ssssssfff
Articoli filtrati per data: Thursday, 20 Febbraio 2020

Strage xenofoba ad Hanau, in Germania: ieri sera intorno alle 22, un neonazista tedesco ha ucciso 11 persone a colpi di armi da fuoco nella zona frequentata dalla comunità turca e curda.

I feriti sono cinque e tutti in condizioni gravissime. Nel mirino dell’autore dell’attacco, in particolare i frequentatori di “shisha bar” dove si fuma il narghilè. Fra le vittime, secondo la Bild, ci sarebbero cittadini curdi e turchi. La polizia tedesca ha reso noto di aver trovato morti, in casa loro, l’autore dell’attacco, Tobias R, e la madre. Il neonazista ha lasciato un video e uno scritto per rivendicare l’azione. Avrebbe scritto che alcuni popoli, che non si possono più espellere dalla Germania, vanno annientati. Teorie razziste sono inoltre esposte in una pagina internet attribuita all’attentatore che aveva 43anni e diffondeva questi messaggi nel web.

L’attacco di ieri sera non è un caso isolato nella Germania degli ultimi anni. Si tratta del terzo episodio in una manciata di mesi. Fu sempre un uomo legato agli ambienti della destra neonazista a uccidere, la notte tra l’1 e il 2 giugno 2019, Walter Lübcke, allora presidente del distretto governativo di Kassel della CDU. Nell’ottobre del 2019, poi, ad Halle – Sassonia-Anhalt – un 27enne armato di mitra e telecamera fissata sull’elmetto era intenzionato a fare una strage dentro la sinagoga. Non riuscendo però a entrarvi, aveva ucciso due passanti all’esterno del luogo ci culto.

La corrispondenza da Berlino con Giorgio, compagno italiano che vive da anni in Germania. Ascolta o scarica.

{mp3remote}https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2020/02/giorgio-collegamento-berlino-strage-kurdi-turchi.mp3{/mp3remote}

L’intervista al giornalista Guido Caldiron, studioso e attento osservatore dei movimenti di estrema destra in Italia ed Europa. Ascolta o scarica.

{mp3remote}https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2020/02/caldiron-strage-germania.mp3{/mp3remote}

Da Radio Onda D'Urto

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

"Sentendo tanto parlare di sé e di avvenimenti vissuti in prima persona, l’esigenza di esprimersi si fa ancora più urgente. Vorremmo sottolineare la concatenazione di assurdità che ha caratterizzato questi giorni, sintomo di una perdita di controllo, di una nevrastenia del potere.

Le varie iniziative organizzate in seguito al nostro arresto ci hanno riempito il cuore. L’accanimento giornalistico invece, che non ha risparmiato nomi e cognomi, è stata un’altra forma di violenza fuori luogo.

Come saprete, siamo state tratte in arresto nel pomeriggio di giovedì 13 Febbraio, e portate con grande fretta in Questura (via Grattoni) dove abbiamo passato circa sei ore. Diverse sono state le violenze verbali perpetuate nei nostri confronti da parte degli operatori della Digos e non solo. Ci sono state rivolte frasi sessiste come ''Vi piacerebbe avere il cazzo'', “Non sapete quanto mi fate schifo”, ''Dai che finalmente ve ne andate al gabbio''. E ancora:
''Sei la donna più picchiata del mondo'',
questa frase in riferimento ad una mia (Maya) particolare denuncia pubblica riguardante violenze fisiche ricevute proprio da un agente di polizia, ormai quasi tre anni fa. La pressione psicologica a cui siamo state sottoposte era costante, in Questura tutti sostenevano di non sapere niente, non ci è MAI stato detto che saremmo finite in carcere, anche in seguito a numerose sollecitazioni da parte nostra. Volevamo giustamente sapere se fossimo in stato di fermo o in stato di arresto. Siamo finite in carcere senza neanche conoscere i nostri capi d'accusa, solamente sulla base di dichiarazioni delle FDO, che riportavano la loro versione dei fatti lontana dalla realtà.

Volevamo porre l'attenzione su questo episodio sconcertante: ad un certo punto è apparso un agente della Digos seduto su una sedia a rotelle e con la gamba fasciata, proprio lui che aveva sgommato su una delle auto che ci conduceva in questura, che ha camminato sia per il Campus, sia per gli uffici della Questura, dimostrando addirittura una straordinaria agilità.Abbiamo così scoperto che lui era diventato uno dei fantomatici "feriti" della giornata.Tra le varie vicende, di cui molte non commentiamo qui per non esporci a ritorsioni, troppo grave è l’aver trascorso due giorni in più in carcere, quando la nostra scarcerazione era prevista per sabato pomeriggio ma è avvenuta lunedì, quindi con due giorni di ritardo. Possiamo proprio dire che ci hanno in un certo senso sequestrate!
Ci teniamo a dire che la permanenza alle Vallette, anche se breve, ha fatto crescere ancora di più la nostra rabbia verso questo sistema repressivo e ci ha dato conferma di quante donne siano arrestate e incarcerate ingiustamente.

