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Articoli filtrati per data: Wednesday, 09 Dicembre 2020

Appello delle operaie in lotta della YOOX, piattaforma e-commerce di fashion, che approfitta della pandemia per ristrutturare l'organizzazione del lavoro peggiorando le condizioni di vita delle lavoratrici. 

 

 

A partire dallo sciopero del 25 novembre sta andando avanti all'Interporto di Bologna una lotta importante e determinata di operaie organizzate nel SI Cobas sostenute da Non Una di Meno Bologna, Coordinamento Migranti Bologna e dal Laboratorio Crash. Dal nuovo sciopero di oggi, 9 dicembre, è stato lanciato l'appello che segue anche in vista della manifestazione che si terrà sabato 12 dicembre per portare in centro città la voce della lotta. Invitiamo a diffondere e aderire (per aderire all'appello scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.). Qui un video che lancia l'appello.

Per chi volesse approfondire il percorso che va ormai avanti da lungo tempo di lotta e organizzazione delle lavoratrici YOOX, invitiamo a rileggere l'ebook in proposito che avevamo prodotto in occasione dell'8 marzo del 2018.

 

Donne che non hanno paura. Sostieni lo sciopero delle operaie YOOX!

Siamo le operaie che lavorano da anni negli appalti Yoox, il colosso dell’e-commerce dell’abbigliamento, che nel mondo vende la sua immagine di azienda “sensibile”, che si cura dei bambini, della diversità e delle persone. Noi però lavoriamo dall’alba alla sera dietro i vetri scintillanti della grande sede dell’Interporto di Bologna. Siamo quasi tutte donne che lavorano per vivere e costruirsi un futuro, siamo madri che lavorano per dare un futuro ai propri figli e alle proprie figlie. Siamo tante e proveniamo da tutti i paesi del mondo, siamo italiane e siamo migranti. Essere costrette a licenziarsi significherebbe per noi dover rinunciare alla nostra autonomia e mettere a rischio i nostri permessi di soggiorno legati al nostro posto di lavoro. Accettare queste condizioni di lavoro significherebbe rinunciare a stare con le nostre figlie e i nostri figli. Siamo quelle che con il loro lavoro hanno fatto crescere quest’azienda, oggi diventata una multinazionale leader nel suo settore. Durante la pandemia non ci siamo fermate, abbiamo controllato i capi di abbigliamento, li abbiamo imbustati, rammendati, preparati per essere spediti nelle case. Il nostro lavoro ha permesso a Yoox di aumentare i suoi profitti grazie al Covid-19. Ma siamo anche le donne coraggiose che in queste settimane si sono svegliate ancora all’alba per scioperare, per lottare per tenerci un lavoro che ci permetta di vivere, ma anche per dire che il lavoro che Yoox si vanta di offrire per noi è solo un ricatto.

I turni che Yoox ci sta imponendo unilateralmente con la sua ‘sensibilità’ non ci lasciano quella che si può chiamare una vita. Il primo turno comincia alle 5.30 di mattina, il secondo finisce alle 22.30. La grande azienda che si cura dei bambini non ci permette di portare a scuola i nostri, o di metterli a letto la sera, e con i salari che ci paga non possiamo permetterci una babysitter. Il pranzo dobbiamo portarcelo da casa perché non abbiamo accesso alla mensa né ai buoni pasto che l’azienda dice di non potersi permettere. Dobbiamo mangiare in 15 minuti perché questo è il tempo della pausa che ci viene concessa. A lavoro dobbiamo affrontare le pressioni dei capi, gli atteggiamenti sprezzanti e razzisti di chi crede di poterci comandare perché siamo donne e migranti e per loro siamo solo operaie da sfruttare: così Yoox si cura della diversità e delle persone. Yoox ci vuole costringere a licenziarci approfittando del fatto che, come madri, non possiamo essere sempre disponibili. Cerca di liberarsi di noi perché lavoriamo da anni per loro e non ci siamo mai stancate di lottare per quello che ci spetta. Per l’azienda dell’innovazione i nostri contratti a tempo indeterminato sono roba antica, da svecchiare con contratti flessibili e precari, più adatti allo spirito dei tempi e dei loro profitti.

