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Articoli filtrati per data: Monday, 16 Marzo 2020

Un'intervista ai lavoratori dello spettacolo durante la crisi del Coronavirus.

Abbiamo intervistato un lavoratore fra gli animatori del percorso "Lavoratrici e Lavoratori dello Spettacolo per il Sostegno al Reddito" sulle mobilitazioni che stanno mettendo in campo per affrontare questa fase di incertezza lavorativa dettata dalle misure intraprese per fermare il contagio del Covid19.

 

I lavoratori dello spettacolo sono probabilmente tra i più sofferenti in questo momento per via delle misure adottate per contenere il Coronavirus. Ma quali erano le condizioni di lavoro pregresse di chi lavora in questo settore?

Noi siamo un gruppo di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo nato in seguito alla chiusura dei teatri decretata per far fronte all’emergenza Covid-19.
I lavoratori dello spettacolo sono precari da sempre, da prima della precarietà. Le nostre scritture nascono e muoiono con ogni tournée, spesso durano anche poche settimane o giorni. Siamo i cosiddetti: “intermittenti”.
Le tipologie di ingaggio sono molto differenti. Una piccolissima parte di noi è assunta a tempo indeterminato, quella inserita in alcuni teatri, enti lirici, aziende televisive o in alcuni service. Sono quelli più sindacalizzati in quanto la loro condizione gli permette di far valere i propri diritti. Altri lavorano attraverso cooperative, altri ancora vengono costretti ad aprire partita IVA (che mascherano un lavoro subordinato e ti tolgono ulteriormente diritti e protezioni), la maggior parte siamo intermittenti. Questa nostra condizione ci rende particolarmente ricattabili, anche i requisiti previsti dal contratto nazionale spesso non vengono rispettati (per quanto riguarda ad esempio straordinari, diarie, mancati riposi etc,). La cosa purtroppo genera anche una guerra fra lavoratori, che spesso si svendono sul mercato del lavoro al ribasso comprimendo ulteriormente paghe e diritti. Va detto che i meccanismi di sostegno alle attività artistiche penalizzano molto i piccoli service e i piccoli produttori che hanno spesso a loro volta difficoltà economiche che finiscono per essere riversate sui lavoratori. Esiste anche una notevole quota di lavoro in nero diffusa (anche fra i teatri più importanti e meglio foraggiati dai finanziamenti teatrali).

 

Come state affrontando queste settimane di stop dal lavoro? Quali bisogni emergono? Come vi state organizzando?

L’emergenza che si è creata negli ultimi giorni però sta smuovendo le acque e finalmente in tutta Italia e partito un inedito processo di confronto e organizzazione da parte di centinaia di lavoratori. Da questo punto di vista alle difficoltà dettate dal momento si potrebbe aggiungere un’opportunità. Noi a Napoli abbiamo iniziato con una chat (amministratori condivisi) che da sei contatti è passati in poche ore ad 80 e ora supera i 150 da tutta la Campania. Si è deciso di scrivere un appello con richieste che riguardassero la fase, ma andassero anche oltre. Abbiamo quindi aperto una pagina Facebook per farci conoscere, pagina che in meno di una settimana è stata seguita da 1000 persone e attualmente da quasi 3000. Pur essendo nata dai tecnici questa pagina è stata seguita subito da attori, musicisti, ballerini e altro personale dello spettacolo (uffici stampa, maschere). In particolare va detto che il comparto artistico (al di fuori dei nomi di richiamo) è in realtà in condizioni simili e talvolta peggiori alle nostre, ma purtroppo è un settore che mostra ancora più difficoltà ad organizzarsi.

 

E su quali punti state costruendo le vostre rivendicazioni?

