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Articoli filtrati per data: Monday, 03 Febbraio 2020

Informazioni aggiornate da Mexmûr: L’attacco di IS al campo profughi in Kurdistan del sud è stato respinto da un’unità della guerriglia delle HPG. Tre abitanti del campo sono rimasti feriti, due degli aggressori sono stati uccisi.

Verso le 14 ora locale, un gruppo dello „Stato Islamico“ (IS) ha attaccato il campo profughi di Mexmûr nei pressi della metropoli del Kurdistan del sud Hewlêr. L’attacco era rivolto contro gli abitanti del campo che pascolavano le loro pecore nella zona. Nell’attacco sono stati feriti tre pastori.
Dopo che le HPG sono state messe a conoscenza dell’accaduto, la guerriglia è intervenuta insieme alle unità di autodifesa di Mexmûr, sono scoppiati degli scontri. Gli jihadisti sono stati respinti un’insenatura tra le rocce e ci sono state violente sparatorie. Due degli aggressori sono stati uccisi. I cadaveri e le armi degli uccisi sono stati recuperati dalle HPG e dalle forze di autodifesa.

Poco prima dell’attacco gli jihadisti avevano cercato di penetrare nel campo, ma sono stati rapidamente scoperti e sono stati costretti alla fuga.

Come riferisce una fonte HPG, la situazione nelle ore serali è di nuovo sotto controllo, è stato possibile respingere completamente l’attacco. La guerriglia continuerà a proteggere il campo di Mexmûr e la popolazione civile della regione. Secondo informazioni delle HPG l’evento ha avuto luogo nella zona di Dola Mezin presso monte Qereçox. In questa regione si trova una base di IS.

di ULAŞ AKVANOS

Fonte: ANF

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Dopo l’ennesima rivolta nel CPR di Corso Brunelleschi a Torino è difficile tenere contatti con i migranti detenuti.

Da Radio Onda d'Urto

Probabilmente sono stati sequestrati i telefoni e le veline di polizia parlano di diversi poliziotti e militari feriti, non dando invece conto dei feriti e arrestati tra i migranti protagonisti della rivolta. Proteste che sono state messe in atto proprio in un fine settimana di iniziative solidali e antirazziste a Torino promosse all’esterno del CPR con contenuti e modalità diverse:  tra queste quelle realizzate da alcune realtà antirazziste locali sabato scorso, 1 febbraio, e che ci racconta Gabrio, compagno solidale di Torino.

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Sull'uso politico e geopolitico del coronavirus

Il coronavirus, il suo uso politico e mediatico sono una buona chiave per comprendere la contemporaneità.

Appena sono giunte le prime notizie del contagio i media e i politici hanno iniziato a soffiare sul fuoco del timore della pandemia globale. Perché una polmonite infettiva che, per il momento, ha una diffusione circoscritta e relativamente sotto controllo ha scatenato un tale livello di narrazione tossica e paura diffusa?

Il nodo è che attorno alla questione del coronavirus si giocano "opportunità" politiche e geopolitiche non da poco per tutti gli attori coinvolti. Bisogna sempre ricordare che ogni crisi, ogni emergenza per il capitalismo diventa possibilità di rinnovarsi, di ridefinire rapporti di forza, di trovare nuove fonti di accumulazione e valorizzazione. Dunque tocca considerare quello che sta succedendo come un fatto politico.

Innanzitutto la Cina, che ha una doppia partita, una interna e una esterna. Quella interna riguarda la tenuta del consenso da parte del governo di Xi Jinping. Sulla gestione dell'emergenza, sulla capacità della burocrazia cinese di affrontare la sfida si misura la possibilità di rafforzare o meno un coinvolgimento in senso nazionalista (o meglio di orgoglio nazionale) delle masse cinesi. Il contagio arriva in una fase in cui la crescita economica rallenta, la sfida a scacchi con gli Stati Uniti vede una recrudescenza e il nuovo corso di Xi, fondato su un aumento della "qualità della vita" dei cinesi (potremmo dire una cetomedizzazione?) si confronta con le arretratezze e lo sviluppo diseguale del Dragone.

Ad essere messo sotto la lente rispetto alla questione del virus, in particolare, è il sistema agricolo cinese. All'origine della diffusione dell'infezione pare che ci siano i mercati all'aperto, dove a volte vengono venduti animali selvaggi vivi, merce interdetta nelle parti della Cina più ricche, ma ancora presente nelle zone dell'entroterra.

