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Articoli filtrati per data: Thursday, 19 Marzo 2020

Dal sito Contretemps traduciamo un importante contributo della militante femminista Aurore Koechlin. Il colpevole ritardo dello Stato francese nell’affrontare l’emergenza sanitaria ha visto un rapido precipitare della situazione oltralpe. Dopo aver inizialmente minimizzato l’emergenza anche per permettere lo svolgimento del primo turno delle elezioni amministrative, Macron, il 16 marzo con un discorso alla nazione ha adottato alcune misure di prevenzione per arginare il contagio. “Siamo in guerra”, ha dichiarato. I ritardi, i tentennamenti nel chiudere le scuole e le università, la protezione delle attività produttive e tutte le iniziative contradditorie delle istituzioni francesi in questi giorni segnalano da un lato l’impreparazione degli stati occidentali davanti a questa crisi e dall’altro le loro prime priorità nell’affrontarla: proteggere la produzione, evitare il tracollo economico e pertanto tutelare l’umano come forza-lavoro necessaria alla riproduzione di sé stessa e quindi all’estrazione di valore. Chi tutela e per cosa la riproduzione delle dimensioni proletarie in questa crisi? Se il capitalismo non può risolvere da sé le proprie contraddizioni è ciò che dai suoi rapporti viene occultato – il lavoro riproduttivo - che in questa fase di crisi emerge come possibile variabile indipendente rispetto alle strategie di gestione capitalistica della crisi. Siamo lontani da fini di alterità ma nella stessa sopravvivenza vissuta come tendenziale autorganizzazione della riproduzione esiste un terreno di politicizzazione che già ora esprime concreti rapporti di forza nella società ostili alle esigenze di accumulazione capitalistica.

 

 

Nel libro I del Capitale, Marx paragona il capitalismo a un vampiro che non smette mai di succhiare la vita dei lavoratori e delle lavoratrici: con questa immagine, mostra come il movimento "naturale" del capitalismo sia quello di consumare al massimo la forza lavoro, poiché idealmente il lavoro, per generare profitti, non dovrebbe mai fermarsi, ed essere operativo 24 ore al giorno, 7 giorni su 7.

Secondo le testimonianze, tra le altre, di Marx ed Engels, per tutta una parte del XIX secolo, si trattava di lavorare fino alla morte. Storicamente, è stata la lotta di classe che ha contribuito a regolare l'appropriazione della forza lavoro da parte dei capitalisti. Ma ciò è dovuto anche ai limiti interni alla riproduzione [1] della forza lavoro: se i capitalisti "consumano" la vita dei lavoratori troppo rapidamente senza consentire alle nuove generazioni di raggiungere l'età lavorativa, allora assistiamo ad una crisi nella riproduzione della mano d’opera. E senza forza-lavoro, nessun plus valore...

Se esiste una contraddizione fondamentale tra produzione e riproduzione sotto il capitalismo (la riproduzione della forza lavoro richiede necessariamente la sua protezione, che riduce la produzione), tuttavia, quest'ultima è una sorta di limite che non può essere superato dal capitalismo. Vi è quindi davvero una necessità imperativa per il capitalismo di riprodurre la forza lavoro, oltre a produrre plusvalore. Ma, nella normalità delle cose, questa necessità viene occultata alla maggior parte delle persone, e - a ben vedere - agli occhi della maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici. Il lavoro riproduttivo, per lo più ancora fatto in casa, è invisibilizzato. Per estensione, diamo poca considerazione al lavoro riproduttivo, sebbene sia vitale per la nostra semplice sopravvivenza.

In questo momento, nel mezzo della crisi del coronavirus, quando l'intera economia è inattiva, e ci preoccupiamo per quello che mangeremo stasera, se saremo in grado di vedere i nostri genitori, i nostri figli, ecc. la domanda si ripresenta con chiarezza ai nostri occhi. Ma se diventa visibile e materiale su una scala individuale, è anche visibile ai capitalisti. Lo è sotto forma di una sirena di emergenza generata dalla progressione sproporzionata del neoliberismo, che mette in pericolo persino le condizioni stesse della nostra vita. Se la produzione è senza limiti, la necessaria riproduzione la sostiene. La crisi del coronavirus può essere interpretata in questo senso.