Per affrontare l’emergenza noi chiediamo tre cose in particolare:
1) L’ istituzione di un fondo per un Reddito di "Quarantena" che garantisca continuità salariale a chi è costretto allo stop dell’attività rivolto ai lavoratori e alle lavoratrici in partita Iva e, in generale, a tutte le categorie prive di tutela.
2) La sospensione del pagamento di mutui e tasse.
3) Chiediamo che le misure previste per i lavoratori autonomi a gestione separata valgano anche per i lavoratori autonomi con gestione Inps ex-Enpals.
Per quanto riguarda le rivendicazioni di carattere generale una delle esigenze più sentite è quella inerente la copertura economica con il sussidio di disoccupazione per i periodi di inattività. Questo sussidio esiste da anni rivolto a tutti i lavoratori stagionali e intermittenti, prima con il nome “requisiti stagionali” poi chiamato ASPI e attualmente NASPI che è una versione nettamente peggiorata delle precedenti.
In questi giorni abbiamo notato i che c'è una scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano l'erogazione della Naspi.
È molto probabile che alcuni lavoratori precari, che pure ne avevano diritto in questi anni, non ne abbiano neanche fatto richiesta. Questo li potrebbe anche avvantaggiare in questa fase, portandoli a dare una valutazione errata del provvedimento.
Avendo usufruito di questo sussidio dagli anni 90 (quando si chiamava requisiti ridotti) credo di poter parlare con una certa cognizione di causa della cosa.
Non tratterò le problematiche legate ai problemi burocratici per presentare la richiesta, che ritengo tutto sommato secondarie, ma solo quelle riguardo alla durata, che mi sembrano centrali.
Attualmente la Naspi paga la metà delle giornate effettivamente lavorate negli ultimi 4 anni (purché non siano già state conteggiate in precedenti richieste). La Naspi è stata inserita nel decreto liberticida jobs act voluto da Renzi, a sostituzione della precedente Aspi. È stato lui a dire la bugia che aveva portato la disoccupazione a due anni, mentre nei fatti l'aveva ridotta drasticamente, togliendogli ogni efficacia.
Perché diciamo questo?
Come spiegavamo per ricevere due anni di disoccupazione bisogna lavorare quattro anni di seguito. Mi dovete spiegare quale lavoratore precario intermittente o stagionale lavora quattro anni ininterrottamente?
Qualsiasi lavoratore stagionale per avere una copertura di reddito di 12 mesi dovrebbe lavorare almeno 8 mesi, e noi sappiamo quanto è difficile arrivate a 150 giorni di scrittura per la maggior parte di noi.
Faccio un esempio concreto: un lavoratore alberghiero che lavora 6 mesi l'anno ovviamente farà ogni anno domanda di disoccupazione ottenendo un'indennità di tre mesi e rimanendo senza nessuna copertura per gli altri tre.
Con il sistema Aspi invece lo stesso lavoratore accedeva a 8 mesi di sussidio, disoccupazione che veniva sospesa se il lavoratore riprendeva a lavorare e cancellata se il contratto superava i 6 mesi (tuttavia le giornate che non erano state pagate potevano essere nuovamente conteggiate ai fini della richiesta successiva).
Con il sistema Aspi per accedere agli 8 mesi di disoccupazione bastavano circa tre mesi di lavoro, oggi con l'attuale sistema Naspi se in un anno lavori 3 mesi hai un mese e mezzo di disoccupazione e per avere 8 mesi di sussidio dovresti lavorare un anno e quattro mesi senza interruzioni.
È questo il regalo di Renzi, altro che i quattro anni promessi.
La perdita di mesi di sussidio per ogni richiesta al di sotto dei 16 mesi di lavoro consecutivo.

 

Cosa intendete per reddito di quarantena?

Il reddito di quarantena è stata una parola d'ordine lanciata dal sindacato ADL Cobas, a cui va dato atto di essere stato fra i primi a muoversi nel nostro ambito. Lo abbiamo ripreso da subito perché ci è sembrato l’unico provvedimento equo pensabile in un momento simile in grado di unire tutte le categorie di lavoratori e di lavoratrici, indipendentemente dal tipo di contratto o status professionale - pensiamo ai lavoratori indipendenti, autonomi e alle ditte individuali o micro imprese, così come alla prigione del lavoro nero e grigio.
Infatti attorno a questa parola d’ordine si stanno coagulando diverse categorie di lavoratori e noi speriamo che da essa possa scaturire un grande movimento unitario.
Giovedì 12 marzo si è tenuta la prima assemblea per un “reddito di quarantena” da cui è scaturita una pagina Facebook nazionale legata alla costruzione di un percorso organizzativo regionale e cittadino oltre che settoriale per le varie realtà di lavoro coinvolte.
(https://www.facebook.com/REDDITODIQUARANTENA/posts/112892473665201?__tn__=K-R)

 

Il mondo dello spettacolo di una certa caratura si è esposto per invitare le persone a rimanere a casa, come si sta ponendo invece nei confronti e i dei lavoratori dello stesso settore in sofferenza?

Una parte degli artisti ha mostrato da subito attenzione alla situazione dei lavoratori dello spettacolo facendo alcuni appelli che abbiamo ripreso sulla nostra pagina Facebook.

 

Informazioni aggiuntive

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Il 14 marzo era atteso. Era la data con cui i Gilets Jaunes e gli altri movimenti ambientalisti, femministi, in sciopero per le pensioni, la riforma dell’università, contro le violenze della polizia, per le lotte sociali etc., avrebbero festeggiato un anno dalla discesa sugli Champs Élysées dello scorso 16 marzo 2019 (Atto 18), tornando in una zona interdetta dalla polizia. Fra gli altri, anche se impossibili da citare tutti : Action Antifasciste Paris-Banlieue, Mouvement Inter Luttes Indépendant, Cerveaux non disponibles, CLAQ - Comité de Libération et d'Autonomie Queer, ACTA, Action Écolo, etc..

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Il tempo

Il 14 marzo era atteso. Il tempo dell’attesa bascula da qualche mese nella regione europea. Con differenziali geografici importanti, dall’espansione della pandemia COVID-19, la scansione del tempo che siamo soliti conoscere ha cominciato una silente metamorfosi; il tempo che conosciamo, ha subito strattoni, accelerate, e alla fine arresti improvvisi, una metamorfosi sotto pelle che nessuno si aspettava.  