Il comparto agricolo rappresentava un ostacolo alla modernizzazione dell'economia cinese già prima della comparsa del virus. A causa della geografia della Cina solo il 15% del territorio è adatto alla coltivazione, nonostante ciò vive nelle zone rurali oltre il 50% della popolazione. Si parla di 700 milioni di contadini, organizzati in base all'hukou. L'hukou è un sistema di registrazione della residenza che in base al territorio in cui si vive da accesso a diverse garanzie sociali. In particolare nelle campagne consente il diritto d'uso della terra. Una parte considerevole della produzione agricola cinese si basa su questo sistema molto parcellizzato e con dei livelli di produttività scarsi.

L'hukou rappresenta un consistente dilemma per i governanti del Dragone poiché da un lato impedisce una maggiore capitalistizzazione della terra, ma dall'altro lato è una garanzia di sussistenza per centinaia di milioni di proletari, persino di quelli che si sono spostati nelle grandi città per lavorare nelle fabbriche, ma che di fronte a una crisi occupazionale avrebbero comunque la possibilità di ripiegare sul lavoro contadino. Uno dei motivi per cui spesso tanto nei media occidentali, quanto in quelli cinesi viene particolarmente evidenziata la correlazione tra il virus e i mercati contadini è proprio per inculcare nell'opinione pubblica la necessità di un ammodernamento del sistema agricolo. Per la Cina è una necessità sempre più urgente per riuscire ad aumentare la propria autonomia dalle importazioni, utilizzando la tassazione delle terre stabilire un moderno sistema welfaristico e rilanciare i consumi interni, ma il rischio è quello dell'espulsione di massa di milioni di contadini dai propri territori resi superflui dalla modernizzazione con le conseguenti destabilizzazioni sociali. [1] Per gli occidentali rappresenta una nuova frontiera di possibile sfruttamento delle terre e della forza lavoro cinesi.

Dunque il coronavirus potrebbe essere "un'occasione" in questo senso, oltre che nel consolidare una visione di un governo attento alle necessità e ai problemi dei cinesi. Infatti per il momento, consce del precedente non edificante della SARS, le istituzioni del gigante asiatico hanno reagito con relativa tempestività ed efficienza alla crisi.

Le immagini degli ospedali costruiti a Wuhan in pochi giorni hanno fatto il giro del mondo. Queste però non sono solo un messaggio verso l'interno per i cittadini cinesi, ma vogliono essere anche una dimostrazione di credibilità e di capacità di gestione delle emergenze anche a livello internazionale. Il messaggio di Xi e dei suoi è che la Cina è in grado di gestire crisi complesse: ha le competenze, i mezzi e la coesione sociale per farlo.

Dall'altro lato il coronavirus è una possibilità anche per gli Stati Uniti e i suoi alleati di fiaccare le aspirazioni di maggiore autonomia del Dragone. Il danno all'economia cinese, calcolato in "fiducia sui mercati", è inevitabile, ma gli USA tentano di soffiare sul fuoco. Innanzitutto con l'obbiettivo di orientare l'opinione pubblica in chiave anticinese e in secondo luogo danneggiando almeno in parte l'export sui mercati occidentali. Il ministro degli esteri cinese Hua Chunying ha dichiarato che gli USA "hanno alimentato ininterrottamente il panico" e non hanno offerto alcun aiuto sostanziale nella risoluzione della crisi.

L'Italia poi si è immediatamente allineata alla posizione statunitense, con i media in prima linea a battere la grancassa dell'emergenza. Una dinamica peculiare quella dei mass media italiani che per giorni hanno alimentato costantemente la paura (e continuano a farlo), ma allo stesso tempo si prodigano in rassicurazioni e in accuse di ignoranza al "popolino" che sull'onda del panico costruito si va premunendo. Una schizofrenia che ritrae bene alcune delle contraddizioni alle nostre latitudini: se infatti da un lato politici e editoria hanno fatto la corsa ad adeguarsi ad una narrazione apocalittica, dall'altro consistenti settori dell'imprenditoria (anche di quella veneto-lombarda) che fanno affari con la Cina hanno rimproverato immediatamente l'allarmismo eccessivo. Indicativo l'atteggiamento del consueto Capitano che non ha mai paura di dire un giorno il contrario di quanto detto il giorno prima e che dopo aver abbaiato riguardo alla chiusura delle frontiere (come se il virus sbarcasse dall'Africa), ieri si è mostrato sui social mentre mangia cibo cinese per tranquillizzare i suoi followers. Un incasinamento che emerge in tutta la sua tragicommedia e di cui a farne le spese saranno probabilmente i lavoratori cinesi nel nostro paese. La partita di un "razzismo anticinese" che ha già delle basi diffuse nella percezione comune è un diverbio innanzitutto tra borghesie con interessi diversi sul piano internazionale.

