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Articoli filtrati per data: Monday, 10 Febbraio 2020

E' ufficiale, lo Sinn Féin ha vinto le elezioni irlandesi con il 24,5% dei voti, posizionandosi come primo partito.

I due partiti di establishment che si dividono da sempre il potere nella Repubblica d'Irlanda, il Fianna Fail e il Fine Gael, inseguono appaiati al 22% a differenza da quanto sembrava emerso dagli exit pool che davano Fine Gael, partito del premier uscente Varadkar in prima posizione, anche se di poco.

La vittoria dello Sinn Féin è un fatto senza precedenti in Irlanda, il più significativo risultato elettorale del partito dal 1922. Infatti sebbene esso rappresenti il partito maggioritario tra i cattolici dell'Irlanda del Nord, nella Repubblica d'Irlanda ha sempre avuto vita difficile anche se dal 2002 ha registrato una progressiva crescita. Lo Sinn Féin è stato, fino alla fine dei Troubles, l'organo politico della Provisional IRA, la maggiore organizzazione combattente per il nazionalismo irlandese tra il 1970 e il 1997. Dopo gli accordi di pace del '98 e il disarmo il partito ha partecipato in Irlanda del Nord ai governi di coalizione pur mantenendo l'indipendentismo dalla Gran Bretagna all'interno della propria agenda politica. Lo Sinn Féin inoltre è stato spesso oggetto di critica di tutti quei movimenti e quelle organizzazioni che hanno sostenuto la priorità della riunificazione dell'Irlanda, che hanno rifiutato le condizioni del processo di pace del '98 e che rimproverano un sostanziale disinteresse del partito verso la causa repubblicana e i prigionieri politici.

Il partito nazionalista ha sempre coniugato all'interno del proprio programma l'indipendentismo e posizioni socialiste in termini di politica economica. Negli ultimi tempi però, specialmente nella repubblica d'Irlanda, ha cercato di dare maggiore spazio alle questioni sociali. Dopo la crisi del 2008 ha promosso fortemente un'agenda contro l'austerity e le privatizzazioni, e ha messo al centro del suo programma la sanità, la disoccupazione, i giovani e la questione abitativa, sempre più drammatica, con i prezzi delle case a livelli stratosferici. Questo programma è stato sicuramente uno degli elementi che ha portato lo Sinn Féin agli odierni risultati. Inoltre il tradizionale bi-partitismo tra Fianna Fail e Fine Gael, entrambi di centro-destra, risulta agli occhi di molti irlandesi come un elemento di immobilismo e la rappresentazione, alla fine dei conti, di un partito unico neoliberista che governa il paese.

Ma probabilmente la netta vittoria è anche conseguenza della Brexit e dell'impatto che questa potrebbe avere, tanto in termini economici, quanto riguardo alla reintroduzione dei confini (per adesso in parte evitata dall'accordo promosso da Boris Johnson), sul territorio irlandese. Il risultato dello Sinn Féin si verifica in una fase particolarmente interessante per la causa repubblicana irlandese, con da un lato la Brexit e dall'altro la trasformazione demografica che sta avvenendo in Irlanda del Nord dove i cattolici aumentano via via di numero. Un pezzo per volta sembrano saltare e rimescolarsi tutti gli assetti solidificatisi nel periodo pre-crisi rimettendo in gioco conflitti spesso silenti o poco attivi da tempo. In ogni caso lo Sinn Féin ha annunciato che richiederà un referendum sulla questione irlandese nei prossimi cinque anni. La strada verso la riunificazione delle 32 contee e l'indipendenza è tutt'altro che in discesa, ma queste elezioni sono state un segnale inedito e inaspettato. Le performance del partito alle precedenti europee ed amministrative non erano state poi così entusiasmanti, tanto che per queste lezioni sono stati proposti solo 42 candidati per le liste elettorali al Dáil Éireann (la camera bassa irlandese) e questo potrebbe rappresentare un problema, infatti per quanto primo partito nel voto popolare lo Sinn Féin potrebbe risultare terzo per numero di parlamentari.

