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Articoli filtrati per data: Wednesday, 11 Marzo 2020

Quali sono le ragioni della rivolta dei detenuti e dell'amnistia davanti alle contraddizioni del sistema carcerario esplose negli ultimi giorni?

 

La rivolta nelle carceri di questi giorni, come purtroppo si ripete di fronte ad ogni fatto sociale che rompa un clima di solidarietà nazionale ispirato da  questa o quella causa, mostra che anche la capacità di ragionare in maniera logica può essere facilmente travolta dal panico. In particolare ai tempi del Covid-19, quando la paura ha delle motivazioni comprensibili, anche se – anche in questo caso - mai giustificabili a prescindere dal caso concreto.

Dal leggere alcuni commenti sui social agli articoli con cui abbiamo seguito la rivolta degli istituti, ci è scaturita la necessità di rispondere in un testo articolato a molti dei temi emersi.


- Anche noi gente comune siamo "ai domiciliari" in quarantena, solo che i carcerati protestano e noi facciamo sacrifici

Benvenut* in una condizione che è già norma per centinaia di persone ben oltre le settimane/mesi in cui si prevede possa durare l'emergenza, che prevede ulteriori misure restrittive (come divieti di comunicazione e di visita) e che oltre a impattare su eventuali coinquilini vede ridursi alcuni margini relazionali presenti in carcere (ora d'aria, socialità con altri detenuti, attività..).

Senza contare l'uso che ne è stato fatto in via preventiva verso imputati poi rivelatisi innocenti - spesso attivi nei movimenti territoriali come il No Tav o per il diritto all'abitare - senza che il PM di turno fosse responsabile di tale danno alla libertà personale e sperpero di risorse pubbliche; e di cui ora tutt* noi, costretti in una condizione quantomeno raffrontabile, possiamo capire l'arbitrarietà e l'ingiustizia.


- La quarantena in carcere è per il bene dei detenuti/per evitare il propagarsi ulteriore del contagio!

Sostenere che la sospensione dei colloqui sia un provvedimento per la sicurezza e la salute dei carcerati quando notoriamente le carceri italiane sono interessate da sovraffollamento (oltreché da insufficienti standard igienici, di vivibilità e sicurezza di chi le popola) è una presa in giro gigantesca.

Per non parlare della libertà di entrare ed uscire dai penitenziari da parte dei secondini e degli altri operatori, e della condizione di quei detenuti che dovevano uscire a marzo/aprile dopo aver scontato la pena, ma non possono farlo perché le udienze di scarcerazione sono sospese. Se nelle televisioni si vede solamente ribadire di stare a un metro di distanza per evitare il contagio, come reagireste voi se foste in 50 in 10 metri quadri (se va bene?).

Tanto è vero che nella giornata di lunedì si sono ribadite indiscrezioni per le quali il  ministro Bonafede si è detto al lavoro per “rendere i colloqui sostenibili dal punto di vista sanitario” - come ad esempio garantendo (video/)chiamate o fornendo le carceri di mascherine. Ergo si poteva fare, ma non si è voluto - se non a seguito della lotta dei detenuti.


- Perché andare in presidio fuori dalle carceri? Bisogna evitare gli assembramenti!

A partire da questi dati scendere in piazza, rompendo l'isolamento che di fatto avevano di fronte le istanze dei carcerati, è un segno di enorme solidarietà e non certo di egoismo sociale. Si tratta di una questione di tutela degli standard minimi di rispetto della persona (per non citare il Vangelo "ero in carcere e siete venuti a trovarmi" come sicuramente farebbe qualche leghista) ma soprattutto della salute pubblica dentro e fuori i penitenziari, che non devono diventare lazzaretti - così come altre istituzioni "totali" come quelle di cura, sotto la responsabilità dello Stato o dei privati.

Pertanto, come possiamo pensare che proteggere delle vite valga più di proteggerne altre? La rivolta dei carcerati è dovuta a cause differenti, ma sicuramente ha giocato un ruolo enorme, sopratutto a Modena dove ci sono stati 9 morti (9!), la paura di essere contagiati dal virus. La protesta ha assunto le forme di una volontà di scegliere la vita di fronte alla morte, dato che l'ipotesi di un contagio in celle sovraffollate, visto quanto succede all'esterno è altissima - oltretutto nella completa latitanza di figure preposte ad appurare le condizioni degli istituti, a partire dai garanti dei detenuti fino ad arrivare ai politici ed al Ministro della Giustizia - in favore delle questure e delle loro veline.