Le recenti dichiarazioni del rettore, che imporrebbero una dichiarazione antifascista e antirazzista ai collettivi universitari, non è che l’ennesima occasione formale per consentire ai fascisti di camuffarsi. Riteniamo allucinante che il rettore di Unito conceda l’autorizzazione di un volantinaggio fascista e revisionista, oltretutto nella stessa giornata in cui antifasciste e partigiani si incontrano per fare luce sulle falsificazioni manipolatrici della storia operate dall’estrema destra. Tutto ciò implica deliberatamente l’innesco di una tensione, esasperata dalla presenza inaccettabile di plotoni di polizia e carabinieri con caschi e manganelli. La militarizzazione di un'intera palazzina universitaria, dà vita ad un vero e proprio cruento scenario di violenza machista e poliziesca. È aberrante e pericolosa la dichiarazione del presidente dell’Edisu Sciretti, che vorrebbe punire gli studenti antifascisti denunciati, sottraendo loro le borse di studio Edisu, che gli spettano di diritto. Giustamente molti professori, ricercatori si sono opposti e stanno solidarizzando con noi.

Io (Carola) sono stata rilasciata senza misure cautelari di alcun tipo, mi ritrovo con un processo a carico per aver reso sostanziali dei diritti che non sono fatti per rimanere sulla carta. Mentre Maya, in più, dovrà difendere il suo diritto allo studio con un riesame, che avrà luogo troppo tardi per consentirle di sostenere gli esami di questa sessione, per i quali aveva studiato e si era prenotata.
Io ( Maya) sono stata allontanata da Torino, città in cui studio, lavoro ho i miei affetti e risiedo da 22 anni.
Tutto ciò è inaccettabile, ma l’importante è non lasciarsi avvilire e non cadere nello sconforto, con la determinazione che ha chi porta avanti i valori dell'antifascismo, non cediamo e non cederemo davanti a questo accanimento politico. Sappiamo che sono solo i continui attacchi di chi vuole colpire chi si batte contro le ingiustizie verso le donne, sul lavoro o in università.

Continueremo ad andare avanti a testa alta! E’ una strada lunga, ma abbiamo gambe giovani e forti per marciare!
Grazie a tutti e tutte per la solidarietà che abbiamo sentito anche da dentro il carcere.
Carola e Maya"

Da Cua Torino

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

di Maria Teresa Messidoro, vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

 C’era una volta

Per comprendere a fondo gli eventi che hanno caratterizzato la vita politica salvadoregna agli inizi di febbraio, occorre risalire addirittura al 1682, quando, secondo alcune recenti ricerche, Elias Ibn Hanna Al-Mawsili, prete cristiano di Bagdad, giunse in El Salvador, l’allora Cuscatlan, durante il suo peregrinare per le nuove terre americane, diventando Don Elias de Babilonia.

Fu l’anticipo di ciò che sarebbe successo tra la fine del 1800 e i primi due decenni del secolo successivo, quando iniziò una vera e propria migrazione arabo palestinese, che portò un centinaio di persone in El Salvador partendo prevalentemente da Betlemme; erano inizialmente dei commercianti ambulanti, che offrivano i propri prodotti casa per casa.

Poco alla volta, i discendenti dei primi arabi giunti in El Salvador divennero sempre più potenti: le cronache ci raccontano che negli anni trenta, durante la dittatura del feroce generale Martínez, furono proprio alcuni arabi palestinesi a sostenere l’Esercito, con viveri e ingenti quantità di denaro. Analogamente, nel 1969, durante la guerra del pallone tra El Salvador e Honduras, fu il loro un ingente sostegno economico alla campagna militare dello stato salvadoregno. E si giunge così ai giorni nostri, quando le famiglie Simán, Salume, Hasbún entrano a far parte di diritto della ricca oligarchia nazionale, mentre sono anche di discendenza palestinese importanti uomni politici, come Antonio Saca, presidente del partito di Arena, Shafick Handal, noto dirigente guerrigliero e poi figura centrale del partito FMLN, fino alla sua morte, Dada Hirezi che fu ministro dell’Economia nel primo governo di sinistra, e Nayib Bukele, il personaggio della nostra storia.

Una carriera fulminante.

Nayib Bukele è figlio di Olga Ortez de Bukele e di Armando Bukele Kattán, uomo d'affari, imam di origine palestinese e figura influente della vita politica salvadoregna. L’11 marzo 2012, appena trentenne, Nayb Bukele viene eletto sindaco di Nuevo Cuscatlán, una cittadina alla periferia della capitale San Salvador, grazie ad una coalizione tra l’FMLN e il CD (Cambio Democratico), un piccolo partito di centro sinistra, iniziando la propria carriera politica; dopo aver amministrato la cittadina con politiche che raccolgono soprattutto il favore della popolazione giovanile, viene scelto da una coalizione tra l’FMLN e il PSP ( Partido Salvadoreño Progresista), un piccolo partito che si autodefinisce di centro ma con prospettive progressiste, per correre contro il candidato di Arena alla carica di sindaco della capitale, che era sempre stata governata dalla destra. Bukele vince contro l’uomo d’affari e di lungo corso Zamora con quasi cinque punti di scarto.