Ora nella Repubblica d'Irlanda si apre una fase di evidente incertezza, con i due partiti conservatori che probabilmente tenteranno, come già annunciato, una coalizione "ad exludem" nei confronti dello Sinn Fèin, ammesso che ci riescano. Infine da notare è il risultato dei Verdi irlandesi che si posizionano come quarto partito con il 7% confermando il trend di crescita europea di queste formazioni.

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Segnaliamo questo articolo di Alessandro Barile apparso su Carmilla che prende le mosse dal testo di Stefano Portelli Fare politica o fare ricerca, e prova ad approfondire un inquadramento storico della trasformazione del ruolo del ricercatore e di come si è evoluto il rapporto tra militanza e ricerca. Questo contributo al dibattito ha il merito di legare la questione di questa dialettica ai dritti e rovesci della lotta di classe, ai suoi momenti espansivi e a quelli di riflusso. Ci sembra però che continui a mancare una riflessione su come portare un conflitto dentro l'accademia a partire da ciò che è prima di tutto un ricercatore: un lavoratore sottopagato, spesso precario, che produce una specifica merce, in un specifico contesto e con delle ricadute specifiche. Presto proveremo a proporre un nostro punto di vista sulla questione, intanto vi auguriamo buona lettura!

Un recente articolo di Stefano Portelli (Fare politica o fare ricerca, su “Lo stato delle città” n. 3/ottobre 2019) è tornato sull’ormai tedioso problema dell’uso della ricerca nelle scienze sociali: quale è il rapporto tra attività scientifica e militanza politica? Cosa farne e come divulgare la mole spropositata di indagini sociali che folle di ricercatori precari e sottopagati producono in forma tayloristica? Come combattere l’appropriazione privatistica di questa energia intellettuale mettendola in circolo laddove questa può davvero essere efficace, e cioè in quelle reti sociali e politiche da cui proviene una quota importante di questi giovani ricercatori?

L’articolo ha avuto il merito di generare un discreto dibattito, eppure le soluzioni immaginate non raggiungono l’altezza delle problematiche sollevate. La frustrazione intellettuale dei “giovani” ricercatori è un riflesso di una condizione più generale: se il carnet delle soluzioni viene pensato dentro il perimetro della ricerca, dei suoi centri di finanziamento, dei suoi enti preposti e riconosciuti, difficilmente si forzerà il circolo vizioso entro cui il ricercatore in questione è costretto a barcamenarsi pure se dotato di sincero entusiasmo. Curriculum di lotta e di lavoro oggi viaggiano in contrapposizione: se si vuole avanzare nel campo della ricerca ci si deve liberare dai retaggi ideologici dai quali si proviene; viceversa, se si rimane un militante (portando cioè dentro le ricerche un punto di vista di classe non asettico) le porte della “carriera universitaria” si chiudono velocemente, generando quel lamento che oggi si presenta come la cifra dell’approccio alla ricerca da parte del giovane in mezzo al guado. Vediamone i motivi.

L’interconnessione tra scienza e ideologia, e quindi di ricerca e politica, è una costante delle società moderne degli ultimi due secoli. C’è stato un tempo in cui (almeno riferendoci al caso italiano) questo groviglio di problemi aveva trovato un suo precarissimo equilibrio: le organizzazioni del movimento operaio – il Pci e la nuova sinistra – riuscivano a tenere insieme i due poli dell’analisi sociale, dotandosi di strumenti scientifici e divulgativi – riviste, case editrici, fondazioni e centri di ricerca, quotidiani – che erano al tempo stesso strumenti politici, ideologici e scientifici. Il risultato era sempre variabile e l’equilibrio, come detto, costantemente minato dalle ragioni della ricerca e da quelle della politica. Il rapporto tra intellettuali e comunismo nell’Italia del dopoguerra testimonia di questa estrema difficoltà: i primi rivendicando quella necessaria libertà d’indagine unico presupposto della vera ricerca scientifica; la seconda imponendo le sue ragioni contingenti, le sue necessità tattiche, piegando verità a opportunità. E nonostante ciò, nelle riviste summenzionate – dal Contemporaneo ai Quaderni rossi, da Società o i Quaderni piacentini a Critica marxista e via elencando, si è andata formando e testando più di una generazione di intellettuali e militanti politici. Gente seria, ideologicamente formata e politicamente discutibile, ma coinvolta in un processo organico che prevedeva anche la sottomissione alle ragioni della prassi politica. Chi questa sottomissione la contestava – vedi Vittorini, per fare un esempio tra i più scontati – trovava il fuoco di sbarramento di una comunità scientifica disposta a cedere – momentaneamente e parzialmente, come insegna la nostra storia culturale – quote di potere intellettuale storicamente sedimentato in privilegio di classe. Nulla a che spartire, questi intellettuali, col proletariato nazionale: eppure disposti, costretti o circuiti da un movimento di classe che sovrastava le singole carriere universitarie.

