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Articoli filtrati per data: Monday, 02 Marzo 2020

Sulle maggiori testate giornalistiche europee, sportive e non, stanno circolando le immagini e i filmati del match di Bundesliga Hoffenheim – Bayern Monaco tenutosi sabato pomeriggio (29/02) al Pre-Zero Arena, nome ‘commerciale’ della Wirsol Rhein-Neckar-Arena. Nel corso del secondo tempo con la partita sul punteggio di 0-4 per il Bayern, i tifosi bavaresi hanno animato il settore una torciata rossa (colore simbolo del club) accompagnata da numerosi stendardi tra i quali uno con la scritta 50+1.

Iniziamo da qui, dal capire cosa rappresenta questa addizione per il mondo del tifo teutonico.

Fino al 1998 i club di calcio tedeschi erano registrati come organizzazioni no-profit la cui proprietà dove essere ricondotta ai soli soci membri (decine di migliaia di persone).

Nel 1998 il sistema venne riformato consentendo ai club di diventare società pubbliche o private a responsabilità limitata e, al fine di proteggere i club da investitori esterni, o meglio da veri e propri speculatori, si introdusse la regola 50+1. Una clausola obbligatoria d’iscrizione ai campionati di Bundesliga 1 e 2 (Serie A e B) che impone alle ‘società’ di essere controllate dai propri soci al 50+1%. Capitali esterni si, ma non maggioritari.

Questo modello, che ovviamente ha ugualmente prodotto un afflusso e una gerarchia di ‘capitali’ all’interno dei club, ha comunque permesso ai tifosi tedeschi di mantenere un certo peso decisionale nella cultura calcistica. Questo peso è facilmente riscontrabile nella politica dei prezzi di accesso agli impianti che sono decisamente inferiori alla media europea e italiana.

Meno clienti ma più tifosi, la Bundesliga ha 15 impianti superiori ai 40.000 posti con una media presenze senza eguali. (per un confronto più esaustivo si segnala questo articolo https://www.ilromanista.eu/football-please/news/2235/tifosi-non-clienti-ecco-perche-gli-stadi-in-germania-sono-sempre-pieni ).

Perché la protesta? Perché ieri in trasferta con l’Hoffeinheim?

Hoffeinheim è una frazione di 3000 abitanti appartenente alla municipalità di Sinsheim (35.000 abitanti) nel land Baden-Wurttemberg (Germania, sud-occidentale). La squadra di calcio locale è un club sportivo storico fondato nel 1899 e divenuto esclusivamente calcistico dopo la Seconda Guerra. Nella sua storia ha militato unicamente nelle serie inferiori del calcio tedesco, giungendo nel 1996 alla quinta divisione (direi un ibrido tra calcio amatoriale e leghe pro nostrane).

Alla fine degli anni ’90 il club viene rilevato da Dietmar Hopp, imprenditore co-fondatore della SAP multinazionale tedesca di ICT, secondo Forbes il 15° imprenditore più ricco di Germania.

I soldi del magnate permettono alla squadra di scalare le leghe inferiori e di raggiungere due storiche promozioni, dapprima in Bundesliga B e nel 2008 con l’approdo nella massima serie, storie già viste a tutte le latitudini europee (Chievo Verona e Sassuolo per citarne due). Tra i vari risultati "economico-sportivi" si deve riportare anche la costruzione della già nominata Pre-Zero Arena, uno stadio da 30.000 spettatori, praticamente in grado in grado di contenere tutta la popolazione della provincia.

In questa decade, Hopp, insieme al Red Bull Lipsia altro esperimento manageriale asceso ai vertici della Bundesliga, è divenuto il simbolo della scalata dei capitali privati nel calcio tedesco.

La sua figura viene associata alla crescente campagna ‘mediatica’ e politica contro la regola del 50+1 che secondo il parere degli ‘addetti ai lavori’ starebbe danneggiando la competitività di un calcio tedesco alla quale è vietato (s)vendere la maggioranza delle azioni a gruppi di investimento privati. Insomma, non ci sono Americani, Sceicchi o Cinesi a nutrire le casse e gli ‘abominevoli’ bilanci del ‘calcio moderno tedesco’.

La gestione Hopp, come candidamente ammette un servizio video di Sky Sport, rappresenta una eccezione al sistema 50+1, aggirato tramite scartoffie burocratico-economicche che hanno suddiviso la proprietà e reso il club compatibile con le strette regole tedesche.

