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Articoli filtrati per data: Friday, 21 Febbraio 2020

Gli assalti, mirati a due bar del centro di Hanau, hanno provocato nove morti: tedeschi, turchi, bosniaci e bulgari. L’assassino si è barricato in casa, una modesta villetta working-class nella periferia di Hanau, ha sparato alla madre 72enne e poi a sé stesso.

Facendosi un po’ di coraggio, si trova in rete il documento che Thobias Rathjen ha pubblicato qualche settimana fa in rete - si definisce “controllato” e descrive le capacità di un “servizio segreto” di inserirsi nei suoi pensieri e sabotare ogni sua iniziativa, familiare, lavorativa, sentimentale, corredando le 24 pagine con esempi illustrati. Passa poi senza apparenti legami logici ad alcuni capitoli: “gli stranieri”; “le donne”, in cui sostiene di aver avuto pessime esperienze con “gli arabi”, e di aver “dichiarato guerra alle donne”. “Se potessi premere un pulsante per purificare il mondo, lo farei immediatamente: una purificazione di serie A, l’eliminazione di tutti gli Stati del Medio Oriente, l’India e le Filippine (...) certo, poi bisognerebbe passare alla purificazione di serie B, perché chi ha un passaporto tedesco non è detto che sia di razza pura”.
Non può essere lasciato da parte quel documento, trovato quasi immediatamente da molte testate tedesche, dalle agenzie internazionali e dai quotidiani italiani e preso a conferma del “gesto di un folle”, in tutte le sue declinazioni. Lungi da noi fare delle odiose “valutazioni psichiatriche”, che lasciamo volentieri a sbirri e giornalisti: di questa storia, conta solo che chi ha sparato odiava gli stranieri, e odiava le donne.

Facciamo un passo indietro.
Hanau è un piccolo borgo dell’Assia. In Assia è stato ucciso, a giugno, Walter Lübcke, politico della CDU che si era speso molto nel dibattito pubblico tedesco a favore del diritto di asilo concesso da Angela Merkel in occasione della crisi dei rifugiati di alcuni anni fa. L’omicidio di Lübcke arriva dopo una lunga scia di attentati ai centri di accoglienza: molotov, bombe artigianali. Un attentato fallito ad un profugo nordafricano fatto segno di colpi di arma da fuoco. Nel Land operano, come del resto in tutta la Germania, una serie di “Freie Kameradschaften” dotate di legami più o meno espliciti con i giri più militanti di Blood&Honour e Combat18 e degli hammerskins, e Stephan Ernst, l’assassino di Lübcke, ha il patentino del neonazista modello. Un passato nella NPD, il più grosso partito della destra nazista tedesca, fotografato da allora in parecchie manifestazioni, incluse quelle di Pegida, fino a comparire a braccio teso tra i membri del servizio d’ordine durante le “giornate della vergogna” di Chemnitz (per chi non ricorda: agosto/settembre 2018 - 2000 nazisti scatenano una caccia all’uomo durata giorni dopo l’aggressione mortale a un tedesco per mano di due stranieri).
Sempre in Assia, a dicembre 2018 viene sciolta una cellula neonazista all’interno della polizia federale. NSU 2.0, era il nome, richiamo evidente alla Resistenza Nazionalsocialista (NSU) che vanta una dozzina di omicidi negli anni 2000, il cui smantellamento ha portato al più grande scandalo del dopoguerra proprio perché decine di poliziotti, membri dei servizi segreti e dei vari organi dello Stato sono stati accusati di favoreggiamento, insabbiamento delle indagini, negligenza. Un rapporto di profonda simbiosi, quello tra le forze di sicurezza e la scena militante neonazista tedesca, destinato a far parlare di sé anche in altre occasioni: numerose cellule terroristiche vengono trovate, nel 2017, anche nell’esercito.