Sul sito di Yoox ci sono immagini di donne indipendenti, di giovani di colore, di bimbi e bimbe belli e felici. Nei suoi magazzini ci siamo noi, operaie e operai, donne e uomini, migranti, nere, esteuropee che si affannano e si inventano di tutto per portare avanti casa e lavoro. Della nostra indipendenza a Yoox non importa, del permesso di soggiorno che dobbiamo pagare e per cui siamo costrette ad accettare lavori massacranti a Yoox non importa, o meglio gli conviene per poterci sfruttare. Dei nostri bimbi e bimbe che crescono senza di noi e senza la cittadinanza che dovremmo avere, ma non otteniamo perché il nostro reddito è troppo basso, a Yoox non importa. Questa è la Yoox, questa è la realtà innovativa dietro i vetri scintillanti: razzismo, sfruttamento e maschilismo sono i veri “talenti” di questa azienda del lusso, questa è la loro innovazione.

Durante lo sciopero del 25 novembre il responsabile del reparto ci ha urlato che lui “non ci vede”. Il mondo però ci vede e grazie a noi ora vede anche oltre la vetrina della Yoox e di tutti quei posti che all’Interporto, e non solo, fanno i soldi sulla nostra pelle. Come donne, come migranti e come madri facciamo un appello a tutte le donne e a tutti coloro che possano sostenerci in questa battaglia per ottenere da Yoox quello che ci spetta, e perché questa battaglia riguarda la libertà di tutte le donne e la possibilità di lottare contro lo sfruttamento razzista e maschilista. A tutte e tutti voi chiediamo di essere al nostro fianco il 12 dicembre alle 15.30 in Piazza Nettuno a Bologna e di sottoscrivere questo appello e dargli massima circolazione.

 

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La situazione è difficile ma proprio per questo anche quest’anno non poteva mancare una presenza no tav l’8 dicembre. Il fallimento di un modello di sviluppo che richiede il sacrificio di uomini e natura per i profitti di pochi è ormai sotto gli occhi di tutti. Grandi opere invece di ospedali, cemento invece di boschi ci hanno portato nel baratro in cui oggi ci troviamo mentre la classe politica tutta dimostra ancora una volta di essere totalmente inadeguata a disegnare un futuro più vivibile per tutti, schiava di lobby e interessi che nulla hanno a che vedere con la comune felicità.

Oggi come ieri resistiamo ad un’opera devastante e criminale, lo facciamo nonostante Procura e Tribunali ci condannino, lo facciamo perché in gioco c’è il futuro di tutte e tutti. Dalle 11, ci siamo ritrovati al presidio di Venaus per fare il punto della situazione. Tanti sono stati gli interventi a cominciare con quello di Alberto Perino che ha ricordato che con il revovery plan il governo giallorosa ha destinato 27 miliardi alle grandi opere, compreso il Tav Torino-Lione, mentre solamente 9 miliardi di euro saranno dedicati alla sanità pubblica. Questa è la cifra delle priorità dei nostri governanti che già si leccano i baffi pregustando appalti e favori da elargire a piene mani agli imprenditori che li tengono al guinzaglio.

Abbiamo anche letto insieme la lettera con le parole di Dana che ancora si trova al carcere delle Vallette di Torino. Ci ha ricordato che la forza del nostro movimento passa anche dalla solidarietà che produce e che sa non lasciare indietro nessuno. Insieme a Dana, abbiamo inviato un saluto caloroso a Stella, Fabiola, Stefano e Mattia ancora ai domiciliari. Che grande gioia invece ritrovare Emilio finalmente insieme a noi, anche solo per una giornata! Presentando il suo libro ha martellato ancora una volta su quanto sia importante continuare a lottare e a stare insieme.

Erano presenti anche alcuni rappresentanti delle amministrazioni comunali come il Sindaco di San Didero, la Sindaca di Bussoleno e l’assessora Arisio di Avigliana. Tutti hanno rimarcato l’esigenza delle amministrazioni di fare unione e continuare a contrastare con l’infame ricatto che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti torna a proporre con il nome di compensazioni. Le tante piccole opere di cui il nostro territorio ha bisogno non possono essere barattate con l’assenso alla grande opera inutile.

Anche i giovani No Tav che presidiano i Mulini sono scesi dalla Clarea per ricordarci di quanto sia importante continuare a fare pressione su quel cantiere mortifero. Di come la terra ci chieda di fare il possibile per difenderla e di quanto sia fondamentale resistere per garantirci un futuro.