Nessuno dei partecipanti al grande dibattito politico-culturale del paese – almeno nell’area comunista – si chiedeva se tali riviste fossero “scientifiche” e di quale “fascia”; se la pubblicazione in questa o quella rivista d’area “facesse curriculum”; se una data mole di pubblicazioni facesse avanzare la propria carriera accademica. Non era un sistema esente da paradossi e opportunismi (figuriamoci…), eppure il comunismo italiano ebbe la forza di imporsi quale referente autonomo, costruendo da sé quegli strumenti di indagine, di studio della società, di ricerca e di polemica, che successivamente sono stati delegati a enti “terzi” e “imparziali”. Un contropotere intellettuale che ebbe per diverso tempo la forza di influire nella cultura “ufficiale” fin dentro le sue istituzioni più prestigiose: nel 1977, per dirne una delle mille che si potrebbero riferire, il preside della facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza era Carlo Salinari, dirigente culturale del Pci: potremmo pensarne ciò che vogliamo sulla natura del suo comunismo, del suo storicismo venato d’influenze crociane, ma a dirigere un’istituzione di prima importanza del paese era lo stesso che trent’anni prima aveva organizzato via Rasella e in seguito catturato e torturato dalla banda Koch prima di venire liberato dal carcere di via Tasso nel giugno del ’44. Una apprezzabile differenza con la neutralizzazione del rapporto tra politica e cultura subentrato successivamente.

Venute meno le lotte di classe (guarda caso), nel campo della ricerca si è prima imposto l’Osservatorio per la valutazione del sistema universitario; poi, dal 2006, il funesto Anvur. Che tutto decide e tutto valuta, investito dal ceto accademico del paese del potere massimo di decretare sulla ricerca e sui ricercatori. Il discorso regge finchè ad essere valutate sono le scienze “dure”; ma le scienze sociali? Queste condividono sì, con le prime, una metodologia d’indagine rigorosa e standardizzata. Ma l’oggetto dei loro studi, e cioè la società e l’uomo che la costruisce, possono essere “laboratorizzati”? Non si definiscono sociali proprio perché diverse – qualitativamente difformi – dalle scienze che hanno per oggetto lo studio della natura? In base a quali criteri è possibile valutare i prodotti di questa ricerca? Questi criteri non possono che essere – in ultima analisi – ideologici: fanno riferimento cioè alla visione del mondo che uniforma i valutatori, e costringe ad uniformarsi anche i valutati.