Così, le misure del governo per affrontare il coronavirus sono indicative della situazione di crisi che stiamo attraversando. Perché, anche se arrivano criminalmente in ritardo proprio perché i capitalisti hanno favorito per molti mesi la produzione rispetto alla riproduzione (qui, intesa come la salute dei lavoratori e delle lavoratrici), il loro livello di reazione è un indicatore dell'entità della minaccia.

Chiusura dei luoghi di istruzione, chiusura delle attività commerciali non essenziali, massima sostituzione del lavoro con il telelavoro, quindi inizio della quarantena ... Le misure sono importanti e impressionanti. Inoltre, sui social network molti hanno ironizzato sulla svolta a "sinistra" di Emmanuel Macron: elogi per i servizi pubblici al di fuori della legge del mercato, sospensione dei licenziamenti, promessa di trarre successivamente "tutte le conseguenze" della situazione ... In realtà, questa politica è rivelatrice di due cose.

Innanzitutto, questo "flash keynesiano", come lo chiama Romaric Godin, è un duro colpo politico. Macron fa una scommessa: mentre è uno dei presidenti più odiati della Quinta Repubblica, se riesce a gestire la crisi, salva il suo mandato. Nulla gli costa quindi assumersi quei servizi pubblici che ha ereditato e che ha persino tentato in ogni modo di distruggere: ora che sono in atto, ha tutto l'interesse a difenderli a parole (perché i fatti sono un’altra cosa...). Se questo è ciò che consente alla Francia di gestire la crisi del coronavirus, potrà farlo valere come il suo bilancio: precetta in un certo senso i servizi pubblici.

Wuhan market

 

È anche in questo senso che dobbiamo interpretare il pacchetto di questo nuovo volto di padre della nazione al di sopra dei conflitti sociali, Macron. Fa appello ai lavoratori e alle lavoratrici, fa appello ai padroni, in pura tradizione gollista. Promulga le linee guida generali sul contenimento, lasciando ai suoi ministri la cura dei dettagli pratici (piuttosto poco controllati): che importa, lui è al di sopra di queste questioni banali. Può persino, grande principe, permettersi di rimandare la riforma delle pensioni. Il che è intelligente, perché alla fine gli lascia la porta aperta per rimandarlo sine die, se considera il costo politico troppo alto: potrà sempre argomentarlo con il coronavirus.

In breve, per Macron, il coronavirus può essere un vantaggio politico e non dobbiamo lasciarci ingannare da questa messa in scena del salvatore. Al tempo stesso, dobbiamo riconoscere che la rappresentazione è ben eseguita. Mettere in atto misure progressive, basate innanzitutto sulla convinzione meno che sulla repressione (come evidenziato dal leit motiv di Castaner: "Il nostro obiettivo non è sanzionare") è intelligente ... Ma insufficiente. Queste misure avrebbero dovuto essere prese due settimane fa, come ha suggerito una Agnès Buzyn piena di rimorsi, rivelando una delle menzogne di Stato più terribili mai sentite. Prese solo ora (queste misure ndt), non evitano migliaia di morti, che altrimenti avrebbero potuto essere salvati.

Allo stesso modo, come possiamo spiegare l'incompetenza di un governo incapace di anticipare che la situazione che si prospettava con la pandemia in arrivo? Non ci sono state le grida di allarme dalla Cina e dall'Italia? Com’è possibile che ad ora non siamo in grado di mettere in atto quelle che i medici hanno ritenuto essere le azioni più efficaci: screening e trattamento di massa? Come mai ci manca l'attrezzatura medica di base, le maschere e il gel idroalcolico, e le attrezzature più necessarie, come gli apparecchi di rianimazione?