Sono noti i termini di riferimento della pandemia di Coronavirus, scoppiata a Wuhan a fine dicembre 2019. Con lo stesso movimento con cui in Italia è stato possibile osservare il cambiamento delle politiche e la percezione dei fenomeni, così anche la Francia, in ritardo di qualche settimana, percorre movimenti analoghi di amministrazione della crisi e coscienza della stessa. Da un’iniziale sospetto dell’opinione pubblica francese verso la gestione del fenomeno da parte degli italiani, anche nella République si è saltati da uno stadio di gravità del contagio al successivo, culminato col discorso di Emmanuel Macron, il più seguito nella storia degli interventi presidenziali alla televisione. 

Giovedì 12 marzo la massima carica dell’Eliseo ha disposto un parziale arresto della vita: chiusura di scuole di ogni ordine e grado; mentre restavano in stato di business as usual circolazione dei trasporti, l’apertura di negozi e bar e, soprattutto, il regolare svolgimento delle elezioni municipali previste per domenica 15 marzo. In maniera vaga ha disposto il contenimento dei rassemblement (assembramenti), mentre ha annunciato una misura di chômage partiel (disoccupazione parziale) per chi rimarrà a casa da lavoro in questo periodo, come la possibilità di alternare le giornate di lavoro per quei genitori che dovranno badare ai figli a casa da scuola. Anche la tregua invernale relativa agli sgomberi è stata prolungata di due mesi. 

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La maggior parte di queste misure saranno ratificate tramite decreto del primo ministro francese Eduard Philippe solo due giorni dopo: nella sera del 14 marzo è stata disposta la chiusura di tutti i luoghi pubblici “non indispensabili” come bar, ristoranti, caffè, cinema, discoteche; viene interdetta la possibilità di raggrupparsi in più di 100; rimangono aperti supermercati, farmacie, banche, tabaccai; viene disposto l’ invito a sviluppare forme di “telelavoro”. Le elezioni municipali di domenica 15 vengono tuttavia ancora mantenute.

Il comprensibile intensificarsi del ritmo nei media francesi rispetto al “fenomeno Coronavirus” ha iniziato a porre diversi problemi anche alla legittimità della manifestazione del 14 marzo. Nei social network comparivano sincrone ipotesi opposte: “è meno grave di quello che sembra, andiamo a Parigi”,  “È molto più grave di quello che dicono, non andiamo a Parigi”. Ma alla presa in carico ufficiale da parte del governo hanno fatto seguito diversi comunicati di rinuncia all’ “Acte 70 - 1 an de l’Ultimatum des Gilets Jaunes”. In particolare sono state annullate la “marcia contro le violenze poliziesche e contro la repressione” e la “marcia ecologista”. Ci sembra interessante, in questo quadro, la presa di posizione di ACTA: inizialmente sigla promotrice della giornata, ha prodotto alla sua vigilia un’interessante riflessione sul significato di difesa popolare di fronte al duplice attacco del virus e delle classi padronali. D’altronde, il tenore tenuto da Macron nel suo discorso e il contenuto delle misure economiche annunciate, che per usare un eufemismo potremmo definire come altamente espansive rispetto a quelle finora intraprese dall’Italia, indicano un contesto chiaro: un anno di lotte sociali potenti e diversificate in opposizione alle sue politiche di devastazione sociale rappresentano ormai un’invariante che non è possibile ignorare; anche in tempo di crisi sanitaria. Macron ha il fiato sul collo e l’energia espressa dai movimenti sociali ha determinato, almeno in parte, l’atteggiamento degli apparati di potere francesi rispetto alla gestione politica dell’epidemia. è necessario partire da tale considerazione per comprendere ciò che sta avvenendo oltralpe, in generale, e il dibattito interno al movimento, in particolare.

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“On est là” (Même si Macron ne veut pas..)

Il 14 marzo era atteso, ma il senso di quello a cui si stava partecipando, diventava d’ufficio incerto.  A partire dalla mattina un concentramento autorizzato a Montparnasse partiva in corteo. Contemporaneamente un corteo scendeva in manif sauvage da Place des Fêtes, raccoglieva un giovanissimo presidio di ambientalisti (désobéissance ecolo paris) al parco di Buttes-Chaumont, e si dirigeva spedito verso il centro commerciale di Les Halles presso cui sono state effettuate manifestazioni di disturbo. L’obiettivo non autorizzato, ma promosso nei mesi precedenti, di ritrovarsi sugli Champs Elysées, veniva velocemente abbandonato, per insufficienza di manifestanti, oltre che per il controllo poliziesco invalicabile della zona, come del resto era stato previsto. Tutti i gruppi convergevano verso la manif declarée a direzione Bercy.

