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Articoli filtrati per data: Saturday, 15 Febbraio 2020

Marsiglia, un venerdì sera qualunque, un inseguimento di un giovane da parte della polizia si conclude con la morte. Medhi, 18 anni, è l’ultimo nome di cui veniamo a conoscenza in questa vera e propria guerra che nei quartieri popolari francesi si protrae da decenni.

Medhi è originario della cité La Maison Blanche, ed è il collettivo degli abitanti dell’edificio che ne dà la notizia su facebook denunciando la solita retorica dei giornali che parla di forze dell’ordine che sparano per difendersi da delinquenti e criminali.

 

Qualche mese fa alla Maison Blanche c’era stato un incendio che ha distrutto una decina di appartamenti dell’ernome palazzo. Già allora il collettivo di abitanti si era mobilitato per denunciare il susseguirsi di incursioni da parte della polizia a seguito dell’incendio che hanno avuto come conseguenza immediata l’aumentare della tensione nel quartiere. Il comportamento delle forze dell’ordine di quei giorni esemplifica una pratica diffusa e sistematica, capace di approfittarsi di una situazione difficile per arrestare, intimidire, usare violenza contro gli abitanti di questi territori. I problemi di alloggi insalubri, di situazioni strutturali e di vivibilità precarie risalgono a ben prima dell’incendio ma nell’acuirsi della difficoltà gli abitanti della cité hanno dovuto affrontare l’emergenza nel più totale abbandono da parte delle istituzioni che, dopo aver pagato qualche notte in hotel agli inquilini dei piani più devastati, se ne sono lavate le mani risistemandoli negli stessi appartamenti completamente ricoperti di fuliggine. L’associazione Médecins du Monde ha dichiarato rischi non indifferenti di problemi respiratori per le famiglie coinvolte nel rialloggiamento. A seguito di questa vicenda gli abitanti e i solidali hanno organizzato una marcia per la dignità il mese successivo. A Marsiglia non è il solo caso di situazioni abitative insalubri e rischiose per la vita stessa delle persone, in molti ricorderanno il crollo del palazzo a Noailles, altro quartiere popolare della città, che provocò la morte di 8 persone nel 2018.

È il paradosso di territori “abbandonati”, poveri di servizi e di sostegno economico e materiale, che parallelamente diventano scenario di una compenetrazione di poteri che hanno il solo ruolo di reprimere, controllare e arginare l’esplosione dell’impossibilità di un vivere dignitoso. Sono tanti i nomi che ogni anno vengono ricordati dai collettivi nati in seguito agli assassini di giovani dei quartieri popolari per pretendere giustizia, verità e per disvelare i meccanismi marci che coinvolgono Stato, giustizia e forze dell’ordine in una macchina in cui le oppressioni di razza e di classe concorrono nel soffocare la spinta verso il riscatto.

 

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di Giovanni Iozzoli

Andare ai concerti della Banda Popolare dell’Emilia Rossa, o ascoltare il loro ultimo disco – La goccia e la tempesta -, suscita nell’ascoltatore attento alcune domande che eccedono la dimensione propriamente musicale: ad esempio, cos’è diventata oggi la cultura popolare? Esiste ancora qualche possibilità di generazione di immaginario che non sia inquinato dalla produzione di stupidità di massa social-televisiva? Si può ancora costruire un discorso, in questo caso musicale, che parta dal basso, dalla vita, dalle storie, dalle prassi, pur rifiutando di autoghettizzarsi in linguaggi minoritari? I ragazzi della Banda Popolare dell’Emilia Rossa da dieci anni provano a rispondere a suon di canzoni a queste domande non banali: producendo una musica popolare e allo stesso tempo “colta” – la cultura delle radici, della memoria, delle comunità e del conflitto – che fa pensare e fa ballare. Lotta e balotta (cioè fare festa, in modenese).

Chi altri potrebbe scrivere dei brani dedicati alla strage della Thyssenkrupp o a Portella della Ginestra, senza la paura di apparire retorici o ideologici o fuori tempo? Loro lo fanno con naturalezza. Se parlano di fabbrica, parlano della loro vita. Se parlano di militanza, idem. Non c’è artificio, nella scelta tematica, e non si canta “tanto pè cantà…” perché la vera musica popolare nasce sempre dall’esigenza di dare voce a qualcuno che non ce l’ha. E se proprio bisogna misurarsi con la logica un pò stronza dei numeri, il video de La madre del partigiano ha superato le 250.000 visualizzazioni: cioè, decine di migliaia di persone, spesso giovanissimi, hanno ascoltato e riascoltato una struggente poesia partigiana di Gianni Rodari, messa in musica dalla banda, e si spera che un po’ di quelle suggestioni “resistenti” possa tracimare in direzione delle necessarie resistenze prossime venture, a cui quei ragazzi saranno chiamati.

L’eredità di Gianni Bosio, dell’Istituto De Martino, di Giovanna Marini e degli Area, della canzone politica anni 70-90: c’è molto, nel calderone creativo di questi musicisti, che usano tutto il “materiale resistente” che la storia artistica e politica ha sedimentato, dal ‘900 fino ad oggi . E’ così che mondine e braccianti escono dai musei etnografici e cominciano a cantare insieme ai precari, ai rider, ai facchini della logistica, a chi muore di lavoro e a chi un lavoro non l’ha avuto mai. La Banda è pericolosamente sovversiva perché rivela in musica, soprattutto alle orecchie più giovani, un segreto arcano e liberatorio: gli sfruttati di ieri e quelli odierni sono figli della stessa storia, degli stessi meccanismi, delle medesime catene. E anche le ribellioni del presente, devono mantenere un piede piantato nel passato, per imparare, capire, accumulare – e non bisogna vergognarsene, perché le radici sono linfa, non zavorre.