A fronte di una corroborata continuità - se non vogliamo parlare di complicità e quasi di sovrapposizione - tra settori delle forze dell’ordine tedesche e le organizzazioni di estrema destra, stupisce quanto poco in Germania se ne parli. È sentimento e conoscenza comune, almeno dai tempi dello scandalo NSU, eppure non viene trattata come un problema - fatte salve le posizioni del movimento, di alcuni coraggiosi deputati e religiosi e di qualche tutore dell’ordine dalla coscienza democratica. Anzi, il tentativo narrativo portato avanti in primis dai mezzi di stampa tedeschi e in maniera più capillare e raffinata dall’agenzia dei servizi segreti Verfassungsschutz (la sfinge che vigila sulla “dissidenza politica” della Repubblica Federale, e il cui giudizio è - letteralmente - legge), è sempre quello di ridurre la militanza neonazista all’interno della definizione di „scena“, descritta con tratti quasi folcloristici (“la scena di estrema destra”, “ancora concerti/manifestazioni/convegni della scena di estrema destra”). Un’operazione di perimetrazione e voluta minimalizzazione del peso politico del neonazismo organizzato tedesco, su cui il Verfassungsschutz si affretta a fornire cifre (“non più di 10 000 membri”) e periodici aggiornamenti dal carattere distensivo, oltre che decisamente ridicoli programmi di “abbandono dell’estremismo”, con tanto di numeri verdi e aiuto psicologico.
Piuttosto inutile sottolineare che l’attenzione investigativa tributata alla “scena” è esponenzialmente inferiore a quella attribuita - per esempio - al movimento curdo o ai collettivi, ma si sa, tra amici... e così salta fuori che Stephan Ernst, che in estate spara a Walter Lübcke, pur essendo in contatto con i gruppi più pericolosi ed avendo una quantità notevole di precedenti per la sua militanza neonazista, negli schedari di polizia e servizi segreti risultava “non tendente alla violenza”.

Quanto siano state oneste e veritiere le “cadute dalle nuvole” della maggioranza della politica tedesca in occasione di ogni nuovo attentato di questi anni non sta a noi giudicare. Sta a noi notare, invece, che se l’operazione di minimizzazione del pericolo del neonazismo tedesco porta la firma dei servizi di sicurezza, quella della legittimazione del suo discorso politico è tutta imputabile alla CDU di Angela Merkel.

Il partito che oggi in Germania raccoglie il 20% dei consensi, l’Alternative für Deutschland, nei suoi programmi riassume pezzi interi del discorso storico dell’estrema destra tedesca. Un programma elettorale al primo sguardo moderno, sovranista diremmo alle nostre latitudini, che si schiera con intelligenza sulle contraddizioni in cui si contorce da anni l’Unione Europea. Uscita dall’euro, protezionismo, uniti a temi cari al conservatorismo storico, come la riscoperta delle proprie radici cristiane. Il fatto non trascurabile è che una parte notevole della base del partito - in prima istanza molti militanti - proviene dall’esperienza di Pegida del 2014 e dall’opposizione di piazza alla nuova politica migratoria di Angela Merkel. Piazze dove molti dei futuri elettori AfD si sono incrociati, forse per la prima volta, con i servizi d’ordine della NPD che garantivano la sicurezza. Con il rapido aumento dei rifugiati e la fossilizzazione del dibattito pubblico tedesco sul tema, che diventa per mesi monopolio di tutte le televisioni, i giornali, di twitter e di facebook, è l’AfD che assume il ruolo di opposizione all’“aprite i porti” di Angela Merkel. Lo fa con sempre maggiore durezza, conquistandosi una buona base di consenso, soprattutto nelle zone rurali della Germania, e compiacendo la rete delle organizzazioni neonaziste. L’intensificazione degli attentati contro centri di accoglienza e migranti parla chiaro, e altrettanto chiaro parlano le relazioni che numerosi esponenti di punta dell’estrema destra stringono con il partito, fino a candidarsi nelle sue liste e ad organizzarne, in molti paesi, la militanza di base. Altra cosa che rende famosa l’AfD sono le posizioni marcatamente omofobe, “antifemministe” (cit.) e la proposta di politiche discriminatorie nei confronti delle comunità lgbt. Gli iscritti al partito sono al 92% maschi.
Si può discutere sulla convenienza del “fenomeno AfD”, e su una cinica questione di calcolo politico da parte della CDU. Rendendo banali un paio di anni di politica: una forte opposizione di destra sposta i voti al centro, cosa che in effetti è avvenuta, e dopotutto con i settori „moderati“ della AfD si possono pur sempre cercare delle alleanze tattiche, come dimostra l’esperimento tentato in Thuringia questo gennaio, in cui la CDU tenta di eleggere un ultraconservatore con i voti dell’AfD per impedire un secondo mandato della Linke, salvo poi abbandonare il tentativo per le proteste degli elettori.
Quello che è innegabile è la copertura politica che dà l’AfD al terrorismo nazista, e la complicità della destra tedesca nel dare legittimità a fenomeni di razzismo “organizzato” (da Pegida in avanti) che da cinque o sei anni a questa parte hanno letteralmente sconvolto il clima politico del paese. L’aumento esponenziale degli attacchi, anche di quelli non provenienti dagli ambienti strettamente militanti, lo dimostra.