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Si è così svolta una manifestazione che, come previsto, è stata tutto il tempo “nassata”: circondata da capo a coda, da un lato all’altro, letteralmente scortata, contenuta, con la possibilità di entrarvi ma il divieto di uscirvi una volta entrati. Malgrado il dispositivo repressivo, che rendeva il senso di una certa sproporzione tra manifestanti e forze dell’ordine, i GJ e gli altri manifestanti sono rimasti facendo proseguire la manifestazione.  Si sono registrati ripetuti scontri con la polizia, contenuti con lacrimogeni, nonché cariche e rincorse dentro il corteo da parte dei voltigeurs (famigerato corpo di agenti motorizzati e estremamente violenti reintrodotti dopo la Loi Travail) e BAC, in una dinamica, bisogna sottolinearlo, di completa chiusura dell’intero corteo fra cordoni di agenti che ne impedivano l’uscita. Per quanto ha potuto, il corteo ha provato a sfondare il dispositivo poliziesco, pagandone alla fine in termini di feriti e arresti con 79 fermi. A tal proposito la piattaforma Cerveaux non Disponibles ha così commentato: “naturalmente non è stato il 14 marzo che molti aspettavano. Ma la situazione totalmente senza precedenti che stiamo vivendo non può che avere un forte impatto su questo evento. Il fatto che sia avvenuto ancora, e che i presenti siano stati così coraggiosi, non deve essere ignorato. Ancora una volta, grazie ai GJ che, nonostante tutto, hanno creduto in questo giorno, in questo movimento”.

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L’epidemia non si vede: il capro espiatorio ?

Una pioggia di critiche ha colpito il corteo che è stato mantenuto e i gruppi che vi hanno partecipato nonostante il divieto di riunirsi per evitare forme di trasmissione del virus. I partecipanti, per lo più originari della provincia, sono stati accusati di diffondere incoscientemente il contagio nella capitale. Una critica che potrebbe essere giusta, ovvia, sensata e ragionevole se forse arrivasse al seguito di una metropoli che si è fermata e ha preso delle misure sanitarie preventive. Nota bene: mentre si svolgeva la manifestazione l’aggravamento delle misure annunciate da Eduard Philippe non era ancora stato diffuso, ed è arrivato solo in serata tarda; al momento della manifestazione le uniche disposizioni impartite riguardavano la chiusura di scuole e università, unito a un generale appello al civismo e alla responsabilità. Nelle medesime ore in cui il corteo dei Gilets Jaunes sfilava nella capitale della République, decine di migliaia di persone continuavano a prendere le stesse metro, continuano ad affollare gli stessi centri commerciali e si sarebbero all’indomani concentrate nelle sedi elettorali per le votazioni. Si parla di spostamenti massivi dentro il centro città, e spostamenti, e dunque potenziali contagi, tra il centro e i 100 km di periferie che la contengono. Dunque è vero, ma altresì esageratamente pretestuoso, puntare il dito contro l’unico rassemblement che con la sua composizione mette a critica da oltre un anno i limiti di questo sistema. A partire proprio dalla questione dello smantellamento dei servizi pubblici di base e dell’accesso alla sanità.

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Percepire il limite ecologico: la paura

Il COVID-19 non era prevedibile in quanto tale, ma i limiti ecologici della crescita sono stati certificati da un team di uomini d’affari, non propriamente anti-capitalisti, dagli anni ’70 (“Rapporto sui limiti dello sviluppo” Club di Roma). Sono “attesi” da almeno 50 anni collassi dei sistemi ecologici, e dunque crisi e riorganizzazioni dei sistemi sociali, per la comprovata impossibilità da parte del pianeta di riequilibrare i sistemi ad un ritmo pari al quale vengono perturbati. Le epidemie sono uno degli aspetti nei confronti di cui climatologi, sotto sindrome di Cassandra, provano ad allertarci da decenni. 

I supermercati svaligiati sabato sera dopo il discorso di Eduard Philippe, i dubbi che sia “solo un’ influenza”, il senso di solitudine per una quarantena a venire in una città assemblata, o smembrata, a colpi di studio (monolocali parigini), la percezione generalizzata di una metropoli euforica che si sveglia di colpo nei panni di una città fragile sono solo alcuni degli aspetti che vengono a galla da questo inaspettato arresto della vita. Forse le prossime settimane e i mesi a venire ci mostreranno se la crisi in corso sarà ricevuta dalla popolazione come sintomo di un sistema da mettere a critica, o con un sentimento abbandonico di catastrofismo. 

I Gilets Jaunes insegnano da un anno e mezzo da quale lato tirare la corda.  

 

(Sull’esplosione di paura in seguito al contagio: Anna Simone: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/03/14/covid-19-il-soggetto-imprevisto-rovesci-simbolici-emozioni-vita-quotidiana/?fbclid=IwAR2eyyDgnk1MWL77dfS4qRx7OK0fI2EA5R5dLirYyuBQDuO260IkumSEil8 ).

