenza. Oggi più che mai reclamiamo un welfare universale e un reddito di autodeterminazione, perché non siamo più disposte a farci carico del lavoro di cura, gratuito o mal pagato, che svolgiamo ogni giorno.

L’emergenza ha intensificato il razzismo: quello di chi occupa ruoli istituzionali e quello nelle strade con aggressioni contro le persone di origine straniera. Le limitazioni alle manifestazioni e alle assemblee pubbliche che oggi sono motivati dal rischio di contagio ieri avevano ‒ e domani continueranno ad avere ‒ la faccia ordinaria dei decreti sicurezza. Non faremo un passo indietro nel richiederne l’abolizione, nel rivendicare un permesso di soggiorno europeo senza condizioni e nel denunciare la violenza che si consuma lungo i confini e nei CPR.

In questi anni abbiamo praticato lo sciopero femminista e transfemminista globale lottando per la sua proclamazione anche da parte dei sindacati, per la sua organizzazione sui posti di lavoro, per una trasformazione delle sue forme a partire dalla centralità del lavoro domestico e di cura e dal rifiuto dei ruoli imposti e delle gerarchie di genere, facendone un potente strumento di sollevazione contro la violenza patriarcale. L’8 e il 9 marzo questo strumento ci viene sottratto ma, nonostante l’impossibilità di astensione dal lavoro salariato, non rinunceremo affatto a occupare le strade e le piazze in tutte le forme che saranno possibili, in comunicazione transnazionale con ogni lotta femminista, con tutta la fantasia e la moltiplicazione di pratiche e linguaggi di cui siamo capaci. Lo faremo perché ci muove l’urgenza di fare sentire la nostra voce contro la violenza di una società che ci sfrutta, ci opprime e ci uccide.

Perché l’8 e il 9 marzo, in tutto il mondo, ci vogliamo vive e libere: ¡arriba las y les que luchan!

Non Una di Meno

Se vi sentite parte di questa lotta, seguite gli aggiornamenti in tempo reale sulle iniziative che l’8 e 9 marzo si svolgeranno nelle diverse città sul blog nazionale e i canali social di Non Una di Meno e dei nodi territoriali e transterritoriali.

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Sta succedendo. Ed era largamente prevedibile.

Da Distribuzioni dal Basso

L’accordo criminale firmato nel Marzo 2016 tra l’Unione Europea e la Turchia di Erdogan, sostanziato in questi anni con le indicibili violenze sulla pelle di decine di migliaia di persone, dalla Siria alla Turchia, dalle isole greche alle frontiere lungo la rotta balcanica, ha trasformato i confini sud-orientali della fortezza Europa in una polveriera che è esplosa, con il suo carico di violenza, barbarie, morte.

Era chiarissimo a cosa avrebbe portato questo accordo scellerato, una crisi annunciata, diretta conseguenza delle politiche di chiusura dei confini e di negazioni dei diritti che l’Europa ha perseguito negli ultimi anni, sotto la spinta delle derive xenofobe e fasciste.

Via liberi ai progetti autoritari di Erdogan in politica interna ed estera, occhi chiusi sulle atrocità che Ankara commette in Siria e contro la popolazione curda, in cambio di un controllo appaltato (ma molto ben retribuito) dell’accesso alle frontiere sud-orientali dell’Europa (guarda Binxet – Sotto il confine per approfondire).

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Centinaia di migliaia di persone sono diventate in questi anni una pedina all’interno di un gioco malefico, in cui Turchia e UE facevano le proprie mosse pronte a tutto pur di perseguire i loro scopi; da un lato un riconoscimento economico e politico che ponesse la Turchia al centro dello scacchiera mediorientale accrescendo la propria autorità, dall’altro il blocco di quel confine che nell’estate del 2015 scatenò la cosiddetta crisi migratori della rotta balcanica.

Che l’Europa si fosse messa da sola in una condizione di totale ricattabilità era chiaro, che Erdogan non potesse essere affidabile né tantomeno un alleato lo sapevano anche i politicanti europei, ma la politica di chiusura dei confini era da perseguire ad ogni costo, economico e soprattutto umano.

Il tappo è saltato. E non è stato Erdogan a farlo saltare. Almeno non da solo.

In risposta alle vittime turche a Idlib, Erdogan ha annunciato l’apertura dei confini e migliaia di persone hanno seguito la sua “chiamata” spostandosi in massa verso la Grecia nella speranza di trovare finalmente sicurezza dopo anni trascorsi in Turchia subendo profonde disuguaglianze sociali, razzismo, sfruttamento e mancanza di diritti essenziali.

Le persone sono state letteralmente trasportate verso il confine con autobus bianchi gratuiti messi a disposizione da Ankara, sono state date indicazioni che i confini erano aperti, i trafficanti di uomini hanno avuto via libera per riprendere i loro affari, mentre in diverse città turche si contano numerose aggressioni come questa avvenuta ieri nella città di Samsun

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CONFINE DI KASTANIES/EVROS/EDIRNE

Almeno 10.000 persone si sono ammassate lungo la c.d. “no man land” tra Turchia e Grecia. Con la promessa di un confine aperto si sono invece ritrovati tra muri di filo spinato ed i lacrimogeni lanciati dalla polizia greca. Il governo di Atene ha dichiarato lo stato di emergenza, sospendendo il diritto di asilo, violando il principio di non-respingimento, attaccando uomini, donne e bambini senza nessun ritegno.

Gli scontri continuano ormai da due giorni e questa mattina giunge la terribile notizia del primo morto: il rifugiato siriano Ahmed Abu Emad, di Aleppo, è stato ucciso oggi dalle guardie di frontiera greche mentre cercava di attraversare la Grecia insieme a centinaia di rifugiati. Gli hanno sparato alla gola vicino ad Ipsala.

Le temperature rigide di questi giorni non stanno facendo altro che peggiorare una situazione già di per se terribile. Le persone sono bloccate al freddo, in mezzo al fango e senza cibo ne tantomeno acqua. Molti hanno speso gli unici soldi che avevano per raggiungere il confine e non torneranno indietro.

La polizia ha arrestato almeno 70 persone che provavano a passare il confine. Sabato un tribunale greco ne ha condannati 17 per direttissima a 3 anni e mezzo di carcerecondannati 17 per direttissima a 3 anni e mezzo di carcere.

Come ricorda AlarmPhone in un comunicato pubblicato questa mattina “ Nonostante l’attuale escalation, è chiaro che i respingimenti e gli eccessi violenti lungo il confine sono fenomeni quotidiani, non eccezioni. Ma di solito si rivolgono a gruppi più piccoli, non a una folla così numerosa. Di solito, la società civile non è in grado di vedere come si svolgono queste violazioni dei diritti umani, come la polizia e i funzionari dell’esercito si trovano sui percorsi delle persone, impedendo loro di arrivare sul territorio dell’UE ed esercitare il loro diritto di chiedere asilo.”

LA SITUAZIONE DEVASTANTE DI LESBOS

Ieri è stata una giornata terribile sull’isola di Lesbos, dove da giorni popolazione locale e gruppi fascisti hanno messo in atto blocchi, proteste e violenze come risposta all’annuncio del governo greco di voler costruire un altro campo profughi sull’isola dopo quello di Moria, dove circa 20.000 persone vivono in condizioni indegne bloccate in un limbo che sembra più assomigliare ad un inferno.

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Foto di Micheal Trammer

Numerosi gommoni sono continuati ad arrivare per tutto il giorno, carichi tra l’altro di decine di bambini. Un presidio di fascisti e abitanti locali ha impedito, per tutta la giornata di ieri al porto, alle persone migranti di sbarcare mentre venivano ricoperte di insulti

Allo stesso tempo altre persone con bandiere greche e canti nazionalisti, attuavano un blocco stradale vicino all’hotspot di Moria per impedire nuovi arrivi. Ma soprattutto ieri è stata la giornata in cui si sono verificate decine di aggressioni contro migranti, attivisti, volontari ONG e giornalisti.

Il foto-reporter tedesco Micheal Trammer è stato attaccato e picchiato selvaggiamente, la sua macchina fotografica buttata in acqua perchè accusato di essere “un membro delle ONG che aiutava i migranti a sbarcare”

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Nawal Soufi, attivista per i diritti umani che da tempo aggiorna quotidianamente su quanto avviene sull’isola, è stata aggredita, le persone che viaggiavano con lei picchiate e la macchina distrutta. Altre aggressioni a suon di pugni e calci sono avvenute contro i membri dell’ONG basca Zaporeak vicino alla città di Mitilene

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Ieri una barca con 49 persone (inclusi 18 bambini) è stata attaccata due volte da un motoscafo guidato da uomini con delle maschere nere, vicino Mitilene a Lesbo. Il motore della barca distrutto, le loro richieste di aiuto ignorante dalla guardia costiera e dalle navi di Frontex che pattugliano la zona.

Questa mattina è giunta invece la terribile notizianotizia che un barcone con decine di persone si è capovolto a largo delle coste di Lesbos. 47 persone sono state soccorse mentre un bambino è morto annegato.

La situazione sembra arrivata ad un punto di non ritorno. E’ necessario fermare il criminale accordo UE-Turchia ed aprire immediatamente i confini ORA!

 

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Pubblichiamo questo interessante articolo di una lavoratrice precaria dello spettacolo che racconta gli effetti della crisi Covid19 all'interno di questo settore. L'articolo inoltre sottolinea come le norme sul coronavirus non fanno che evidenziare delle condizioni di sfruttamento antecedenti a questa crisi. Buona lettura!

Secondo i dati SIAE solo nella prima settimana di emergenza coronavirus sono stati cancellati 7400 spettacoli, con una perdita di 10 milioni di euro. Per paura del contagio si stanno svuotando le sale anche nelle zone non a rischio. Numerosi lavoratori dello spettacolo si trovano a vivere queste giornate senza lavoro e senza alcuna tutela.

Le regioni del Nord Italia interessate dal contagio e quindi dalle ordinanze co-firmate dal ministro della Salute e dai governatori da sole rappresentano ben più della metà del mercato dello spettacolo dal vivo. La ricaduta è quindi numericamente molto significativa.

Come spiega il direttore del Teatro Stabile di Torino e presidente di Federvivo a pagare le spese della crisi potrebbero essere soprattutto gli artisti e i tecnici: "La ricaduta è sicuramente grave sulle imprese e sulle compagnie, sulle istituzioni grandi e piccole, ma è gravissima sui lavoratori. Non essendoci in questo comparto la cassa integrazione, rischiamo veramente che i costi più alti vengano pagati dagli artisti e dai tecnici impegnati nelle produzioni. La preoccupazione riguarda il comparto nel suo insieme, la tenuta delle contabilità aziendali ma anche e soprattutto della qualità della vita e del sostentamento degli artisti".

Molte delle produzioni programmate per queste settimane non potranno essere recuperate perchè sale e teatri sono programmati fino all’estate dunque bisognerà mettere in conto che alla fine della stagione mancheranno parecchi borderò, quindi parecchie giornate lavorative, oneri, spettatori, incassi che non potranno essere rendicontati e che potranno penalizzare anche i soggetti interessati ai fini dell’ assegnazione consuntiva del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo). A tal proposito vogliamo brevemente ricordare la legge 160 del 2016 (allora come ora ministro dei beni culturali Dario Franceschini) che prevede il declassamento delle fondazioni liriche a teatro lirico sinfonico, un escamotage per abbassare le erogazioni statali verso le fondazioni, e la trasformazione dei contratti dei lavoratori da tempo indeterminato a part-time obbligatorio. Allo stato attuale le erogazioni del FUS sono una miseria e costringono i teatri ad accumulare debiti che naturalmente vanno a ricadere sui lavoratori.

Dal comunicato stampa del “Comitato nazionale delle fondazioni lirico-sinfoniche”:

“L’insufficienza delle risorse erogate dal Fondo Unico dello Spettacolo, la scarsità e l’inaffidabilità delle risorse provenienti da Regioni e Comuni e le criticità generate dal D.M. 2014 e successivi avevano già messo in ginocchio lo spettacolo dal vivo in Italia e, in molti casi, compromesso l’applicazione dei contratti nazionali rendendo precarie le condizioni di lavoro di artisti e maestranze.

Adesso, l’emergenza legata al coronavirus dà il colpo mortale. Rischia di non essere attuata la norma di salvaguardia che tutela i lavoratori atipici sia nel caso in cui gli spettacoli siano sospesi con un provvedimento della pubblica autorità, sia nel caso in cui il teatro dovesse rimanere chiuso per cause di forza maggiore (art. 19 CCNL). Tale norma precede, con diverse modalità, per non lasciare senza reddito questi lavoratori.

Oggi, alcune Imprese dichiarano di non poter sostenere questo costo, vista l’incertezza sulla futura programmazione, e chiedono ai lavoratori di rinunciarvi facendo appello a un senso di responsabilità che non è accettabile, né sostenibile.
Non è ammissibile che i lavoratori più deboli debbano pagare un costo così grande.”

Il mondo dello spettacolo e dei beni culturali in generale, è un mondo di precarietà, in cui dopo anni di studi e di investimenti economici (tendenzialmente non da poco visti i costi della formazione artistica) tocca procacciarsi il lavoro giornalmente senza alcuna garanzia di uno stipendio fisso a fine mese.

E’ così che vive la stragrande maggioranza dei lavoratori della cultura, barcamenandosi tra produzioni di tre giorni, contratti di una settimana e spettacoli di poche ore che prevedono giorni se non mesi di prove non pagate.

Secondo un'indagine condotta nel 2019 dal collettivo “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturaliil 63% dei lavoratori del settore guadagna meno di 10.000 euro l’anno (ovvero meno di 850 euro al mese, escludendo anche tredicesima e quattordicesima), con un 38% che addirittura in dichiarazione dei redditi ha cifre inferiori ai 5mila euro.

Gli attivisti di Mi Riconosci? Già quest’estate parlavano di una “emergenza sociale che la politica deve affrontare”, dunque ci viene da pensare che il mondo della cultura sia vittima di un virus molto più subdolo del COAV19, proveniente dai palazzi delle istituzioni e dalla costipazione di una politica che da anni investe solo sul buisness e ammala il paese di precarietà.

Come si può leggere nel comunicato di ASSOLIRICA (Associazione professionisti della lirica) “per gli artisti dello spettacolo il Coronavirus c’è ogni anno. Infatti, non essendo prevista alcuna tutela per malattia o infortunio nei contratti tra artisti e teatri, ogni volta che ci si ammala si perde la possibilità di ricevere compenso, questo anche dopo mesi di prove e ingenti spese per trasferte , alloggio etc.”

In questi giorni l’emergenza coronavirus sta portando a galla i problemi che da anni affliggono il mondo dello spettacolo e che in un momento di crisi come questo diventano insostenibili. Diventa dunque fondamentale dare battaglia affinchè le istituzioni si mobilitino per trovare misure specifiche di sostegno ai lavoratori dello spettacolo.

Se i teatri vengono chiusi è ora di riempire le piazze!

Approfondimento: intervista a una corista del Teatro Regio di Torino del 2018

 

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