Sembra essere il candidato giusto per l’FMLN ma la luna di miele termina il 10 ottobre 2017, quando viene espulso dall’ FMLN, ufficialmente per atti diffamatori nei confronti del partito e di alcuni suoi dirigenti; in realtà Bukele è inviso alla parte più tradizionale del partito di sinistra, che non condivide la sua disinvoltura e il suo modo di porsi, oltre che alla sua mai nascosta volontà di diventarne il prossimo candidato presidenziale. Fonda il movimento Nuevas Ideas, ma non potendo iscriverlo a tempo nella lista dei partiti ammessi per le elezioni presidenziali del 2019, si allea con il piccolo partito di destra GANA (Gran Alianza por la Unidad Nacional), con cui partecipa alle elezioni presidenziali, sbaragliando al primo turno i “vecchi” partiti tradizionali, FMLN e ARENA, facendo dell’antipolitica e della lotta alla corruzione i propri cavalli di battaglia elettorale in campagna elettorale e dopo. E’ diventato presidente della Repubblica di El Salvador il 1° giugno del 2019.

I primi sei mesi di governo Bukele.

A sei mesi dalla sua elezione, Bukele continua, o potremmo dire continuava, ad essere molto popolare: le inchieste lo davano con un favore di nove salvadoregni su dieci, grazie soprattutto alla sua politica dirompente e alle sue azioni eclatanti, come la decisione di rimuovere il nome del Colonnello Monterosa, responsabile di efferati massacri durante la guerra civile, tra cui quello del Mozote, da una caserma militare a San Miguel, gesto che l’FMLN non ha mai avuto il coraggio di compiere. Eppure, una analisi accurata delle sue azioni e delle sue scelte sono la giusta premessa di quanto è successo a febbraio. David Mena, economista e esponente negli anni della guerra del FDR (Frente Democratico Revolucionario), il braccio politico dell’alleanza FMLN-FDR, ci regala una lucida e sintetica analisi di questo primi mesi del governo Bukele. Vedere Mena e Flores, El Salvador. A ocho meses del gobierno de Nayib Bukele (https://drive.google.com/open?id=1ECCG6wuRxnls1nrm4wfHZMt76RndGaDW)

Sottolinea innanzitutto la centralizzazione nelle sue mani di tutte le decisioni politiche importanti, controllando in modo molto stretto i propri ministri, sia pubblicamente che attraverso twitter, dimostrandosi anche lui come un uomo del nuovo millennio; inoltre, fin dall’inizio, ha cercato di influire politicamente sugli altri organi dello Stato, come l’Assemblea Legislativa e la Corte Suprema di Giustizia, come farà proprio a febbraio. Non si è mai riunito né con altri partiti, né con organizzazioni della società civile, cercando invece un rapporto molto stretto con ANEP, la Asociación Nacional de la Empresa Privada, che durante la campagna elettorale l’aveva fortemente criticato, scegliendo ancora una volta come proprio rappresentante il tradizionale partito di ARENA; ora sembra che ANEP sia sensibile alle politiche di Bukele, in cui riconosce un prezioso alleato, portando ad una rottura storica con ARENA, riducendo di molto le contraddizioni tra la vecchia oligarchia salvadoregna e la nuova borghesia rampante, di cui è rappresentante sicuramente Bukele. Lo stesso comportamento si è verificato con i giornali più diffusi nel paese, molto più compiacenti e favorevoli a Bukele, che continua ad isolare invece i mezzi di comunicazione alternativi.

Lo dimostrano i dati denunciati alcuni mesi fa da Arpas (Asociación de Radios y Programas Participativos de El Salvador): il gruppo televisivo più vicino alla destra oligarchica di ARENA, la TCS (Telecorporación Salvadoreña) ha fatto la parte del leone nell’assegnazione di fondi per pubblicità governative nei mesi di giugno e luglio, con il 35% del totale distribuito tra tutti i mezzi di comunicazione; ARPAS ha ricevuto soltanto lo 0,15%, superata anche da una radio locale evangelica di Ahuachapán, piazzandosi così al penultimo posto della lista di trentuno testate, seguita soltanto da Media Labs.

La partita si gioca nel tema della violenza, della povertà e della migrazione; per ciò che riguarda la violenza, Bukele ha annunciato appena eletto la messa in campo del Plan Nacional de Seguridad, di cui si sono finora attuate le prime due tappe, mentre la implementazione della terza è proprio quella a cui si riferisce ciò che è successo in questo febbraio. E’ un dato di fatto che il numero di assassini è notevolmente diminuito: nel 2019 gli omicidi sono stati ufficialmente 2383, un 29% in meno dell’anno precedente, raggiungendo addirittura il valore zero in sei giorni dell’anno ; con lo stile che gli è proprio, Bukele ha festeggiato il sesto giorno senza omicidi, il 28 dicembre, con un twitter: “Possiamo confermare che anche il 28 dicembre si è chiuso senza omicidi. Ringraziamo Dio per questo”. E il 2020 è iniziato nei migliori dei modi, visto che anche il 4 gennaio non ha registrato morti avvenute per mano violenta.

