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Articoli filtrati per data: Tuesday, 11 Febbraio 2020

Da 21 anni il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan è sequestrato nell’isola-carcere di Imrali, in condizione di totale isolamento. Lo scorso anno, grazie alla pressione esercitata dallo sciopero della fame iniziato dalla deputata dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli) Leyla GÜVEN e sostenuto da migliaia di prigionier* politic*, per pochi mesi i famigliari e gli avvocati sono riusciti ad avere accesso all’isola di Imrali. Ciò è durato poco. Dal 12 agosto 2019, Öcalan e gli altri tre prigionieri sono nuovamente isolati dal mondo esterno.

Negli incontri che in quel breve periodo si sono svolti, Abdullah Öcalan ha fatto ancora una volta concrete proposte per una soluzione politica della questione curda e dato la sua disponibilità per contribuire a un processo che, sulla base della democratizzazione, porti la pace in Medio Oriente, dimostrando di avere un ruolo importante nel far fronte alla situazione attuale che vede venti di guerra ancora più forti e che coinvolgono sempre più territori, dalla Siria fino alle porte di casa dell’Italia e dell’Europa, in Libia.

La proposta di un sistema democratico multietnico basato sulla parità di genere e sull’ ecologia, come quello realizzato nel Nord – Est della Siria, dove tutti i popoli della regione hanno combattuto per ricercare un modello amministrativo laico, democratico ed egualitario fa paura alle potenze regionali. L’ esperimento del Confederalismo Democratico va quindi difeso dall’ invasione turca e dalla pressione delle potenze globali.

Intanto in Turchia aumenta la repressione con il preciso obiettivo di mettere a tacere qualsiasi opposizione democratica. Occupando interi territori in Medio Oriente, Erdogan sta distruggendo la storia e l’identità culturale, provocando esodi di massa di intere popolazioni. Catastrofi umanitarie, come quelle provocate in Siria (ad Afrin prima, a Serekaniye e Gire Spi ora) invase, saccheggiate e occupate da turchi e alleati jihadisti sono la dimostrazione della barbarie del regime di Erdogan che espande le sue mire a tutta l’area del Mediterraneo orientale. L’ invio di mercenari islamisti in Libia è uno strumento col quale esercitare maggiore pressione sull’ Europa, giocando la carta dei profughi e delle risorse energetiche.

È ora più che mai necessario, per la pace in Medio Oriente, far sentire la nostra voce contro il fascismo neo-ottomano di Erdogan. Porre fine all’ isolamento di Abdullah Öcalan significa dare una prospettiva di pace e di democrazia a tutti quei territori martoriati da decenni di guerra, distruzioni e milioni di profughi.

Il 15 febbraio, da Strasburgo a Roma, si terrà la annuale manifestazione europea per chiedere la sua liberazione.

Difendiamo il Rojava per la libertà e la pace in Medio Oriente

Libertà per Ocalan e per tutte e tutti i prigionieri politici

Ufficio Informazione del Kurdistan in Italia , Comunità Curda di Italia , Centro Socio-Culturale Curdo ARARAT, Rete Kurdistan Italia

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Discussione e approfondimento sul Movimento per l'aborto in Argentina in Argentina. Iniziativa pubblica che si terrà il 13 Febbraio all'Università la Sapienza, Roma.

