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Articoli filtrati per data: Tuesday, 17 Marzo 2020

COMUNICATO STAMPA sulla Sorveglianza Speciale per due anni a Maria Edgarda Marcucci, combattente italiana Ypj con le donne curde in Siria contro l’Isis e i gruppi jihadisti sostenuti dalla Turchia.

Si tratta di un gravissimo atto contro una donna che ha rischiato la vita contro il Jihadismo e l’Isis, per proteggere le donne e i civili contro l’aggressione turca, proprio da parte di uno stato che non ha mosso un dito contro le guerre di Erdogan e che anzi, nonostante le promesse non mantenute, non ha mai smesso di vendergli armi.
Ci si accanisce contro l’unica donna del gruppo perché attiva nelle battaglie per il lavoro precario sottopagato, contro la guerra turca in Siria e in Non Una di Meno - Torino.
Nelle motivazioni si dice esplicitamente che la figura di Eddi va valutata diversamente perché ha partecipato a un’iniziativa alla Camera di Commercio di Torino, del tutto pacifica, contro il commercio di armi tra Italia e Turchia proprio mentre l’esercito turco bombardava le sue compagne in armi in Siria.
Tutti e cinque siamo e ci consideriamo colpiti da questo provvedimento senza distinzioni. Ogni tentativo di dividerci sarà vano.
Tutti e cinque rivendichiamo tutto ciò che abbiamo fatto in Siria per la rivoluzione, la democrazia, la libertà delle donne e contro il fondamentalismo, e in Italia per informare sulla Siria e cambiare una società ingiusta.
E' scandaloso che ad una persona come Eddi si dia una misura del genere (seguendo una procedura che non assicura le garanzie di uno stato di diritto e deriva dal ventennio fascista) per essersi impegnata politicamente in Italia, contestando un sistema politico ed economico che oggi mostra tutte e sue fragilità e i suoi limiti: la gente sta morendo in alcuni casi senza cure per i tagli fatti in questi anni alla sanità.
Scandaloso che lo si sia saputo dalla stampa.
Chiamiamo alla mobilitazione di tutte e tutti per Eddi e per i curdi, gli arabi e gli altri popoli del Rojava e della Siria del nord che l’America, l’Europa e l’Italia hanno lasciato e lasciano massacrare dopo il contributo dato per la libertà e la sicurezza di tutti.

Eddi libera!

Jacopo Bindi
Davide Grasso
Fabrizio Maniero
Maria Edgarda Marcucci
Paolo Pachino


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Il Tribunale di Torino ha accolto la richiesta della Procura e della Questura e ha disposto due anni di Sorveglianza speciale per Eddi, compagna torinese attiva nelle lotte sociali e che negli anni scorsi si era recata in Siria del nord arruolandosi nelle unità di protezione delle donne Ypj per combattere lo Stato Islamico come volontaria internazionale.

La decisione dei giudici sarebbe depositata da venerdì ma Eddi e gli altri lo avrebbero saputo solo oggi e da una giornalista che chiedeva loro un commento. A Eddi non era contestato nessun reato specifico, il Tribunale torinese ha deciso di stabilire la sua pericolosità sociale proprio perchè è stata in Siria impegnandosi in prima persona in difesa della rivoluzione confederale del Rojava e contro Isis. La stessa richiesta era stata avanzata dalla Pm Emanuela Pedrotta per altri quattro internazionalisti torinesi: Jacopo, Paolo, Davide e Jack. Per Davide e Jack, la richiesta era stata respinta da tempo. Ora è stata respinta anche per Paolo e Jacopo.

La misura repressiva è stata disposta solo per Eddi perchè, secondo i giudici, la sua pericolosità sociale sarebbe confermata dal fatto che tuttora stia partecipando alle lotte sociali torinesi, in alcune occasioni incassando le denunce della Digos. Nessun allontamento forzato da Torino per lei, ma dovrà scegliere dove eleggere la propria dimora e non potrà allontanarsene dalle 21 alle 7 del mattino per 24 mesi. Questo oltre alle altre limitazioni alla libertà di espressione, riunione, movimento, azione e comunicazione con le altre persone previste dal dispositivo risalente al codice Rocco del ventennio fascista.