La scelta di San Didero per questo 8 dicembre di lotta non è casuale. È qui che è prevista la costruzione di un nuovo autoporto, funzionale al TAV. I terreni su cui i promotori vorrebbero versare questa ennesima colata di cemento sono estremamente tossici a causa dell’acciaieria che per quarant’anni sputa diossine dal grosso camino. Se TELT andrà avanti con questo scempio bisognerà anche sacrificare l’area antistante al presidio, che compone un ricco polmone verde per l’intera bassa Valle Susa. La zona di San Didero sarà quindi costantemente monitorata dai notav nei prossimi mesi, i valsusini sono agili e veloci, la macchina del TAV è il solito gigante dai piedi d’argilla: è da qui che passerà ancora una volta la nostra resistenza.

Dopo una calda polentata ci siamo confrontati ancora sulle tante idee che abbiamo per proseguire nella nostra lotta che, come ha ricordato Nicoletta, ci parla di un futuro di libertà e dignità per tutte e tutti.

Per un’immacolata liberazione,  ora e sempre No Tav!

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Città del Messico / L’Impatto Ambientale della Fase 1 del megaprogetto del Treno Maya, che include l’abbattimento di 800,95 ettari di selva per il percorso da Palenque, Chiapas, a Izamal, Yucatán, è già stato approvato dalla Segreteria dell’Ambiete e delle Risorse Naturali (Semarnat).

Nonostante il “danneggiamento di una massa forestale che contribuirà all’emissione di carbonio, considerato una delle cause del cambiamento climatico”, la Semarnat ha approvato l’Impatto Ambientale del Treno Maya perché ha considerato che “lo sviluppo del progetto non compromette l’integrità funzionale degli ecosistemi presenti nel Sistema Ambientale Regionale, né genererà impatti ambientali rilevanti”.

Secondo la segreteria, si applicheranno misure di prevenzione, mitigazione e compensazione per la diversità delle risorse e “si restaurerà qualsiasi modifica al microclima”.

Tra le aree protette che il Treno Maya attraverserà si trovano il Sistema Lagunare Catazajá e La Libertad, nel Chiapas e nel Tabasco, il sito Ramsar Anillo de Cenotes, nello Yucatán, e la Riserva della Biosfera Los Petenes, nel Campeche.

L’autorizzazione del Semarnat avrà una validità di tre anni per la costruzione del Treno Maya, ed entro questo termine ci sarà un anno e sei mesi per la preparazione del sito e una durata di 50 anni per la sua operatività.

Foto: Cuartoscuro

7 dicembre 2020

Desinformémonos

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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Mentre il paese si prepara ad un nuovo formato ‘festivo’ di restrizioni, orientate a far convivere il Covid-19 con gli “imprescindibili” consumi natalizi, il governo Conte II, diviso e fiaccato, continua a trascinarsi tra scadenze istituzionali nazionali ed europee.

Il 9 dicembre si voterà al senato la riforma del MES, e non l’attivazione del MES sanitario, il 10-11 andrà in scena il Consiglio Europeo del ‘salvifico’ Recovery Plan, ed entro il 18 dicembre sempre palazzo Madama dovrà dare il via libera alla manovra di bilancio 2021.

Tre momenti complessi per l’esecutivo, la cui complessità purtroppo è ancora ristretta alle diatribe di posizionamento di un arco istituzionale sempre più distante da un tessuto sociale ‘sospeso’ e paralizzato dall’attesa che passi la mareggiata, almeno per rendersi conto dei danni che ha portato.

Tuttavia la comprensione di questi tre passaggi istituzionali che intrecciano la scala nazionale a quella regional-europea è di vitale importanza per aprire la strada di un 2021 che, pandemia o meno, dovrà sciogliere alcuni nodi chiave degli assetti economico-sociali del nostro paese e dell’area UE.

Andiamo in ordine cronologico.

Il MES

L’Italia, dopo aver approvato la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità in sede di Eurogruppo lunedì 30 novembre, deve dare il via libera ‘interno’ ai ritocchi apportati a questo annoso ‘fondo salva-Stati’ (Salva-banche con i soldi degli Stati sarebbe un nome più pertinente).

Le modifiche sono essenzialmente due: una prima riguarda la messa a disposizione di 70 miliardi di fondi europei per la risoluzione di crisi bancarie.

Il MES assumerà la funzione di backstop, termine tecnico per indicare il ruolo di prestatore di ultima istanza che renderà il fondo un soffice paracadute per il drogato settore bancario europeo colmo di miliardi di prestiti non esigibili (NPL, non-performing loans).