Tutto questo proprio quando giornali come El Faro Digital hanno pubblicato articoli sulle possibili relazioni al di fuori della legalità tra rappresentanti di ARENA e FMLN con capi delle bande giovanili.

(Vedere in particolare questo articolo pubblicato recentemente su El Faro Digital https://elfaro.net/es/201608/salanegra/19067/Lo-que-es-necesario-saber-sobre-la-MS-13-para-entender-la-Operaci%C3%B3n-Jaque.htm)

Il problema della povertà, o meglio della persistente disuguaglianza sociale non è invece ancora stato affrontato in modo strutturale da Bukele, e quindi anche il problema della migrazione continua ad essere presente. Il problema della giustizia fiscale, per ora, non lascia molte speranze, visto che finora si sono soltanto smantellati di fatto alcuni dei programmi sociali più importanti degli ultimi governi del FMLN, come Ciudad Mujer ad esempio, mentre la tanto sospirata riforma tributaria, con la lotta contro l’evasione e l’implementazione di una riforma fiscale che faccia pagare chi più possiede, rimane una chimera.

Sul piano ambientale non si prevedono a breve termine reali politiche alternative a quelle cercate finora, al di là di simboliche campagne di pulizia dei fiumi, o consegna di barili di acqua alle famiglie della periferia di San Salvador, rimasti senza acqua a causa di un pericolo inquinamento delle tubature, ma solo quando era assicurata la presenza di giornalisti disposti a fotografare l’intervento dello Stato a favore degli strati più disagiati della popolazione.

( Molto istruttivo ed esplicativo è l’articolo apparso il 22 gennaio sulla nuova rivista digitale salvadoregna Il Factum, scritto da Bryan Avelar “Muchas fotos y poca agua” https://www.revistafactum.com/muchas-fotos-y-poca-agua/)

A livello internazionale, l’ossequio nel confronti degli Stati Uniti è stato palese fin dall’inizio, quando il governo Bukele ha ufficialmente riconosciuto Gaidó come legittimo presidente del Venezuela; occorre segnalare che da cento giorni il Colectivo de Defensa de la Embajada de la República Bolivariana de Venezuela difende appunto la sovranità del popolo venezuelano, proteggendo simbolicamente l’Ambasciata Venezuelana, nell’assordante silenzio di tutti i mezzi di comunicazione nazionali e internazionali.

nopas1

Bukele cerca di mantenere a livello internazionale anche buone relazioni economiche con la Cina, che guarda con molto interesse l’area centroamericana. D’altra parte, Bukele ha annunciato poco tempo fa la necessità di un Plan de despegue economico, che crei condizioni ancora più favorevoli per gli investimenti privati, sia nazionali che internazionali.

L’obiettivo politico, mai nascosto, è di arrivare alle elezioni amministrative del 2021 con il proprio partito Nuevas Ideas, scaricando definitivamente GANA, cercando di vincere anche questa tornata elettorale per ottenere il controllo definitivo dell’Assemblea Legislativa e, se possibile, delle principali città del paese.

Gli ultimi sondaggi dell’istituto di opinione pubblico dell’università UCA di San Salvador, molto affidabile, registrano un 42,4% di intenzioni di voto per Nuevas Ideas; con più di trenta punti di distacco, praticamente a terra, ARENA ha il 6,9%, l’FMLN il 5,2% e GANA il 3,7%.

 

La corte di Bukele.

Rodolfo Cardenal, direttore del Centro Monseñor Romero dell’Università gesuita UCA di San Salvador, storico luogo di riferimento per le proprie analisi sociopolitiche sulla situazione del paese, analizza in un suo articolo dello scorso settembre la personalità di Bukele, asserendo che il suo liderazgo (meglio spagnoleggiare che ricorrere sempre all’inglese) non è istituzionale ma personale, carismatico e unico; Bukele e i suoi sostenitori stanno insieme in uno scambio di lealtà mutua, dividendo la società, e quindi la politica, tra “noi” e “loro”. Il noi ha trasformato il presidente in un simbolo, l’unico autorizzato a comunicare le prese di posizione del governo, mentre i ministri e i principali funzionari sono soltanto semplici collaboratori di un capo eccezionale, collaboratori che compaiono e parlano in pubblico solo e se Bukele lo decide e lo ordina. Ma per questo è necessario essere circondati da persone fidate, meglio ancora se della propria famiglia. Sarebbe troppo lungo esaminare coloro che ricoprono cariche importanti nel governo Bukele o nel partito Nuevas Ideas, sono sufficienti però alcuni esempi. Ernesto Castro Aldana, segretario privato di Bukele, è un suo vecchio amico, oltre che esserne socio da almeno quattordici anni, in alcune imprese dedite alla vendita di alimenti e spettacoli; è inoltre marito dell’attuale Ministra de Hacienda Michelle Sol, altra amica di Bukele, da cui ha ereditato il posto di sindaca di Nuevo Cuscatlán, incarico che ha dovuto abbandonare una volta entrata nell’esecutivo. Michelle Sol, nel 2003 era stata processata per traffico di persone, ma lo scarso impegno nelle indagini da parte della Magistratura, ha fatto sì che il processo si chiudesse senza riuscire a portare prove a suo carico sufficienti per condannarla, mentre lei ha sempre affermato che si è trattato di un piccolo problema di confusione, non si capisce esattamente di che.

