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Articoli filtrati per data: Wednesday, 25 Marzo 2020

Ormai da diversi giorni l’intero territorio nazionale è diventato zona rossa. Le misure di contenimento del contatto sociale, propagandate attraverso i media, sono sintetizzate in maniera inequivocabile con la frase: “io resto casa”.

In questa situazione però, sono migliaia le persone che non si possono permettere di stare a casa perché devono recarsi quotidianamente sul posto di lavoro. Tra queste non si può non guardare ad una categoria dimenticata, sia a livello di considerazione sociale generale, che dalle istituzioni: i lavoratori e le lavoratrici della grande distribuzione. Sono loro a garantire l’approvvigionamento di beni di prima necessità all’intera popolazione nazionale e lo fanno in una condizione di forte rischio per la loro salute.

In questo settore, infatti, l’emergenza corona virus si è venuta ad instaurare su una situazione in cui già da più di 20 anni le condizioni di lavoro hanno subito un sensibile peggioramento: l’obbiettivo delle direzioni aziendali è stato quello di ridurre sempre il costo del personale, sancendo la priorità dell’innalzamento dei profitti a discapito della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici.
Si può quindi facilmente dedurre come queste stesse direzioni aziendali siano colpevoli di essersi rivelate impreparate ed incapaci nel gestire la presente emergenza, abbandonando i lavoratori e le lavoratrici e non rispettando le misure essenziali per il contenimento del contagio nelle filiali.

Dato che non riteniamo sia sufficiente dedurre, abbiamo deciso di intervistare direttamente un lavoratore e una lavoratrice, Cesare ed Isabella, attualmente impiegati rispettivamente in un punto vendita Carrefour ed in uno LIDL nel genovese.
A loro si è aggiunto anche Fabio ex-capofiliale di un punto vendita LIDL di Torino, licenziato alcuni anni fa per via della sua azione in quanto RLS a difesa della salute sua e dei suoi colleghi. Al momento Fabio anima un gruppo Facebook, “ Anche io mi informo” (https://www.facebook.com/groups/127767771202410/), in cui porta avanti un’attività divulgativa rispetto ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici della grande distribuzione in merito alla salute e alla sicurezza sul lavoro. Ha mantenuto, quindi, un rapporto di costante scambio con molti lavoratori e molte lavoratrici sul territorio nazionale, opponendosi attraverso questa forma di attivismo telematico all’allottamento forzato dai suoi colleghi e compagni che l’azienda ha realizzato tramite il suo licenziamento.

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Ci siamo trovati a parlare insieme grazie a una chiamata su WhatsApp, di sera, quando i turni erano terminati.

La prima questione su cui ci siamo confrontati è stata come avessero vissuto queste settimane di emergenza sul posto di lavoro. Cesare non ha giustamente usato mezzi termini nel descrivere la situazione in cui lui e i suoi colleghi si sono trovati a lavorare.

Siamo carne da macello. Non abbiamo nessuna tutela. Ci hanno dato delle mascherine che sono carta igienica. L’armonizzazione delle entrate è stata combattuta, ma se poi entrano i servi dei padroni fanno entrare tutti… L’igienizzazione dei locali è davvero uno scandalo.

Siamo in prima linea, non come i medici che salvano vita, ma siamo comunque in prima linea.

Io nella mia vocazione non ho mai voluto salvare vite, i medici si. Io metto scatolette negli scaffali e mi sono trovato i questa situazione: dallo svolgere un lavoro considerato ignorante e da deficiente, a eroe della società.

Un lavoro di pubblica utilità ed essenziale, pagato una merda, tutelato come una merda, trattato come una merda.

Isabella sottolinea come sia mancata fin da subito un’adatta informazione su quanto stesse accadendo e su quali fossero le misure di da adottare per la tutela, sia dei lavoratori e delle lavoratrici che dei clienti. Questo è stato solo l’atto inaugurale di una politica di totale dispegno da parte della direzione aziendale.

Noi l’abbiamo vissuta come un’informazione all’italiana. C’è il virus non c’è il virus? restiamo a casa? Facciamo la spesa o no? Di conseguenza la confusione più totale. Quello che noi accusiamo anche da parte della nostra azienda è la mancanza più totale di informazione. Hanno cercato di farci passare tutta una serie di cose un po’ cosi d’emblée: “State tranquilli non succede niente, continuiamo a lavorare”.

Tanto al momento non eravamo ancora zone rosse colpite.

Ora invece che siamo zona rossa ovunque ci ritroviamo con 100-150 persone all’interno delle filiali e nessun servizio di guardianaggio.

Ci hanno dato degli swiffers da metterci in faccia invece che delle mascherine vere e ci ritroviamo senza dispositivi di protezione individuale per poter affrontare questa emergenza. È la stessa direzione a dire loro che non se ne trovano.

Fabio inquadra la mala gestione sul piano della sicurezza di questo momento emergenziale all’interno di una dimensione più sistematica. Le aziende della grande distribuzione hanno sempre cercato di tagliare il costo del personale per far crescere i profitti, mortificando le condizioni di lavoro dei dipendenti e quindi la loro sicurezza. Ciò è stato possibile anche grazie ad una continua svalutazione del punto di vista dei lavoratori e delle lavoratrici, operato anche contro le norme vigenti in merito alla salute e alla sicurezza sui luoghi di lavoro.