Per tornare al fatto di cronaca. Thobias Rathjen, l’assassino di Hanau, odiava gli stranieri, e odiava le donne. Thobias si premura molto bene di spiegarne i motivi, se si legge qualche stralcio di quel documento, per quanto ci disgusti citarlo: “Dai giornali, ad esempio, si legge di pestaggi di 5 stranieri contro un tedesco, con conseguenti ferite gravi, o addirittura morte”. Non avrebbe dato una risposta diversa alla domanda “perché sei qui?” un partecipante alle “giornate della vergogna” di Chemnitz, nel 2018. E ancora: dopo l’esperienza di una rapina (Rathjen era commesso di banca) “mi vengono mostrate al commissariato di Polizia una serie di schede, di svariate centinaia di potenziali sospetti: per il 90%, essi sono non-Tedeschi”. Chissà se il poliziotto che gliele ha mostrate è stato poi sospeso. Chissà, forse per partecipazione al NSU 2.0?

Quello di Rathjen è un gesto folle? Abbiamo visto tanti “gesti folli”, in questi ultimi anni. La narrazione della violenza fascista, dell’“uso della forza“ in chiave razzista si dà sempre in questo scompenso, in cui le armi del delitto e i giorni di prognosi fanno da spartiacque: esiste lo “squadrismo pericoloso”, ma alla fine minimizzato, e il “gesto squilibrato”, drammatico, fatale, a cui solo la malattia mentale può spingere.
E se dicessimo che l’assassino di Hanau è solo un fascista, e che in Germania c’è un grosso problema con l’estrema destra? Un problema talmente grosso da sedere in parlamento, nei commissariati di polizia, nell’esercito, nei servizi segreti e pure nelle case? Un problema con cui sta diventando complicato fare i conti, mentre le comunità contano i morti e si organizzano per autodifendersi dal paese in cui sono fuggite.

 

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Cosa succede negli scantinati del 47 di Corso Regina Margherita a Torino?

L'indirizzo è quello di Askatasuna, il centro sociale occupato dal 1996, protagonista di tante battaglie sociali, ma anche fucina e crocevia di controculture, nuove tendenze musicali e produzione culturale.

Con la Cantina dell'Aska, questo piccolo progetto strettamente dal sottosuolo, ci raccontiamo, raccontiamo la città, il paese attraverso la voce di artisti, musicisti, scrittori, fumettisti ecc... ecc...

Per riannodare i fili della nostra esperienza e proiettarci nel futuro. Le interviste sono registrate all'interno dello 47Studio, uno spazio di socialità e condivisione in cui i giovani possano trovarsi per sperimentare, produrre e promuovere la nascita di un nuovo panorama musicale fresco e giovane.

In questa puntata abbiamo avuto l'onore di ospitare Chef Rubio con cui abbiamo chiacchierato della sua tentata visita in carcere a Nicoletta, di No Tav, ma anche di altro...

Da Centro Sociale Askatasuna

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in CULTURE

Da mesi sui maggiori giornali italiani va in scena un dibattito sull'accesso ai mutui per i giovani.

Tra gli under 35 la quota di chi richiede un finanziamento si è dimezzata negli ultimi quindici anni. I motivi snocciolati da analisti e opinionisti rasentano l'ovvietà: la precarietà, l'instabilità, la rigidità delle banche nel concederli, la difficoltà dei giovani nell'inquadrare il futuro (grazie a tutti per l'accurata analisi).

Ma perché questa discussione è così sentita tra l'establishment italiano, tanto da vedere Tito Boeri, ex presidente dell'INPS, farsi alfiere sulle colonne di Repubblica del "più mutui ai giovani"?

I motivi sono molteplici e riguardano tanto gli aspetti micropolitici della vita degli under 35 italiani, quanto le questioni finanziarie più generali.

La corsa all'indebitamento è stato il processo con cui, negli Stati Uniti e in altri paesi in forma minore, è avvenuto lo scarico dei costi della riproduzione interamente sulla vita di chi si indebita. In parole povere l'accesso a mutui facili, a finanziamenti convenienti e ad altre forme di indebitamento ha via via sostituito il welfare erogato dal pubblico e contestualmente ha permesso un'ulteriore contrazione dei salari. Il disinvestimento dello stato nella spesa sociale ha dunque camminato di pari passo con una minore tassazione ai ricchi e alle aziende e una maggiore finanziarizzazione della vita dei singoli. Inoltre l'indebitamento ha un suo aspetto biopolitico: il non pagare, il non poter pagare quando le cose vanno male viene vissuto come un senso di colpa individuale nei confronti della famiglia, della società, a volte dell'istituto di credito stesso. Dunque il debito diventa uno strumento di controllo sulle vite, di introflessione, di maggiore adattabilità a lavori e salari di merda, perché "bisogna pagare". Non c'è più il tempo per delle rivendicazioni collettive che chiedano più welfare per tutti, perché il tempo va utilizzato per saltare da un lavoro precario all'altro al fine di onorare la rata di fine mese, perché non c'è una controparte chiara su cui rivalersi della propria situazione, perché se non paghi è solo colpa tua (il classico "chi te l'ha detto di indebitarti, se non eri sicuro di poter ripagare?". Nel caso ricordiamoci di rispondere Tito Boeri in futuro).

Dunque "più mutui per i giovani" è uguale a minor stato sociale e a maggiore controllo e disciplinamento nelle nostre vite. Ma non solo, l'altro polo della questione è il rilancio della finanziarizzazione. Le banche fanno una parte consistente dei loro utili dagli interessi sui mutui, che poi impacchettano insieme per fare altri utili e così via (avete presente la crisi del 2008? I subprime?). In questo momento le banche si barcamenano tra i tassi d'interesse negativi imposti dalla BCE e i titoli tossici che hanno incamerato negli anni di cui non riescono a disfarsi (lo spieghiamo meglio qui e qui), quindi il denaro pompato dal Quantitative Easing nel mercato finanziario fluisce altrove (spesso negli Stati Uniti). Dunque poiché le misure monetarie della BCE sortiscano qualche effetto sarebbe necessario rilanciare una finanziarizzazione "in proprio" e i giovani potrebbero essere tra i soggetti adatti a questo scopo. Il dilemma per i fautori del mercato è che le banche, finché i tassi staranno sotto zero, hanno meno interesse ad assumersi la responsabilità di concedere mutui rischiosi.

Quella di Boeri e compagnia dunque non è una polemica tra a chi sta a cuore il futuro dei giovani e a chi no, ma è semplicemente l'ennesimo dibattito su come approfondire lo sfruttamento delle nuove generazioni e il controllo sulle nostre vite.

P.S. Non crediamo però che vada colpevolizzato chi cede alla "promessa del debito" per realizzare le proprie aspirazioni di vita. La questione è come costruiamo percorsi collettivi di resilienza, di consapevolezza, come aumentiamo il costo sociale per la controparte della nostra riproduzione e come ci frapponiamo tra i meccanismi di finanziarizzazione e speculazione che si muovono sulle nostre teste.

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COMUNICATO

L’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), saluta il popolo colombiano e informa che:

Lo Sciopero Armato di 72 ore decretato nel territorio nazionale dall’ELN, è terminato questo lunedì 17 febbraio 2020 alle 6.00 am. La nostra azione di Sciopero Armato culmina con un totale successo, in una campagna politico-militare che abbiamo portato avanti in occasione di vari anniversari, per la prima presa guerrigliera nel 1965, per la guerriglia fondatrice dell’ELN contro il posto di polizia di Simacota, Santander.

Così come rendiamo un tributo anche ai nostri Comandanti in Capo Camilo Torres Restrepo e Manuel Pérez Martínez, ambedue insigni sacerdoti guerriglieri; il primo offrì la propria vita in combattimento contro l’Esercito governativo, il 15 febbraio 1965 a Patio Cemento, Santander, e il secondo dedicò la propria vita con lealtà alla causa dei poveri dando testimonianza di cosa sia l’internazionalismo rivoluzionario, fino a quando morì di cause naturali il 14 febbraio 1998.

Dopo un anno evidenziamo e valorizziamo la decisione cosciente e volontaria del Compagno Kiko che ha realizzato l’azione contro la Scuola dei Cadetti General Santander della polizia, il 17 gennaio 2019, come un’azione valida e legittima dentro il Diritto di Guerra.

Ci congratuliamo con il popolo colombiano lavoratore e sfruttato dal capitalismo per il buon comportamento di non sabotare né mettere a rischio le proprie vite e beni. Iván Duque, marionetta di Uribe, volendolo emulare, cercando di essere simile ad una piccola scimitarra, da Cartagena minaccia e mente simultaneamente: offre un castigo per l’ELN e lo accusa di essere responsabile delle morti dei dirigenti sociali; vuole con questo occultare il coinvolgimento dello stato nel Genocidio del popolo e delle sue organizzazioni sociali. L’ELN non è terrorista, non utilizza la popolazione per la guerra, non massacra né reprime il popolo; come prova, nello Sciopero Armato non ci sono stati danni alle persone, a parte i danni alla mobilità e agli spostamenti come era stato fissato. In questo contesto l’ELN rispetta le lotte sociali per la libertà, la vita, la democrazia, la sovranità e l’indipendenza. Durante i 42 giorni di campagna politico-militare l’ELN ha affrontato lo stato e le sue repressive e criminali Forze Armate e in 72 ore di Sciopero Armato ci siamo opposti alla repressione del Governo di Uribe-Duque compromesso con il paramilitarismo. Il popolo merita sempre il nostro rispetto. Lo Sciopero Armato è anche un’azione di protesta contro il cattivo Governo, contro il suo rifiuto di dialogare con il popolo sulle giuste richieste espresse nelle mobilitazioni dal 21 novembre, allo stesso modo contro le misure repressive e gli omicidi dei dirigenti sociali e comunitari.

L’ELN quando ha preso la decisione di effettuare lo Sciopero Armato lo ha comunicato ufficialmente in anticipo al popolo colombiano, lo fa in modo pianificato disposto da un comando responsabile e si differenzia sostanzialmente dai comunicati improvvisati, che tirano fuori le Forze Militari del Governo o le bande paramilitari creando falsi allarmi per danneggiare la nostra immagine.

Riaffermiamo il nostro riconoscimento e le nostre felicitazioni ad ogni colombiana e colombiano, che riprendono le attività quotidiane.

La Colombia… ai lavoratori!

Nessun passo indietro… Liberazione o morte!

Esercito di Liberazione Nazionale

17 febbraio 2020

ELN Voces

Da Comitato Carlos Fonseca

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Il neo comitato NOSMARINO del basso canavese sta già testando cosa vuol dire mettere becco in quelli che sono i poteri forti legati alla realizzazione della linea alta velocità Torino-Lione, infatti alcuni cittadini provenienti da Torrazza Piemonte e Chivasso, sono stati denunciati dal Sindaco di Torrazza, Massimo Rozzino, per “Procurato allarme”.

Il volantino in questione contiene dei quesiti riguardanti la discarica che dovrebbe contenere gli scarti della perforazione delle montagne della Val Susa per la realizzazione del tunnel di base del Tav Torino-Lione che, come tutti sanno, contengono amianto e uranio. Solo a Novembre la notizia sulla stampa della scoperta di un quantitativo ingente di rocce amiantifere allocate nell’area che dovrà essere occupata dal cantiere per la Torino Lione, presso il deposito di una ditta di frantumazioni di Salbertrand, paese dal quale dovrebbero partire i materiali destinati alla cava di Torrazza. Nel volantino c’è anche il lancio di un’assemblea organizzata per il 6 marzo proprio per discutere e approfondire la questione. Oltre al fatto gravissimo che un sindaco denunci i propri cittadini, in cerca di legittime risposte perchè preoccupati per la propria salute, è incredibile il suo improvviso cambio di idea, visto che uno dei punti della campagna elettorale per cui è stato eletto, era l’assoluta contrarietà al deposito. Citiamo testualmente i primi punti del programma di Rozzino: “Opposizione all’utilizzo della cava Cogefa come deposito dello smarino di scavo della progettata galleria Tav Torino Lione. Opposizione ad ulteriori ampliamenti della discarica di rifiuti pericolosi e richiesta di bonifica e chiusura definitiva. Adozione di nuove norme comunali atte a dissuadere nuovi insediamenti potenzialmente dannosi per il territorio, per l’ambiente e la salute dei cittadini.” Il buon politicante dunque, una volta eletto, volta la faccia senza pudore e si fa immediatamente “convincere” da Telt ad andare avanti con la discarica, portando come giustificazione il fatto che queste rocce verranno “ripulite” dall’amianto!!! Difficile credere sia possibile questa operazione, lo hanno già spiegato anche i tecnici e gli ingegneri che fanno parte della commissione sul Tav, istituita dal comune di Torino. Rozzino dunque ha strumentalizzato le legittime paure degli abitanti del basso canavese, già circondati da discariche di materiali altamente nocivi, solo per la poltrona, e quando i cittadini che lo hanno eletto chiedono un confronto e cercano di avere risposte su una questione che riguarda la loro salute vengono denunciati! Come se non bastasse si è recato anche dal parroco del paese, Don Maurizio, chiedendo di revocare l’affitto della sala dell’oratorio che era stata chiesta per poter svolgere l’incontro del 6 marzo. Il prete dunque ha subito ubbidito. In tutti i casi i cittadini e le cittadine che stanno organizzando l’assemblea non si fanno intimorire. L’incontro è confermato e a breve sarà comunicato il luogo in cui si svolgerà.

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