Nel bel mezzo dell’ennesima crisi economica, con milioni di imprese indebitate che rischiano la chiusura, la tutela delle grandi banche da eventuali perdite è una priorità incalzante per i vertici del capitalismo europeo.

Un primo asse di riforma che si commenta da solo.

La seconda sostanziale modifica al trattato, che ricordiamo entrò in vigore nel 2011 durante il governo Monti e sostenuto da tutto l’arco parlamentare, riguarda le clausole di azione collettiva.

Queste sono il meccanismo tramite il quale gli Stati membri possono chiedere un intervento di ristrutturazione del debito sovrano di un altro paese se ritengono che questo non si “comporti” in maniera finanziariamente sana.

Strumento voluto e utile ai ‘santi’ paesi frugali per continuare a giocare, in un futuro post-Covid, la partita dell’austerity da una posizione di forza contri i ‘peccatori’ del sud Europa, i cui conti pubblici sono sempre più incompatibili con il fiscal compact ed il suo programma di rientro ventennale del debito.

Le clausole vengono modificate nella modalità con la quale uno Stato può richiederne l’attivazione: dalla doppia maggioranza si passa alla maggioranza qualificata, da un lato si snellisce l’iter della richiesta punitiva dall’altro si costituisce una qualificazione necessaria per l’attivazione.

Questa maggioranza qualificata, infatti, consta di un regime di proporzionalità che vede gli Stati più popolosi (Italia, Francia, Germania e Spagna) avere maggior peso rispetto agli altri consentendo, per esempio, a Spagna ed Italia di darsi manforte e permettere a quest’ultime di trattare direttamente con Parigi e Berlino.

La sintesi della riforma potrebbe essere la seguente: l’azzardo morale di incauta esposizione debitoria va bene per le grandi banche ma non per gli Stati.

Quanto scritto sopra non ha molto a che fare con l’ormai celebre ‘MES sanitario’, invocato come panacea di tutti mali da Zingaretti, Renzi e a tratti dal Berlusca.

IL MES, prima del Covid, era una misura salva-banche con missione di rifinanziamento punitivo, supervisione e controllo dei debiti sovrani, ma da luglio per dargli un barlume di ragion d’essere dentro la caotica attualità pandemica, i tecnici di Bruxelles si sono inventati una terza funzione ossia la linea di credito di 36 miliardi a scopi sanitari.

Fondamentalmente altro debito, più o meno agli stessi tassi di interesse dell’attuale emissione italiana di titoli di stato.

Questa descrizione mostra chiaramente come il dibattito tra le forze politiche sia per lo più un gioco di posizionamento tra PD, Renziani e 5S. I primi, con sfaccettature diverse, hanno nell’ancoraggio all’UE e alle sue regole la loro unica distinzione politica parzialmente efficace nel conservare il serbatoio di voti della popolazione italiana più abbiente.

Mentre per i 5S il no al MES rimane l’ultimo tentativo incarnare un’opposizione a tali meccanismi di controllo.

Se aggiungiamo che questa frattura con le sue contraddizioni è cavalcata, ma insoluta, anche a destra si configura il solito macabro teatrino politico.

Recovery Plan

Un passo falso al senato nella ratifica nazionale del trattato MES non renderebbe a Conte più facile la partita sul Recovery Fund. Programma di rilancio da 209 miliardi, un terzo a fondo perduto, due terzi a prestito, il cui ottenimento è il vero, e forse unico, successo del Premier.

Tuttavia la strada verso l’attuazione del ‘messianico’ Recovery è tutt’altro che in discesa.

Tralasciando i veti di Ungheria e Polonia sullo stato di diritto, che meriterebbero una trattazione a parte, i paesi ‘frugali’ non si sono del tutto rassegnati all’elargizione di fondi verso le cicale del sud Europa.

Anche se si risolvessero le diatribe est-europee, Austria, Olanda e Finlandia daranno battaglia sui dettagli del piano d’uso italiano, imponendo quanto meno una dilatazione dei tempi.

Tempistiche che sono tutt’altro che secondarie.

Se le risorse non arrivassero entro l’autunno 2021, la stessa finanza pubblica italiana andrebbe in seria difficoltà avendo già messo a bilancio della finanziaria 2021 ben 15 miliardi del Recovery Plan.

Sul legame tra Recovery e legge finanziaria ci torneremo dopo, mentre è ora necessario menzionare, per quanto niente sia pubblico o ufficiale, quali saranno le iniziative italiane inserite nel piano.