Negli scorsi anni, è nato un grande movimento per l'aborto libero che ha attraversato con dirompenza tutto il paese, opponendosi alla normativa attuale che considera l’interruzione di gravidanza un reato penale.
Questa lotta è riuscita a coinvolgere tutte le soggettività che sentono propria la violenza del patriarcato sul proprio corpo, e con la sua forza ha fatto entrare il tema all’interno del dibattito politico. Fondamentale é stata l’iniziativa di tante donne che si sono autorganizzate per accompagnare le interruzioni di gravidanza, esponendosi in prima persona nonostante sia tutt’oggi illegale.Questa pratica ha consentito di costruire una rete che ha intrapreso un processo di sdoganamento della concezione che la società aveva e ancora in parte ha dell'aborto e dell’autodeterminazione sui corpi delle donne. 
Dopo anni, nonostante la sordità dello Stato, l'interruzione di gravidanza è riconosciuta dalle donne come pratica per la salute e per il rispetto delle proprie scelte.
E se fino a un certo momento l’aborto libero non era emerso come istanza, relegato a una questione privata - che però tale non è – la presenza di molteplici e diverse soggettività ha portato alla luce l’aspetto politico del tema.“Todas abortamos. Las ricas callan, las pobres mueren" – tutte abortiamo. Le ricche tacciono, le povere muoiono, recita uno degli slogan che evidenzia la violenza cui erano e sono costrette molte donne che, non potendosi permettere di abortire nelle segrete stanze di una clinica privata, lo devono fare in clandestinità e correndo seri rischi per la propria salute.
Di fronte a questa situazione le femministe si sono autorganizzate cogliendo l'importanza e il potenziale di questa battaglia.Una lotta delle donne fino allora più emarginate, un'esigenza forte delle donne indigene, delle donne immigrate, delle donne senza lavoro, sottopagate, di quelle delle Villas, delle prostitute, delle trans, che rimarcano ora come la violenza dello stato di è sempre esplicitata in una mancanza di tutela del diritto alla salute per determinati gruppi sociali. "Abortamos el patriarcado sobre nuestras cuerpas" è lo slogan del movimento che ci sembrava più rappresentativo.
La forza del movimento per la libera interruzione di gravidanza, e di tutto il movimento femminista argentino, è proprio la forza espressa dalle differenze presenti al suo interno, e che mettono in discussione i vari livelli del privilegio bianco.Le istanze e le differenti esigenze interne non sono “rappresentate e raccontate”, al contrario emergono, creano scontro, confronto e dibattito, linfa per un cambiamento che si diffonde in tutti gli anfratti della società e investe la quotidianità delle persone. 
Oggi, grazie al movimento per l'aborto libero e sicuro in Argentina è possibile interrompere la gravidanza in caso di stupro o di possibili conseguenze sulla salute della donna, sia fisica che psicologica.
La lotta ha aperto alcuni spiragli, che non soddisfano affatto le migliaia di persone rappresentative di diverse soggettività esistenti e conflittuali che sono scese in piazza in questi anni.La strada è ancora tanta da fare contro il patriarcato ma il movimento è più vivo e attivo che mai e proprio per la sua forza sconfina l’istanza dell’aborto abbracciandone una più ampia: un cambiamento reale della società che punti all’autodeterminazione dei corpi e al superamento del sistema patriarcale oppressivo e escludente.Ci faremo raccontare tutto questo e molto altro ancora durante un’iniziativa all’Universitá La Sapienza direttamente dalle protagoniste di questo movimento.

13/02/2020 ore 17 @Facoltà di lettere La Sapienza Roma 

Interventi in diretta skype

♀ ✔️Yanina Waldhorn “Movimento Piquetero” “Campagna nazionale per l’aborto” 
♀ ✔️ Lila Baez - Secretaría de trabajadorxs Migrantes de la UTEP (unión de trabajadorxs de la economía popular)
♀ ✔️ AMMAR - Sindicato de trabajadorxs sexuales de Argentina 
♀ ✔️ Melina Sanchez - Bloque de Trabajadorxs Migrantes
♀ ✔️ Liliana Cabrera – Collettivo Yonofui cooperativa de trabajo en libertad
♀️ ✔️ Natalia Hernandez Fajardo - integrante de Revistas AmazonasGuideranno la discussione:
♀️ ✔️ A Corpo Libero - Per una scelta libera, consapevole e sicura
♀️ ✔️ Serena Chiodo attivista e autrice di "Anche in Argentina cresce il movimento per l'aborto legale" apparso sulla rivista “il Reportage”. Ha seguito il Movimento femminista Argentino a Buenos Aires per circa un anno.
♀️ ✔️ Michela Pizzicannella, militante e attivista femminista che ha seguito la lotte degl ultimi anni a Buenos AiresSono invitate ad intervenire:♀️ ✔️ Valentina Coletta - MIT - Movimento Identità Trans
♀️ ✔️ Movimento per il diritto all’Abitare
♀️ ✔️ Non Una Di Meno - Roma
♀️ ✔️ Durante l'iniziativa sarà allestita una mostra di manifesti serigrafati delle lotte femministe in corso in tre diversi paesi del Latino America: Argentina, Cile e Messico.