In secondo luogo, queste misure sono indicatori della portata della crisi. Sono, in un certo senso, misure di emergenza capitalistiche per prevenire una grave crisi riproduttiva su larga scala. Ma i limiti che il capitalismo incontra per salvare la riproduzione sono sempre gli stessi: sono quelli della produzione. Così, anche se Macron fa una chiamata alla responsabilizzazione di ognuno/a, intanto invia il segnale opposto, continuando a spingere le persone ad andare al lavoro, anche in settori non essenziali. E, dal lato dei settori essenziali, le misure non sono all'altezza degli operatori sanitari o delle persone che lavorano nel settore alimentare, settori che sono enormemente femminilizzati in quanto partecipanti alla riproduzione: sarebbe necessario fornire a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici maschere FFP2 e gel idroalcolici e dotare questi settori dei miliardi che invece andranno alle imprese.

Il capitalismo non può risolvere da solo le sue contraddizioni. Spetta ai lavoratori e alle lavoratrici imporre le proprie condizioni. Attualmente la priorità va rivolta alla riproduzione piuttosto che alla produzione. Il denaro deve essere destinato prima ai settori della sanità e dell’alimentazione. Bisogna nazionalizzare le aziende di fabbricazione di materiale medico indispensabile in questa situazione.

Infine, per aver tardato tanto nell’intervenire, riscontriamo limiti nelle nostre capacità mediche e tecniche; e per la velocità della propagazione del virus, un’altra misura centrale deve essere il confino totale di quarantena fuori dai settori indispensabili alla sopravvivenza collettiva. Chiaramente questo confino deve essere idealmente il frutto di una decisione collettiva, dal basso, e non imposto da una decisione imposta autoritariamente dal governo. Ma rinveniamo allo stesso tempo la doppia difficoltà di mobilitare in un periodo in cui la mobilitazione va contro la sicurezza e di innalzare il livello di consapevolezza delle persone davanti al pericolo.

Questo è anche il risultato di una ignoranza globale della medicina e della salute in generale, la quale non è considerata come un dominio di sapere generale e deve essere inculcata seriamente a tutti/e. Ne paghiamo ora i costi e questo deve spingerci a ripensare il rapporto che le nostre società intrattengono con i saperi medici in generale.

Non di meno, in questa situazione, noi, militanti e sindacalisti, non siamo disarmati/e. L’informazione, innanzitutto, è essenziale, soprattutto l’informazione documentata. Dobbiamo rendere disponibile e accessibile un’informazione affidabile per il nostro campo sociale. Inoltre, lo sciopero deve permettere di imporre la chiusura dei settori non essenziali, di pretendere condizioni di lavoro rispettose delle norme di sicurezza per i settori essenziali, come ci ha mostrato l’Italia.

Questo è già il caso di molti luoghi di lavoro, e si propaga come un incendio con gli sciopero nei settori dell’aeronautica, nei cantieri dell’Atlantico, nelle fabbriche di assemblaggio di Le Havre, la General Electric in Borgogna, la PSA a Mulhouse, Amazon... è su questa via che bisogna battere.

In ultimo, perché i settori della produzione sono chiusi, e dopo aver a lungo disprezzato questo modo di organizzazione, siamo allora obbligati a pensare l’autorganizzazione della riproduzione. È al livello dei condomini, dei quartieri che si hanno al momento delle iniziative di solidarietà. Può trattarsi di esperienze inedite, allo stesso tempo di crisi estrema come quella attuale e di riorganizzazione della riproduzione. Sono questi del resto gli ultimi spazi di politicizzazione a eccezioni dei social network e dei pochi luoghi di lavoro che restano aperti, perché i limiti della casa, del palazzo, sono i limiti ultimi dei rapporti sociali possibili, tutto al momento per certo secondo le regole di sicurezza.

Ora più che mai, il privato è politico!

 

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[1] Ci riferiamo qui alla teoria della riproduzione sociale. Definiamo come lavoro riproduttivo tutto il lavoro di (ri) produzione di forza lavoro. È distribuito in tre aree principali: famiglia (lavoro domestico), servizi pubblici (istruzione, salute) e servizi personali.

 

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I media brasiliani hanno recensito che i prigionieri si sono ammutinati contro le autorità per le misure prese per evitare la propagazione del Covid-19.

Circa 1.500 prigionieri sono fuggiti questo lunedì da varie prigioni dello stato brasiliano di San Paolo per protestare contro la restrizione di uscite e visite.