Oggi un giovane ricercatore è costretto – non consigliato: costretto – se vuole avanzare nella propria carriera universitaria, a pubblicare unicamente su determinate riviste: quelle della famigerata “fascia A”. Cioè le riviste dei dipartimenti universitari, affollate di comitati direttivi ed editoriali in cui campeggiano ordinari e associati d’ogni risma purché accomunati dall’essere interni e complici di quel sistema di valutazione che dall’Anvur discende verso i dipartimenti e le facoltà universitarie. Riviste che vivono di finanziamenti pubblici, e che le case editrici fanno a gara per pubblicare, perché per l’appunto ripagate da fondi elargiti da quei dipartimenti che gestiscono le suddette riviste. Un circolo vizioso, come detto: il dipartimento X finanzia la rivista Y di cui è direttore il professor Z che dirige il dipartimento X. Riviste che non hanno pubblico né mercato, che non hanno costitutivamente come obiettivo quello di farsi leggere da qualcuno, semplice interessato o esperto che sia. Che linguaggio, che temi e che modello genereranno questi strumenti di potere universitario? L’autore – cioè il ricercatore – dovrà adeguarsi ad un linguaggio preordinato, che non deve “divulgare” nulla, quanto attenersi a format prestabiliti che soli consentiranno l’agognata pubblicazione; dovrà selezionare i temi da trattare e il modo in cui sarà possibile trattarli: intellegibili al sistema di peer review e incomprensibili al resto della comunità umana; dovrà piegarsi autonomamente a dei referenti che ne garantiranno il futuro (eventuale, sempre promesso e quasi mai raggiunto) prestigio, a scapito della funzione sociale dei prodotti della ricerca e del ruolo di ricercatore; e, massimamente: evitare qualsiasi generalizzazione o teorizzazione. Il particulare è la vera cifra della ricerca sociale in Italia.

Un soggetto così educato potrà allora mantenersi in equilibrio tra le ragioni della ricerca e quelle della militanza? O non sarà costretto alla completa scissione di sé: inappuntabile accademico in fieri di giorno, barbaro polemista di sera, su quei siti, riviste autoprodotte, blog, social e quant’altro che gli consentono – quantomeno – di esprimersi con più libertà, con l’accortezza – anche qui, ça va sans dire – di non farsi riconoscere troppo dal “mondo di sopra”, quello in cui cerca di entrare con dosi smisurate di pluslavoro intellettuale? E dunque: che uso sociale e progressivo può ricavarsi da ricerche e linguaggi che apriori vengono normate e normalizzate con l’obiettivo di non generare moltiplicazioni virtuose fuori dai circuiti accademici?

La questione è complessa è la sempiterna eccezione – il ricercatore disallineato “che ce la fa” – viene brandita ad esempio dell’onestà del sistema. Il sistema accademico e valutativo è marcio, ma non è trasformabile dal di dentro, e questo i “giovani” ricercatori farebbero bene a comprenderlo il prima possibile, onde evitare approcci sbagliati e conseguenti frustrazioni esistenziali. Come riferito nell’esempio dell’Italia che fu (e del comunismo che fu), o abbiamo la forza di ricostruire i nostri percorsi di ricerca, le nostre istituzioni, comunicando su di un piano di parità con la cultura “ufficiale” del paese, quella prestigiosa che ancora permane nonostante tutto, oppure saremo costretti ad adeguarci lamentandoci, o rifuggendo nell’ideologia dozzinale, che non interpreta più il mondo ma si limita a glossare referenti politico-intellettuali sepolti dal travaglio della contemporaneità. Ma è una reazione che dovrà prodursi altrove: una vera nuova cultura potrà darsi solo sulla scorta di vere nuove lotte di classe, e di vere nuove istituzioni politiche in grado di rielaborare il nesso incandescente tra ricerca scientifica e militanza politica.

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in NOTES

Dopo quasi quattro mesi dall’inizio delle proteste, il nuovo governo guidato dal Primo Ministro Hassan Diab è pronto a chiedere il voto di fiducia, previsto tra martedì 11 e mercoledì 12 febbraio. Il neonato esecutivo, costituito da 20 ministri e caratterizzato dall’alleanza dei due partiti sciiti dominanti – Hezbollah e Amal – con il Free Patriotic Movement di Gebran Bassil (storico partito cristiano maronita fondato dall’attuale Capo dello Stato Michel Aoun) è stato da subito rigettato dai manifestanti che si dicono pronti a bloccare le sedute parlamentari attese nei prossimi giorni.

Dopo circa tre mesi di manifestazioni e blocchi stradali che hanno attraversato il paese dei cedri da nord a sud, a metà gennaio si è registrata un’escalation di violenza nel corso di alcuni sit-in organizzati davanti al palazzo del governo in quella che è stata definita “The Week of Anger” (“La settimana della rabbia”) nel corso della quale sono state sanzionate anche diverse banche, simboli eloquenti della crisi economico-finanziaria in cui vessa il paese (non a caso, infatti, uno degli slogan più ripetuti è proprio “al-sha3b yurid ysqat nizam al-masraf”, “il popolo vuole la caduta del governo delle banche”). Nonostante le intimidazioni e la repressione registrata da parte dei reparti delle forze di sicurezza nazionale, i cittadini libanesi sembrano determinati a continuare le proteste fino a quando le loro richieste non saranno ascoltate e inserite nel programma di governo, che per adesso guarda ben oltre a quelli che sono i bisogni primari della popolazione. I cori e gli slogan contro il settarismo, il sistema delle banche e la corruzione non hanno infatti trovato riscontro nell’esecutivo attuale, prima di tutto per quel che riguarda la riproduzione del modello settario nella divisione delle quote parlamentari e, successivamente, nella mancata nomina di un governo tecnico e al di fuori delle dinamiche corrotte ormai note ai più anche al di fuori del Libano.

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Una delle sfide principali in questo momento riguarda l’approvazione del nuovo budget per l’anno 2020 e l’elaborazione di un Rescue Plan finalizzato a far uscire il paese dalla peggiore crisi economico-finanziaria degli ultimi decenni, progetti che sono stati discussi nelle scorse settimane e già pesantemente criticati dai manifestanti antigovernativi che ne denunciano la lontananza dalle priorità e dai bisogni attuali della popolazione. Dall’altro lato, l’approvazione e implementazione di alcune riforme fondamentali riguardanti il sistema educativo, sanitario ed energetico (elettricità in primis) sono state discusse negli scorsi giorni con il direttore regionale della Banca Mondiale Saroj Kumar Jha ma rischiano di rimanere un miraggio lontano strettamente connesso allo stanziamento di fondi esteri.

La città di Tripoli continua a rappresentare il cuore delle proteste di questi mesi: la scorsa settimana, per la prima volta, diversi autobus di manifestanti sono partiti da Beirut e da altre zone del paese per raggiungere la seconda città più grande del Libano in occasione di una marcia antigovernativa e mostrare ancora una volta l’unità della popolazione nel chiedere un effettivo cambiamento politico. Il centro di Beirut rimane militarizzato dalle Forze di Sicurezza che nelle scorse settimane hanno ulteriormente circondato l’area antistante il Parlamento con jersey e veri e propri muri di cemento accerchiando, di fatto, l’intera piazza e precludendo il passaggio di macchine e pedoni. Moltissime tende sono ancora presenti tra piazza dei Martiri e piazza Ryad el Soleh e, quotidianamente, diverse centinaia di manifestanti vi si ritrovano per portare avanti delle “battiture” rumorose lungo le recinzioni di metallo e scandire slogan contro l’occupazione militare dello spazio pubblico.

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Uno sciopero generale è stato chiamato per la giornata di martedì 11 febbraio, primo giorno di consultazioni governative e diversi appelli circolano in rete chiamando a raccolta studenti e lavoratori per bloccare, fin dal mattino presto, ogni via d’accesso ai palazzi governativi. Allo stesso modo, il presidente Aoun ha riunito venerdì il Conseil supérieur de défense per discutere le misure di sicurezza da adottare in vista delle contestazioni della settimana. Se il neo-governo di Hassan Diab dovesse ottenere la fiducia – cosa altamente probabile data la maggioranza data dai voti di Hezbollah, Amal e Free Patriotic Movement, gli stessi che ne hanno favorito la nomina – il suo governo, a detta dei manifestanti, «sarà ancora peggio di quello di Saad Hariri» poiché ulteriormente aggravato dalla crisi economica e dalla repressione del dissenso popolare.

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