Il nuovo Ministro de Justicia y Seguridad, Rogelio Rivas Palanco, non ha nessuna esperienza nel campo, essendo un ingegnere civile ed avendo in precedenza ricoperto il ruolo di presidente del Instituto de Desarollo Municipal di San Salvador; in compenso però è cofondatore di Nuevas Ideas, e ha spesso accompagnato Bukele in viaggi presidenziali, soprattutto negli Stati Uniti.

Il segretario attuale di Nuevas Ideas è Federico Gerardo Anliker López, amico d’infanzia e di gioventù del Presidente; suo fratello Pablo è stato nominato come nuovo Ministro de Agricoltura y Ganaderia.

Chi ha giocato inoltre un ruolo determinante nell’assegnazione degli incarichi è la sposa di Bukele, Gabriela Ródriguez: insieme hanno sicuramente eletto come nuova Ministra de Relaciones Exteriores Alexandra Hill Tinoco, loro amica personale da molti anni, investita di questa carica, pare, come lei stessa ha affermato, in una riunione privata a casa della coppia Bukele. La sua compagna, Arena Ortega, peraltro sorella della Primera Dama, è stata eletta come sua assessore principale.

E non mancano i familiari più stretti di Bukele: suo cugino Xavier Zablah Bukele, quasi sicuramente sarà il prossimo massimo dirigente di Nuevas Ideas, che andrà a congresso a marzo di quest’anno; conosciuto semplicemente come Xavi, ha azioni in almeno quattro imprese: in una, Astra Motors, il maggiore azionista è l’attuale segretario di commercio della Presidenza, Jorge Miguel Kattan Readi, zio del presidente; un’altra società è una specie di call center che regola la consegna di pasti a domicilio, mentre le ultime due lavorano nel campo della pubblicità; in una di queste ultime Xavi è co-socio di Pedro Victor Duma, attuale direttore dell’Organismo de Inteligencia del Estado. Xavi è anche compagno di Sofia Medina, attuale segretaria di comunicazione della Presidenza, e forse per questo appare spesso nella Casa Presidenziale, pur non avendo dei compiti meglio precisati.

Sempre per la carica di segretario generale di Nuevas Ideas correrà anche il fratello di Bukele, Yussef.

Un altro fratello di Bukele, invece, Yamil, già presidente della Federazione Salvadoregna di Pallavolo, è stato nominato come presidente dell’Instituto Nacional de los Deportes, ovviamente, come è stato precisato, ad honorem, senza percepire nessun stipendio; questa carica è importante nell’esecuzione della seconda fase del Plan de Seguridad, definita come Oportunidad, che prevede l’estensione a più zone del paese di attività sportive, per combattere la violenza giovanile.

Dittatore o uomo di Dio ?

Ed ecco cosa è successo a febbraio in El Salvador

Per chi si occupa di America Latina, sono ormai ben note le immagini di Nayib Bukele seduto al centro dell’Assemblea Legislativa Salvadoregna, domenica 9 febbraio, mentre pronuncia la ormai celebre frase: “Ho chiesto a Dio, e Dio mi ha risposto, pazienza”. Dentro e fuori l’Assemblea, un dispiego senza precedenti di militari ed agenti della Policia Nacional Civil.

nopas2

Tutto è nato dalla richiesta del Presidente di far approvare dall’Assemblea i 109 milioni di dollari per la terza fase del Plan de Seguridad, meglio conosciuto come Plan de Control Territorial: in realtà, ciò che dovrebbe approvare l’Assemblea è l’autorizzazione per l’Esecutivo perché possa negoziare questo prestito con il Banco Centroamericano de Integración Economica. Per inciso, in questa cifra sono compresi 46 milioni di dollari per l’acquisto di elicotteri e una nave, mentre poco più di 25 milioni sarebbero destinati alla video sroveglianza. Guarda caso, l’ultimo viaggio in Messico dell’attuale direttore dei Centri Penali, Osiris Luna, è stato pagato da una discussa impresa messicana, la Seguritech. Di cosa si occupa? Di video vigilanza, ovviamente.