TESTO IN SPAGNOLO:

En Argentina en los últimos años ha sido creado un movimiento muy fuerte por el derecho al aborto legal, seguro y gratuito. Una lucha que ha recorrido el país, oponiéndose a la legislación vigente que considera la
interrupción del embarazo como un delito penal.
Esta lucha ha logrado involucrar a todas las subjetividades que sienten la violencia del patriarcado en su propio cuerpo, y con su fuerza ha llevado el tema al debate político. Fue fundamental la iniciativa de muchas mujeres que se han autoorganizadas para acompañar la interrupción del embarazo, exponiéndose personalmente a pesar de que aún hoy en día es ilegal. Esta práctica ha permitido construir una red que ha creado un proceso de cambio de la idea que la sociedad tenía, y sigue teniendo, sobre el aborto y la autodeterminación sobre los cuerpos. Después de años, a pesar de la ley, de interrupción del embarazo se habla siempre mas como de una practica conectada al derecho a la salud y al respeto de las elecciones de cada individu* en su propria vida. Sobre todo la presencia en esta lucha de múltiples y diferentes subjetividades ha levatado el aspecto político de la cuestión, antes pensando como un asunto privado. "Tod*s abortamos. Las ricas callan, las pobres mueren" - recita uno de los lemas que evidencia la violencia a la que fueron y son obligados muchas mujeres que, al no poder permitirse abortar en las salas secretas de una clínica privada, deben hacerlo a escondidas y corriendo riesgos para su salud. Frente a esta situación, las feministas se han auto-organizadas comprendiendo la importancia y el potencial de esta batalla. Una lucha de las mujeres hasta ahora más marginadas, una fuerte necesidad de mujeres indígenas, inmigrantes, sin trabajo, mal pagadas, mujeres de las Villas, prostitutas, transexuales, que ahora evidencian como la violencia del estado se expresa hace anos en una falta de protección del derecho a la salud para ciertos grupos sociales. "Abortamos el patriarcado sobre nuestras cuerpas" es el lema del movimiento que nos pareció más representativo. La fuerza del movimiento por la libre interrupción del embarazo, y de todo el movimiento feminista argentino, es precisamente la fuerza expresada por las diferencias dentro del movimiento mismo, que cuestionan los diversos niveles de privilegio. Las diferentes preguntas y necesidades internas no están "representadas y contadas", al contrario emergen, crean el choque, el confronto y el debate, linfa para un cambio que se extiende por todos los barrancos de la sociedad y afecta a la vida diaria de las personas. Hoy en día, gracias al movimiento a favor del aborto libre y seguro en Argentina, es posible interrumpir el embarazo en caso de violación o de posibles consecuencias en la salud de la mujer, tanto física como psicológica. La lucha ha abierto algunos destellos, que no satisfacen a los miles de personas representativas de las diferentes subjetividades y disidencias existentes y conflictivas que han salido a la calle en los últimos años. Todavía queda mucho camino por recorrer contra el patriarcado, pero el movimiento está más vivo y activo que nunca, debido a su fuerza, está cruzando el tema del aborto y abrazando uno más amplio: un verdadero cambio en la sociedad que apunta a la autodeterminación de los propios cuerpos y a superar el sistema patriarcal opresivo y excluyente.
Todo esto y mucho más se nos dirá durante una iniciativa en la Universidad La Sapienza de Roma directamente por los rotagonistas de este movimiento.