I media brasiliani hanno recensito che i prigionieri si sono ammutinati contro le autorità per le misure prese per evitare la propagazione del Covid-19. Una parte dei rei temeva di perdere i benefici del permesso temporaneo o il diritto alle visite.

Le fughe si sono registrate nelle prigioni di Mongaguá (litorale di San Paolo), e Hortolandia, Mirandópolis e Tremembé (all’interno dello stato), dopo che gli Affari Interni del Dipartimento di Giustizia aveva sospeso l’uscita temporanea dei prigionieri che compiono una pena in regime di semilibertà.

La Segreteria per la Sicurezza Pubblica di San Paolo ha comunicato che la sospensione di certi diritti è necessaria “perché beneficerà più di 34.000 sentenziati del regime di semilibertà che, ritornando nelle carceri, aumenteranno il potenziale di contaminare e propagare il coronavirus in una popolazione vulnerabile”.

Secondo quanto hanno comunicato gli avvocati, che esercitano in differenti centri carcerari, si presentano rivolte anche nelle città di Oswaldo Cruz, Pemano, Sao José dos Campos, Franco da Rocha, Sao Vicente, Valparaíso, Campinas e ad Osasco, municipio della regione metropolitana di San Paolo, la capitale regionale.

17 marzo 2020

Resumen Latinoamericano

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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Abbiamo tradotto quest’intervista fatta da ACTA (media di informazione indipendente francese, (il link del testo originale qui) a un medico di base della banlieue di Parigi. La corsa per evitare il collasso in Francia, per quanto sia iniziata in leggero ritardo rispetto al nostro Paese, dato che Macron ci ha tenuto a svolgere regolarmente le elezioni municipali di domenica scorsa prima di attivare misure speciali per il contenimento dell’epidemia simili a quelle italiane, sta prendendo velocità in maniera repentina. Coprifuoco, divieto di uscire se non per motivi comprovati, telelavoro laddove possibile, chiusura degli esercizi commerciali e delle scuole ma, parallelamente, mantenimento della produzione sono le parole d’ordine anche Oltralpe. D’altro canto, la popolazione assume su di sé la responsabilità di limitare il contagio pur rendendosi conto delle numerose contraddizioni che esplodono non appena le istituzioni provano a stringere un nuovo patto sociale al quale non si sa se dare totale fiducia. La questione dei tagli alla sanità pubblica, delle esternalizzazioni dei servizi, del risparmio – a partire dal fatto che i temponi non vengano effettuati per tutti – scaricato sulle fasce più precarie della società sono importanti punti fermi che sia in Francia che in Italia vengono evidenziati.

In Francia la situazione legata alla pandemia Covid19 diventa ogni giorno più simile alla situazione italiana, ormai in procinto di una catastrofe sanitaria da settimane. La destrutturazione progressiva del sistema sanitario francese – e internazionale – allineandosi alle misure di austerity e di privatizzazione neoliberale, non costituisce soltanto un fattore di aggravamento della crisi sanitaria e sociale che sta accadendo, ma le fondamenta. La situazione più delicata è quella della sanità pubblica, in particolare dei servizi di rianimazione, che sono in prima linea a fronteggiare l’epidemia. Ma cosa sta succedendo ai medici di base, elemento essenziale nella catena della cura ? Abbiamo fatto quest’intervista a un medico di base della periferia parigina, che ci espone come avviene la riorganizzazione della relazione con i pazienti, le mancanze e le incoerenze della gestione delle autorità di fronte alla catastrofe che si sta avverando.

Quali sono state le misure di autotutela messe in campo per voi e i vostri pazienti ?