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Informazioni aggiuntive

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Un’intervista con Rob Wallace, autore di “Big Farms Make Big Flu”

Dentro ogni conflitto c’è uno scontro sulla conoscenza. La pandemia mondiale Covid-19 è la realtà della crisi capitalistica nell’era dell’antropocene. Non la prima, ma la prima capace di minacciare le catene del valore su scala globale compromettendo la riproduzione sistemica nelle aree a più avanzato sviluppo capitalistico del pianeta. ll virus è già un rapporto oltre i limiti dello sviluppo. Disvela non tanto di mancata tenuta dell’ecosistema planetario rispetto alla sua messa a valore capitalistica, quanto l’endemicità dei suoi cicli di crisi che ridefiniranno da qui in avanti il rapporto tra umano ed ecosistemi integralmente trasformati in eco-tecno-sistemi presentando condizioni – con buona pace di ogni residuo fantasma di progresso - in gran parte ancora ignote. In questo senso battersi per una conoscenza di parte del fenomeno significa risalirne alcune determinanti strutturali. Ciò serve a svincolarsi innanzitutto da una riduzione della crisi a emergenza esclusivamente sanitaria. Le straordinarie forme di solidarietà e mobilitazione sociale diffusa per difendersi dal contagio sono al momento alternativamente preda di una retorica dell’“avevamo ragione” sui disastri sociali del neoliberismo o delle strategie di gestione dello stato di eccezione, ma a più significative altezze si pensa già su chi scaricare i costi di questa crisi, guardando avanti. Chi e come si guarda all’evoluzione di questa emergenza? La crisi si sviluppa rapidamente cambiando l’aggressività degli attori in campo che non sono tutti uguali, sia nella produzione dell’emergenza sia nella sua evoluzione. È importante immaginare come questi legami possano costruire una loro propria traiettoria autonoma, in difesa di interessi macroproletari sotto attacco e per nuovi rapporti a venire, passando per questa crisi ma costruendosi una forza per aggredire i nodi strutturali della preservazione capitalistica nella tempesta.

Di seguito presentiamo la traduzione di una preziosa intervista al biologo Robert Wallace, autore del volume Big Farms make Big Flu, un volume del 2016 che ricostruisce la relazione tra agroindustria globale e la diffusione di infezioni ed epidemie. Queste non sarebbero tanto un effetto quanto il nuovo bio-universo capitalistico alle condizioni della sua attuale riproduzione. Ci sembra uno sguardo interessante, capace di restituire le proporzioni dello scaricamento dei costi dell’industrializzazione sull’umano. Un campo di battaglia imprescindibile su cui si determinerà lo sviluppo della crisi in corso.

(Traduzione dal sito https://www.marx21.de/)

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Quanto è pericoloso il nuovo coronavirus?

Dipende da dove ti trovi rispetto alla temporalità del focolaio di Covid-19: nel momento iniziale, di picco, tardivo? Quanto è efficace la risposta della sanità pubblica della tua regione? Quali sono le caratteristiche demografiche della tua zona? Quanti anni hai? Sei compromesso dal punto di vista immunitario? Qual è il tuo stato di salute? Per porre una domanda che non ha risposta: la tua immunogenetica, la genetica sottostante alla tua risposta immunitaria, combacia col virus o no?

Quindi tutto questo clamore attorno al virus è solo una tattica della paura?

No, certamente no. A livello di popolazione, il Covid-19 oscillava tra un tasso di mortalità tra il 2 e il 4% all’inizio del focolaio a Wuhan. Fuori da Wuhan, il tasso di mortalità sembra scendere più intorno all’1% e anche meno, ma sembra anche avere delle impennate in alcuni punti qua e là, alcuni luoghi dell’Italia e degli Stati Uniti. La sua portata non sembra molto in confronto, ad esempio, al 10% della Sars, al 5-20% dell’influenza del 1918, al 60% dell’influenza aviaria H5N1, o al 90% di alcune fasi dell’Ebola. Ma certamente eccede il tasso di mortalità dello 0.1% dell’influenza stagionale. In ogni caso il pericolo non è solo una questione di tasso di mortalità. Dobbiamo confrontarci con quella che viene chiamata penetrazione o tasso di attacco alla comunità: ovvero quanta della popolazione globale viene penetrata dal contagio.

Puoi essere più specifico?

La rete globale di spostamenti è a un livello di connessione senza precedenti. Senza vaccini o antivirali specifici per i coronavirus, né (almeno fino ad ora) alcuna immunità registrata al virus, anche un ceppo con solo l’1% di mortalità può rappresentare un pericolo considerevole. Con un periodo di incubazione che può arrivare fino a due settimane e un’evidenza crescente di alcuni contagi precedenti alla malattia – ossia prima di sapere che le persone sono infette – pochi luoghi saranno verosimilmente liberi dall’infezione. Se, diciamo, il Covid-19 registrasse un 1% di fatalità nel corso dell’infezione di 4 miliardi di persone, questo vorrebbe dire 40 milioni di morti. Una piccola percentuale di un grande numero resta comunque un numero elevato.

Sono numeri spaventosi per un agente patogeno apparentemente minore…

Assolutamente. E siamo solo all’inizio del contagio. È importante capire che molte nuove infezioni cambiano nel corso dell’epidemia. Infettività, virulenza, o entrambe potrebbero attenuarsi. Dall’altro lato, altri focolai dilagano in virulenza. La prima ondata della pandemia influenzale nella primavera del 1918 era un’infezione relativamente mite. Sono state la seconda e la terza ondata durante quell’inverno e fino al 1919 che hanno ucciso milioni di persone.