Tendremos compañeras en vivo de diferentes grupos y organizaciones feministas, transgénero, juveniles y representativas del movimiento por el aborto libre:♀️ ✔️Yanina Waldhorn - integrante del Movimiento Piquetero y de la Campaña

♀️ ✔️ Nacional por el derecho al Aborto libre, gratuito y seguro
♀️ ✔️ Melina Sanchez - Integrante del Bloque de trabajadorxs migrantes
♀️ ✔️ AMMAR - Sindicato de trabajadorxs sexuales de Argentina
♀️ ✔️ Liliana Cabrera - colectivo YoNoFui
♀️ ✔️ Lila Baez - Secretaría de trabajadorxs Migrantes de la UTEP (unión de trabajadorxs de la economía popular)
♀️ ✔️ Natalia Hernandez Fajardo - integrante de Revistas AmazonasDirigirán la discusión:
♀️ ✔️ A corpo libero - colectivo universitario feminista
♀️ ✔️ Serena Chiodo, militante feminista, seguì las luchas feministas en Buenos Aires por casi un ano, autora del reportaje sobre el movimiento argentino en la revista italiana "Il Reportage".
♀️ ✔️ Michela, militante feminista, seguì las luchas feministas en Buenos Airespor un anoSe les invita a intervenir:
♀️ ✔️ Ni una menos Roma
♀️ ✔️ Movimiento por el Derecho a Vivir
♀️ ✔️ Movimiento Trans Italiano

 

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Pubblichiamo qui di seguito la lettera di Giorgio Brescia, compagno da 2 anni recluso fra carcere e domiciliari. La lucidità e la determinazione che le parole di questa lettera ci regalano sono un esempio prezioso per tutti e tutte noi. Un abbraccio solidale a tutt* gli antifascist* reclusi ingiustamente. Brescia libero subito!

Erano i primi mesi del 2018 e nei pressi di Macerata si consumava un agguato a mano armata ai danni di 5 migranti, erano i giorni del corteo ANTIFASCISTA a Genova dopo l’accoltellamento di un ragazzo da parte di alcuni fascisti, era quindi la giornata di Piacenza, la contestazione per l’apertura di una seda di Casapound, la violenza della polizia e la risposta decisa di un corteo autodeterminato e autoprotetto.
La mia incarcerazione inizia per essermi difeso da un’aggressione da parte delle “forze dell’ordine” che sempre più spesso detengono il monopolio della violenza.
Il 15 febbraio 2018, 5 giorni dopo il corteo di Piacenza, mentre lavoravo presso il ristorante La Credenza di Bussoleno, 6 uomini di cui 4 in passamontagna e 2 a volto scoperto ed una donna hanno fatto irruzione nel locale e mi hanno messo le manette ai polsi; più che realtà sembrava la scena di un film creata per intimidire e spaventare non tanto me ma chi mi sta accanto o chi viene nel locale per mangiare o bersi una birra.
Ancora oggi se si digita il mio nome e il mio cognome si può vedere il video girato ad arte dalla Polizia di Torino quasi fatto a sfregio e poi messo su tutti i canali di comunicazione Internet che mi sta procurando non pochi danni d’immagine.
Ho trascorso 3 mesi nel carcere di Piacenza e sono stato successivamente spostato ai domiciliari a San Didero, da una persona molto di cuore che ha accettato di ospitarmi pur di farmi uscire dal carcere. Dopo un totale di 8 mesi sono riuscito, con molta fatica e mettendomi in discussione e in gioco, a farmi trasferire nella mia abitazione dove ho la residenza ed un contratto d’affitto e a rientrare sul luogo di lavoro.
Il rientro a lavoro mi ha dato una bella boccata di libertà, grazie ai titolari e alle mie colleghe e colleghi, ma in questi 2 anni di arresti domiciliari mi è stata strappata la libertà non tanto per quello che è successo ma per dare dimostrazione che lo stato reprime e ti deruba della libertà, usarmi come un esempio e spaventare le generazioni future di antagonisti.
Ho visto però che nei giorni successivi al mio arresto la solidarietà è stata molta, la vicinanza delle persone con cui lotto e vivo la quotidianità della mia vita è stata la mia forza, ma anche la vicinanza di persone che non conosco ma si sono interessate al mio caso, da nord al sud Italia, la solidarietà non è mancata. Nei giorni successivi agli arresti per il corteo di Piacenza si sono susseguiti moltissimi cortei Antifascisti e molta è stata la repressione da parte di carabinieri e polizia, molte le denunce e le manganellate per dissuadere una popolazione che rivendica con orgoglio e fierezza il fatto di essere Antifascista.
Molto è passato da quel 15 febbraio e il freddo delle manette, il lungo viaggio da Torino a Piacenza, le porte del carcere che si chiudevano alle mie spalle, il buio della cella eppure siamo ancora qui, e lo saremo sempre.
Cari compagni e compagne mando un abbraccio ed un saluto a voi che ogni giorno lottate anche per chi non può manifestare il proprio dissenso e un grande GRAZIE a tutti coloro che in questi 2 anni mi hanno supportato con le lettere mentre ero in carcere e con la loro vicinanza adesso che sono ai domiciliari. "