Il fatto che questo "razzismo" si materializzi con episodi di intolleranza o con una paura diffusa non è da attribuire a una generica ignoranza dei settori popolari italiani, quanto alla narrazione tossica che viene alimentata dall'alto (e dalle azioni concrete delle istituzioni anch'esse violentemente razziste). Inoltre che ci sia una certa diffidenza tra i proletari nei confronti dei media e della scienza ufficiale è una questione ambivalente, di certo le istituzioni e i mezzi di comunicazione hanno spesso omesso come stavano davvero le cose in situazioni simili a questa.

Piuttosto che sbeffeggiare chi corre a comprare le mascherine sarebbe importante riuscire a testimoniare la propria solidarietà ai settori popolari cinesi, che sono doppiamente colpiti, sia dal coronavirus, sia dall'uso politico che ne viene fatto.

[1] Vedi I dieci anni che sconvolsero il mondo, Raffaele Sciortino

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Con una delibera, il 27 dicembre scorso, il consiglio comunale di Torrazza ha accettato di stoccare lo smarino proveniente dalla Valle di Susa sul proprio territorio, contrariamente a quanto sostenuto fino a poco fa dallo stesso sindaco Rozzino, che oggi cambia idea dopo aver costruito parte della sua campagna elettorale sul no alla realizzazione della cava. La discarica dovrà contenere materiale di scarto proveniente dai lavori di scavo per la realizzazione del Tav Torino-Lione.

Il materiale contiene amianto e uranio e la popolazione di Torrazza e del chivassese è preoccupata per la propria salute, considerando anche le altre discariche presenti sul territorio.
I detriti verranno ospitati in un deposito che sorgerà sulla strada che porta a Rondissone, in un'ex cava di proprietà Cogefa, a pochi metri dal polo logistico Amazon. Ovviamente il progetto rimane ancora nascosto e non viene reso pubblico… Quel che Telt ha fatto sapere è la prevista realizzazione di uno svincolo del binario all’altezza di Borgoreggio, dove arriveranno le terre e le rocce provenienti da Salbertrand, luogo in cui lo smarino dovrebbe subire delle lavorazioni prima di essere trasportato. Queste lavorazioni, sempre secondo quello che afferma Telt, prevedono la separazione dell’amianto dal resto del materiale, la cui parte nociva dovrebbe finire in Germania. Questa separazione è praticamente impossibile, anche secondo quanto dichiarato dai tecnici della commissione sul Tav. Dallo svincolo poi partirebbe un tapis roulant che farà arrivare il tutto nella discarica. Inizialmente il progetto prevedeva che i binari arrivassero direttamente fino alla cava ma questa variazione, che Telt ha apportato per convincere l’amministrazione comunale di Torrazza, secondo il sindaco porterebbe ad una consistente riduzione della superficie occupata dai detriti e diminuirebbe le immissioni di anidride carbonica, dato l’utilizzo di nastri trasportatori alimentati con energia elettrica (che finito il trasporto del materiale dovrebbero essere rimossi). In realtà da Salbertrand dovranno arrivare 3.6 milioni di metri cubi di smarino. I materiali provenienti da Chiomonte saranno trasportati con i camion fino alla stazione di Salbertrand utilizzando l’autostrada, e in totale, tutta la gestione dello smarino prodotto dagli scavi del tunnel di base, prevede il movimento di circa 6 milioni di tonnellate di materiale, con l’uso di circa 227.000 camion e di 22.000.000 chilometri da percorrere. Tra l’altro bisogna tener presente le falde acquifere presenti nel sottosuolo e quindi la contaminazione delle acque con gli inquinanti presenti nello smarino, che estenderebbe il problema ad un territorio ben più ampio.
La popolazione non pare molto contenta del voltafaccia di Rozzino e dal territorio del Chivassese i cittadini iniziano a muoversi. Previsti momenti di confronto e di assemblee pubbliche per informare la popolazione sulla pericolosità del materiale e dell’impatto ambientale della discarica, in un territorio già martoriato. Non dimentichiamo, tra le varie criticità, i depositi di scorie nucleari, di Trino e Saluggia.

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