L’Assemblea Legislativa non ha votato immediatamente quanto richiesto e il Presidente si è appellato agli articoli 167 e 87 della Costituzione Salvadoregna, che prevede la possibilità di una convocazione straordinaria dell’Assemblea in casi eccezionali, con annessa la possibilità della cosiddetta insurrezione del popolo. E così Bukele convoca l’Assemblea per domenica 9 febbraio, ma lo fa in modo plateale, facendo circondare fin dal giorno prima il Palazzo Legislativo dall’Esercito e dalla Polizia Nazionale, che si sostituiscono alle forze di sicurezza presenti normalmente intorno e nel Palazzo, prendendo possesso di tutti gli accessi e successivamente occupando militarmente la Sala Azul; intanto, Bukele lancia dei messaggi minacciosi all’Assemblea, paventando la possibilità di scioglierla se i deputati non parteciperanno alla sessione straordinaria.

Contemporaneamente, il popolo, in particolare gli impiegati statali di tutto il paese, vengono convocati in una manifestazione intorno alla Sede dell’Assemblea. Domenica 9 febbraio, trasportati in autobus dalle sedi ministeriali e da altri centri governativi dislocati in El Salvador, circa cinquemila persone circondano il Palazzo: sicuramente non si è trattato di una insurrezione spontanea, né c’era la moltitudine che afferma il proprio diritto di fare pressioni sull’Assemblea perché si pronunci in una situazione di estrema gravità e pericolosità del paese. Lo stesso Bukele, che prima di domenica aveva utilizzato il solito twitter per incitare alla insurrezione, alcune ore dopo la manifestazione di domenica, attraverso la sua segreteria di stampa, chiede al popolo di mantenersi calmo e prudente riferendosi alla richiesta di insurrezione.

Ciò che più colpisce di quel pomeriggio di domenica 9 febbraio, in cui praticamente non è successo niente di rilevante o determinante per l’approvazione del prestito per il Plan de Seguridad è sicuramente il populismo messianico portato all’estremo, degno dei maggiori scrittori latinoamericani: durante la sua irruzione nel Palazzo Legislativo, il Presidente Bukele chiude gli occhi, si copre il viso con le mani, per poi affermare pubblicamente che aveva parlato con Dio e fu proprio Dio che gli ha suggerito pazienza; il suo comportamento, con l’autorizzazione alla presenza dei militari all’interno dell’Assemblea, è un grave attacco all’istituzione democratica di El Salvador; se non lo sa è un incapace, se lo sa ma non gli importa, rappresenta una grave minaccia per il paese.

nopas3

Aver militarizzato l’Assemblea avrà delle conseguenze; perché in tutto l’ultimo secolo, neanche durante gli anni delle dittature militari che portarono alla guerra civile avvenne qualcosa simile: secondo alcuni storici, l’episodio più simile a questo è avvenuto negli anni 60, quando i militari obbligarono gli allora deputati a realizzare una sessione dell’Assemblea Legislativa in una caserma.

L’uso arbitrario della Costituzione avrà delle conseguenze; aver detto apertamente che non ha voluto occupare con la forza l’Assemblea, anche se avrebbe potuto schiacciare il bottone per farlo, avrà delle conseguenze.

Può essere interessante leggere ed analizzare a fondo il discorso di Bukele di domenica, quando, tra le altre cose afferma che “Questi delinquenti dell’Assemblea Legislativa non vogliono nemmeno approvare dei soldi che non solo loro, bensì del popolo salvadoregno, per garantire la sicurezza dello stesso popolo salvadoregno”.

Così continua: “Tutte queste persone sinverguenza se ne andranno definitivamente da questa porta, e li scacceremo democraticamente. Perché dobbiamo mettere in dubbio il vero potere del popolo in democrazia, se in pochi mesi avremo il controllo di questa assemblea?”

Il riferimento alle prossime elezioni amministrative e legislative è fin troppo chiaro.

E così, Bukele, forse, ha definitivamente buttato la maschera, mostrando la propria indole antidemocratica e populista, da vero caudillo latinoamericano.

nopas4

Ma lo fa con intelligenza: “I deputati sono rimasti dodici ore senza le proprie forze di sicurezza; dodici ore! E gridano al cielo, chiamano la ONU, la OEA, la comunità internazionale, la Comunità Europa, chiamano tutto il mondo per dire: ci hanno tolto la sicurezza! Per dodici ore. Ma che succede con il popolo salvadoregno che è costretto a prendere il bus e a ogni fermata trattiene il respiro mentre cerca di capire se chi sale lo vuole assalire o uccidere?”

E ancora: ”El pueblo unido jamas será vencido! Ma questa frase non è di una rancida sinistra salvadoregna del FMLN, è di tutto il popolo salvadoregno, perché se saremo uniti non potranno sconfiggerci”.

Sono alcuni dei passaggi del suo discorso prima di entrare nell’Assemblea, un discorso che termina così: “Ci sono articoli della Costituzione che non danno il potere a me, bensì al popolo salvadoregno, che quando alcuni funzionari rompono l’ordine costituzionale, il popolo salvadoregno ha il diritto all’insurrezione per rimuovere questi funzionari e ristabilire l’ordine costituzionale”

La gente presente grida Insurrezione! Insurrezione!