Gli stessi mezzi con il quale la Red Bull ha trasformato il piccolo Lipsia, anch’esso collocato nelle leghe inferiori da anni, nel Red Bull Lipsia con tanto di nuovo stemma composto da due tori rossi che si scontrano su un pallone da calcio (sigh!).

Ma torniamo alla partita; passano dieci minuti dalla coreografia e i tifosi del Bayern alzano il volume dei cori contro Hopp ed esibiscono uno striscione eloquente "ogni cosa resti al suo posto, la lega calcio tedesca sta distruggendo il nostro mondo, hopp figlio di…" e ci asteniamo dal resto.

L’Attacco aperto a Hopp ha un precedente di questo tenore, nel giugno 2019 i tifosi del Borussia Dortmund si erano presentati sempre in casa dell’Hoffeinheim con una coreografia composta da un mirino di fucile centrato sul volto di Hopp (foto in basso). Questa iniziativa costò ai tifosi del Borussia il divieto di trasferta a Hoffeinheim per i prossimi tre anni e 50.000 mila euro di sanzione al club.

Calcio mod2

Due episodi di tale ‘gravità’ in meno di un anno. Nel fine settimana la stampa tedesca e il calcio main insorgono. Partiamo dal campo.

Dopo la coreografia intorno al ’70 al rinnovarsi dei cori contro Hopp, l’arbitro sospende la partita. Giocatori bavaresi e l’allenatore Flick si lanciano sotto il settore chiedendo ai tifosi di smetterla, poi arrivano i dirigenti tra cui si distingue per stazza l’ex portiere Oliver Khan. La pay tv inquadra ripetutamente uno sconsolato Hopp circondato dalla solidarietà della tribuna d’onore, prima tra tutte quella del Presidente Rummenigge.

Si rientra negli spogliatoi, terna arbitrale, calciatori e società dopo dieci minuti di interruzione rientrano con in testa i loro presidenti e guidano lo stadio ad un ‘applauso contro l’ignoranza’.

Titolo in voga nella stampa tedesca e puntualmente usato da Sky per il suo servizio dai toni scandalistici. Gli ultimi minuti di partita scorrono tra palleggi, applausi, e abbracci in panchina, tutti uniti contro i bavaresi in trasferta, mentre il tabellino riporta uno 0-6 per il Bayern.

La caccia ai colpevoli e "l’applauso contro l’ignoranza" hanno avuto una eco così forte da raggiungere le nostre latitudini, Sky, la Gazzetta e gli altri quotidiani avviano una gara interna all’attacco del mostro di giornata: gli ultras tedeschi.

Scansiamo il campo da equivoci, il mondo ultras è complesso e chi scrive non conosce adeguatamente la complessità del tifo organizzato tedesco per assumere e promuovere azioni, istanze, o lanciare appelli, qui non si cerca di tracciare un’apologia dei ‘cattivi’ di turno, ma è forse ancora utile notare come le compagini ultras siano settori di società dove sperimentare nuovi livelli di gogna mediatica.

Questo ennesimo episodio ci dimostra come qualsiasi voce contraria all’aziendalizzazione del calcio diventi un esercizio di coalizione tra politica, vertici delle leghe professionistiche e stampa con l’obiettivo di stigmatizzare e punire le forme di espressione di un tifo organizzato tedesco, che in un contesto completamente diverso da quello nostrano, è riuscito fino ad oggi a rappresentare una rigidità calcio business.

Concludiamo con qualche parola sul calcio nostrano in allerta da Coronavirus.

Il calendario della Seria A è nel caos, ci sono squadre con 24 partite giocate, altre 25, altre 26.

Ci sono i ritorni delle semifinali di Coppa Italia e le interminabili fasi finali di Champions ed Europa League. Ci sono partite tutti i giorni, partite a porte chiuse (San Siro, giovedi scorso), emergenze Coronavirus che si risolvono nel giro di 24 ore. Chiedete alla Lega Calcio che proponeva di far giocare Juve-Inter a porte aperte lunedì 2 marzo ma non domenica 1, sembra una barzelletta.