Ma gli scettici della pandemia sostengono che il coronavirus abbia contagiato e ucciso meno pazienti dell’influenza stagionale. Cosa ne pensi?

Sarei il primo a celebrare se questo contagio fosse un’esagerazione. Ma questi tentativi di liquidare il Covid-19 come una minaccia minore citando altre malattie letali, specialmente l’influenza, è una costruzione retorica per far credere che la preoccupazione in merito al coronavirus sia mal riposta.

Quindi la comparazione con l’influenza stagionale è errata?

Ha poco senso comparare due patologie in punti differenti delle loro curve epidemiche. Sì, l’influenza stagionale infetta molti milioni di persone in tutto il mondo ogni anno, uccidendone, secondo stime OMS, fino a 650,000 all’anno. Covid-19, tuttavia, sta solo cominciando il suo viaggio epidemico. E, al contrario dell’influenza, non abbiamo vaccino né immunità di gregge per rallentare il contagio e proteggere le popolazioni più vulnerabili.

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Anche se l’accostamento è fuorviante, entrambe le patologie appartengono ai virus, persino ad un gruppo specifico, i virus RNA. Entrambe possono causare malattia. Entrambi colpiscono la zona della bocca e della gola e a volte anche i polmoni. Entrambe sono molto contagiose.

Queste sono similitudini superficiali che tralasciano una parte essenziale della comparazione delle due patologie. Sappiamo molto sulle dinamiche dell’influenza, sappiamo molto poco di quelle del Covid-19. Sono avvolte dal mistero. In realtà, ci sono molte cose del Covid-19 che sono impossibili da conoscere fino a quando il contagio non raggiunge il suo picco. Allo stesso tempo, è importante capire che non è un problema di Covid-19 versus influenza. È Covid-19 e influenza. L’emersione di più infezioni capaci di diventare pandemiche, che attaccano popolazioni in combo, dovrebbe essere il problema centrale.

Hai studiato le epidemie e le loro cause per molti anni. Nel tuo libro "Big Farms Make Big Flu" cerchi di connettere le pratiche zoo-agricole industriali, quelle organiche e l’epidemiologia virale. Quali sono le tue conclusioni?

Il vero pericolo di ogni nuovo focolaio è il fallimento o, per dirla meglio, il rifiuto di comprendere che ogni nuovo caso di Covid-19 non è un incidente isolato. L’aumento dell’incidenza dei virus è strettamente legato alla produzione alimentare e ai profitti delle multinazionali. Chiunque voglia comprendere come mai i virus stanno diventando più pericolosi deve indagare il modello industriale dell’agricoltura e in particolare la produzione del bestiame. Al momento, pochi governi e pochi scienziati sono pronti a farlo. Abbastanza il contrario di ciò che andrebbe fatto. Quando i nuovi focolai esplodono, governi, media e addirittura la maggior parte del personale medico sono talmente focalizzati sulle nuove emergenza che non si curano delle cause strutturali che stanno portando numerosi agenti patogeni marginali a diventare, uno dopo l’altro, delle vere e proprie “celebrità„ mondiali.

Di chi è la colpa?

Ho detto l’agricoltura industriale, ma bisogna adottare una prospettiva più ampia. Il Capitale é in prima linea nell’accaparrarsi terre nelle ultime foreste vergini e nelle piccole proprietà terriere in tutto il mondo. Questi investimenti portano con sé la deforestazione e lo sviluppo, che a loro volta portano all’emergenza delle malattie. La diversità e complessità funzionale che queste grosse porzioni di territorio rappresentano stanno venendo messe alla prova in maniera tale che agenti patogeni che prima erano importati adesso si impiantano nel bestiame e nelle comunità umane locali. Per dirla in breve, i centri del capitale come Londra, New York, Hong Kong dovrebbero essere considerati i primi focolai di contagio.

Di quali malattie parliamo?

Non ci sono agenti patogeni slegati dall’azione del Capitale a questo punto. Anche i più lontani ne sono coinvolti, qualora distalmente Ebola, il virus Zika, i coronavirus, la febbre gialla, una varietà di influenze aviarie e l’influenza suina africana sono alcuni tra i molti agenti patologeni che stanno uscendo dai più remoti hinterland per avanzare nelle zone peri-urbane, nelle capitali regionali e infine farsi strada nel network dei flussi di trasporto globali. Dai pipistrelli erbivori del Congo arrivano ad uccidere i bagnanti di Miami in poche settimane.

Quale è il ruolo delle multinazionali in questo processo?

Il pianeta Terra è ormai diventato il Pianeta Azienda Agricola, sia per biomassa che per porzione di terra utilizzate. L’agroindustria sta puntando a mettere all’angolo il mercato alimentare. La quasi totalità del progetto neoliberale è basata sul supportare i tentativi da parte di aziende provenienti dai paesi più industrializzati di espropriare terreni e risorse dei paesi più deboli. Come risultato, molti di questi nuovi agenti patogeni precedentemente tenuti sotto controllo dagli ecosistemi a lunga evoluzione delle foreste stanno venendo liberati, minacciando il mondo intero.

Quali sono gli effetti dei metodi produttivi dell’agroindustria su tutto questo?

L’agricoltura a guida capitalista che rimpiazza ecosistemi naturali offre le possibilità perfette agli agenti patogeni per evolvere e sviluppare i fenotipi più virulenti e contagiosi. Non si potrebbe immaginare un sistema migliore per sviluppare malattie mortali.

In che termini?

Allevare monoculture genetiche di animali domestici rimuove ogni tipo di barriera immunologica in grado di rallentare la trasmissione. Grandi densità di popolazione facilitano un più alto tasso di trasmissione. Condizioni di tale sovrappopolamento debilitano la risposta immunitaria [collettiva]. Alti volume di produzione, aspetto ricorrente di ogni produzione industriale, forniscono una continua e rinnovata scorta di suscettibili, benzina per l'evoluzione della virulenza. In altri termini l'agroindustria è talmente concentrata sui profitti che l'essere colpiti da un virus che potrebbe uccidere un miliardo di persone è considerato come un rischio che val la pena correre.

Cosa?

Queste multinazionali possono tranquillamente esternalizzare i costi delle loro operazioni epidemiologicamente pericolose su chiunque. Dagli stessi animali ai consumatori, i contadini, gli habitat locali e i governi attraverso giurisdizioni particolari. I danni sono tanto estesi che se dovessimo conteggiarli nei fogli di bilancio delle stesse multinazionali l'agroindustria, per come la conosciamo, cesserebbe di esistere. Nessuna multinazionale potrebbe sostenere i costi [reali] dei danni che produce.

Su molti media si proclama che l'epicentro del coronavirus sia stato un “mercato di cibo esotico” a Wuhan. Questa descrizione è veritiera?

Sì e no. Ci sono indizi territoriali in favore di questa idea. Il tracciamento dei contatti ha ricollegato infezioni al Mercato all'Ingrosso del Pesce di Huanan, nel Whuan, dove si vendono animali selvatici. Il campionamento ambientale sembra individuare l'estremità occidentale del mercato, dove vengono tenuti questi animali. Ma quanto all'indietro e quanto estesamente dobbiamo ripercorrere le tracce? In quale momento è effettivamente iniziata l'emergenza? Il focalizzarsi sul mercato perde di vista l'origine dell'agricoltura non domestica [wild] nell'entroterra e la sua crescente capitalizzazione. A livello globale, e in Cina, la produzione di cibo da animali selvatici [wild food] sta diventando in modo sempre più effettivo un settore economico a sé. Ma le sue relazioni con l'agricoltura industriale vanno ben oltre l'essere entrambe proprietà degli stessi miliardari. Non appena la produzione industriale – che sia di maiale, pollame o simili – si espande nelle foreste primarie, mette pressione ai cacciatori di selvaggina, che sono costretti a cercarla più in profondità, aumentando l'interfaccia e lo “spillover” di nuovi agenti patogeni, tra cui il Covid-19.

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Il Covid-19 non è il primo virus nato in Cina che il governo ha cercato di insabbiare.

È vero, ma in questo la Cina non fa eccezione. Anche gli Stati Uniti e l'Europa sono stati epicentro di molte nuove forme influenzali, di recente l'H5N2 e l'H5Nx, e le loro multinazionali, con i loro avamposti neocoloniali sono state responsabili dell'emergenza dell'Ebola in Africa occidentale, della Zika in Brasile. I funzionari statunitensi della sanità pubblica hanno fatto da copertura per le aziende sia durante l'epidemia di H1N1 (2009) che durante l'H5N2.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato lo stato di pandemia. E' una misura corretta?

Si. Il pericolo di un agente patogeno simile è che le autorità sanitarie non abbiano il polso sulle statistiche riguardanti la distribuzione del rischio. Non abbiamo idea di come il virus possa rispondere. Siamo passati da un focolaio in un mercato a un'infezione diffusa in tutto il mondo nel giro di poche settimane. L'agente patogeno potrebbe semplicemente estinguersi. Sarebbe magnifico. Ma non possiamo saperlo. Una migliore preparazione potrebbe incrementare le probabilità di minare alla base la velocità di propagazione del virus. La dichiarazione dell'OMS è anche parte di quello che io chiamo “teatro della pandemia”. Le organizzazioni internazionali sono scomparse. Torna in mente la Società delle Nazioni. L'ONU è sempre preoccupata della sua rilevanza, del suo potere, dei suoi finanziamenti. Ma questo “azionismo” potrebbe piuttosto convergere sull'effettiva preparazione e prevenzione di cui il mondo ha bisogno per interrompere la catena di trasmissione del Covid-19.

La ristrutturazione neoliberale del sistema sanitario ha peggiorato sia la ricerca che la cura dei pazienti, per esempio negli ospedali. Quali differenze potrebbe fare un sistema sanitario maggiormente finanziato nella lotta contro il virus?