Innanzitutto, per ciò che riguarda le mascherine e gli altri materiali di protezione, non c’è un servizio che ce li fornisce. Dobbiamo fare il giro delle farmacie per procurarcele – gratuitamente, almeno! È stato annunciato dai media che saremo riforniti di maschere a partire da questa settimana – anche se è da adesso che siamo davvero senza – ma ho appena saputo da un collega che le farmacie sono senza scorte sufficienti di maschere e siamo già a martedi.. ed è il caso di numerosi comuni, che così non possono rifornire di mascherine i medici e i paramedici. Aspettiamo. Sappiamo anche che in alcune regioni, in certi ambulatori e in alcune sale di rianimazione, ci sono delle carenze terribili di gel disinfettante e di maschere. Per il resto, le indicazioni e le informazioni ci sono state inviate via mail, provengono dal Ministero della Salute, dalla Direzione Generale della Salute o dalle SAMI (Servizio di Aiuto Medico Iniziale, una volta dette “Studi medici di guardia”). La maggior parte delle volte sono link che ci inviano a siti dedicati al COVID19 che ci forniscono delle indicazioni precise, in particolare sull’organizzazione dello studio medico e sulle visite. Dobbiamo per esempio preparare delle tabelle orarie dedicate alla presa in carico dei pazienti potenzialmente contagiati (per evitare il sovraffollamento nelle sale d’attesa, tra le altre cose). Le indicazioni riguardano anche la presa in carico dei pazienti: c’è un grafico in funzione dei sintomi e dei criteri di gravità correlati. Il nostro ruolo si limita a decidere se il paziente deve essere ricoverato o messo in isolamento a casa, a seconda della gravità del caso. Chiaramente la gravità non corrisponde solo a dei fattori medici ma anche a dei criteri medico-sociali: l’isolamento e la precarietà per esempio.

Come procedete per prendere questa decisione? Somministrate al paziente il tampone?

Noi non abbiamo alcun accesso al tampone. Non siamo in grado di stabilire quindi se un paziente ha il virus o meno. Possiamo semplicemente valutare se dev’essere ricoverato o rimandato a casa: misurando la saturazione dell’ossigeno, la frequenza respiratoria, la febbre, la pressione. Ma non è sufficiente. Noi avremmo dovuto avere accesso a questi tamponi per testare i pazienti prima del passaggio allo stadio 3, a quel punto non servono quasi più a niente.

Inoltre, se il paziente dev’essere ricoverato o semplicemente testato, siamo obbligati a chiamare la croce rossa, che è davvero difficilmente raggiungibile, anche quando abbiamo dei casi gravi che devono essere presi in carico. Capita di passare più di un’ora a tentare di contattarli, perchè ovviamente sono con l’acqua alla gola.

Ci sono anche i SAMI, che sono dei servizi di visite d’urgenza e funzionano per comune o per raggruppamenti di comuni. Questi servizi sono essenziali, e permettono di regolare le urgenze assicurando la continuità delle cure la sera e nei week end. Per noi, la comunicazione e le informazioni, passano tramite il SAMI. Bisogna sottolineare che l’efficacia e la presenza dei SAMI varia a seconda dei territori. Vorrei anche aggiungere che oltre a non poter fare il tampone, noi a nostra volta non abbiamo diritto a sottoporcisi, e questo è assurdo. Non c’è stata alcuna campagna per il test, nè per la popolazione nè per il personale medico ! Fino a molto recentemente, anche se si presentavano i sintomi, i medici non erano testati. Se c’era solo la tosse, o si presentavano dei sintomi leggeri, non eravamo testati, quindi si continuava a lavorare. Abbiamo passato così le ultime settimane. Mi è successo personalmente quindi posso dare la mia testimonianza. Il 18 febbraio, mi sono ammalato, presentavo dei sintomi legati al virus: tosse, febbre, fatica, malessere. Ho contattato la croce rossa per farmi fare il tampone prima di tornare in studio, mi sembrava logico. Ma mi hanno detto che non è “il protocollo”, che poteva cambiare da un giorno all’altro, ma che fino a che non ero venuto in contatto con qualcuno che era stato in una zona a rischio non era utile farmi il tampone. È una mancanza di rigore.

Come organizzate le visite, come avviene la relazione con i pazienti ?