Ciò che io ho notato è come quello che sta accadendo sia tipico della nostra azienda, dove non viene data la possibilità ai lavoratori, e soprattutto agli RLS, di partecipare alle scelte per la tutela della salute e della sicurezza nelle filiali. La confusione è stata generale perché anche il governo aveva sottostimato la rischiosità e diffusione del virus. E ci sta che abbia colto impreparato chiunque. Il problema però è questa mancanza di partecipazione: il non voler chiedere al dipendente cosa ne pensava delle varie scelte aziendali. […] Queste aziende sono indirizzate unicamente al fatturato e alla riduzione del costo del personale, e quindi questa situazione le ha colte totalmente impreparate proprio perché non hanno mai ascoltato la voce dei lavoratori sul discorso della sicurezza, tanto meno ora. Se avessero ascoltato i lavoratori avrebbero potuto adottare misure di riorganizzazione del lavoro in filiale: riducendo l’orario di lavoro o dando la possibilità di caricare gli scaffali con il negozio chiuso, per esempio. Tutte cose che se non ascolti i lavoratori tu dirigenza non ti puoi nemmeno immaginare, perché non ne puoi avere percezione.

Se c’è una pandemia in corso e il capo area riprende i dipendenti perché hanno incassato 3’000 euro in meno del giorno precedente dicendo “Avete chiuso troppo le porte”, si vede proprio che non hanno percezione del mondo.

Continuano ad essere focalizzati sul fatturato e il costo del personale, il loro mantra. E il medico competente ha sempre assolto il ruolo di validare gli obbiettivi dell’azienda dal punto di vista sanitario.

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In questo momento il medico competente aziendale dovrebbe svolgere un ruolo essenziale all’interno dei posti di lavoro. Ciò dovrebbe accadere oltre per il buon senso e per deontologia professionale, ma anche per legge. All’interno del Protocollo di intesa in merito alla sicurezza sui luoghi di lavoro firmato lo scorso 14 marzo, il medico competente è infatti chiamato a continuare a la sorveglianza la sorveglianza sanitaria, oltre che a prendere attivamente parte nella costituzione di appositi Comitati che permettano una valutazione condivisa tra datore di lavoro e RLS rispetto alle misure da adottare a livello preventivo. La verità è che questi stessi medici stanno latitando, riconfermando la loro inaccettabile sottomissione alle volontà padronali. Ciò appare evidente nella testimonianza di Isabella alla quale, in quanto RLS, il medico competente avrebbe il dovere di rispondere alle sollecitazioni e richieste di confronto.

Io ho chiamato il medico competente aziendale, che ha tutte le cartelle sanitarie di tutti i colleghi, per chiedere una riunione straordinaria sulla sicurezza e non mi è stato risposto nulla. Il medico competente ha demandato tutto al medico di base che non può dare più di tre giorni di mutua. Tutte le assenze volontarie vengono prese ora come permessi, ma poi quando l’emergenza sarà finita come verranno conteggiate queste assenze? Come faremo durante tutto l’anno? Arriverà un decreto che ci permetterà almeno di sopperire a questa emergenza in questo momento? Questa è la mia domanda! Anche perché c’è il rischio del comporto. […]

Sono riuscita comunque a contattare e parlare con il medico competente che mi ha detto che si trovavano nella merda più totale, che i dispositivi di protezione non c’erano, e lui quindi mi ha detto: “mettetevi una sciarpa o un foulard”. Questo mi ha fatto impazzire. Quando ho divulgato questa notizia a tutti i miei colleghi e alle delegate gli è arrivata una voce e mi ha mandato un messaggio su WhatsApp in cui mi ha scritto che avevo peccato di correttezza intellettuale. E ho detto tutto. Ritengo che anche il medico competente sia una venduta come tutta la dirigenza. E lei un giuramento però l’ha fatto quando ha scelto il suo mestiere.  

Come afferma Fabio, l’onere dell’attuazione delle misure preventive viene quindi a scaricarsi interamente sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici, anche perché vengono a mancare delle indicazioni chiare sugli standard da attuare. La discrezionalità regna sovrana e con lei livelli molto inferiori al necessario rispetto alla sanificazione degli ambienti frequentati non solo dai lavoratori e dalle lavoratrici, ma anche dalla clientela.

A differenza di chi lavora nell’ospedale dove esistono dei protocolli sulla sanificazione noi siamo lasciati a noi stessi. Sento filiali in cui per esempio i limiti di entrata dei clienti sono sproporzionati rispetto alla metratura del punto vendita. Non ci sono state delle disposizioni omogenee per tutte le filiali. Io ho sentito una lavoratrice di Catania che mi ha raccontato come da lei sia stato sanificato il punto vendita perché i lavoratori hanno rotto le scatole, mentre nella maggioranza dei casi questo non accade. Ci sono anche luoghi, come per esempio a Rivarolo, dove il servizio di sanificazione dovranno farlo gli stessi addetti vendita, munendosi di prodotti che prendono dalle corsie. Dovranno anche pulire i bagni clienti, che la dirigenza benché ci si trovi in questo momento di emergenza vogliono che si mantengano aperte.

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In questo scenario non bisogna poi dimenticare quanto l’attuale protagonismo di questi servizi, con il correlato aumento della mole di lavoro, si traduca in un costo umano enorme: quello del carico di ore di lavoro scaricato su pochi lavoratori e lavoratrici. La regolazione dei turni di lavoro dovrebbe essere una delle azioni di riconfigurazione dell’organizzazione aziendale di maggior efficacia in ottica preventiva. Vediamo, invece, come la scelta di ridurre il monte ore a carico dei singoli si stata totalmente bypassata dalle direzioni aziendali, sempre in ottica di massimizzazione dei profitti durante l’emergenza. Bisogna infatti fare attenzione a non aderire alla retorica guerresca di sacrificio con cui viene raccontato lo sforzo dei lavoratori e delle lavoratrici della grande distribuzione, dato che un processo sistematico di intensificazione e saturazione dei tempi di lavoro è già in atto da più di un decennio. Come afferma Fabio infatti:

Il problema dei turni è almeno 12-13 anni da quando è iniziata l’apertura domenicale che è un problema. Il fatto che non ci siano più domeniche, o giorni festivi, perché sono davvero pochissimi i giorni in cui il punto vendita è totalmente chiuso, il fatto di aver soppresso la pausa di pranzo, di aver anticipato l’orario di apertura e posticipato quello di chiusura, ha creato grossi problemi a chiunque all’interno della grande distribuzione. In questo momento la situazione si è aggravata per il problema del virus. Oltre il problema dei turni c’è il problema della distribuzione delle competenze nei punti vendita. Mi spiego meglio parlando delle lavoratrici più anziane. L’anzianità in LIDL significa avere intorno ai 37 anni, e quindi una persona che non corre più o carica la merce alla stessa velocità di prima come quando sei assunto a 20 anni. Questa generazione viene di solito lasciata in cassa. Quello che ho riscontrato è che fare nelle 8 ore di lavoro 8 ore di cassa rappresenta un forte rischio per la salute di queste lavoratrici. Se non si riesce ad eleminare il rischio che il virus rappresenta, sarebbe doveroso almeno ridurre la quantità di esposizione: lasciare una persona per otto ore consecutive in cassa a contatto con il maneggio contanti piuttosto che a contatto con il pubblico è invece un accentuare l’esposizione al rischio. Questo è un problema che sto verificando in diversi punti vendita.

I supermercati in queste settimane sono stati letteralmente presi d’assalto ed il personale si è venuto a ridurre. Alcuni sono in quarantena, mentre altri hanno scelto di entrare in malattia come forma di autotutela e di resistenza contro la mancata attuazione di reali forme di tutela, o sono in congedo parentale per seguire i figli. Invece di ristrutturare l’organizzazione del lavoro all’interno dei punti vendita le direzioni aziendali hanno preferito assumere lavoratori e lavoratrici interinali per supplire alla mancanza di personale. Queste persone ancora meno tutelate degli strutturati, sottoposti ad una forma di ricatto tra salute e lavoro quasi incontrastabile e senza nessuna forma di formazione professionale e sulla sicurezza: sono letteralmente carne da macello.

Cesare: Turni massacranti, carichi massacranti. Pensiamo a una settimana fa prima della dichiarazione ufficiale della pandemia: siamo stati letteralmente assaltati. Eravamo in 2 a turno un cassiere, una gastronoma e un servo che praticamente fa le veci del gestore. Possiamo capire l’organizzazione di Carrefour quale sia: 3 persone in mercato. In questa tragedia di isteria collettiva da 5000 euro che fatturava al giorno ne fattura 10’200 euro e siamo con tre persone e una massa di interinali messe lì senza nessuna professionalità. La professionalità non esiste. In questa isteria collettiva se li dai della carne marcia prendono anche la carne marcia. È inutile che ci danno la mascherina da carta da cula e poi entrano nel punto vendita centinaia di persone. Basta che uno sia infetto e cosa facciamo? La mascherina può servire a qualcosa? Mettono una marea di interinali, perché una parte di noi si mette in mutua. Gli interrenali girano con la mascherina da carta da culo e vivono nel ricatto. Se dici no non vai più a lavorare. L’unica tutela che per ora ci garantisce questo sistema è metterci in mutua. È assurdo quello che ti dico, ma li capisco anche perché in tutto questo clima di terrore che stanno mettendo i media uno va in ansia. Già facciamo un lavoro di merda, usurante. Che poi bisogna dirlo che è un lavoro usurante. Anche ora ci facciamo 23 roll in due in mercato con tutta la gente che entra. E dove è la distanza di sicurezza se mi passa accanto la cliente accanto che magari mi scatarra? È tutta una presa per il culo questa qui, anche se ci danno il dpi sono inutili. I medici almeno li nominano, ma noi chi ci caga. Anche nel decreto si parla di vigili del fuoco, polizia, os, ma sui supermercati hai letto qualcosa? Perché le regioni non regolamentano le entrate nei supermercati che sono focolai? 100 persone in coda che parlano allegramente…

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Molti e molte a casa hanno figli o familiari di cui occuparsi e prendersi. Il rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro diventa sempre più massacrante ogni giorno che passa. Come purtroppo già noto, il lavoro riproduttivo in famiglia, anche durante l’emergenza, tende a essere svolto dalle donne lavoratrici, che si trovano quindi a vivere una vita totalmente al lavoro, senza tregua. E tutto ciò per arrivare ad avere un reddito a fine mese che non assicura altro che la mera sussistenza. Un triplice ricatto: salariale, emotivo, rispetto alla cura da portare in famiglia, e rispetto alla tutela della propria stessa salute sul posto di lavoro.

Isabella: È un macello. Adesso noi non possiamo per contratto passare le 11 ore lavorative però chiaramente te ne fai 10 senza sparate una dietro l’altra. E come ha detto il collega le facciamo in quelle condizioni, caricando, continuando a commissionare merce e quindi ci ritroviamo anche a non sapere dove buttare i nostri figli. E non uso buttare a caso perché è proprio un buttarli perché non li possiamo fare uscire, non li possiamo dare ai nonni… Io sono part-time 20 ore, prendo 700 euro al mese e ho un figlio in 104, di conseguenza ti puoi immaginare a chi lo lascio. Seppur abbia 12 anni non posso assolutamente abbandonarlo a sé stesso. Mio marito uguale lavora nella grande distribuzione e di conseguenza questo eh. Se non escono dei veri ammortizzatori sociali per noi…

Nelle filiali gli addetti vendita e gli altri dipendenti interagiscono ogni giorno non solo con la clientela, ma anche con i lavoratori dei trasporti e della logistica che ogni giorno arrivano a portare i rifornimenti. Nel relazionarsi a questi lavoratori è nata una forte consapevolezza di quanto il settore logistico sia in questo momento lasciato a sé stesso, di quanto i lavoratori debbano convivere ogni giorno con la paura del contagio, privi di dispostivi di protezione individuale e con disposizioni rispetto alla modalità di esecuzione delle mansioni del tutto inattuabili nella pratica. Inoltre, il fatto che durante il trasporto merci non vengano svolti processi di sanificazione delle merci e dei camion certificati, fa temere che il contagio possa avvenire proprio nel momento dell’approvvigionamento dei punti vendita.