Da LIBERIAMOLI E LIBERIAMOLE

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in varie

In futuro, gli anni ’10 saranno probabilmente ricordati come un'efficace operazione di impoverimento di massa causata dai mercati finanziari (crisi 2007-08) al fine di arricchire e potenziare la stessa sfera finanziaria.

Sembrano già tempi lontani, quelli dei mea culpa di circostanza della politica globale che confessava le eccessive ombre e l’assenza di regole nell’apparato finanziario.

Le fondamenta delle economie ‘occidentali’ hanno tremato ma non sono crollate.

Gli Usa, epicentro del terremoto, responsabili politici e primi beneficiari dell’espansione finanziaria neoliberista, sono riusciti a condividere il costo della speculazione e del crack immobiliare con i ‘junior partner’ europei. Forti del ruolo ‘egemonico’ del dollaro, che nel caos globale diviene ancor più punto di riferimento e luogo sicuro per i capitali, sono riusciti a indirizzare le tensioni e la sfiducia sull’euro mettendo in discussione la solvibilità dei debiti pubblici di parte dell’eurozona.

È l’inizio dell’‘austerity’, della stagione lacrime e sangue che in Italia porta il nome del Job Act, della Legge Fornero, dei tagli lineari ai bilanci della sanità, dei beni culturali, dell’istruzione, per arrivare ai salari e ai consumi bloccati e all’accettazione di una disoccupazione strutturale intorno al 10% con quella giovanile che viaggia tra il 30 e il 40%.

Se si pensa a quanto abbiamo perso, guardare indietro alla decade trascorsa fa male.

Mentre i politici e i partiti organizzano ‘la socializzazione dei costi’ della crisi, la ‘plutocrazia’ finanziaria riorganizza la propria accumulazione, proiettandosi verso guadagni mai raggiunti, dilatando una polarizzazione della ricchezza che si traduce nell’aumento delle disuguaglianze su scala nazionale, regionale e globale.

Loro, i ricchi, ricorderanno gli anni ’10 come l’ennesima ‘belle époque’, altro che crisi.

Per comprendere il ‘successo’ della ristrutturazione economica post-crisi e la riorganizzazione dell’accumulazione finanziaria è utile osservare tre processi: immissione di moneta nel sistema, crescita smisurata dei listini finanziari e stallo dell’economia materiale sono i trend macroeconomici cardine di questo decennio. Andiamo in ordine.

Il 2010 si apre con le maggiori banche centrali mondiali (Usa, Giappone, GB e Cina) che promuovono politiche monetarie fortemente espansive (aumento di liquidità, Quantitative Easing, QE) al fine di restituire fiducia ad un mercato globalizzato che sperimenta la recessione più profonda dal 1929.

La BCE inizia con più ‘cautela’, avviando operazioni di rifinanziamento a lungo termine che la espongono finanziariamente ai suoi massimi storici, ma solo dal 2015 si è arrende al QE, erogando circa 3000 miliardi di euro tra il 2015 e il 2019.

Cosa hanno prodotto bassi tassi di interesse (costo del denaro) sulla possibilità di contrarre debito? Dove si è allocata questa ‘nuova moneta’? Negli stessi mercati finanziari e immobiliari, le cui bolle erano state la ‘causa’ della ‘Grande Recessione’ 2007-08.

È necessario spendere qualche parola sul meccanismo di allocazione di questa ‘nuova moneta’ e sul perché essa si incanala nell’impianto bancario-finanziario non stimolando l’economia ‘reale’.