C'è la terribile ma significativa vicenda di un dipendente di un'azienda di attrezzature mediche che, appena tornato dalla Cina con sintomi simili a quelli dell'influenza, fece la cosa più giusta verso la propria famiglia e la propria comunità, richiedendo all'ospedale locale un tampone per Covid-19. Era preoccupato che la sua assicurazione minima garantita dall'”Obamacare” non coprisse il test. Aveva ragione. Si trovò improvvisamente fregato per 3270 dollari. Una rivendicazione per gli americani potrebbe essere l’approvazione di un decreto d'emergenza che stabilisca che, in caso di un focolaio di pandemia, tutte le fatture mediche in sospeso, legate ai test per infezione e per la cura, in seguito a un tampone positivo, vengano pagate dal governo federale. Vogliamo incoraggiare le persone a cercare aiuto, piuttosto che a nascondersi – infettando altre persone – perchè non possono permettersi di pagare le cure. La soluzione più ovvia sarebbe un sistema sanitario nazionale – perfettamente formato e attrezzato per affrontare emergenze così pervasive nella comunità – cosicché un problema tanto ridicolo, come lo scoraggiare la cooperazione comunitaria, non possa neanche sorgere.

Non appena il virus viene scoperto in un paese, ovunque i governi reagiscono con misure autoritarie e punitive, come la quarantena obbligatoria di intere aree, regioni e città. Misure così drastiche sono giustificate?

Utilizzare un focolaio per testare le ultime novità in termini di controllo autocratico post-focolaio è capitalismo dei disastri fuori controllo. In materia di salute pubblica, preferirei sbagliarmi nell’eccesso di fiducia e compassione, che sono variabili epidemiologiche importanti. Senza di esse, la sola giurisdizione perde il supporto della popolazione. Senso di solidarietà e rispetto reciproco sono aspetti cruciali nel promuovere la cooperazione di cui abbiamo bisogno per sopravvivere a queste minacce insieme. Quarantene autoimposte, con il dovuto supporto – controlli da parte di brigate solidali di quartiere ben preparate, consegne di cibo porta-a-porta, permessi di lavoro, sussidi di disoccupazione – possono suscitare quel sentimento comunitario per cui ci siamo dentro tutti e tutte insieme.

Conservatori e neo-nazisti, come l'AfD in Germania hanno cominciato a diffondere report (falsi) sul virus e a richiedere al governo misure più autoritarie: voli interdetti e stop agli ingressi dei migranti, chiusura dei confini e quarantene forzate...

I divieti di viaggiare e la chiusura dei confini sono rivendicazioni con cui l'estrema destra vuole razzializzare quelle che ora sono malattie diffuse a livello globale. Tutto ciò, ovviamente, non ha senso. A questo punto, dal momento che il virus è sul punto di diffondersi ovunque, la cosa più importante da fare è lavorare per migliorare la resilienza della sanità pubblica, in modo che, chiunque si presenti con un'infezione, si possa disporre dei mezzi per ricoverarlo e curarlo. E chiaramente, è necessario in primo luogo smettere di sottrarre terre in altri paesi e provocare esodi migratori, così da impedire sul nascere l'emergere di nuovi patogeni.

Quali potrebbero essere dei cambiamenti sostenibili?

Nell'ottica di ridurre l’insorgere di nuove epidemie di virus, deve cambiare radicalmente la produzione alimentare. Autonomia degli agricoltori e un forte settore pubblico possono contenere l'impatto ambientale e scacciare le infezioni. Bisogna introdurre riserve e colture – e ripristinare aree non coltivate – sia nelle aziende agricole che a livello regionale; permettere agli animali di riprodursi sul posto per consentire loro di sviluppare e trasmettere le proprie immunità. Fornire sussidi e programmi di acquisto per i consumatori in supporto alla produzione agroecologica; infine, difendere questi esperimenti sia dalle coercizoini che l'economia neoliberale impone sugli individui e sulle comunità sia dalle minacce della repressione statale a guida capitalistica.

Cosa dovrebbero chiedere i socialisti di fronte alle crescenti dinamiche di epidemie virali?

L'agroindustria, come forma di riproduzione sociale, deve terminare per davvero, anche solo per una questione di salute pubblica. La produzione altamente capitalizzata di cibo dipende da pratiche che mettono in pericolo la totalità della specie umana, in questo caso contribuendo a provocare una nuova mortale pandemia. Dovremmo rivendicare la socializzazione dei sistemi alimentari in modo da impedire sul nascere l'emersione di nuovi patogeni così pericolosi. Ciò richiederà in primo luogo di armonizzare la produzione di cibo con le esigenze delle comunità agricole e, inoltre, di implementare pratiche agroecologiche che proteggano l'ambiente e gli agricoltori nel momento in cui coltivano il nostro cibo. Su una scala più ampia, dobbiamo curare le fratture metaboliche che separano la nostra economia dall'ecologia. In breve, abbiamo un pianeta da riguadagnare.

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