Da Radio Onda d'Urto

Di seguito gli interventi della video conferenza stampa che si è tenuta nel pomeriggio.

 

 

 

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Se non fosse una serie basata su un complotto, la tempistica con la quale Amazon Prime Video ha rilasciato la prima stagione di Hunters desterebbe ben più di un sospetto. Nei giorni in cui la pandemia legata al Covid-19 mostra in controluce - attraverso le risposte dei governi - le differenze di classe interne alla popolazione, una serie centrata su programmi "eugenetici" messi in campo dai nazisti originali e da loro eredi immaginari risulta quantomeno attuale.

Basti solamente pensare alle parole – solo in parte ritrattate in queste ore - di Boris Johnson su come la Gran Bretagna immagina di affrontare l'attuale situazione sanitaria. Ovvero, attraverso la ricerca dell'immunità di gregge, sacrificando i più deboli sull'altare dei più forti. Un vero e proprio esperimento di ingegneria sociale su larga scala, giocato sull'emergenzialità per quanto bocciato senza appello dalla totalità della comunità scientifica. Ma soprattutto, un piano che incredibilmente viene narrato sui media, per quanto critici, come "risposta britannica all'epidemia".

Del resto si sa che le parole e l'immaginario sono decisivi nel fare percepire la sostanza di qualunque attore e processo sociale. A creare la rispettabilità, il consenso, così come la non piena ostilità, intorno ad un'idea, ad una politica, ad un modello di governance. Una stessa cosa può essere narrata in tanti modi differenti, a volte pure opposti nel giro di poco tempo.

E' sempre l'azione delle forze sociali a imporre una narrazione sull'altra. Del resto, sono stati i carrarmati sovietici a fare emergere il nazismo come bestia, non certo un dibattito democratico sulle ideologie. Non bastava la natura intrinseca del nazismo a farlo risultare bestiale, serviva vincere una guerra. Chi vince le guerre scrive la storia, senza poi scordare che la storia continua, si evolve, senza sosta. E che le cesure tra un periodo storico e quello successivo sono sempre meno nette di quello che sembra.

Tutti temi centrali nella filosofia di Hunters, dove una guerra, sotterranea ma pressante, è in corso negli Usa degli anni Settanta. La serie, sempre in bilico tra realtà e finzione, parte da un qualcosa di realmente accaduto. Si parla dell'Operazione Paperclip, consistente nell'appropriazione da parte degli Stati Uniti dei principali scienziati nazisti, fatti emigrare negli States sotto falsi nomi al termine del secondo conflitto globale. Obiettivo, sottrarli ai sovietici, che avrebbero potuto utilizzarne le abilità nell'ambito della Guerra Fredda.

Non a caso scienziati come Wernher von Braun, decisivi nella costruzione dell'arsenale bellico nazista, divennero fondamentali anche nello sviluppo dei programmi militari americani. L'Operazione Paperclip fu insomma un concentrato di spregevole realismo, che descrive alla perfezione la continuità tra regimi autoritari e regimi democratici nel perseguire a tutti i costi la supremazia in ambito militare-tecnologico. In sfregio a qualunque vuota retorica sulla più grande democrazia del mondo e sul rispetto dei diritti umani.

Una storia che possiamo rintracciare anche nella storia d'Italia, se pensiamo, in questo caso in ambito politico-giuridico più che medico, a quanti questori e prefetti di epoca fascista rimasero ai loro posti anche dopo la svolta repubblicana. Conoscenze e capacità decisive ai tempi della Guerra Fredda, della controinsorgenza interna e della stabilizzazione reazionaria del paese.

Tornando alle parole di Johnson. Chi ha guardato la serie prodotta da Amazon difficilmente non riuscirebbe a vedere un collegamento tra le parole del premier britannico – o almeno gli effetti che produrrebbero nella pratica - e i processi di purificazione del patrimonio genetico della razza attuati dall'apparato medico-scientifico nazista. Un progetto di sterminio è un progetto di sterminio, indipendentemente da chi ne è vittima e dalla modalità con cui lo si conduce.