E Bukele: “ Adesso, vi chiedo il permesso di farmi entrare. Chi tra di voi è credente? La maggioranza, credo e chiedo a chi non lo è di tollerarci, perché tutti dobbiamo rispettarci. E io vi chiedo di lasciarmi entrare nella Sala Azul per pregare Dio, affinchè ci regali la saggezza per individuare i passi che dobbiamo intrapprendere e l’ultima decisione sarà vostra. Mi autorizzate?”

La gente presente grida Si!

E Bukele entra.

Il discorso completo di Bukele può essere letto in questo articolo di Carlos Martínez, giornalista di El Faro Digital

https://www.elfaro.net/es/202002/el_salvador/24006/%E2%80%9CAhora-creo-que-est%C3%A1-muy-claro-qui%C3%A9n-tiene-el-control-de-la-situaci%C3%B3n%E2%80%9D.htm

Come si dice, no comment.

nopas5

Le alternative.

Termino questo lungo articolo, facendo riferimento non alle dichiarazioni di protesta dei partiti ufficiali, né alla dichiarazione tardiva della Corte Suprema de Justicia, massimo rappresentante del Potere Giudiziale, né alle dichiarazioni formali e doverose della Comunità Europea o di ambasciatori di altri stati latinoamericani e non.

Vorrei sottolineare invece che immediatamente sono scese in piazza le donne

nopas7

Donne che hanno voluto manifestare, a partire dalle proprie parole d’ordine femministe, contro la “mascolinità egemonica, che ricorre alle armi e alla forza bruta per sconfiggere gli avversari”

Insieme a loro, sono scese in piazza diverse organizzazioni, tra le altre la Coordinadora Salvadoreña de Movimientos Populares, la Mesa por la Soberanía Alimentaria, la Alianza Nacional contra la Privatización del Agua e la Alianza por la Defensa de los Derechos de las Mujeres Rurales: tutte hanno stigmatizzato la militarizzazione dell’Assemblea Legislativa, definendolo come un tentativo di golpe.

Ana Isabel López, direttrice del Movimiento Salvadoreño de Mujeres (MSM), una associazione che opera in El Salvador da più di trent’anni, rivolgendosi in particolare alle donne, tutte le donne del mondo, chiede che “si uniscano le forze, si faccia un fronte comune, si alzino le nostre voci di fronte al tentativo di destabilizzare la società salvadoregna, continuando a portare avanti le proprie azioni, unite, ferme e convinte nel difendere la patria libera e sovrana che le nostre figlie e i nostri figli erediteranno”

https://www.diariocolatino.com/movimiento-salvadoreno-de-mujeres-insta-a-no-transgredir-el-sistema-democratico/

Certamente, queste realtà sono una minoranza, ancora, ma non sono irrilevanti, come ci farebbe notare Zibechi.

E, forse, oggi come oggi, la risposta al dispotico populista Nayib Bukele non passa attraverso i partiti tradizionali, ma altre forme di lotta e di organizzazione.

Ojalá así sea.

Note

Se resistete, guardatevi questo video su you tube, in spagnolo, in cui si analizza in modo incalzante e preciso la vicenda di Bukele

https://youtu.be/qnCAUQZVCX8

La fantasia dei salvadoregni è nota: a pochi metri dall’Assemblea Legislativa, durante l’accerchiamento militare dell’Assemblea Legislativa e mentre si svolgeva la manifestazione dei sostenitori del governo Bukele, si vendono le magliette con il nome di Bukele nopas8

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Di seguito il testo della lettera dell'Assemblea dottorand*, precar* e docenti del Campus Luigi Einaudi in merito alle provocazioni poliziesche della scorsa settimana al Campus di Torino, e alla campagna diffamatoria verso alcuni lavoratori dell'università.

PER LA VERITA’

Da molti anni alcune rumorose forze politiche e culturali, caratterizzate da un nazionalismo grottesco, usano le vicende storiche che attraversarono il cosiddetto confine orientale dell’Italia nei primi anni quaranta del Novecento per rivalutare il ventennio fascista e le figure che lo incarnarono: Mussolini, in primo luogo. Intorno al “giorno del ricordo”, si gioca una partita ideologica che punta a rimuovere il collaborazionismo del regime fascista con il nazismo e nascondere i crimini contro l’umanità compiuti dall’esercito italiano. È invece in tale contesto che la questione delle Foibe andrebbe inserita.
Tuttavia, in una città come Torino, insignita molti anni fa di una medaglia al valore per ricordarne l’impegno antifascista nelle Resistenza, sono ormai frequenti le aggressioni di stampo neofascista e antisemita, con scritte ingiuriose e minacciose sotto le abitazioni dei discendenti di alcuni dei protagonisti di quella stagione antica e degli antifascisti di oggi. Aggiungiamo l’aggressione allo storico Eric Gobetti, autore di ricerche solide e riconosciute nel mondo scientifico su temi ai quali la Regione Piemonte si accosta invece annunciando il proposito di diffondere nelle scuole pubblicheun fumetto piuttosto volgare e di stampo fascistoide, intitolato Foiba rossa.