Entrare nel merito di questo caos, spiegandone i singoli dettagli, le dinamiche con le coppe,

i vantaggi e gli svantaggi sportivi che comporta è decisamente superfluo. Quello che è interessante sottolineare è come quest’ultima importante emergenza sanitaria abbia rotto il giocattolo televisivo calcio. Il campionato sta andando in malora perché SKY, Dazn e Rai (detiene i diritti di Coppa Italia) non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi di sovrapporre le partite durante lo stesso orario per non perdere incassi. Il calcio deve essere uno spezzatino, si giochi a maggio, si giochi quando c’è tempo, l’importante è che si giochi tutti i giorni su differenti orari da qui all’estate. Qualcuno potrebbe dire che stiamo semplificando, ed in parte è vero, ma sicuramente il male principe del "calcio moderno" è il suo completo assoggettamento ai dividendi dei diritti tv sul quale si fonda la sua competitività economica. Una situazione ‘critica’ come quella attuale sconvolge questo delicato equilibrio mostrandoci la Seria A per quello che ne rimane: una lobby di opportunisti. Tra questi e il tifo organizzato la scelta di campo risulta facile.

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Con l’avvicinarsi all’8 marzo vorremmo portare un breve contributo di approfondimento che possa essere una riflessione e un’analisi utile quando ci si riferisce ai mestieri nell’ambito dei servizi educativi e socio-assistenziali.

Ci interessa in questo senso evidenziare lo stretto legame che tiene insieme le variabili di genere e di classe nello specifico caso del rapporto che si instaura tra professionisti erogatori di svariati servizi e utenza. Nel fare queste riflessioni partiamo da un lato dalla lettura del libro di Francoise Verges Un féminisme décoloniale e dall’altro, dall’esperienza e dal portato delle lotte per la costruzione di un vivere dignitoso nei quartiere popolari delle nostre città e per l’accesso ai servizi, alla casa, alla salute. È interessante partire dalla cornice interpretativa del libro poichè ci permette di contestualizzare come storicamente si siano venute a creare le condizioni percui a svolgere determinati lavori siano per lo più donne, riferendoci ai lavori di cura, di riproduzione sociale, di formazione e, più in generale, della macro area dei servizi in cui sia dal lato dell’offerta sia dal lato della domanda è notevole la specificità di genere.

Secondo Verges, il femminismo da lei definito “civilisationnel”, ossia un femminismo che si autoconsegna una missione civilizzatrice, dunque bianco, borghese e fondamentalmente intriso di eurocentrismo e neoliberalismo, è ciò che ha prodotto delle rivendicazioni nella sfera dei diritti, nello specifico nella ricerca delle pari opportunità lavorative per le donne, che si sono avverati come discriminanti sulla linea della razza e della classe e che hanno limitato la potenzialità di rottura della lotta delle donne nel mondo. Questo tipo di rivendicazioni ha portato a una progressiva inclusione della donna all’interno della sfera della produzione del valore facendo evidente selezione di chi poteva accedere a determinate sfere di potere e riconoscimento sociale e chi non avrebbe potuto perchè povere o razzizzate. Ciò ha implicato una parallela assunzione da parte delle donne di posti di lavoro tipicamente femminilizzati, non per naturale predisposizione, ma perchè non vi è stata un’effettiva rottura dei ruoli di genere imposti e delle categorie di genere essenzializzanti. Il risultato è stato una progressiva integrazione delle donne al mondo della cura e della riproduzione sociale e in generale nell’ambito dei servizi alla persona.

facciata completa

In questo testo vorremmo indagare cosa questo comporta, quali dinamiche di relazione si instaurano, quali categorie vengono messe in atto e quindi quali conseguenze materiali determina l’incrocio di genere e classe. Nel lavoro delle assistenti sociali il pregiudizio di genere e classe è particolarmente evidente. In alcun modo vorremmo che questo tipo di analisi potesse essere intesa come un attacco a queste figure professionali, pensiamo però sia una riflessione utile a darci degli strumenti nelle lotte che portiamo avanti. È interessante soffermarsi su questo proprio perchè anche chi in qualche modo esercita una sorta di potere e privilegio consegnatole dalla posizione di classe è allo stesso tempo donna, probabilmente madre, lavoratrice e molte altre cose. Questa contraddizione di genere si palesa in questo mestiere così come nell’ambito della formazione, nelle modalità di relazione che spesso si instaurano tra insegnanti, madri e servizi territoriali per bambini in difficoltà, per esempio. Ciò che sarebbe auspicabile, in un orizzonte di lotta comune, sarebbe la costruzione di una solidarietà possibile che individui il problema nel funzionamento sistematicamente distorto di questo tipo di servizi, nella mancanza di fondi, nella limitazione del margine di azione delle figure professionali. Per il momento l’analisi di come avviene questo tipo di relazione speriamo possa dotarci di strumenti utili nel coglierne le contraddizioni.

I modelli e le rappresentazioni di genere di cui si fanno promotrici i professionisti nei confronti degli utenti sono socialmente situate, ne influenzano lo sguardo e evidentemente implicano un’azione conseguente ad esso. In questo tipo di servizi la norma di autonomia è qualcosa di proclamato e conclamato come il cavallo di battaglia di ogni progetto: la costruzione dell’autonomia per il soggetto considerato vulnerabile è la priorità, è indissolubilmente connessa alle possibilità di emancipazione individuate come tali anch’esse a partire da uno sguardo totalmente intriso di posizionamenti di classe. Emanciparsi significa trovare un lavoro, essere capaci di occuparsi dei figli e essere in grado di separarsi da un marito potenzialmente violento. Questo tipo di aspettative di genere sono strettamente legate alla posizione di classe di chi assume il ruolo di indicare la via per l’autonomia alle donne che si rivolgono ai servizi; questo tipo di modello di genere della donna indipendente, in carriera possibilmente, determinata nelle sue scelte rispetto alla sua salute sessuale, è tipicamente situato nell’ethos delle classi medie-superiori. Questo ideale di emancipazione riposa ed è possibile solo nel momento in cui si riferisce a una concezione di autonomia inevitabilmente legata alle condizioni e a uno stile di vita ben precisi. Esso è ciò che viene offerto alle donne in cerca di sostegno economico e psicologico, ciò implica però che per poterlo praticare ci siano le possibilità di accesso a risorse economiche e culturali di cui non per forza si dispone. Questo passaggio presuppone che alla solidarietà di genere che si può instaurare tra assistente sociale e madre che vi si rivolge si crea una distanza di classe difficilmente colmabile soprattutto perchè questa distanza ha delle implicazioni materiali nelle scelte degli interventi da predisporre. Le decisioni che vengono prese dai servizi nei confronti delle famiglie o delle donne sole che vi si rivolgono hanno degli effetti reali, dalla decisione di effettuare una segnalazione o meno nei casi di maltrattamenti dei figli, al decidere se ci sono le condizioni o meno per occuparsene, o decidere dove deve vivere una donna che vorrebbe allontanarsi da un convivente violento ma che non ne ha le possibilità materiali.

000546EC particolare della copertina del romanzo sangue sporco di enrica aragona

La conseguenza di questa relazione tra professionista e utente assume le forme di un ricatto in quanto la donna in cerca di aiuto deve dare prova di impegnarsi secondo quei canali e attraverso quei mezzi decisi dalle assistenti sociali sulla base della loro rappresentazione di classe, in questo senso molto spesso le donne che scelgono di intraprendere dei percorsi di inclusione, integrazione e emancipazione di genere devono mostrare gratitudine perchè le si è data la possibilità di salvarsi. In realtà, questo tipo di relazione si traduce in una dinamica di inquadramento, di disciplinamento e controllo che va a influire nella vita delle persone con delle conseguenze legali ben precise. Non da ultimo, si produce la tendenza, se le utenti non sono in grado di agire secondo le aspettative e secondo i canoni stabiliti, di inserire in categorie psicologizzanti queste donne, qualificandole come depresse, indisponibili e senza mezzi. Si costruisce dunque un vero e proprio giudizio di genere in quanto questo tipo di categorie psicologiche assumono la loro legittimità sulla base di pregiudizi di genere, ossia come se la predisposizione all’essere passive o servizievoli fossero caratteristiche intrinsecamente femminili. Questo atteggiamento giudicante, inoltre, permette di facilitare il lavoro in quanto vengono omesse totalmente le difficoltà e il peso delle loro condizioni materiali di vita ma si ricorre ad altri mezzi, probabilmente inadeguati alla situazione specifica. Il rischio è che l’autonomia che ci si aspetta dalle donne delle classi popolari riguardi solamente la capacità di proteggere i figli e la decisione di separarsi in casi di violenze, la norma dell’autonomia femminile diventa dunque un vincolo e la sua conseguenza è la compassione, l’aspettativa di riprodurre un modello familistico e morale borghese, la dominazione di classe e una forma di relazione che produce dipendenza e controllo.

L’elaborazione teorica di questi concetti è stata possibile con il supporto di alcune considerazioni di Delphine Serre, sociologa, ricercatrice nel campo del lavoro sociale e insegnante all’università di Paris I.

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E' una vertenza dura che 40 lavoratrici stanno portando avanti contro il colosso oramai multinazionale Piaggio.

Sono quasi venti giorni che al freddo, col vento forte, senza bagno, occupano(1) a decine di metri di altezza il tetto del Palazzo Blu, confinante con la Piaggio di Pontedera. Da maggio scorso fanno i conti con l'opportunismo della direzione aziendale, che con la scusa di voler applicare alla lettera il decreto dignità, impone a questo gruppo di lavoratrici di rimanere a casa dopo quindici anni di contratti a tempo determinato. Invece di assumerle in modo indeterminato, Piaggio preferisce scaricare, dopo averle spremuto sulle linee di montaggio, questa forza lavoro femminile, senza neanche rispettare le procedure di stabilizzazione previste dal contratto integrativo del 2009, che dopo 1080 giornate lavorative dava diritto al tempo indeterminato con part-time verticale. A fronte di decine di milioni di euro di utili anche questo anno, chi comanda ha la necessità di tentare di infrangere qualsiasi possibile rigidità della parte lavoratrice. Non a caso, al posto di questa forza lavoro in esubero, sono stati ripetutamente assunti nuovi contrattisti tramite agenzie interinali, per lo più giovani neodiplomati, da reinvestire di nuove promesse di continuità lavorativa ai fini di estorcere la massima produttività sulle catene di montaggio.

Questo piano padronale di durezza contro la parte operaia si collega anche alle enormi contraddizioni scoppiate tra gli iscritti e maggioranza di delegati di fabbrica da una parte e le varie burocrazie sindacali della Fiom stessa, da Landini in giù, circa l'accordo sulla recente firma del nuovo contratto integrativo(2), che prevede sabati lavorativi in cambio di...niente! La necessità di riformare una disciplina interna neocorporativa all'insegna di flessibilità e “sforzo” produce uno scontro evidente, sia all'interno delle centrali sindacali, con la defezione di poco meno di 100 tesserati Fiom dal loro sindacato(3), complice di non aver sostenuto i delegati più combattivi né di opporsi seriamente alle politiche aziendali, sia nei confronti delle precarie sostenute e organizzate da USB, fatte fuori dall'azienda..

Da più di quindici giorni sono salite gazebo e tende alla mano, sul tetto a grande altezza da terra, dell'enorme edificio denominato “palazzo Blu” che ospita un centro direzionale e confina con gli stabilimenti Piaggio. Un'azione di denuncia delle violente condizioni di impoverimento causato direttamente dall'avidità di Piaggio, che sta scuotendo i media e la cittadinanza circa l'assenza di qualsivoglia tutela dentro le grandi corporazioni presenti sul territorio, interessati solo a prendere forza lavoro nei momenti di alta produttività, senza alcun riguardo per le condizioni e le necessità di chi vi lavora. Questa azione proseguirà ad oltranza fino all'ottenimento di un contratto a tempo indeterminato, e la determinazione di queste donne sta bucando l'iniziale chiusura da parte padronale, sia a livello mediatico che sociale. Le istituzioni, dalla regione al governo, hanno incontrato delle delegazioni operaie ma ad oggi non hanno ancora impegnato seriamente Piaggio, un'azienda che tra l'altro beneficia periodicamente di accordi con INPS e Stato su cassa integrazione e accordi di solidarietà nonostante gli ingenti profitti accumulati.

1) https://m.quinewsvaldera.it/pontedera-piaggio-contratti-a-termine-usb-tetto-palazzo-blu-usl-protesta.htm

2) https://iltirreno.gelocal.it/pontedera/cronaca/2020/01/22/news/piaggio-integrativo-contestato-sciopero-con-tre-assemblee-1.38367943

3) https://www.ilcuoioindiretta.it/economia/2020/02/04/piaggio-in-fuga-dalla-fiom-un-centinaio-pronti-a-ridare-le-tessere/72320/

 

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