Da qui capiamo la rilevanza della serie ideata da David Weil. Hunters non è infatti una serie su un possibile revival del Terzo Reich, o quantomeno, non solo. Il principale pregio della serie è la capacità di legare un discorso su ieri a un discorso sull'oggi. La volontà di parlare di quello che accade ai giorni nostri, in particolare attraverso la figura del suprematista bianco che scala le posizioni nel piano eversivo neonazista. Una figura che diviene minaccia reale per la società a partire dalla sua pratica stragista e omicida, la cui costruzione è tutt'altro che slegata dalla cronaca di questi anni.  Utoya, Macerata, Cristchurch, Charlottesville. Ai quattro angoli del globo Hunters è già realtà. E' già tra di noi.

Mescolando sapientemente il racconto dell'ideologia nazionalsocialista alla narrazione fattuale del suprematismo bianco moderno, Hunters è allo stesso tempo formativo e divertente. Merito anche dei personaggi che costituiscono il cast di cacciatori di nazisti, a cavallo tra una batteria di eroi Marvel e dei protagonisti di un film di Tarantino. A proposito, se non vi ha saziato la prima grigliata di nazisti, preparatevi a fare il bis.

Obiettivo, centrato in pieno, è quello di far passare una narrazione, decisamente minoritaria in questi tempi, sulla necessità di una vendetta capace di neutralizzare ogni forma di pacificazione fasulla. Volontà dei cacciatori non è infatti assicurare "alla giustizia" i centinaia di nazisti sotto copertura che si trovano negli Stati Uniti, ma ucciderli. Semplicemente, ucciderli.

Una posizione ovviamente non accettabile dalle pastoie della legalità liberale, che porta i Cacciatori a scontrarsi con le autorità. In particolare con l'FBI, coinvolta un conflitto che oltrepassa l'ambito tecnico-burocratico, che scavalca la semplice misurazione della rispondenza alla legge delle proprie azioni, per installarsi proprio su cosa si intenda per giustizia.

Hunters è in fin dei conti una serie sulla giustizia, sulle sue implicazioni. Sull'impossibilità di ridurla a mera legalità, in un mondo odierno – come del resto in qualunque altra epoca -  dove la storia pesa, dove esistono classi sociali e profonde diseguaglianze. Per tempi come i nostri, così intensamente votati al giustizialismo più sfrenato (basti pensare ai detenuti in rivolta nelle carceri degli scorsi giorni), trasmettere un messaggio del genere è già un grande pregio.

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in CULTURE

La situazione attuale di magazzini e corrieri e l'appello del SI Cobas

Da giorni ormai mobilitazioni e blocchi scuotono anche il comparto della logistica dove le aziende non sembravano prendere sul serio la necessità di misure drastiche per la salute dei lavoratori e il contenimento della pandemia. I sindacati maggioritari nel comparto, S.I. Cobas e ADL Cobas, hanno da subito dato copertura all’iniziativa operaia aprendo lo stato d’agitazione e indicando che la salute viene prima dei profitti. Tuttavia sembra che il ruolo sociale dell’impresa sia una finzione che esiste solo nelle aperture delle assemblee dei soci delle cooperative, dove i dirigenti percepiscono stipendi faraonici, o nelle slide delle multinazionali del settore, ma che raramente si traduca in un impegno concreto. Dopotutto nel frangente attuale si evidenzia senza appello come questa si configuri come una frattura insanabile: dove ci sono profitti e sfruttamento non può esserci una presa in carico della società nel suo complesso. Nel settore della logistica in questi giorni tutto ciò è stato lampante. La linea di classe si è presentata in tutta la sua durezza. Mentre negli uffici di alcune committenti si distribuivano kit di sanificazione personale all’avanguardia, si procedeva al telelavoro e si davano permessi extra per accudire i bambini rimasti a casa da scuola, in magazzino e sul furgone il business doveva continuare as usual. Quel trattamento discriminatorio antiproletario, debordante nel razzismo, nei confronti di questa classe operaia multinazionale che si muove nella logistica, emerge dunque anche dentro questa emergenza. In altre situazioni la trascuratezza verso gli stessi impiegati della committente si traduceva nella mancanza totale di controllo sull’applicazione delle misure di sicurezza in magazzino da parte del fornitore dove le situazioni di rischio sono maggiormente amplificate dal carico/scarico delle merci e dal gran numero di addetti impiegati. Inoltre, ci sono appalti in cui le donne, su cui sta ricadendo con più forza il peso delle cure parentali, devono mobilitarsi per avere i permessi pagati per stare a casa con i figli. Dove non c'è capacità mobilitativa e copertura sindacale, le donne, ancora una volta, devono arrangiarsi. E in questo non possiamo non vedere una discriminazione di genere su cui vengono scaricati i costi della pandemia. Per gli uomini una simile richiesta non è neanche presa in considerazione. Alla faccia del ruolo sociale dell’impresa appunto.