La Banda sta facendo lo stesso lavoro – assolutamente, rigorosamente, tassativamente ideologico – che ha fatto in questi anni Valerio Evangelisti con il ciclo de Il Sol dell’Avvenire, che è riuscito a far leggere a migliaia di giovani e giovanissimi le storie del “pane e del ferro” che stanno alla base delle nostre società moderne. La Banda, usa uno strumento ancora più emozionale e accessibile della pagina scritta – la balotta, appunto.

La Banda nasce in un 25 aprile del 2011, in un contesto di strada e di corteo, sul retro di un furgone scalcagnato che “spacca” il tradizionale rituale commemorativo della Festa della Liberazione e lo trasforma in una giornata di lotta e di festa, alla testa di un nutrito spezzone insofferente. Il gruppo nascente si qualifica come rigorosamente operaio: saldatori, tornitori, precari e magazzinieri, uniti dall’impegno sindacale di base, si ritrovano quasi per gioco a impugnare bassi, chitarre e microfoni, davanti a centinaia di ascoltatori improvvisati. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti: decine di concerti, passaggi prestigiosi in rassegne musicali, qualche premio, due dischi autoprodotti (questo è il terzo) – la dove l’autoproduzione non è un ripiego ma una scelta politica da sbandierare e praticare attraverso il crowfounding. Un discorso a parte merita la crescita propriamente musicale – “professionale” si direbbe con orrenda espressione – che il gruppo ha fatto registrare negli anni: i suoni e le voci sono quelli di una band in continua crescita artistica, che ormai se la gioca nella “prima fascia” della produzione nazionale, forte anche dei musicisti “di mestiere” che negli anni si sono aggregati o hanno collaborato al progetto BPER.

Il paniere dei brani è vario e accontenta tutti i gusti: si va da SANTA LIBERA, canzone in cui si celebra la memoria di Giovanni Gerbi, ultimo testimone, recentemente deceduto, di un grande rivolta partigiana post-bellica, contro la pacificazione togliattiana; a SOCRATES, funky-jazz dedicato a un mito calcistico che portò Gramsci negli spogliatoi del Corinthias. Oppure la riproposizione di ‘O PADRONE, antico pezzo di Pino Daniele che nessun giovane avrà mai sentito, o una versione 4.0 dell’INTERNAZIONALE, ogni strofa una lingua diversa e l’ultima con le parole scritte dal grande Franco Fortini.

Insomma, in tempi smemorati ed effimeri, fa bene ascoltare questa musica dell’anima, il cui sostegno e la cui diffusione possono essere considerati gesti assolutamente politici.

Track list

PORTELLA DELLA GINESTRA: canzone dedicata alla prima strage di stato del dopoguerra quella di portella della ginestra del 1 maggio 1947.

CANZONE DELL’AMORE (QUASI) LIBERO: testo ironico e scanzonato che prende in giro sia i bigotti sessuorepressi alla Pillon e c. e sia i radical chic che predicano l’amore libero e la parità salvo poi nelle 4 mura domestiche comportarsi come i precedenti suddetti.

SANTA LIBERA: dedicato alla rivolta dei partigiani di Santa Libera che dopo l’amnistia di Togliatti nel 1946 tornano sulle montagne per protesta. Dedicata in particolare all’ultimo partigiano superstite che si chiama Giovanni Gerbi, nome di battaglia Il reuccio.

LA VAL SUSA PAURA NON NE HA: canzone della valle che abbiamo riarrangiato con qualche richiamo alla musica occitana

L’INTERNAZIONALE: non ha bisogno di presentazioni, salvo che ogni strofa sarà cantata in lingue diverse e usando versioni particolari tra cui nel finale quella di franco fortini.

‘O PADRONE: canzone di Pino Daniele tra le meno note ma tra le più militanti inclusa nel suo primo disco Terra Mia

VI AMO TUTTI: canzone dedicata a Franca Ongaro Basaglia. Il titolo ed il ritornello si ispira ad una scritta trovata sulla parete di una cella di un manicomio che recitava “voi mi odiate ed io per dispetto vi amo tutti”

NON MI SCORDERO’ DI TE: di cui già è uscito il videoclip ed è dedicato alla strage alla Thyssenkrupp di torino del 2007

SOCRATES: funky jazz dedicato al mito del calcio brasiliano ed alla sua democrazia corintiana

LILìT la prima donna creata da dio non fu eva ma Lilit che non fu creata dalla costola di adamo. E’ divenuta Icona delle battaglia per l’emancipazione della donna

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Dopo una settimana in cui si è cercato di scaricare sull’errore umano di lavoratori che in genere da quell’errore umano perdono la vita, perché agiscono senza rete o per inesperienza dettata da criteri legati al profitto, dopo questa settimana in cui sono stati messi sotto accusa i lavoratori di turno, si pensa di risolvere con un deviatore difettoso, ma se il deviatore è difettoso va riscontrato, diagnosticato da una programmazione rigorosa e non consentire che i messaggi in cabina siano confortanti e non prevedano alcun disastro imminente.

Ne abbiamo parlato con Alessandro, ferroviere della cub rail di Milano, ancora scorato e colpito dalla ennesima tragedia, che ha colpito i suoi colleghi innanzitutto e per l’ennesia volta il mondo del lavoro,privo di tutele e sicurezza – quella vera.

Non è possibile rassegnarsi alle ricostruzioni dell’azienda

infatti i ferrovieri dei sindacati di base il giorno dopo al deragliamento omicida sono riusciti a organizzare uno sciopero partecipato nonostante il boicottaggio di ogni fonte di informazione

Comunicato Unitario per Livraga finale def

Da radioblackout

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