In questo contesto, giovedì 13 febbraio, mentre al Campus Einaudi dell’Università si svolgeva un convegno con l’intenzione di affrontare la complessità e piglio critico il tema Fascismo, colonialismo e foibe, il gruppo Fuan distribuiva un volantino, colmo della solita retorica nazionalista, attaccando l’Anpi, tra i promotori dell’iniziativa.
Il gruppetto, protetto come accade da molti anni da poliziotti in tenuta antisommossa, si è in verità dileguato dopo pochi minuti: nessuno “scontro” con i numerosi studenti che li contestavano. E i momenti di contatto tra antifascisti e polizia avrebbero potuto essere derubricati a poca cosa, a essere onesti: invece interviene la decisione delle forze dell’ordine di operare un fermo.
Non ci rivolgiamo alla Questura, la cui gestione delle piazze torinesi negli ultimi mesi è stata quanto meno discutibile, all’insegna di una aggressività troppo spesso ingiustificata; non ci rivolgiamo ai giornali, i cui resoconti, salvo poche eccezioni, sono tutti convergenti per non dire artificiosi, troppo uguali nei toni di un racconto dei fatti, cui probabilmente nessun giornalista ha potuto davvero assistere; in questo frangente denunciamo i ripetuti attacchi personali alla Professoressa Raffaella Ferrero Camoletto, le cui parole sono state distorte dai giornali e interpretate ottusamente dal sindacato di polizia. Non ci rivolgiamo nemmeno alla Magistratura, in particolare ai frettolosi uffici che convalidano arresti e dispensano poi condanne e lezioni di morale con una leggerezza inquietante.


Ci rivolgiamo alla comunità universitaria, ai cittadini del quartiere in cui ha sede il Campus, a ogni spirito libero e critico: la contestazione al Fuan non è stata organizzata ma spontanea; la resistenza alle pressioni delle forze dell’ordine non è stata frutto di azioni “premeditate”: nessuno dei partecipanti al presidio è apparso travisato o armato di alcunché; gli studenti si sono contrapposti ad un fermo che appariva in quel momento totalmente ingiustificato e per cui ci si aspettava un rilascio immediato. Al suo posto si sono susseguite almeno quattro cariche scomposte e violente da parte delle forze dell’ordine.
Ma qui, oltre le cariche, contano gli atteggiamenti, tanto più gravi se agiti dalle forze dell’ordine: i poliziotti agitano non solo i manganelli, battuti ripetutamente contro i loro scudi, quasi a rammemorare pose guerresche, ma lanciano insulti umilianti all’indirizzo dei manifestanti: insulti, è quasi inutile dirlo, sessisti e razzisti, tanto che una funzionaria superiore in grado si sente in dovere di tacitarli imperiosamente, mentre i responsabili delle istituzioni universitarie presenti assistono passivi. E poi gli altri tre fermi, tanto per rasserenare il clima.
Il giorno successivo ad attizzare gli animi ci pensano i vertici dell’Università: non solo vengono posizionate due guardie armate (!) davanti all’aula che era stata del Fuan, ma si chiede ai docenti e agli studenti presenti nella palazzina Einaudi di sgomberare i locali… dando nel contempo ampie garanzie che la polizia non sarebbe intervenuta contro gli studenti antifascisti riuniti in assemblea. Un atteggiamento irresponsabile, che ha creato insicurezza, non il contrario, e ha impedito il regolare svolgimento degli esami in corso.


Ultimo ma non meno importante, giunge puntuale come l’allergia in primavera, la provocazione del leghista di turno, che si agita nello stesso brodo di coltura dei revisionisti fascistoidi: ora a parlare è il Presidente dell’Ente regionale per il diritto allo studio universitario Sciretti che, per non sapere parlare né scrivere, propone di sospendere le borse per gli “antagonisti” arrestati e denunciati. Si tratta della stessa figura che esattamente un anno fa, in occasione delle manifestazioni contro lo sgombero dell’Asilo di via Alessandria, affermò: “Ci vorrebbe un po’ di scuola Diaz”. Visto che intorno al “giorno del ricordo” la memoria pare vacillare più del solito, rammentiamo che per quel raid indegno di un paese democratico numerosi esponenti della Polizia di Stato furono condannati e interdetti dai pubblici uffici…
Che ognuno si faccia le sue opinioni, cercando di acclarare i fatti. Alla Professoressa Ferrero Camoletto esprimiamo la nostra più piena solidarietà, così come agli studenti e alle studentesse coinvolte\i in questa vicenda. Noi nel rispetto dei nostri ruoli e dei principi fondamentali di qualsiasi convivenza civile, siamo e restiamo antifasciste\i.

Assemblea dottorand*, precar* e docenti del Campus Luigi Einaudi

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons