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Articoli filtrati per data: Monday, 23 Marzo 2020

Ripubblichiamo il testo scritto da un'infermiera di Roma, uscito sul sito di informazione Levante - Testata dal BassoLevante - Testata dal Basso.

Fino a un mese fa gli infermieri andavano in televisione per due ragioni: i mega concorsi (per un centinaio di posti quando andava bene) organizzati nei palazzetti dello sport, nelle fiere e nei capannoni; le assunzioni in Germania e Inghilterra dove lì sì che ti pagano, ti tengono, ti offrono corso di lingua e casa in affitto, a patto che ci rimani per un tot di anni. 

Oggi invece sono degli eroi. Con il solco del ferretto della mascherina. Quelli a cui i politici negli ultimi giorni riservano parole d’elogio e rispetto. Fino a ieri gli infermieri lavoravano comunque eroicamente in reparto, con il solco della mascherina per i grossi interventi per cui si trascorre l’intero turno in sala operatoria, mentre i politici riservavano loro assunzioni tramite cooperative, agenzie interinali e ogni tanto mega concorsi. Quei concorsi che hanno fatto partire dal Sud Italia centinaia di migliaia di miei colleghi che così hanno avuto la certezza di un lavoro e magari la possibilità, un giorno, di tornarsene nella propria terra. 

Siamo il paese con l’età media più alta d’Europa, con l’aspettativa di vita più alta d’Europa, il più vecchio dopo il Giappone del mondo. Siamo un paese di vecchi, dove anche gli infermieri per descriversi usano le stesse categorie che usava Florence Nightingale nel 1800 o le suore capo-infermiere di 30/40 anni fa. Vocazione, dedizione, sopportazione. Una sorta di penitenza per fare uno dei lavori più indispensabili e di cui ci sarà, probabilmente, sempre bisogno. 

Al contrario di ogni logica, è su questa inesauribile necessità che si fonda il ricatto di una categoria disgregata, senza alcun senso di appartenenza, che negli avanzamenti (sindacali, salariali e formativi) ha ottenuto, che permane all’oggi, solo qualche piccolo riconoscimento in termini “accademici”. Per il resto, il passaggio da scuole convitto all’Università ha certamente regalato qualche poltrona a qualcuno, che ha regalato altrettante poltrone a qualche amico suo. L’aspirazione al riconoscimento della professionalità (nei fatti l’abolizione del mansionario con la Legge 42/99) ha permesso anche la sostituzione della categoria degli “infermieri generici” con quella altrettanto sfruttata e malpagata degli “oss” (operatore socio-sanitario). Alla faccia dell’assistenza infermieristica globale e olistica basata sui bisogni della persona assistita. L’ospedale è una struttura gerarchica i cui lavoratori nella sostanza dei fatti eseguono mansioni, e per questo c’è sempre bisogno di una categoria che stia al di sotto. 

Quel ricatto, ad oggi, al tempo degli “eroi”, permette di essere “al fronte” in una serie di condizioni risultato di sopportazione, dedizione e vocazione, e ben poco di eroismo, e nemmeno di solidarietà tra colleghi, qualunque titolo abbiano.

Ad esempio, senza i dispositivi di protezione individuali. Ma guai a denunciarlo: ci sono le sanzioni disciplinari, perché chi lavora negli ospedali, pandemia o non pandemia, è tenuto al rispetto dell’immagine dell’azienda (perché dai primi anni 90 sono aziende, bene pubblico gestito come bene privato). Con i colleghi in quarantena e quindi con l’obbligo di non lasciare il loro turno scoperto. Colleghi a cui viene, oltretutto, posto il dubbio che si siano contagiati nella vita privata, il che vuol dire tanti saluti all’infortunio biologico. Colleghi con un diverso stipendio, per fronteggiare lo stesso “nemico”, a seconda che siano dipendenti pubblici, assunti con cooperative, assunti con agenzie interinali. 

Futuri colleghi a cui, in tempi di emergenza e di (poche) assunzioni, vengono proposti contratti a tempo determinato con la possibilità di essere rimandati a casa nel momento in cui l’emergenza finirà. Futuri (ma spero di no) colleghi a cui viene proposto dal Ministero della Difesa un contratto come sottoufficiale infermiere, i quali, un giorno in sede di concorso, avranno titoli di precedenza in quanto appartenenti alle forze armate.

Elogi e proclami di assunzione che cozzano con la realtà che qui a Roma vede da pochi mesi una graduatoria di oltre 7000 infermieri. Un concorso per 258 posti al Sant’Andrea, a cui hanno attinto molte asl e ospedali del Lazio, arrivando a un totale di 1047 unità. Con l’emergenza coronavirus hanno aggiunto altre 300 unità che quindi hanno ottenuto l’agognato contratto a tempo indeterminato, per la quale prendere servizio in 3 giorni, pagando la penale del mancato preavviso all’azienda di provenienza (qualora lavorassero). Ai restanti, fino alla posizione 4500 circa, sono stati offerti contratti a tempo determinato per 12 mesi, a cui rispondere entro 24 ore, con la possibilità dell’azienda di rescindere il contratto in qualunque momento con queste parole:  “Si evidenzia che detto incarico è comunque vincolato alle esigenze legate all’emergenza COVID – 19 e, per l’effetto, è fatta salva la possibilità per le Aziende interessate di disporne la cessazione anche prima del termine di 12 mesi qualora, in seguito ad apposite determinazioni delle autorità competenti, detta emergenza epidemiologica dovesse considerarsi cessata.” 

Pioggia di assunzioni pubbliche un corno. In tempi di questa crisi sanitaria, che è ormai palese abbia le sue radici nello smantellamento della sanità pubblica, i politici che invocano all’unità nazionale stanno elogiando pubblicamente la categoria e, non troppo di nascosto, stanno permettendo finte assunzioni per far sì che chi sta fronteggiando l’emergenza continui con vocazione, dedizione e sopportazione mentre chi ha bisogno di un lavoro per campare, accetti le solite condizioni di sfruttamento.

Politici di un paese che sta ricevendo in queste ore aiuti da una squadra di sanitari cubani, a riprova che in termini di sanità pubblica te ne fai poco di super-mega-ospedali come quelli lombardi se poi ti ritrovi a prendere lezione di come ci si lava le mani da Barbara D’Urso su Canale5. Anche per la mia esperienza diretta in paesi come il Perù e l’Uganda (varie volte focolaio di ebola), il lavoro di prevenzione e promozione della salute è ciò su cui investono i paesi con meno risorse economiche: lezioni nelle scuole, formazione sui luoghi di lavoro, simulazioni di eventi catastrofici, campagne di sensibilizzazione sull’igiene e sui corretti stili di vita. Un lavoro fatto da diverse figure sanitarie, poco eroico, di lungo termine, e che fa sì che le persone siano consapevoli di fare parte di una comunità e che debbano necessariamente “fare la propria parte”. Concetti che oggi si sentono alla televisione ma che dovrebbero invece fare parte della preparazione scolastica di ognuno di noi.  

In questo momento in cui si palesa l’indispensabilità della categoria (come di tutte quelle sanitarie) l’unico atto eroico degli infermieri, sarebbe pretendere massicce assunzioni per tutti i lavoratori della sanità, non piegarsi al ricatto e non cedere all’odio tra categorie che, per me, rimangono frutto di una gerarchia che in momenti come questi si sfracella, e infatti sta gridando al collasso.

 

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La lotta contro la mercificazione durante la crisi da Coronavirus

In questa crisi inedita, non tanto nelle sue caratteristiche intrinseche, quanto nella portata esponenziale e diffusa per via della globalizzazione, si sta dando un'esperienza di massa di spiazzamento. Qualcuno ha definito quest'esperienza come simile a quella di una guerra, qualcun altro l'ha paragonata a uno sciopero generale, ma la sostanza è una sospensione dei rapporti di produzione e riproduzione capitalistici "as usual".

Dalle nostre quarantene segregati in casa (per chi ha la fortuna di avercela), o mentre ci rechiamo sui luoghi di lavoro che continuano a rimanere aperti ci domandiamo irrimediabilmente che ne sarà del nostro futuro, chi pagherà i costi di questa crisi, quanto è insopportabile un sistema sociale di questo genere, come sarà il mondo quando tutto questo finirà. Sono domande che oggi non riguardano i contesti militanti o lotte specifiche, movimenti d'opinione, ma traggono sostanza dalla scoperta di massa, improvvisa ma pronosticata, di tutti i limiti, la disumanità e l'irrazionalità della società organizzata secondo il dettame neoliberista.

Questa esperienza di massa non durerà per sempre, ma lascerà dietro di sé molte importanti domande a cui oggi l'ideologia capitalista tout court non sa dare risposte.

Molto di ciò che accadrà dipende dalle condizioni oggettive in cui si svilupperà questa crisi nei diversi territori, molto anche dalle condizioni pregresse, ma in maniera significativa oggi si apre uno spazio politico di contesa potenzialmente immenso e l'agire delle soggettività organizzate, se ben calato nella realtà, potrebbe determinare (almeno in parte) l'esito di questa crisi.

In particolare, ad emergere in controluce dentro i conflitti che si stanno dando e le contraddizioni oggettive denudate dal Covid19 vi è la mercificazione dell'intera sfera della riproduzione sociale. Essa emerge tanto nella forma più tipicamente marxiana della separazione della merce tra il suo valore d'uso e il suo valore di scambio e dunque anche in ciò che è utile produrre per la società e ciò che invece va a gonfiare solo il surplus delle borghesie, tanto nel rapporto quindi dell'umano con la merce, quanto nella "mercificazione complessiva dei rapporti sociali". In questo senso il differenziale tra la salute generale della società e l'industria della medicalizzazione (compresa dello scarico del lavoro di cura) emerge in tutta la sua crudeltà e racconta quel "tutto" capitalista in cui siamo gettati che in fondo è in antitesi, in scontro, in antagonismo con la vita umana stessa. E dunque ben oltre le privatizzazioni, le devolution, la corruzione, ben oltre allo scontro tra pubblico e privato oggi si mostra un possibile, forse flebile ma inedito negli ultimi 40 anni, spiraglio di itinerario di lotta contro la mercificazione su delle scale impreviste. E' necessario tenere ben presente questo punto, che lo si definisca demercificazione, decrescita, o in altro modo. Lottare dentro e contro la macrofabbrica capitalistica con i suoi rapporti sociali per contenderne il potere e restituire importanza al valore d'uso delle merci, del lavoro, dei servizi, della vita contro il suo valore di scambio.

Per fare ciò forse sarà necessario recuperare la dicotomia luxemburghiana tra il momento riformista e quello rivoluzionario, tra il lavoro quotidiano di organizzazione della lotta e l'orizzonte di una società libera dalla merce.

Sicuramente, in ogni caso, questo è un momento epocale, e quando la storia accelera così, è sempre una buona regola provare a dare una spinta.

 

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