Una tendenza generale, che va nella direzione di seguire le indicazioni di massimo isolamento, è di fare le consultazioni virtuali. Ciò permette alle persone, in particolare le persone più a rischio, di non doversi spostare. Questo significa che non possiamo accogliere tutti: questo protocollo necessita che il paziente abbia un computer, ma ciò implica l’esclusione dei più precari, delle persone anziane ecc.. inoltre, i server sono già saturi, e le visite sono rese difficili, quasi impossibili, perchè il sistema salta regolarmente. L’altra soluzione è fare visite telefoniche. Non è pagato, ma molti di noi ci passano molte ore al giorno. Non so come funziona altrove, perchè i mezzi sono diversi da territorio a territorio, in termini di materiale di protezione, ma anche di strumenti. La consultazione si limita molto spesso a decidere se inviare il paziente all’ospedale, o in isolamento se è fuori dai criteri di gravità (con una mutua di 14 giorni). Il fatto di non poter testare le persone ci limita. Le visite a domicilio si fanno sono per evitare alle persone a rischio (anziane, immunodepresse..) di spostarsi e mantenerle isolate.

Avete parlato con molti pazienti al telefono, cosa pensano a questo stadio della pandemia?

Le persone non comprendono veramente ciò che sta succedendo. Chiamano anche per avere delle spiegazioni. C’è molta inquietudine, ma non paranoia. Le persone sono scrupolose, attente, e comprensive, vogliono dei consigli. Ciò che è certo, è che le visite e le chiamate non smettono di aumentare. Anche se qui in Ile de France non siamo ancora nella situazione di Mulhouse, o più in generale del Grand Est, dove i casi di covid19 sono esplosi e tutte le squadre mediche sono saturate e affaticate.

Sappiamo che in seguito ai tagli legati alle politiche di austerity, la situazione degli ospedali pubblici è catastrofica : mancanza di personale – già prima dell’epidemia – mancanza di letti, di apparecchi per l’assistenza respiratoria, e di altro materiale. Com’è la situazione per i medici di base?

Noi siamo messi meglio del personale sanitario che lavora in rianimazione, loro sono i più colpiti. Ciò detto, rispetto alla medicina generale, prima della “crisi coronavirus”, c’era già una crisi dell’accesso alle cure, in particolare nei territori in cui non vi sono presidi sanitari (che non sono solo la campagna profonda, ma anche le metropoli, le periferie). I medici di base, ossia il primo step per curarsi, sono all’oggi saturati di pazienti, dunque non ne prendono più di nuovi, e questo già da anni. Questo è dovuto al fatto che i medici che vanno in pensione non vengono sostituiti, perchè il carico e le condizioni di lavoro sono troppo pesanti. Oggi è molto difficile per molte persone trovare un medico, è pieno di gente che non ce l’ha. Nella situazione attuale, i medici di base che erano saturati devono aprire le consultazioni in accesso libero (e voglio credere che lo facciano per non sovraccaricare le urgenze!)

Avete accesso all’informazione scientifica riguardo al virus e alla sua evoluzione ?

No, non ci comunicano queste informazioni. In ogni caso, ho avuto dei riscontri da parte di ricercatori molto arrabbiati, per i tagli drastici alla ricerca, sul Coronavirus tra l’altro (la ricerca sul Coronavirus si era sviluppata in seguito all’epidemia di SARS, epidemia che ha colpito la Cina nel 2003) fatti prima da Sarkozy, in seguito da Hollande e ora da Macron. Abbiamo un vero ritardo. Avremmo potuto avere dei modelli di comportamento e di mutazione del virus più avanzati, che ci avrebbero permesso di agire di conseguenza. C’è anche molta poca trasparenza attorno al Cosiglio Scientifico che è stato riunito dal Ministero della Salute su richiesta di Macron. Sappiamo solo l’identità dei suoi membri, ma le sue decisioni non sono pubbliche. Questa opacità non riguarda solo i medici, dovrebbero essere informazioni divulgate a tutta la popolazione!