In tutto ciò si è aggiunto il decreto del governo guidato da Giuseppe Conte che ha definito quelle che sono alcune attività produttive essenziali, ma che ha concesso, sotto pressione di Confindustria e Alleanza delle Cooperative (e con il cedimento annunciato dei Confederali) la continuazione dell’attività a tutti i settori produttivi, a patto che provvedessero alla messa in sicurezza dei lavoratori e degli impianti. Ma qui sono state proprio le lotte operaie a indicare il nonsense di questa risoluzione. Semplicemente non è possibile continuare le attività in piena sicurezza, non è possibile adeguare gli impianti alle misure di contenimento del virus, non è possibile avere l’equipaggiamento adeguato per garantire la salute sul posto di lavoro.
Da un lato i magazzini sono luoghi dove mantenere le distanze tra lavoratori è quasi impossibile, dall’altro i disastrosi tagli alla sanità degli ultimi anni hanno fatto si che il governo stia rincorrendo con misure emergenziali la carenza di dispositivi di protezione individuale adeguati (e le aziende non li trovano sul mercato o non sono disposte a spendere cifre importanti). Infine i corrieri che si muovono nel reticolo dei territori, entrando in contatto con decine di persone ogni giorno, sono un veicolo perfetto per la diffusione del virus. Come nelle fabbriche metalmeccaniche la consapevolezza dell’ingiustizia sociale prende corpo: “Non siamo carne da macello”.

La lotta, dunque, non poteva più limitarsi a invocare correttivi e misure tampone. Da lunedì S.I. Cobas e ADL Cobas hanno lanciato la parola d’ordine dell’astensione dal lavoro per giustificato motivo oggettivo. Comunicato qui: http://sicobas.org/2020/03/16/comunicato-anche-noi-vogliamo-restare-a-casa-non-siamo-carne-da-macello-diritto-alla-vita-e-dovere-di-preservarla-per-tutti/http://sicobas.org/2020/03/16/comunicato-anche-noi-vogliamo-restare-a-casa-non-siamo-carne-da-macello-diritto-alla-vita-e-dovere-di-preservarla-per-tutti/.
I lavoratori e le lavoratrici devono stare a casa perché non sussistono le condizioni di sicurezza sui posti di lavoro. Se il motivo è oggettivo i lavoratori devono percepire il pieno salario. Reddito di quarantena garantito. Anche andando caso per caso diventerà impossibile per i padroni dimostrare il contrario. La battaglia è cominciata: nessun modello Ilva per gli operai! I 100 euro in più del governo per chi continua a lavorare nel mese di marzo puzzano di morte. Se il governo definisce attività non essenziali quelle della logistica perché diventa essenziale andare al lavoro? Perché mettere a rischio sé e la comunità andando al lavoro se l’indicazione sanitaria è stare a casa?

Se i padroni mettono i profitti davanti alla vita, gli operai della logistica si stanno facendo carico della salute pubblica. Le attività non essenziali devono chiudere immediatamente. Se Amazon, ad esempio,  dichiara un picco della sua attività legato alla diffusione delle misure di contenimento del coronavirus e si dichiara pronta addirittura ad assumere nuovi lavoratori qualcosa non va. La chiusura dei negozi e la difficoltà ad uscire di casa stanno portando ad un picco delle consegne a domicilio, ma questo non può andare a discapito della salute dei lavoratori che spesso non godono di nessuna tutela. Accade ad Amazon dove l'atteggiamento antisindacale è di casa - ma nell'hub di Castel San Giovanni a Piacenza è ora in corso uno sciopero - ma anche ai rider, categoria che, tra le nuove professioni nate con la platform economy, è forse la più selvaggiamente sfruttata.