La ‘nuova moneta’ entra nel sistema attraverso le banche private (o semi-private o semi-pubbliche, cambia poco ai fini di un approccio sistemico), le quali, forti della liquidità centrale alle spalle, hanno la possibilità di acquistare massivamente titoli di stato (o rinnovare l’acquisto di titoli in scadenza) o titoli finanziari aumentandone il prezzo e abbassando i tassi di interesse degli stessi.

Più si acquista, più un titolo viene considerato sicuro, più è sicuro minori sono i suoi tassi di interesse. BCE e sistema bancario europeo riescono contemporaneamente a bloccare l’ascesa dei tassi di interesse dei debiti pubblici sovrani e costruire una lavatrice per i miliardi di euro contenuti nelle loro pance sotto forma di titoli inesigibili (NPL: Non Performing Loans).

La teoria degli economisti mainstream vorrebbe che, ‘curato’ il sistema bancario, questo abbia la possibilità di erogare denaro a basso costo così da far ripartire investimenti e, diminuendo la quota di debito delle famiglie, si stimolino anche consumi.

Peccato che ne consumi ne investimenti siano ripartiti come la loro ‘teoria’ vorrebbe, infatti, l’unica dinamica ascensionale si registra nei mercati finanziari imperniati sulla vecchia New York, ed è così che alla fine del 2019 Nasdaq, Dow Jones (NY), la borsa di Tokyo e quella di Milano (Ftse Mib) registrano i record dei propri listini.

La dinamica economica che fotografa perfettamente questa crescente biforcazione tra dimensione materiale e finanziaria sono le crescenti disuguaglianze.

Nella decade di crisi, il 10% più ricco del pianeta ha visto aumentare la propria ricchezza nei confronti del 90%. All’interno del 10% più ricco, spicca la capacità dell’1% di distanziarsi notevolmente dal 9% che lo segue.

L’economia globale è sostanzialmente bloccata in una persistente ‘crisi di sovrapproduzione’ determinata dalla capacità dei capitalisti di trasferire la pressione competitiva sulla forza-lavoro, in modo tale che i salari reali non tengano il passo degli aumenti di produttività̀ e la domanda aggregata non si espanda allo stesso ritmo dell’offerta’.

Se la maggior parte della popolazione globale non è in grado di pretendere salari o redditi adeguati a consumare, chi consumerà la merce prodotta?

Una fittizia ‘soluzione’ adottata progressivamente nei trent’anni antecedenti al 2007-08 nei paesi occidentali è stata la concessione dell’indebitamento di massa. I cui risultati sono quelli che abbiamo già descritto.

A più di 10 anni dallo scoppio della bolla finanziaria, il debito individuale, aziendale e nazionale con diverse velocità e grandezze è giunto ai suoi massimi storici, evidenziando come l’incapacità sistemica di distribuire la ricchezza sia ancora ancorata alla possibilità di indebitarsi resa possibile da politiche monetarie ‘globali’ fortemente espansive.

Il nodo della ‘realizzazione’, ossia come trasformare le merci prodotte in denaro, si ripropone avendo acuito le contraddizioni insite nel neoliberismo, permettendo ai capitali di continuare ad eludere ‘la metamorfosi della merce’, allocandosi e riproducendosi nella sfera finanziaria.

Brexit, e conseguente indebolimento del ‘nano’ politico UE, guerra commerciale (ma soprattutto tecnologica) tra Usa e Cina, e tensione bellica crescente in diverse aree semi-periferiche dell’economia-mondo non stanno intaccando la fiducia dei e nei mercati finanziari.

Dietro a queste dinamiche si nascondono però spostamenti tettonici fondamentali ai fini di comprendere il contesto globale politico-economico all’interno del quale i soggetti sociali devono operare delle scelte volte ad acuire le contraddizioni di un sistema economico-sociale capitalista che pensandosi senza alternative, inebriato del suo oggettivo successo sta cercando nuove fortune in una nuova messa a valore della sfera riproduttiva e naturale delle nostre società.

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