Un presidio al fianco dei carcerati è un sostegno a chi sta urlando di non voler morire in una gabbia, privato dell'affetto dei suoi cari, e ha ben donde di essere preoccupato per essi come tutti noi.



- Perché l'amnistia è l'unica soluzione?

Il carcere è immediatamente collegato, nella narrazione mainstream, ai reati più gravi. Ma esistono diverse fattispecie, la cui natura delittuosa e l'estensione della pena sono anche collegate alle inclinazioni dei governi in carica in un dato momento (basti pensare che fino a pochi decenni fa era criminalizzato l'aborto).

La stragrande maggioranza della popolazione carceraria in realtà è composta da uomini e donne in attesa di una sentenza definitiva che passano anni ad aspettarla - tra iter burocratico-legali, detenzioni immotivate, oltre i termini e in presenza di errori giudiziari. E la detenzione in condizioni inumane spesso coincide con una doppia pena che si aggiunge a condizioni di sfruttamento e ricatto precedentemente vissute fuori.

Andrebbe infatti almeno ricordato il fatto che una società fondata sulla precarietà, sul ricatto tra permesso di soggiorno e lavoro, su un costo della vita spropositato produce di continuo, in particolare in fase di crisi economica, espulsioni dalla possibilità di sostenersi nell'ambito della legalità.

Persino nella cosiddetta criminalità organizzata (allo stesso modo della società fuori dal carcere) esistono imprenditori e manovali, e mentre i primi possono pensare alla quinta Mercedes piuttosto che ad assicurarsi una lunga e protetta latitanza non sempre per i secondi la propria condotta è una scelta - in particolare per quei cittadini di origine straniera o migranti la cui esistenza è già stata resa illegale di per sé da anni di legislazione in tal senso.

Per non parlare dei reati sociali: quelli compiuti in difesa dei territori e del diritto all'abitare, alla città, alla dignità esistenziale di tutt*, e inquadrati come tali dai decreti Minniti-Salvini. Secondo alcuni detenuti sociali come la No Tav Nicoletta Dosio “è’ necessaria una amnistia sociale che riguardi i reati connessi ai comportamenti dettati dall’aggravamento della povertà prodotto dalla crisi economica negli ultimi anni”.


- Ma poi torneranno in giro i criminali!

“Non tutti, ma molti di quelli che sono dietro le sbarre meritano di rimanerci”. Così recita una litania un pò stucchevole. Dal nostro punto di vista non capiamo chi dovrebbe essere il giudice legittimato a poter distinguere i casi. La giustizia è da sempre un tema di rapporto di forza, nel quale non è detto che chi vada dentro sia sempre lo stesso tipo di persona nel corso della progressione storica.

Sappiamo però che molto spesso ci vanno i più deboli della società. Sostenere che la legge sia uguale per tutti è ridicolo. Soprattutto in un sistema penale dove palesemente ciò non accade. Dove un reato come la corruzione aziendale è punito molto spesso con pene minori rispetto a quelle che sanzionano un picchetto messo in atto dai lavoratori per denunciarla - queste ultime, guarda caso, inasprite esponenzialmente dai decreti Minniti-Salvini.

C'è chi fa l'esempio dei mafiosi, degli evasori e di altri soggetti che senza dubbio non hanno nulla in comune con i detenuti politici o con la piccola criminalità. Soggetti che quindi DEVONO stare in carcere. Ci limitiamo a segnalare che gran parte dei colletti bianchi, grazie ai propri avvocati e al comportamento dei pm, ottiene facilmente altre formule lasciando a languire nelle galere quasi solamente i reietti. Su 10 carcerati, meno di 1 è Mario Brambilla, dirigente. I Ciro, i Vassili, i Karim, ex operai, precari, disoccupati, sono molti molti di più. Il carcere non è già oggi esito finale di tutti, anzi.


- Chi sbaglia deve pagareeeeeeeeeeeeee!!!