Com’è noto ci sono sei macro-aree di investimento:

Digitalizzazione, transizione green, infrastrutture, istruzione, inclusione sociale, salute.

Solite ‘belle’ parole senza sostanza.

Sul Recovery c’è bagarre totale tra le forze politiche, nemmeno a dirlo tutti vogliono una fetta della torta.

L’idea di Conte è la seguente: sei manager per ogni area d’intervento con un esercito di tecnici al seguito (tra gli 80 e i 300). La cabina di regia dovrebbe essere diretta dal Premier stesso insieme ai ministri Gualtieri (economia, PD) e Patuanelli (sviluppo economico, 5S).

La forma è sostanza, e nell’Italia dove la politica è, giustamente, percepita come una cricca di incompetenti, affidarsi ai tecnici e ai manager è diventato un modo per ammantarsi di un’aurea di trasparenza e competenza.

Non è dato sapere cosa questa cabina di regia abbia recepito dai piani d’investimento che i singoli ministeri hanno approntato per candidarsi ai fondi, ma sappiamo con certezza che senza una spinta dal basso, saranno le solite lobby di industriali e rentiers vari ad aggiudicarsi il piatto.

Bonomi e la Confindustria in primis.

La Finanziaria 2021

Il 18 dicembre ci saranno le ultime votazioni al senato sul quarto decreto ‘ristori’ che insieme agli altri tre è entrato a far parte del disegno più ampio di legge di bilancio.

Una manovra nel complesso povera e fatta con i soldi del monopoli, 15 miliardi come già menzionato provengono dal recovery fund, con tutte le problematiche descritte sopra, gli altri 23 in deficit.

Con quest’ultima tornata d’indebitamento l’Italia supera quota 11% sul rapporto debito/PIL, per intenderci nel 2009 anno post crack finanziario globale questo era poco superiore al 5%.

Sembra superfluo sottolinearlo ma la pandemia, nonostante il suo profondo impatto storico, non ha minimamente scalfito le priorità politiche di chi governa e ciò si evidenzia plasticamente in questa manovra.

Gli elenchi non sono entusiasmanti ma restituiscono la povertà del tutto.

In primis si continua a cercare di stimolare le assunzioni attraverso gli sgravi contributivi alle imprese, soprattutto al sud, soprattutto per le piccole e medie imprese, soprattutto per il lavoro femminile.

Quattro decreti ristori per le varie tipologie di imprese o individui danneggiati dalle chiusure Covid.

Deroghe al rinnovo di contratti di lavoro determinato oltre il massimo dei 36 mesi.

Misure per la natalità che vanno dall’assegno famigliare unico ai finanziamenti per gli asili.

Rifinanziamento cassa integrazione e reddito di cittadinanza, pilastri della precaria tenuta sociale di ampi segmenti del paese.

Bonus una tantum a medici e infermieri e ben 320 milioni di euro per le specializzazioni di medicina, un provvedimento che dovrebbe a malapena scalfire il cronico imbuto formativo delle professioni sanitarie. Perché è necessario ribadire che non solo l’Italia non forma abbastanza medici e infermieri, non solo molti emigrano, ma coloro che terminano gli studi per anni faticano ad avere accesso alla formazione di specializzazione necessaria.

Sul versante della sanità, finora sono state elargite briciole.

Sulla scuola e l’università la situazione è ancora più ridicola.

Il fondo ordinario per gli enti e gli istituti di ricerca aumenterà di 65 milioni di euro.

Il concorso ‘straordinario’ per la docenza scolastica è stato bloccato dal Covid, chi l’avrebbe mai detto, mentre di quello ‘ordinario’ non se ne ha traccia. Per l’edilizia scolastica si parla di semplificazione dell’iter per le ristrutturazioni ma non si parla di fondi.

Le politiche sociali lungimiranti che dovrebbe mettere in campo questo governo sembrano ben riassunte dal seguente fatto: i bandi per le assunzioni delle forze dell’ordine sono ben più cospicui dei 5000 insegnanti di sostegno assunti con questa manovra.

Infine c’è da sottolineare l’immancabile spesa militare, ministero della difesa che costa 25 miliardi l’anno, e che quest’anno vede un bell’investimento di 6 miliardi per sommergibili, fregate, cacciabombardieri, blindi e lanciamissili, what else?