Isabella: Coloro che trasportano la merce in questo momento di grave contaminazione…molti magazzini sono stati chiusi principalmente in Lombardia. I camionisti che arrivano da noi sono spaventati, sono muniti di una mascherina e niente di più. Sono come noi una categoria non protetta, perché ormai ci sono evidenze scientifiche che dimostrano come il Covid-19 rimanga sulle superfici per un certo periodo di tempo. Noi non sappiamo neanche quali siano i processi di sanificazione che vengono effettuati nei magazzini. Io non so neanche come lavorano gli alimentari perché questo non mi è dato saperlo. So solo che arrivano questi camionisti, per la maggior parte stranieri, poco informati dai loro diritti perché chiaramente debbono dare da mangiare alla loro famiglia, la maggior parte di quelli che arrivano da noi sono albanesi, e alla fine della favola si ritrovano con una mascherina zitti e muti a cariare la merce. Presumo che anche loro non abbiano nessun tipo di informazione ed anzi vengano utilizzati come noi nell’assoluto silenzio e nell’assoluta mancanza di dispositivi di protezione.

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Rispetto al rapporto con la clientela la situazione non è affatto semplice. La crisi che stiamo vivendo fa emergere forme violente di consumismo ed individualismo che lasciano spiazzati.

Cesare: Per quello che posso dire dei clienti in un momento di panico come quello che stiamo vivendo, che io sia una persona anziana o un giovane, senza nessuna distinzione perché siamo tutti bestie, picchierei il bambino per prendermi la mela. Questo è ciò che ho notato nel supermercato. Il supermercato rivela la nostra natura bestiale, bestie dell’approvvigionamento. Se non abbiamo il frigo pieno possiamo anche ammazzare. Non ho avuto nessuna solidarietà dai clienti o risposta di grazie. Noi siamo servi della gleba, se non troviamo fuori le palle ora e di valorizzare la nostra categoria ora, saremo sempre servi della gleba. E dopo di noi ci sarà solo l’automazione.

Isabella e i suoi colleghi e colleghe sono state protagoniste di un’azione di resistenza nella loro filiale sabato 14: In quanto RLS ha imposto la sospensione dell’attività produttiva per rischio biologico. La sospensione dell’attività non solo ha permesso di arrecare un danno consistente al fatturato LIDL, ma ha fatto si che i lavoratori e le lavoratrici potessero resistere e prendere parole davanti alle forme di sfruttamento che la gestione dell’emergenza sta mettendo in atto. Per 3 ore e mezza alcuni rappresentati di un “settore strategico” hanno potuto sospendere il lavoro, come atto di responsabilità collettiva sia rispetto alla tutela della propria salute, che della propria clientela.

È stata organizzata una sospensione momentanea del lavoro in pochissimi minuti. Abbiamo mandato una bella PEC tramite la mia funzionaria alla dirigenza. In automatico siamo scappati nella mia filiale, dove avevo fortunatamente 8 colleghi in appoggio in turno, e io gli ho detto: “Se anche non volete metterci la faccia non vi preoccupate ce la metto io e ora sbatto tutti fuori dal negozio perché in questo momento come RLS posso dire che c’è un rischio biologico. Non siamo tutelati noi lavoratori e lavoratrici e non sono tutelati i clienti”. A quel punto ho chiamato il mio capo filiale abbiamo chiamato la dirigenza e gli abbiamo detto da questo momento parte la sospensione e abbiamo cacciato fuori tutti i clienti gridando al rischio biologico. Il negozio è rimasto momentaneamente chiuso per 3 ore e mezza e siamo rimasti fuori con i colleghi. Da lì a poco siamo riusciti a parlare in vivavoce con la dirigenza e abbiamo fatto le nostre richieste, chiedendo che fossero scritte nere su bianco e firmate, altrimenti avremmo continuato la sospensione. Ce lo hanno promesso, e ancora dobbiamo vedere se manterranno questa promessa sennò continueremo a fare sospensione.

Senza il supporto dei miei colleghi non sarei riuscita a fare niente.

Siamo riusciti in un sabato a dare una legnata alle gambe al fatturato. Non mi aiuti? Non mi dai ai dpi? Io allora ti tolgo migliaia di euro di guadagno. […]

Mi sono trovata ad urlare fuori dalla mia filiale ai clienti che si devono rendere conto che a non proteggere noi come operatori di filiale non proteggiamo neanche loro. Gli riconoscevo che è grazie al loro essere clienti che io posso assicurare alla mia famiglia un pasto, io in questo momento vi posso dire che non vi stiamo proteggendo. Anche noi possiamo essere portatori del virus. Alcuni hanno appoggiato la nostra protesta di 3 ore e mezza dal servizio, mentre altri ci hanno mandato letteralmente a cagare.

Questa forma di sospensione ha avuto anche un forte portato ricompositivo, in un settore in cui la solidarietà tra colleghi è stata smantellata negli anni dal padronato. Bisogna prendere consapevolezza che questa ricomposizione si è data rispetto alla tematica della salute sul lavoro, tematica dimenticata e bistrattata prima di questa emergenza.

Isabella: Primo è stato un segnale dato all’azienda perché spesso non si hanno nemmeno le forze per fare uno sciopero perché sono talmente diverse ed eterogenee ormai le forme di tutela, i gruppi, le età all’interno di un punto vendita che diviene molto complicato prendere tutti all’interno di un punto vendita e dire bene ora scioperiamo. L’azienda si è sempre sentita forte perché sa bene che è quasi impossibile ottenere questo risultato e ha sempre ottenuto quello che voleva. Quindi è stato un ottimo segnale sia all’azienda che a tutte le persone che vorrebbero, ma hanno paura o non credono di esserne capaci. Ora c’è un precedente.

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Riceviamo e condividiamo questa lettera aperta di alcun* parent* dei detenuti...

Nei giorni scorsi, com'era prevedibile, tantissime carceri (27 in tutta Italia) sono esplose di rabbia per le misure adottate dal governo, che non tenevano conto delle condizioni di detenuti e detenute.

Una rabbia che viene da lontano, per le condizioni di vita che i/le detenuti/e sono costretti a vivere da molto tempo, con sovraffollamento sempre in crescita e condizioni igieniche e sanitarie molto precarie. In questo contesto già impossibile, mentre il governo stabiliva che per far fronte all'emergenza sanitaria del nuovo coronavirus fossero vietati gli assembramenti, chiuse le scuole e imposta una distanza di almeno un metro tra le persone, non si teneva conto del fatto che detenuti e detenute sono costretti a stare in celle sovraffollate, ammassati uno sull'altro, e costantemente esposti al rischio di contagio per la presenza del personale che entra ed esce dalle prigioni.

Le notizie di alcuni contagi in carcere già esistono e non si può più aspettare per prendere provvedimenti.

A fronte di condizioni che rendevano - e rendono ancora -palese l'impossibilità di far fronte all'ingresso e alla diffusione del virus nelle carceri, è urgente e necessario sfollare gli istituti di pena adottando provvedimenti di decongestionamento immediato. Il governo tuttavia pare si sia limitato a confermare il limite già esistente di pena residua di 18 mesi per accedere alla detenzione domiciliare in base alla legge "svuotacarceri", stabilendo però che non possono più accedervi i detenuti con rapporti disciplinari presi nell'ultimo anno, e quelli che avrebbero partecipato alle rivolte –secondo i rapporti disciplinari della polizia. Inoltre, si prevede che si ricorra al braccialetto elettronico, cosa che renderà ancora più difficoltoso l'accesso al "beneficio", per carenza delle apparecchiature necessarie.

Con la misura adottata, si prevede che usciranno di prigione, forse, circa 3000 persone in tutta Italia, a fronte di un sovraffollamento che gira attorno ai 15.000 detenuti/e. Cifra ridicola, se pensiamo agli/alle 85.000 detenuti/e liberati/e dall'Iran a causa dell'emergenza sanitaria. Governo e parlamento non hanno ascoltato le legittime rivendicazioni delle detenute e dei detenuti; la magistratura, pur facendo qualche concessione, potrebbe fare molto di più anche sulla base di quanto già la legge prevede.

 

Innanzitutto nei confronti di Triunali di Sorveglianza, Tribunali e uffici GIP, Procure, sulla base delle leggi già vigenti:

 - pretendiamo che il ricorso alla custodia cautelare in carcere avvenga solo nei casi di assoluta necessità e solo qualora non siano sufficienti altre misure, come è già previsto dalla legge, spesso violata;

- pretendiamo che vengano immediatamente sospesi, per almeno 6 mesi, gli ordini di esecuzione delle pene in carcere, in modo da bloccare i nuovi ingressi;

- pretendiamo che le persone anziane e con patologie siano immediatamente mandate d'ufficio agli arresti domiciliari e in detenzione domiciliare, come già previsto dalla legge.

 

Nei confronti del Governo pretendiamo che, per le ragioni di necessità e urgenza imposte dalla pandemia, venga previsto con decreto legge che:

- vengano immediatamente bloccati i trasferimenti dei presunti partecipanti alle proteste;

- venga sospesa l'esecuzione della pena in carcere, per 6 mesi, con sostituzione della stessa ed esecuzione in detenzione domiciliare, per pene residue inferiori a 5 anni;

- venga aumentato il residuo di pena, in base al quale disporre che l'esecuzione avvenga in detenzione domiciliare (legge 199 "svuotacarceri"), dagli attuali 18 mesi a 3 anni;

-vengano riconosciuti, per i disagi e la sospensione del trattamento derivante dall'emergenza sanitaria in aggiunta ai 45 giorni a semestre di liberazione anticipata, altri 15 giorni di liberazione anticipata ogni 15 giorni di permanenza dello stato di emergenza, a prescindere dagli ordinari requisiti di buona condotta;

- venga definitivamente modificato l'ordinamento penitenziario in tema di contatti con i familiari (rimasto fermo al 1975), prevedendo che si possa disporre di telefoni o comunque prevedendo un numero di telefonate ai familiari almeno pari ad una ogni due giorni;

- venga implementato il sistema delle videochiamate skype, in modo stabile e non in sostituzione dei colloqui visivi;

- vengano adottate misure di sostegno al reddito delle persone detenute, le cui famiglie si trovano attualmente in forte difficoltà economica a causa dell'emergenza e nonostante questo, sono costrette a sostenere ingenti spese per il sostentamento di detenuti e detenute.

 

Per tutte e tutti i detenuti che resteranno in custodia:

 

- Fornitura immediata e straordinaria di mascherine e gel igienizzante, specialmente per i/le detenute trasferite e per chi ha mostrato sintomatologie preoccupanti.

- Immediata sanificazione di tutti gli ambienti carcerari, a cominciare dagli spazi comuni di socialità.

- Fornitura gratuita di beni di prima necessità e per l'igiene personale e la pulizia delle celle.

Allo stesso tempo, in considerazione della condizione pietosa delle carceri, che versano in una situazione di costante illegalità ignorata dalle istituzioni, più volte segnalata anche dall'Unione

Europea, e che ha giustificato le rivolte avvenute nelle carceri di tutto il Paese, riteniamo sia assolutamente necessario riportare all'ordine del giorno della politica italiana un ragionamento serio sull'amnistia per tutti i detenuti e tutte le detenute.

 

Parenti di alcuni detenuti dei padiglioni Livorno, Firenze, Roma, Salerno, Milano del carcere di Poggioreale; del padiglione Mediterraneo e delle sezioni S2 e S3 del carcere di Secondigliano; dei padiglioni Ocra, Rosa, Celeste, della sezione E e del reparto F del carcere di Carinola; dei padiglioni Tevere, Nilo e Tamigi del carcere di Santa Maria Capua Vetere; del carcere di Palmi e del carcere di Opera.

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All’omba del coronavirus, gli abusi in divisa. Come prima, ma peggio. Storia di una denuncia per presunto reato di passeggiata, con una postilla giuridica.

Fino a venerdì 20 marzo, prima dell’annuncio della chiusura di tutte le attività produttive, ho continuato ad andare al lavoro, ovviamente rispettando tutte le precauzioni: abito sulla stessa strada dell’ufficio – a pochi numeri civici di distanza –, nei pochi metri che faccio a piedi non incontro nessuno, e in sede in quei giorni eravamo solo in due e ci tenevamo a distanza. Gli altri lavoravano già da remoto, veniva solo uno dei miei soci, che come me abita molto vicino e non vedeva praticamente nessun altro oltre al sottoscritto.

Era ancora consentito dai decreti (il telelavoro era solo consigliato, non obbligatorio), e oltre a dover usare per forza macchine e software dell’ufficio, trovavo che andare in sede fosse anche una buona pratica: per separare il tempo del lavoro da quello del non lavoro, per prendere un po’ d’aria, vedere un po’ di luce, e scambiare due chiacchiere col mio collega. Vivendo solo con il mio coinquilino, in una casa molto piccola anche per due persone, rischio di impazzire.

Ma ciò che a Roma di solito è un’enorme fortuna – abitare vicino a dove si lavora –, in tempi di quarantena e con le occasioni per camminare ridotte al minimo era diventato una prigione. Avevo preso allora l’abitudine, dopo aver staccato, di fare un giro largo per rincasare. Niente di che, neanche cinquecento metri, praticamente il periplo dell’isolato.

Per noi in questi giorni paradossalmente il lavoro è più del solito, perché ci stiamo sbattendo per cercare in ogni modo di evitare pesanti danni economici alla casa editrice per via della chiusura delle librerie. Quindi spesso ho staccato tardi, tra le 18 e le 20. A quell’ora per strada non c’era quasi nessuno ed era facilissimo rispettare le distanze di sicurezza.

Venerdì ero andato via particolarmente tardi, dopo le 20, e avevo iniziato il mio giro per rincasare. A metà strada, meno di duecento metri da casa, sono stato fermato da uno dei militari che presidiano da anni la zona della movida del quartiere. Mi ha chiesto dove stessi andando e ovviamente gli ho risposto che stavo tornando a casa. Ne è seguita una sfilza di domande tra cui da dove provenissi, che lavoro facessi, dove abitassi, se avessi l’autocertificazione (che non avevo, sapendo che il modulo può essere compilato anche durante il fermo), i documenti, ecc.

Quando gli ho detto dove abitavo mi ha chiesto perché stessi andando nella direzione opposta (avrei svoltato al successivo incrocio per girare intorno all’isolato e tornare indietro) e quando gli ho risposto che approfittavo per fare due passi mentre tornavo a casa, mi ha subito detto che è vietato passeggiare. Da notare: gli avevo risposto che facevo due passi per tornare a casa dal lavoro, lui invece ha subito tirato fuori l’infausta parola su cui si stanno incrostando le peggiori criminalizzazioni: «passeggiata».

Io ovviamente non ci son stato, gli ho detto che non è vietato passeggiare, ma che comunque stavo tornando a casa, ero in prossimità della mia abitazione, e che quindi era tutto consentito. Lui ha iniziato a insistere con toni sgradevoli e ad arrabbiarsi, fino a quando non sono arrivati gli altri cinque che con lui presidiavano la zona. Mi sono ritrovato letteralmente accerchiato, tra l’altro in un assembramento di persone che non rispettavano la distanza di sicurezza né tra me né tra loro.

Hanno prima iniziato a turno a insistere con la storia del divieto assoluto di uscire di casa, poi quando gli ho mostrato dal cellulare il testo del decreto del 9 marzo, smentendoli hanno cambiato strategia, iniziando a farmi la morale e a colpevolizzarmi elencando tutti i frame tossici di questi giorni: «Se tutti facessero due passi le strade sarebbero affollate», «È colpa di quelli come te se c’è il contagio e la sanità è al limite», «Sei un irresponsabile». Per poi passare a insultarmi: «Noi vorremmo stare a casa e invece dobbiamo stare dietro ai deficienti come te che a casa non ci stanno e diffondono il contagio», «Rischiamo la vita per voi stronzi», e altro che non ripeto.

Inutile spiegargli che io, a casa, ci stavo proprio andando, provenendo dal lavoro, e che ero in prossimità della mia abitazione. Non hanno voluto sentire ragioni, non mi hanno lasciato andare, tirando fuori anche una bizzarra teoria per cui le misure prevedono obbligatoriamente che in caso di spostamento, anche necessario, si debba fare il tragitto più breve dal punto A al punto B e che allungare anche solo di cinquanta metri è vietato.

Ma ovviamente la cosa che li infastidiva di più, oltre il fare due passi, era l’orario. È stato vano spiegargli che se avevo staccato dopo le 20, e i miei legittimi dieci minuti d’ossigeno li stavo prendendo a quell’ora, rischiavo ancora meno di contagiare qualcuno perché la strada era deserta. Ragionavano come se ci fosse il coprifuoco e io lo stessi infrangendo.

Siccome insistevo a dire che non stavo facendo niente di illecito, hanno chiamato i carabinieri per farmi denunciare. Sottolineo: non hanno detto che avrebbero chiamato le forze dell’ordine per controllare e, in caso, denunciare; hanno esplicitamente detto che le avrebbero chiamate per farmi denunciare. Non so perché abbiano chiamato i carabinieri e non la polizia, e ovviamente non so cosa si sono detti ma ho pochi dubbi che la versione fosse di parte per indisporli preventivamente.

Tra la discussione con loro e l’attesa dei carabinieri sono passati più di tre quarti d’ora. Nel frattempo i militari hanno, nell’ordine:
■ fermato un senzatetto che camminava barcollando;
■ fermato un tipo di colore dando per scontato che spacciasse, per poi dirmi: «Vedi, se esci di casa è pericoloso, puoi trovare lui», e quando ho risposto: «Ma lui che c’entra?» mi hanno detto: «Non è razzismo, è che potete contagiarvi», con una excusatio non petita, accusatio manifesta che rivela una coda di paglia lunghissima;
■ guardato male tutti quelli che passavano col cane: «Questi cani sono diventati magrissimi a furia di uscire così spesso»;
■ obbligato una di due signore sudamericane che erano uscite col cane a tornare a casa perché lo si può portare a spasso solo da soli, anche se le signore vivevano palesemente insieme, essendo uscite dallo stesso portone, quindi comunque a contatto tutto il giorno;
■ infine,  parlato male di chi va a correre: «Tutti atleti ora!».

Queste ultime cose a conferma che per loro non si trattava di rispettare o meno le misure, cosa è permesso e cosa no, ma di obbligare le persone a stare barricate in casa in spregio di ogni diritto.

Poi è arrivata la volante coi due carabinieri che sono scesi rivolgendosi subito ai militari, ignorando le mie parole, per rivolgersi solo dopo a me, e subito con toni minacciosi, insultando e urlando. La discussione con loro è stata dello stesso tenore di quella già avuta coi militari, solo che sono stati addirittura ancora più minacciosi, gridando, e ponendosi a distanza ancora più ravvicinata, l’atteggiamento di chi ti urla letteralmente in faccia, e meno male che bisogna evitare il contagio. Oltre ad attribuirmi la colpa delle morti di questi giorni hanno concluso urlando: «Non devi uscire e basta. Devi stare chiuso in casa quaranta giorni!». E hanno iniziato a compilare la denuncia.

Mentre i carabinieri scrivevano uno dei militari mi ha detto: «Hai visto? Se stavi zitto e chiedevi scusa andava tutto bene, hai voluto rispondere e fare storie? Così impari». Confessando di aver chiamato i carabinieri per denunciarmi non perché stessi infrangendo qualcosa, bensì perché avevo osato controbattere. Gli ho risposto che quindi non ero nel torto, non mi denunciavano per un illecito, mi stavano semplicemente facendo i dispetti. Lui ovviamente ha reagito male.

Intanto i carabinieri avevano finito di compilare la denuncia, e anche un’autocertificazione in cui è scritto che alle 20:15 uscivo dal lavoro in via xxx per recarmi al domicilio in via yyy e che stavo passeggiando per tornare a casa. Tra l’altro, mi hanno impedito di compilarla da solo, lo hanno fatto loro e mi hanno obbligato a firmarla. Nell’ora e luogo del controllo c’è scritto «21:15», che in realtà è l’orario di quando hanno finito di redigere la denuncia, mentre i militari mi avevano fermato almeno un’ora prima. Scritto quindi apposta in quel modo per far sembrare che stessi camminando da un’ora. Hanno anche ovviamente specificato l’indirizzo presso il quale sono stato fermato, che dovrebbe dimostrare che per tornare a casa stavo facendo un giro troppo lungo. Dopo avermi fatto firmare la denuncia, mi hanno lasciato andare senza lesinare ovviamente un altro po’ di urla insultanti.

Non mi preoccupa la denuncia, sono abbastanza convinto che sarà archiviata. E comunque ci sono tutti gli estremi per contestarla, visto che stavo tornando a casa (cosa permessa) dopo essere stato al lavoro (cosa in quel momento ancora permessa) e mi trovato in prossimità della mia abitazione.

Non sono preoccupato, ma sono arrabbiato, nervoso e angosciato. Non è la prima volta che mi capita di discutere con le forze dell’ordine, ma essere accerchiato da sei soldati con mitra, e poi ricevere urla in faccia da due carabinieri, è stata una brutta scena. Non ho mai temuto per la mia incolumità fisica, ma sto temendo seriamente per l’incolumità della mia libertà. Mi è sembrata una scena da dittatura militare o da regime fascista, non è stato per niente piacevole e non lo nascondo.

Senza contare la totale inutilità di tutto ciò per la prevenzione del contagio. Ancora fino a quel giorno – venerdì 20 marzo – se fossi stato uno degli operai costretti a lavorare in fabbrica avrei dovuto attraversare mezza città per tornare a casa, in qualsiasi momento del giorno, in fasce orarie in cui avrei probabilmente incontrato molta più gente, dopo essere stato a contatto con decine o centinaia di persone sul posto di lavoro, ma quello sarebbe andato bene.

Quest’episodio – oltre a racchiudere incredibilmente in un colpo solo tutte le assurdità di queste settimane – ha del kafkiano: dal come sono stato fermato a come si è svolta la vicenda, dalle motivazioni fallaci addotte dai militari all’ignorare quanto affermavo decreto alla mano, dai frame tossici con cui mi hanno buttato insulti addossa alla loro violenza – per fortuna per ora solo – verbale. Fino, soprattutto, all’assurdità dell’essere denunciato perché stavo facendo due passi intorno all’isolato per tornare a casa dal lavoro – ma in realtà, come dichiarato da loro stessi, perché non avevo sopportato in silenzio che abusassero arbitrariamente del loro potere.

Pietro De Vivo – editor di narrativa e saggistica per le edizioni Alegre, con sede a Roma, e vicedirettore della collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1. Quando trova il tempo scrive di libri su Il lavoro culturale.

Postilla

di Luca Casarotti

Per quanto ho potuto leggere e ascoltare finora, non c’è giurista che non critichi la decretazione emergenziale dell’ultimo mese. Sono stati avanzati forti dubbi sulla sua costituzionalità; il che significa, nella nostra lingua eufemistica e brachilogica: i recenti decreti della presidenza del consiglio dei ministri (dpcm) sono incostituzionali, e solo l’opportunità politica li potrà salvare dall’essere dichiarati tali. Così com’è unanime l’opinione che sia stato edificato un impianto sanzionatorio estremamente fragile, che si sgretolerà a emergenza finita. Le denunce verranno archiviate in blocco. Forse arriverà qualche condanna simbolica, perché non si dica che tutta l’operazione s’è risolta in un nulla di fatto.

sceriffi

La Repubblica – Torino, 22 marzo 2020. Cittadini «sceriffi» titillati dall’autorità, «ma dalla periferia primi segnali di insofferenza». Infatti c’è un aumento vertiginoso dei TSO.

Premessa questa critica unanime, non sono unanimi le conseguenze che se ne traggono, specialmente rispetto al ruolo assegnato nell’emergenza al diritto penale. C’è chi ritiene che si dovrebbero trasferire in una legge o in un atto con la forza della legge – decreto legislativo o decreto legge –, e poi per legge sanzionare penalmente, i divieti introdotti dai dpcm. Sarebbe così rispettato almeno il principio di legalità, quello secondo cui nessuno può essere punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso (art. 25, comma II, della costituzione).

Attenzione, però. Anche ammesso che ci sia la volontà politica di farlo, per risolvere il problema non basterebbe prendere i divieti così come sono ora e copiarli tali e quali in una legge o atto equiparato. Oltre a quello di legalità, ci sono altri principi costituzionali che una norma incriminatrice deve rispettare. Penso soprattutto al principio di offensività, in base al quale un reato può punire soltanto comportamenti che offendono un bene giuridico (vale a dire un aspetto della vita materiale che il diritto ritiene meritevole di essere tutelato), e a quello di sussidiarietà, per cui il diritto penale deve intervenire solo nei casi in cui non sia possibile alcuna altra forma di sanzione del comportamento illecito. Principi che i divieti stabiliti nelle ordinanze ministeriali e nei dpcm emanati a partire dal 23 febbraio scorso non rispetterebbero nemmeno se venissero previsti dalla legge.

Insomma, per essere per lo meno conformi alla costituzione, quei divieti dovrebbero essere profondamente ripensati. Ciò che il governo, arrivato a questo punto, non può permettersi di fare: non può permettersi di ripensare alcunché, ma non può nemmeno permettersi di trasferire l’esistente in una legge. Sarebbe come ammettere di aver del tutto sbagliato a gestire l’epidemia, dopo oltre un mese dal suo inizio. Sarebbe come dire d’aver scelto strumenti inidonei.

C’è poi un’altra posizione, che chiamerei «utilitaristica» o «del male minore». Quella di chi ritiene che in fondo sia preferibile tollerare questi divieti mal formulati, invece di correre il rischio di ritrovarsi con norme incriminatrici scritte con tutti i crismi. Si sa che questi divieti non porteranno davvero a condanne su vasta scala. Meglio allora denunce infondate oggi, che condanne fondate domani. Intanto però è necessario rappresentare la minaccia di una sanzione penale, che è la strada più efficace per ottenere obbedienza ai divieti.

Ma per essere coerente, chi sostiene questa posizione deve essere anche disponibile ad affermare che quanto raccontato da Pietro non abbia niente di scandaloso. E che sopporterebbe un trattamento simile anche in prima persona, non solo quando tocca agli altri: è una prospettiva che dovrebbe atterrire.

La minaccia d’una sanzione penale, per quanto solo simbolica essa possa essere, implica come esito necessario e molto concreto la mobilitazione dell’apparato repressivo dello stato, che quella minaccia ha il compito di tradurre in pratica.
Più è ampio lo spettro dei comportamenti minacciati di sanzione, più è ampio lo spazio d’intervento dell’apparato repressivo.
E più è ampio lo spazio d’intervento dell’apparato repressivo, più chi ne fa parte si sente investito d’autorità e libertà d’azione.
Più a lungo si protrae il tempo in cui ciò accade, più quest’intervento viene normalizzato.
E più quest’intervento viene normalizzato, più i confini dell’emergenza si dilatano fino a non potersi distinguere da ciò che emergenza non è.

Se si accettano tutte queste implicazioni logiche della premessa di partenza, l’argomento «utilitaristico» o «del male minore» diventa «argomento del piano inclinato»: inclinato verso cosa, lo dice Pietro in chiusura della sua testimonianza.

Se non se ne accettano le implicazioni logiche, allora si dovrebbe, sempre per coerenza, rifiutare anche la premessa.

Luca Casarotti è un giurista. Fa parte del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki e fornisce consulenza legale alla Wu Ming Foundation. Scrive di uso politico del diritto penale e di antifascismo, principalmente su Giap e su Jacobin Italia. Ha una seconda identità di pianista e critico musicale.

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