Fin qui si è evidenziato come la funzione degli attuali istituti cautelari sia inutile e potenzialmente pericolosa per la società nel suo insieme a livello di salute pubblica.

Questa osservazione e quelle sollevate nel punto precedente, anche rispetto a reati odiosi, restano però prive di mordente se non si considera l'orizzonte che regola i fatti giuridici nell'attuale civiltà capitalista globale (persino nelle sue differenti declinazioni "culturali" e nazionali) e attorno cui ruotano la determinazione e la somministrazione delle pene: quello della primazia della proprietà privata.

Questa non è da intendersi come proprietà personale delle risorse necessarie alla propria riproduzione (abitazione, cibo, effetti personali) ma come liceità per il singolo di imporre il proprio interesse a spese delle vite e dell'agibilità altrui in virtù della posizione di privilegio da essa conferita; che finisce per strutturare un sistema che può legalmente anteporlo, tra le altre cose, agli interessi collettivi, alle priorità di riproduzione dei viventi, all'integrità fisica e morale dei corpi altrui.

E' quindi in una società che prefiguri o si adoperi per un superamento della proprietà privata che può darsi il superamento dell'istituzione carceraria. A fronte di un presente in cui essa non è certo ispirata alla rieducazione e alla riabilitazione del detenuto in QUESTA società, ma piuttosto come struttura che lo induce all'ulteriore marginalizzazione sociale e alla ricaduta nei comportamenti sanzionabili, e che in definitiva non fa che perpetuare sé stessa.

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in varie

Il Coronavirus è una cartina di tornasole. Chi non ricorda gli esperimenti nei laboratori di chimica, alle superiori, con le striscioline di carta che magicamente cambiavano colore a seconda del pH con cui entravano in contatto?

Il contagio da Covid19 che sta colpendo duramente la nostra società è allo stesso modo un rivelatore di molte delle contraddizioni che affliggono il modello di sviluppo in cui viviamo, la sua irrazionalità, la sua disumanità.

Il virus mette in discussione i comportamenti sociali più intimi, ma attraversando le grandi catene del valore globale. Fa emergere il coefficiente di sfruttamento, di precarietà, di sacrificio del lavoro di riproduzione e produzione e allo stesso tempo deraglia (anche se momentaneamente e non completamente) la valorizzazione capitalista. Rivela ciò che era stato nascosto sotto il tappeto: l'effetto delle privatizzazioni, della devolution, dei tagli alla spesa sociale, delle esternalizzazioni, della follia logistica del capitale, dello scarico dei costi della riproduzione sociale sulle donne e sui singoli individui, della finanziarizzazione dell'economia.

Quello che sta avvenendo in questi giorni ha una portata storica e sociale enorme ed ha implicazioni in quasi ogni aspetto dell'organizzazione della società. Il sistema neoliberale è messo a dura prova dalla sua sostanziale incapacità di affrontare una crisi del genere, di prendersi cura dei soggetti più deboli, di rispondere alle domande sociali che in un momento di questo genere nascono nei luoghi dello sfruttamento, della mercificazione e della privazione di libertà: carceri, fabbriche, uffici, trasporti, ospedali, abitazioni, servizi sociali, le istituzioni della formazione.

Una domanda su tutte: chi pagherà l'inadeguatezza di questo sistema di sviluppo nel confrontarsi con un fenomeno del genere? Chi farà le spese di questa crisi?

Se è importante in questo momento contribuire in ogni modo ad evitare il diffondersi del contagio, è altrettanto necessario raccogliere e organizzare queste domande, cogliere l'importanza dei conflitti in corso nel campo della salute, del lavoro, della riproduzione sociale e prepararsi per quelli a venire.

In questa pagina raccogliamo le nostre riflessioni, inchieste, i contributi e le suggestioni per tentare di elaborare una cassetta degli attrezzi all'altezza di ciò che sta succedendo:

Alcune riflessioni:

Non facciamoci contagiare dalla confusione: alcune riflessioni sugli aspetti socio-politici del Coronavirus

Di emergenze e nuove possibilità da esplorare

#Rimaniamoacasa ma non rimaniamo in silenzio

Non vogliamo più essere una merce

E quindi l’austerità non è l’unica opzione possibile

Crisi:

Contagio sociale – Guerra di classe micro-biologica in Cina

Da dove è arrivato il Coronavirus, e dove ci porterà?

Appunti di ricerca sulla crisi da coronavirus (in progress)

Lavoro:

Pensavo fosse Coronavirus, invece è Franceschini

La scuola al tempo del Coronavirus

Le lavoratrici delle pulizie alle prese con il Covid19

Sciopero spontaneo a Pomigliano per chiedere sicurezza contro il virus

Operai in agitazione per pretendere la chiusura delle fabbriche non essenziali

La nostra salute non vale il loro profitto

La battaglia con Confindustria è aperta

Testimonianze operaie al tempo del Coronavirus

«I lavoratori dello spettacolo sono precari da sempre, da prima della precarietà» e del Coronavirus

La logistica si ferma: “A casa a salario pieno”

Riproduzione sociale:

Anziani e coronavirus: alcune considerazioni

Il prezzo dell'emergenza. NUDM Torino sul Coronavirus

Le premesse per un racconto nuovo

La scuola telematica aumenterà le disuguaglianze di classe

Crisi del covdi 19: dare priorità alla riproduzione sulla produzione

Infermieri: tra eroismo e vocazione

Carceri:

Da Nord a Sud è rivolta nelle carceri. Ora amnistia per tutti/e subito!

Liberarsi dal virus del carcere. Una proposta di buonsenso su carcere e Covid19

La situazione dal carcere delle Vallette di Torino

Le carceri bruciano! Sosteniamo la rivolta

Rivolta delle carceri, coronavirus, amnistia: FAQ contro il populismo penale

Nicoletta e Luca scrivono dal carcere durante il Coronavirus

Others:

Epidemia e quarantene – Voci dall’Antropocene #14 – 09/03/20

Epidemia – VOCI DALL’ANTROPOCENE #13 – 24/02/20

Una proposta internazionalista per sconfiggere la pandemia

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È da poco passato l’8 marzo, giornata dalla profonda e forte carica rivoluzionaria per la sua potenza a livello globale, per la radicalità delle sue rivendicazioni, per la limpidezza delle sue pratiche: scioperare perchè se si fermano le donne si ferma il mondo. Quest’anno la situazione mondiale emergenziale prodotta dal diffondersi del coronavirus ha cambiato, almeno per una parte di mondo, le possibilità di rapportarsi alla lotta. È un evento inedito che lascia senza strumenti e senza troppa speranza nel domani. La poca chiarezza delle informazioni, l’arbitrarietà dei dispositivi messi in atto per bloccare l’epidemia, la reale difficoltà di fermare un’intera società sono degli evidenti ostacoli all’organizzazione collettiva e dal basso. È importante sottolineare come di fronte a questo appuntamento mondiale ci siano già state delle risposte e dei ragionamenti, che pensiamo sia fondamentale raccogliere e iniziare a farne patrimonio condiviso per attrezzarsi davanti a ciò che ci aspetta.

Innanzittutto, la differenza tra i paesi dell’America Latina e i paesi europei rispetto alle possibilità e alle pratiche di queste giornate dell’8 e del 9 marzo è palese. Alle nostre latitudini, la notizia delle imponenti manifestazioni in termini di numeri e di determinazione che hanno attraversato le strade di numerosi paesi al di là dell’Oceano, non è stata coperta se non da qualche sparuto articolo. Dal Cile, alla Colombia, all’Ecuador, si sono organizzate marce e cortei contro il sistema patriarcale in cui annega la società capitalista tutta. In Brasile l’attacco a Bolsonaro e alla sua politica fortemente antifemminista, razzista e xenofoba ne ha caratterizzato le piazze, in Messico si sono ricordate Ingrid Escamilla e la piccola Fatima per lottare contro i femminicidi che quotidianamente avvengono nel paese, in Argentina ancora una volta si mette in luce la necessità primaria della lotta per l’aborto sicuro. Il 9 marzo è stato poi il giorno in cui lo sciopero si è reso materiale e pratico: le donne si sono fermate, il 57 % della popolazione non ha lavorato nelle scuole, negli uffici, nei servizi, nelle aziende. “Undiasinnosotras”, è qualcosa di profondamente sconvolgente.

Le rivendicazioni che uniscono milioni di donne in tutto il mondo come l’aborto sicuro e legale, come le condizioni di salario e reddito, la tutela delle risorse naturali e la difesa della terra, la possibilità di accedere alle cure e all’istruzione in maniera pubblica e gratuita sono in realtà oggi più che mai la prova che guardare al funzionamento del sistema capitalistico come una macchina che si basa sullo sfruttamento dei soggetti considerati subalterni per razza e genere, sia l’unica lente possibile. Mostra come la lucidità di queste rivendicazioni sia alla base di una possibilità di riorganizzazione della società che in questo momento di crisi emergenziale svela senza precedenti le contraddizioni su cui poggia. Se i dispositivi attuati per l’emergenza sono evidentemente lacunosi è anche perchè rivelano le condizioni sociali, economiche, lavorative di una normalità che già di per sè è profondamente sbagliata ed è quella contro la quale i movimenti, in particolare i movimenti femministi, lottano.

In Italia il movimento Non Una di Meno nei giorni precedenti all’8 e 9 marzo si è lungamente interrogato su come affrontare e come porsi in questo momento di lotta nell’emergenza. Alla base dei ragionamenti in molti nodi della rete di Nudm ci sono la tutela di ciascuno e ciascuna, il rispetto per i soggetti più a rischio e la capacità di vedere chi paga i costi di questa nuova crisi, ossia le donne e le lavoratrici. In molte città si è optato per annullare gli eventi pubblici, provando a immaginare nuove pratiche per stare insieme senza alimentare il possibile contagio, con la consapevolezza che le misure adottate dalle varie ordinanze su scala regionale non fossero sufficienti nè le uniche possibili.

Sono particolarmente significativi alcuni passaggi di un testo pubblicato dalla rete Nudm e che riportiamo qui

Nelle regioni in cui le ordinanze hanno imposto la chiusura delle scuole, migliaia di lavoratrici hanno perso il salario o ricevuto salari ridotti. Alcune perché insegnanti precarie, molte perché sono rimaste a casa con i/le bambin/e, o le persone anziane o malate più esposte agli effetti del virus.

Da settimane, le operatrici sanitarie e le infermiere lavorano senza sosta a parità di salario. Le lavoratrici domestiche e di cura, soprattutto migranti, assumono una quota significativa del rischio sanitario in cambio di salari da fame, le lavoratrici dei servizi di pulizia fanno turni sfiancanti per garantire l’igiene di ambienti pubblici e privati. E, tra di loro, ancora di più chi è migrante e sconta il ricatto del permesso di soggiorno legato al lavoro. In contemporanea alla chiusura delle scuole, il telelavoro e “smartworking” è stato presentato di volta in volta come soluzione obbligatoria o consigliata, in ogni caso sempre la migliore.”

I tagli decennali al welfare e ai servizi, il sovraccarico del lavoro di cura e di riproduzione sociale completamente affidato alle donne si manifestano in tutte le loro conseguenze in questo momento. Il rischio di numerose donne di vedersi confinate a casa obbligate a condividere lo spazio vitale con conviventi violenti, dai quali ci si vorrebbe separare, è presente e si fa più vivo di ora in ora. I tagli alla sanità pubblica in favore della sanità privata hanno un costo ancora più evidente e ancora più specifico per determinati soggetti ora più che mai. L’intenzione di rendere visibili queste contraddizioni, la narrazione di ciò che sta succedendo a partire da uno sguardo di genere e la volontà di continuare a lottare è ciò che il movimento femminista ci insegna oggi.

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Da giorni praticamente tutti gli istituti penitenziari della penisola sono attraversati da una vampata di rivolte mai vista prima per caratteristiche, spontaneità e diffusione. Contemporaneamente insorgono Modena, Pavia, Poggioreale, Salerno, Frosinone, Foggia, Rebibbia, Vercelli, Alessandria, Torino, Milano, Palermo, Venezia.

La lista è lunga e anche le colonne di fumo che si alzano da dietro i muri e le recinzioni. In molte carceri i detenuti prendono il controllo e sbattono letteralmente fuori i secondini. Vengono bruciati gli uffici delle matricole, demolite le strutture di controllo e le apparecchiature delle guardie, vengono assaltate e svuotate le infermerie. Finalmente la totalità del belpaese deve fare i conti con il più grande dei suoi rimossi: i detenuti e la loro dignità, la loro forza. Tutti devono guardare lo schifo che per anni si è fatto finta di non vedere. Sovraffollamento, pestaggi, ricatti e condizioni sanitarie al limite, sono il sub strato su cui si innesta l’Epidemia di Covid 19.

Chi oggi ci racconta che i detenuti sono in rivolta perchè hanno paura, non sa di cosa parla. Chi in questo momento in galera si sta giocando tutto anche a costo della morte lo fa perché è ben lucido e sa che se l’epidemia entra nelle carceri, e sta entrando, sarà una mattanza. E sa che quei maledetti “assistenti” non si faranno problemi a tenerli chiusi in trappola come topi; è il loro lavoro e se si passa anche un solo giorno in carcere lo si capisce al volo.

La sospensione dei colloqui e delle attività fa il resto e interrompe le comunicazioni con le famiglie. Un altro chiaro segnale delle autorità di voler interrompere il flusso di notizie dall'esterno. Fuori da quasi tutti gli istituti, da giorni i familiari dei detenuti bloccano le strade limitrofe e fanno pressione per chiedere amnistia e la liberazione di tutti prima che il virus che ha reso l’Italia una zona rossa e intasato le terapie intesive arrivi a contagiarli tutti.

Le forze dell’ordine, sempre più in difficoltà, nella maggior parte dei casi non possono che rimanere a guardare ed evitare le evasioni circondando i penitenziari. Probabilmente in molti al ministero dell’interno si stanno chiedendo dove troveranno gli uomini necessari. Intanto a Modena e in molti altri posti si inizia la conta dei morti, difficile credere alle ricostruzioni della polizia. Anche se alcuni dei detenuti sono morti di overdose dopo l’assalto alle infermerie la responsabilità è comunque di chi ha pensato in questi anni di reprimere le tossicodipendenze con il manganello e la galera.

Un analisi lucida della situazione delle rivolte e le informazioni che arrivano da dentro parlano di qualcosa che si è rotto e che non tornerà a posto, dovranno mollare qualcosa e i detenuti lo sanno, hanno un rapporto di forza e devono usarlo. La situazione è drammatica e difficile soprattutto perché è spontanea e violenta, anche le contraddizioni interne fra i detenuti esplodono e sono uno dei lati più crudi di quello che sta succedendo.  

Difficile prevedere come andrà avanti e si svilupperà la rivolta e la lotta, soprattutto ora che le misure per prevenire i contagi si sono allargate ed indurite, e che iniziano a trapelare le notizie dei contagi anche dentro le celle.

Lo Stato in questi giorni di crisi ed emergenza mostra il suo lato più brutale e disumano. i giornali e le tv main stream non hanno nemmeno il coraggio di chiamare quello che sta succedendo per quello che è una lotta per la dignità. Cercano di definirla caos, panico, descrivono i detenuti come animali e li disumanizzano, perchè solo così si può far accettare ai milioni di telespettatori e lettori quello che si sta facendo per salvare la presunta legalità. Salvini invoca l’esercito e Lamborgese lo manda. Chi, a livello istituzionale cerca di apparire più umano, si spertica nel proporre soluzioni fantasiose e si appella alla costituzione, ma nessuno ha il coraggio di dire quella che è l’unica soluzione in questo momento: aprire le celle. Stati che vengono considerati dittature come l’Iran lo hanno fatto. I politici di sinistra che in questi ultimi mesi hanno cercato di ricostruirsi la verginità sulla pelle dei migranti indossando i giubbotti salvagente ad uso e consumo dei media, ora cosa dicono? Come sempre i proletari a questi signori piacciono solo quando sono vittimizzati e passivi.

Dal canto nostro, in questo momento difficile e inedito crediamo di dover aiutare in ogni modo la lotta dei detenuti e delle detenute, e delle loro famiglie e amici.

Le immagini delle guardie che scappano dal carcere di Modena e che vengono respinte dagli estintori quando provano spaventate a rientrare, indicano la via e la necessità del contributo che la rivolta ha bisogno da noi.

Liber* Tutt*

 

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