Davanti a cotanta sperequazione di risorse, anche quest’anno distratte dai bisogni essenziali e cooptate dalle retoriche riguardo il fare impresa, la centralità dell’individuo e l’importanza di far girare armi ed economia, ha fatto scalpore la timidissima proposta targata Frantoianni e Orfini di introdurre una patrimoniale progressiva sui patrimoni mobiliari (quindi non le case) sopra i 500 mila euro. Una patrimoniale con diverse fasce che vanno dallo 0.2 al 2%.

Questa proposta sarebbe giudicata timida anche dall’FMI. Una patrimoniale del genere non inciderebbe minimamente nella redistribuzione di reddito e non spingerebbe la domanda verso l’alto, dramma centrale dell’accumulazione capitalistica odierna che nelle eccessive disuguaglianze inizia a riscontrare problemi di ‘realizzazione’ della merce prodotta.

Tuttavia l’utilità della proposta si può riscontrare nella levata di scudi che ha innescato.

Da Di Maio, abolitore della povertà, che parla di tasche degli italiani per una manovra che andrebbe a toccare circa 400 mila persone (meno dell’1% più ricco) fino a Zingaretti e il PD, che facendosi due conti in tasca rischierebbero di andare a danneggiare il proprio elettorato dei centri cittadini.

Pur comprendendo l’orizzonte strategico delle rivendicazioni sulla patrimoniale riteniamo necessario non farsi incantare da uno strumento che non è più un tabù per certe compagini dei think thank capitalisti e per alcuni versi è compatibile con la prosecuzione di un regime capitalista in difficoltà di “valorizzazione”, sempre più drogato dal suo successo auto-distruttivo. Di ben altro spessore sarebbe una proposta di redistribuzione, seppur minima, di una parte dell’accumulazione di capitali delle big tech corporation, di cui tanto si blatera da anni, ma che non ha trovato serie sponde politiche ed internazionali a cui appoggiarsi.  

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Mumia Abu Jamal nasce a Philadelfia nel 1954. Nel 1968 viene arrestato per la prima volta per avere protestato contro un meeting del Partito Democratico e la candidatura del segregazionista George Wallace.

L’Fbi lo scheda come «persona da sorvegliare e internare in caso di allerta nazionale». Il programma di controspionaggio e infiltrazione, cosiddetto Cointelpro, lo individua come obiettivo da colpire in quanto appartenente alle Black Panter. Nel 1980, Mumia diventa presidente della Black Journalist Association, e sostenitore dell’associazione MOVE. Inizia anche una collaborazione giornalistica radiofonica dando voce ai poveri e gli viene dato il soprannome «voce dei senzavoce».

Comincia a denunciare la corruzione all’interno della polizia e dei dirigenti politici locali. La svolta drammatica comincia forse nel 1978, a Powelton Villane, a Philadelfia, quando la polizia comandata da Frank Rizzo, aggredisce con violenza la comunità nera. Mumia denuncia i fatti e tre anni dopo la polizia attacca di nuovo la comunità con bombardamenti da elicotteri, uccidendo undici persone, fra i quali donne e bambini.

A seguito delle denunce giornalistiche, Mumia viene licenziato dalla radio, e per vivere comincia a fare il taxista. La mattina del 9 dicembre 1981, il fatto. Mumia vede suo fratello Billy che viene picchiato dall’ufficiale di polizia Daniel Faulkner. Jamal scende dal suo taxi ma viene colpito da un proiettile all’addome. Altri spari echeggiano ma sono rivolti all’agente, che viene ucciso. Dell’omicidio si presenterà come reo confesso , Arnold Beverly. Ma a questa confessione nessuno crederà mai. Il giudice del processo a Mumia, è Albert Sabo, ex sceriffo e molto vicino al capo della polizia Frank Rizzo. Nell’ambiente, il giudice Sabo viene soprannominato «capestro», per avere inflitto ben 32 condanne a morte. Il 2 luglio 1982 Mumia viene condannato a morte. Una serie di prove a suo favore non vengono tenute in considerazione. Intanto le date della sua esecuzione vengono di volta in volta rinviate. Solo il 27 marzo 2008, a seguito di una rivisitazione del processo, la condanna a morte è tramutata in ergastolo. Per Mumia Abu Jamala in tutti questi decenni di prigionia si sono mobilitati tantissimi attivisti, politici, artisti. Il gruppo musicale Rage Against The Machine si è battuto moltissimo per la sua liberazione e ha scritto due canzoni in due diversi CD, «Freedom» e «Voice of the voiceless». Il rapper di New York, KRS-One, gli ha dedicato «Free Mumia».

 

FONTE : testo di Giuliano Bugani.

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