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Da un intervista del 2000 a Ferruccio Dendena:

"Gli anni dalla fine dei '60 ai primi '70 sono stati quelli di maggior sviluppo e rafforzamento dei gruppi della sinistra extraparlamentare: però, pur corteggiandomi, perché all'interno della scuola ero già da ragazzino politicamente capace (intervenivo nelle assemblee, portavo gli studenti in piazza eccetera), non mi avevano mai convinto ad entrare organicamente, nemmeno la FGCI. Io ero un pò un cane sciolto da questo punto di vista. Mi sono avvicinato negli ultimi anni delle scuole superiori, quindi primi anni '70, ad uno dei gruppi più piccoli della sinistra extra-parlamentare, il Gruppo Gramsci, che aveva un radicamento forte nel Varesotto ed in parte anche a Milano: ci fu addirittura una fase in cui il confronto di leadership nell'università fra il Gruppo Gramsci e Capanna era ad un livello alto, quasi da egemonia nel movimento studentesco. Poi le cose sono andate ridimensionandosi e il Gruppo Gramsci è rimasto un gruppo piccolo, forte dal punto di vista intellettuale perché aveva al suo interno uomini che poi sono diventati grandi ricercatori, docenti universitari ecc.: si pensi ancor oggi a Marazzi, Migliarina, Màdera (che è uno dei fondatori), e altri ancora. Mi sono avvicinato proprio negli anni in cui c'era la crisi dei gruppi ed il Gruppo Gramsci stava lavorando sulle tesi dello scioglimento, sulla critica della logica del gruppo e sulla proposta di sperimentare una fase di movimento aperta e ampia per poi ridiscutere i temi dell'organizzazione, del partito, della rivoluzione e chi più ne ha più ne metta. Quindi, ho partecipato alla vita di questo gruppo proprio nella fase finale e sono entrato nella discussione sulle tesi di scioglimento. Lo scioglimento del Gruppo Gramsci è coinciso con lo scioglimento di Potere Operaio, e della parte di Potere Operaio più legata a Negri e non a Scalzone. E furono proprio i dirigenti del Gruppo Gramsci e di Potere Operaio ad incontrarsi per primi su questo terreno dell'autonomia diffusa, dell'autonomia come movimento, in pratica del movimento dell'Autonomia Operaia. Quasi immediatamente dunque, scioltisi i gruppi, sciolti Potere Operaio e il Gruppo Gramsci, ci fu questo tavolo comune di discussione e di costruzione del movimento dell'Autonomia Operaia. Fu lì il momento più importante dal punto di vista dell'elaborazione teorica, a cui cominciai a partecipare quando ero un ragazzo non ancora ventenne, studente delle superiori; e da allora ho seguito tutte le a fasi di sperimentazione dell'autonomia diffusa, quindi di Rosso dentro il movimento. Rosso era il giornale del Gruppo Gramsci, era l'organo del partito, ed era diventato poi il giornale del movimento: Rosso dentro il movimento era uno strumento alla cui redazione partecipavano dirigenti e militanti sia del Gruppo Gramsci che di Potere Operaio, quindi c'erano Negri, Bonomi e tanti altri compagni. Noi nel frattempo avevamo cominciato a lavorare nel territorio delle province di Varese e di Como per costruire il movimento dell'Autonomia, ed io ho seguito nella mia storia di militante politico soprattutto queste due province. Infatti mi ero nel frattempo spostato dalla provincia di Bergamo a questa zona, seguendo le traiettorie della crisi dell'industria tessile dove mio padre era impiegato, ed ero finito a risiedere a Seveso e a frequentare le scuole a Saronno, dove c'era un istituto tecnico in cui io ho concluso gli studi. Ho dunque vissuto nei primi anni '70 la conoscenza del Gruppo Gramsci nel Varesotto, dove c'erano molti collettivi forti. Ho cominciato a lavorare su quel territorio prima di tutto sulle scuole, costruendo collettivi studenteschi: abbiamo cominciato a lavorare sul sociale, sulle fabbriche, costruendo veri e propri organismi autonomi in tutta la provincia di Varese e di Como. Ma parliamo di un arco di tempo estremamente stretto: basti pensare che dalla fine degli anni '60 alla seconda degli anni '70, quindi 8-9 anni, c'è stato il '68-'69, c'è stata la crisi dei gruppi, c'è stata la prima sperimentazione dell'Autonomia intesa come movimento, nuovo soggetto, c'è stato il '77 e Bologna........."

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