Un capitolo a parte meriterebbero le condizioni di lavoro nella attività definite essenziali come filiera dell'alimentare, Gdo e sanità. In questi comparti condizione operaia, comando di fabbrica, precarietà e tagli al welfare si intrecciano in un mosaico di contraddizioni in cui la pandemia sta facendo emergere su quali soggetti vengono scaricati, anche in termine di vite umane, i costi dell'attuale crisi sanitaria.

Riprendiamo dal facebook del S.I. Cobas i magazzini attualmente chiusi grazie all’astensione generalizzata dal lavoro (si tratta di un elenco ancora provvisorio):

Sda Milano 3
Sda Milano 1
Sda Milano 4
Sda Stradella
Fercam Novara
BRT Mecenate
BRT Landriano
BRT Albairate
BRT Bovisa
BRT Liscate.
DHL Liscate
SDA Cuneo
SDA Novara
SDA Alessandria
SDA Biella
TNT Como
GLS S. Giuliano
SDA Bergamo
ALA Logman Srl
BRT Albairate
GLS Rho
Ceva Lazzate
SDA Bologna corrieri
BRT Cesena
Facility Bergamo
BRT Sedriano
XPO Pontenure
TNT Milano 6
TNT Milano 10
TNT Settala
SDA driver Bologna
SDA Hub Bologna
Cantieri 2 Torri Bologna (3 magazzini)
Assaboloy Bologna
TNT Ancona
BRT Ancona
BRT 093 Cazzago San Martino (BS)
BRT Pontedera
GLS Campi Bisenzio
GLS Sesto Fiorentino
TNT Calenzano
TNT Fiano romano
TNT Salone
TNT Cinecittà
SDA RM1
SDA RM2
SDA RM Hub
SDA L'aquila
GLS Riano
TNT Teverola
MULTISERVICE Napoli e Caserta
SIM Salerno
ESAF Scarl Benevento
ANC Costruzioni Avellino
Asia Napoli
Di Gennaro Spa Napoli
SDA Modena
TNT Genova
BRT Roveri Bologna

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La stampa francese dà notizia dello stop al cantiere del TAV a causa del Coronavirus.

Il simbolo per eccellenza della distruzione dell'ambiente, dello sperpero di denaro pubblico e delle lobby politiche affaristiche che gestiscono le nostre risorse come se fossero di loro proprietà si arena nuovamente.

Mentre Telt attraverso la voce di Virano tenta di minimizzare la situazione, affermando che per quanto riguarda il versante italiano sono in corso solo "micro-attività" (ma va? Il cantiere è ormai fermo da due anni), dall'altro lato del confine le aziende stanno smobilitando in attesa della pronuncia definitiva del governo. Virano si consola affermando che "entro fine mese ci sarà la firma a Bruxelles sull’accordo per i finanziamenti e a fine aprile le offerte per il bando di gara per il tunnel di base lato francese". Ci sembra chiaro però che davanti alla situazione di crisi che ormai coinvolge tutta Europa è possibile e auspicabile che le priorità internazionali cambino.

D'altronde il modello di sviluppo del TAV è lo stesso che ha permesso la diffusione a livello globale del Coronavirus. Un modello in cui la merce (e la sua velocità) ha la priorità sulla salute delle persone, sull'ambiente, sui bisogni sociali dei territori. Le business class per i manager sono più importanti dei treni per i pendolari. Un modello di sviluppo che mentre investe 40 miliardi complessivamente per costruire ferrovie ad alta velocità, sottrae alla sanità pubblica 37 miliardi di euro. Che altera interi habitat e produce polveri e inquinamento che aggraveranno le malattie respiratorie in valle, allo stesso tempo i presidi medici vengono chiusi.

Mentre si approssima la recessione i Virano, gli Esposito, i Foietta sperano di riuscire a tutelare i propri affari nella tempesta, magari ripetendo la solita solfa stanca sugli investimenti per ripartire. Ma sarebbe totalmente irresponsabile continuare su questa strada, ormai è cristallino a molti che la "crescita ad ogni costo" è una maledizione. In un momento come questo sarebbe totalmente irresponsabile continuare a sperperare denaro pubblico in questo monumento alla stupidità.

Mentre viviamo questa crisi la notizia dello stop al cantiere del Tav ci strappa un sorriso, consapevoli di quanto la sorte si dimostri avversa di questi tempi agli speculatori e ai loro sponsor politici, coscienti che i tempi per la costruzione di questa opera ecocida si allungano inevitabilmente. Convinti che il Tav non si farà mai.

A sarà dura

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Da come si apprende dal comunicato dell’Usb di Livorno, questa mattina due lavoratrici dell’ospedale Livornese sono state licenziate. Nei giorni scorsi avevano pubblicamente denunciato la mancanza di dispositivi di sicurezza, mascherine e guanti, per lavorare, e avevano protestato con le colleghe e il sindacato.


La cooperativa Innova Salento, ha utilizzato come scusa il fatto che avessero partecipato ad un’assemblea sindacale 15 giorni fa  mentre erano in malattia.
Le lavoratrici della cooperativa che gestisce l’appalto per l’ospedale, hanno inoltre denunciato anche ritardi nei pagamenti degli stipendi.
Non è il primo caso in cui le ditte che gestiscono i servizi accessori e gli ospedali, cercano di silenziare la proteste per le condizioni di lavoro disumane che lavoratori e lavoratrici della sanità sono obbligati a sopportare in questo periodo di emergenza sanitaria. Chi oggi lavora in prima linea per tutelare tutta la società dalla minaccia del Covid-19, viene sottoposto a turni massacranti con stipendi miseri e senza dispositivi di sicurezza, a riprova di quale sia la reale considerazione dei lavoratori da parte di questo governo e di chi sta gestendo l’emergenza pandemica.

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Pubblichiamo queste interessanti riflessioni di una giovane professoressa sulle forme di insegnamento al tempo del Covid19, e su come queste forme di insegnamento non tengano conto delle differenze di classe.

Sono una giovane professoressa, insegno in un istituto professionale in un quartiere popolare a Torino, i miei studenti sono tutti proletari, figli di meccanici, operai, molti immigrati di seconda generazione. In questa situazione di emergenza sanitaria mi sembra importante condividere una riflessione a proposito di alcuni aspetti della scuola che questa “svolta tecnologica” improvvisata ha fatto emergere.

Parto dal presupposto che la scuola è un’istituzione classista, che riproduce e alimenta la suddivisione sociale. Ciò si dimostra principalmente attraverso due aspetti collegai tra loro:

L’effettiva possibilità di studio e di accesso alla cultura dipende moltissimo dalla classe sociale della famiglia da cui proviene un bambino / ragazzo.Gli esempi che si possono fare sono centinaia: la possibilità effettiva di aiuto dei genitori nei compiti e nello studio (tempo a disposizione, livello di cultura e conoscenza della lingua), la possibilità di pagare ripetizioni private o il  materiale adeguato, eccetera.. L’organizzazione delle scuole superiori riproduce la suddivisione sociale in classi. Gli studenti che frequentano gli istituti professionali provengono per lo più da famiglie proletarie  e andranno a rimpolpare le file della stessa classe, finendo a lavorare in ambiti tecnici professionalizzati, o con i tempi che corrono a lavorare saltuariamente, e a volte in nero. Mentre una parte significativa degli studenti dei licei provengono da classi sociali medie o medio-alte, e in termini di possibilità hanno le carte in regola per poter accedere un lavoro che gli permetterà di vivere abbastanza bene. Con questo non voglio intendere che tutti gli studenti del liceo vivranno nella bambagia, ma è molto probabile che avranno occupazioni che o dal punto di vista reddituale o dal punto di vista del riconoscimento sociale (lavoro cognitivo) possiamo considerare caratterizzanti del “ceto medio”.
Tutto ciò avviene non perché c’è una particolare affezione alla propria classe , o per portare avanti delle tradizioni, ma perché la selezione  viene fatta prima  (il famoso ORIENTAMENTO in uscita ), in base al rendimento scolastico delle scuole elementari e medie, che come si diceva sopra dipende molto poco dalla brillantezza personale dello studente .

[Queste considerazioni sono approssimative e semplicistiche, e tralasciano alcuni aspetti, come ad esempio la differenza tra scuole del centro e di periferia]

La chiusura improvvisa delle scuole fino a data da destinarsi e l’obbligo di rimanere sigillati in casa, ha imposto alle scuole di tutta Italia di adottare improvvisamente un metodo di didattica a distanza: finalmente una scuola smart, online, aggiornata coi tempi!

“Finalmente”.. non fosse che questi strumenti sono stati raffazzonati di punto in bianco, senza nessuna sperimentazione precedente, e tutto è lasciato in mano alle singole capacità e disponibilità di professori e soprattutto studenti.

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Tutto ciò mette in luce il carattere classista della scuola e alimenta il solco profondo tra gli studenti “di serie A”, quelli che ce la possono fare , e gli studenti di “serie B”, quelli che rimarranno indietro.

Io in questi giorni vivo a casa dei miei genitori, anche mia mamma insegna, però in un liceo, e mio fratello frequenta il quinto anno, sempre di un liceo. Tutti e tre svolgiamo le nostre attività didattiche e lavorative: abbiamo una stanza a testa (la casa è grande), un computer a testa, la connessione internet fastweb che funziona perfettamente, e tutto ciò che serve per potersi concentrare e lavorare, i nostri stipendi continuano ad arrivare: non ci dobbiamo preoccupare di come fare la spesa e abbiamo la mente sgombra dall’ansia di dover pagare affitti e bollette.

Mentre carico le video lezioni e i compiti a distanza penso ai miei studenti: come fanno a seguire le lezioni, concentrarsi per leggere tutto il materiale e fare i compiti , se vivono in piccoli spazi sovraffollati? come fanno a visualizzare tutto il materiale se hanno un solo computer per tutta la famiglia  - se va bene – e spesso nemmeno quello? Sono domande che mi pongo non per pregiudizio ma sulla base di racconti diretti che mi sono stati fatti in questi mesi...

Confrontandomi con i miei familiari, constato le profonde differenze tra i due tipi di scuole. Mia mamma e mio fratello vanno avanti con i programmi: video lezioni, compiti, lezioni online in diretta, addirittura verifiche e interrogazioni; le osservazioni che fanno sono a proposito della comodità di lavorare a letto in pigiama, o la mancanza dei compagni di classe. Per quanto riguarda le mie classi invece, dopo dieci giorni di didattica online, meno della metà degli studenti ha preso visione del materiale, non ho fatto ancora nessuna lezione in diretta, non ho ricevuto nessun feedback nei canali appositi istituzionali, e attraverso alcuni scambi informali con gli studenti via whatsapp tutti manifestano serie difficoltà nell’accedere alla didattica online: quasi nessuno ha un computer e dal cellulare questi strumenti non sono altrettanto efficaci, alcuni non hanno internet a casa, e i GB delle promozioni telefoniche non sono sufficienti per reggere le video lezioni, altri hanno difficoltà specifiche nell’ usare i canali appositi.

Tutto ciò non è altro che l’esasperazione di quanto la scuola già fa: fornisce le conoscenze (quelle che ritiene utili), ma non gli strumenti per potervi accedere tutti allo stesso modo, questo dipende dalle personali disponibilità e possibilità.

Uno dei risultati della didattica a distanza, a mio parere, è quindi quello di aumentare le differenze già forti tra gli istituti professionali e i licei.

Un’ ultima piccola considerazione che faccio brevemente e su cui non mi soffermerò perché esula dalla mia esperienza diretta riguarda le scuole elementari e medie. In questi contesti di formazione si aggiunge un’ulteriore barriera per l’accesso alla didattica, cioè la capacità o meno dei genitori di saper usare questi strumenti. Inoltre le scuole a  questi livelli di istruzione hanno una composizione delle classi meno uniforme di quella che si trova nelle scuole superiori, quindi con grandi probabilità l’effetto della didattica a distanza sarà l’acuirsi di forti disparità tra studenti in una stessa classe.

Come verranno gestite quindi al rientro a scuola, queste grandi disparità?  

Molto probabilmente dipenderà dalle iniziative personali dei singoli professori, che sono lavoratori inseriti in un sistema ben strutturato, “funzionari” che hanno spesso come principale obiettivo quello di assolvere i loro compiti burocratici (finire il programma, mettere voti, eccetera), e –putroppo- non quello della formazione che non lasci indietro nessuno.

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